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Questione
30
La
misericordia
Rimane ora da considerare la misericordia, o compassione.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se causa della
misericordia, da parte di chi viene compassionato, sia il male; 2. A
chi spetti avere misericordia; 3. Se la misericordia sia una virtù;
4. Se sia la più grande delle virtù.
ARTICOLO
1
Se il male sia propriamente il movente della misericordia
SEMBRA che il male non sia propriamente il movente della
misericordia. Infatti:
1. Come sopra vedemmo, la colpa è un male più grave della pena.
Ma la colpa non provoca alla misericordia, bensì allo sdegno.
Dunque non è il male che provoca alla misericordia.
2. Le cose crudeli e orribili si presentano come un eccesso di
male. Ora, il Filosofo afferma: "Ciò che è orribile è diverso da ciò
che è miserevole, ed elimina la misericordia". Perciò il male in
quanto male non muove alla misericordia.
3. Le descrizioni dei mali non sono veri mali. Eppure codeste
descrizioni provocano alla misericordia, come nota Aristotele.
Dunque il male non è il movente appropriato della misericordia.
IN CONTRARIO: Il Damasceno insegna che la misericordia è una
specie di tristezza. Ma il movente della tristezza è il male. Quindi è
il male che muove alla misericordia.
RISPONDO: Come scrive S. Agostino,
"la misericordia è la compassione
del nostro cuore per l'altrui miseria, che, potendolo, siamo
spinti a soccorrere": infatti misericordia deriva dall'avere un cuore
misero (o triste) sull'altrui miseria. Ora, la miseria si contrappone
alla felicità. E nel concetto di felicità, o di beatitudine, è inclusa
l'idea che uno riesca ad avere quello che vuole: infatti, come
S. Agostino insegna, "felice è colui che ha tutto ciò che vuole, e
non vuole nessun male". E quindi al contrario la miseria implica
l'idea che uno soffra ciò che non vuole. Ora l'uomo può volere una
cosa in tre maniere. Primo, per desiderio naturale: così tutti gli
uomini, p. es., vogliono esistere e vivere. Secondo, uno può
volere una cosa per libera scelta in seguito a una deliberazione.
Terzo, uno può volere una cosa non in se stessa, ma nelle sue
cause: chi, p. es., vuol mangiare cose nocive, si può dire che vuole
ammalarsi. Perciò tra i moventi della misericordia, che appartengono
alla miseria, troviamo innanzi tutto le cose contrarie
all'appetito naturale del prossimo, cioè i mali che corrompono e
contristano, e che si contrappongono ai beni desiderati per natura
dagli uomini. Ecco perché il Filosofo afferma, che "la misericordia
è una tristezza relativa a un male evidente che corrompe e contrista". - Secondo, codesti mali provocano maggiormente alla
misericordia, se sono contrari anche al volere deliberato. Infatti il
Filosofo scrive che sono degni di misericordia quei mali, "che sono
causati dalla disgrazia": e cioè "quando si produce un male là
dove si sperava un bene". - Terzo, questi mali sono ancora più
eccitanti alla misericordia, se contrastano con tutto il volere di
un uomo: quando uno, p. es., dopo avere sempre cercato il bene, viene
colpito dal male. Ecco perché il Filosofo afferma, che "la misericordia
tocca soprattutto i mali di colui che soffre ingiustamente".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La colpa è essenzialmente volontaria.
E sotto quest'aspetto non è degna di compassione, ma di punizione.
Siccome però la colpa in qualche modo può essere una punizione,
cioè in quanto c'è in essa un aspetto che ripugna al volere
di chi pecca, da questo lato può esser degna di compassione. Ed è
per questo che possiamo avere misericordia e compassione dei
peccatori: poiché, secondo S. Gregorio, "la vera giustizia non nutre
sdegno", contro i peccatori, "ma compassione". E nel Vangelo si
legge: "Nel vedere Gesù quelle turbe ne ebbe compassione, poiché
erano stanche e sfinite come pecore senza pastore".
2. Essendo la misericordia compassione della miseria altrui, in
senso proprio non si ha misericordia che verso gli altri: non già
verso se stessi; se non in senso metaforico, come si fa con la
giustizia, considerando distinte nell'uomo le varie parti, come spiega
Aristotele. È in tal senso che si dice nella Scrittura: "Abbi
misericordia dell'anima tua, rendendoti accetto a Dio". Perciò come
non c'è vera misericordia verso se stessi, ma dolore, quando
soffriamo in noi qualche cosa di crudele; così non abbiamo
misericordia, ma dolore come di ferite proprie, se si tratta di persone
a noi così unite da essere, come i figli e i genitori, qualche cosa di noi
stessi. Ecco perché il Filosofo afferma che "la crudeltà esclude la
misericordia".
3. Come dalla speranza e dal ricordo del bene nasce il piacere,
così dal timore e dal ricordo del male nasce la tristezza: tuttavia
questa non è così forte come per la presenza sensibile di esso. Ecco
perché le descrizioni dei mali, in quanto ci rappresentano, come
fossero presenti, cose degne di compassione, muovono alla
misericordia.
ARTICOLO
2
Se tra i motivi del compatimento ci siano i difetti personali
del misericordioso
SEMBRA che tra i motivi del compatimento non ci siano i difetti
personali del misericordioso. Infatti:
1. Compatire è proprio di Dio, secondo le parole del Salmo:
"Le
sue misericordie dominano su tutte le sue opere". Ma in Dio non ci
sono menomazioni. Dunque una menomazione non può essere tra
i motivi della misericordia.
2. Se le menomazioni sono motivi di compatimento, è necessario
che quelli più menomati siano più portati a compatire. Ma questo
è falso: poiché, come dice il Filosofo, "quelli che sono rovinati del
tutto non hanno misericordia". Dunque le menomazioni non sono
un motivo di compassione da parte dei misericordiosi.
3. Subire un'offesa è una menomazione. Ora, il Filosofo afferma,
che "coloro i quali si sentono offesi non hanno misericordia".
Perciò una menomazione da parte di chi deve compatire non è un
motivo che spinge alla misericordia.
IN CONTRARIO: La misericordia è una specie di tristezza. Ma ogni
menomazione è motivo di tristezza: infatti, come già abbiamo
notato, gli infermi sono più portati ad addolorarsi. Dunque la
menomazione di chi deve usare misericordia è tra i motivi del suo
compatimento.
RISPONDO: Essendo la misericordia, come abbiamo detto, il
compatimento della miseria altrui, uno è spinto ad avere misericordia
dalla stessa ragione per cui se ne addolora. E siccome la tristezza,
o dolore, ha per oggetto il male proprio, in tanto uno si addolora
della miseria altrui, in quanto la considera come propria. Ora,
questo avviene in due modi. Primo, per un legame di affetto: e
questo avviene con l'amore. Infatti chi ama, considerando l'amico
un altro se stesso, reputa come proprio il male di lui: e quindi se
ne addolora come del male proprio. Ecco perché il Filosofo mette
tra i requisiti dell'amicizia "l'addolorarsi con l'amico". E
l'Apostolo comanda di "godere con chi gode, e di piangere con chi piange". -
Secondo, questo può avvenire per un legame reale, in
quanto il male di certe persone è talmente vicino da ricadere su
di noi. Per questo motivo il Filosofo insegna che gli uomini
compatiscono i propri congiunti e i propri simili; perché pensano di
potersi trovare a soffrire cose consimili. Ed ecco perché i vecchi e
le persone sagge, le quali pensano di potersi trovare male, nonché
i deboli e i paurosi sono più portati alla misericordia. Invece gli
altri che si credono felici, e così potenti da non poter subire nessun
male, non sono così facili alla misericordia. - Perciò da questo
lato una menomazione è sempre il motivo della misericordia: o
perché uno considera propria la menomazione altrui, per il legame
dell'amore; oppure per la possibilità di subire cose consimili.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio non usa misericordia che per
amore, poiché ci ama come qualche cosa di se stesso.
2. Coloro che sono già colpiti dai mali più gravi non temono più
di soffrire altre cose; e quindi non hanno misericordia. - Così pure
fanno quelli che han troppa paura: poiché sono tanto presi dalla
propria passione, da non badare alla miseria altrui.
3. Coloro che sono predisposti all'offesa, o perché l'hanno
subita, o perché intendono infliggerla, sono portati all'ira e
all'audacia, che sono passioni virili le quali esaltano l'animo umano
verso le cose ardue. Perciò esse tolgono all'uomo la convinzione
di dover subire in seguito qualche sciagura. Ecco perché costoro,
mentre sono in tale disposizione, non hanno misericordia, come
dice la Scrittura: "L'ira non ha misericordia né il furore impetuoso". - Per lo stesso motivo non hanno misericordia i superbi,
che disprezzano gli altri e li stimano cattivi. E quindi pensano che
costoro soffrano giustamente quello che soffrono. Perciò S. Gregorio
ha detto, che "la falsa giustizia", cioè quella dei superbi, "non
ha compassione, ma disprezzo".
ARTICOLO
3
Se la misericordia sia una virtù
SEMBRA che la misericordia non sia una virtù. Infatti:
1. Nella virtù la cosa principale è l'elezione, o scelta, come nota
il Filosofo. Ora, per usare le sue parole, l'elezione appartiene "all'appetito
preceduto dalla deliberazione". Perciò non può dirsi
virtù ciò che ostacola la deliberazione. Ma la misericordia ostacola
la deliberazione, come nota Sallustio: "Tutti gli uomini che
deliberano su cose dubbie devono spogliarsi dell'ira e della
misericordia; infatti l'animo non può scorgere facilmente la verità, ove ci
siano questi ostacoli". Perciò la misericordia non è una virtù.
2. Nessuna cosa contraria a una virtù è degna di lode. Ora, la
nemesi, come dice Aristotele, è contraria alla misericordia. E
d'altra parte la nemesi è una passione lodevole, secondo lo stesso
Aristotele. Dunque la misericordia non è una virtù.
3. La gioia e la pace non sono virtù specialmente distinte,
perché, come abbiamo visto, derivano dalla carità. Ma anche la
misericordia deriva dalla carità: infatti come con la carità "godiamo
con chi gode", così con essa "piangiamo con chi piange". Perciò
la misericordia non è una virtù specifica.
4. La misericordia, appartenendo a una potenza appetitiva, non
è una virtù intellettuale. E neppure è una virtù teologale, non
avendo essa Dio per oggetto. Così pure non è una virtù morale;
perché non ha per oggetto né le operazioni, essendo questo il
compito della giustizia, né le passioni, non riducendosi essa a nessuna
delle dodici mesotes di cui parla Aristotele nell'Etica. Dunque
la misericordia non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"Di gran lunga più giustamente
e più umanamente e più convenientemente al sentimento religioso
parlò Cicerone in lode di Cesare, là dove disse: "Nessuna delle tue
virtù è più ammirevole né più gradita della tua misericordia"".
Quindi la misericordia è una virtù.
RISPONDO: La misericordia implica una tristezza per l'altrui
miseria. Ma questa tristezza, o dolore, può indicare due cose. Primo,
un moto dell'appetito sensitivo. E in questo senso la misericordia
è una passione e non una virtù. - Secondo, può indicare un moto
dell'appetito intellettivo, ed è il dispiacere (spirituale) del male
altrui. Ora, questo atto può essere regolato dalla ragione: e con
esso così regolato si possono regolare razionalmente i moti
dell'appetito inferiore. Ecco perché S. Agostino insegna, che "questo moto
dell'animo", cioè la misericordia, "è subordinato alla ragione,
allorché si usa misericordia senza offendere la giustizia, sia
soccorrendo i bisognosi, che perdonando ai colpevoli". E poiché l'essenza
della virtù umana consiste nel fatto che i moti dell'animo sono
regolati dalla ragione, come abbiamo visto sopra, è chiaro che la
misericordia è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo di Sallustio va inteso
della misericordia in quanto è una passione non regolata dalla
ragione. Infatti essa allora ostacola la ragione nel deliberare,
facendole abbandonare la giustizia.
2. Il Filosofo qui parla della misericordia e della nemesi in
quanto sono passioni. Esse si contrappongono per una diversità di
giudizio sui mali altrui: infatti il misericordioso si addolora,
perché ritiene che uno soffra ingiustamente; chi invece è dominato
dalla nemesi ne gode, ritenendo che certuni soffrano giustamente,
e si rattrista della prosperità dei malvagi. E Aristotele conclude,
che "l'una e l'altra cosa è lodevole, derivando da un identico
costume". Propriamente però alla misericordia si contrappone
l'invidia, come diremo in seguito.
3. Gioia e pace non aggiungono nulla alla ragione di bene che
forma l'oggetto della carità: e quindi non si richiede altra virtù
che la carità. Invece la misericordia ha di mira una ragione
speciale, cioè la miseria di chi è oggetto di misericordia.
4. La misericordia in quanto virtù è una virtù morale riguardante
le passioni: e si riduce a quel giusto mezzo che si chiama nemesi;
poiché, come dice Aristotele, "derivano da un identico costume".
Però queste mesotes il Filosofo non le considera virtù, ma
passioni: perché sono lodevoli anche in quanto passioni. Niente
però impedisce che derivino da un abito volontario. E in questo
modo assumono l'aspetto di virtù.
ARTICOLO 4
Se la misericordia sia la più grande delle virtù
SEMBRA che la misericordia sia la più grande delle virtù. Infatti:
1. La cosa che più sembra appartenere alla virtù è il culto
divino. Ma la misericordia viene preferita nella Scrittura al culto
divino. "Io voglio misericordia e non sacrificio". Dunque la
misericordia è la più grande delle virtù.
2. Spiegando quel detto paolino:
"La pietà è utile a tutto", la Glossa afferma:
"Tutto il compendio della dottrina cristiana si
trova nella misericordia e nella pietà". Ora, la dottrina cristiana
abbraccia tutte le virtù. Dunque il compendio di tutte le virtù
consiste nella misericordia.
3.
"La virtù è quella che rende buono chi la possiede". E quindi
una virtù tanto è migliore, quanto rende l'uomo più simile a Dio:
perché l'uomo diviene migliore rendendosi più simile a Dio. Ma
questo viene compiuto specialmente dalla misericordia: perché di
Dio si dice nella Scrittura, che "le sue misericordie dominano su
tutte le sue opere". Infatti il Signore afferma nel Vangelo: "Siate
misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro". Perciò la
misericordia è la più grande delle virtù.
IN CONTRARIO: L'Apostolo, dopo aver detto ai Colossesi:
"Assumete,
come eletti di Dio, viscere di misericordia", aggiunge: "Soprattutto
abbiate la carità". Dunque la misericordia non è la più
grande delle virtù.
RISPONDO: Una virtù può essere la più grande in due maniere:
primo in se stessa; secondo in rapporto a chi la possiede. Ora,
in se stessa la misericordia è certamente al primo posto. Infatti
spetta alla misericordia donare ad altri; e, quello che più conta,
sollevare le miserie altrui: ora, questo è compito specialmente di
chi è superiore. Ecco perché si dice che è proprio di Dio usare misericordia: e in questo specialmente si manifesta la sua onnipotenza.
Ma per chi la possiede la misericordia non è la virtù più grande,
se egli non è il più grande, senza avere nessuno sopra di sé ma
tutti sotto di sé. Infatti per chi ha sopra di sé qualche altro è
meglio stabilire un legame col suo superiore, che supplire ai difetti
dei propri inferiori. Ecco perché nell'uomo, il quale ha come
superiore Dio, la carità che unisce a Dio è superiore alla
misericordia, la quale supplisce le deficienze del prossimo. Ma tra tutte le
virtù che riguardano il prossimo la prima è la misericordia, e il
suo atto è quello più eccellente: poiché soccorrere l'altrui miseria
è per se stesso un atto degno di chi è superiore e migliore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Noi non esercitiamo il culto verso
Dio con sacrifici e con offerte esteriori a suo vantaggio, ma a
vantaggio nostro e del prossimo: egli infatti non ha bisogno dei
nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra
devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con
la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più
accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo, secondo
le parole di S. Paolo: "Non vi dimenticate di far del bene e di
partecipare (i vostri beni ad altri); poiché di tali sacrifici Dio si
compiace".
2. Il compendio della religione cristiana consiste nella misericordia
quanto alle opere esterne. Ma l'affetto della carità con la
quale ci si unisce a Dio, è superiore all'amore e alla misericordia
verso il prossimo.
3. Con la carità diventiamo simili a Dio, unendoci a lui mediante
l'affetto. Essa perciò è superiore alla misericordia, che ci rende
simili a Dio solo nell'operare.
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