Il Santo Rosario
back

Questione 26

L'ordine della carità

Eccoci a trattare dell'ordine della carità.
Sull'argomento si pongono tredici quesiti: 1. Se esista un ordine nella carità; 2. Se Dio si debba amare più del prossimo; 3. Se si debba amare più di se stessi; 4. Se uno debba amare se stesso più del prossimo; 5. Se si debba amare il prossimo più del proprio corpo; 6. Se i prossimi si debbano amare uno più di un altro; 7. Se si debba preferire il prossimo migliore, o il prossimo a noi più unito; 8. Se quello unito a noi coi vincoli del sangue, o quello unito per altri rapporti; 9. Se uno con la carità debba amare più il figlio che il padre; 10. Se debba amare più la madre che il padre; 11. Se debba amare la moglie più del padre e della madre; 12. Se uno debba amare più il benefattore che il beneficato; 13. Se l'ordine della carità rimanga inalterato nella patria celeste.

ARTICOLO 1

Se esista un ordine nella carità

SEMBRA che nella carità non esista nessun ordine. Infatti:
1. La carità è una virtù. Ma nelle altre virtù non viene assegnato nessun ordine. Quindi non si deve assegnare neppure nella carità.
2. Come oggetto della fede è la verità prima, così oggetto della carità è la suprema bontà. Ora, nella fede non viene stabilito un dato ordine, ma tutto è da credersi ugualmente. Dunque anche nella carità non si deve stabilire nessun ordine.
3. La carità risiede nella volontà. Ma ordinare non spetta alla volontà, bensì alla ragione. Dunque non si deve attribuire nessun ordine alla carità.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Egli mi ha introdotto nel tinello; e ha ordinato in me la carità".

RISPONDO: Come insegna il Filosofo, il prima e il dopo si concepiscono in relazione a un principio. Ora, l'ordine implica una disposizione di cose secondo un prima e un dopo. Perciò dove c'è un principio deve esserci un ordine. Ma sopra abbiamo detto che l'amore di carità ha di mira Dio quale principio di quella beatitudine, sulla cui compartecipazione è fondata l'amicizia della carità. Ecco perché negli esseri che sono amati con la carità si riscontra un ordine, in rapporto al primo principio di questo amore, che è Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità tende all'ultimo fine proprio in quanto ultimo fine; il che non avviene per le altre virtù, come sopra abbiamo detto. Ora, secondo le spiegazioni date, il fine nel campo delle cose appetibili ed operabili ha natura di principio. Perciò la carità implica più d'ogni altra un rapporto col primo principio. Ecco perché in essa specialmente si considera l'ordine in relazione al primo principio.
2. La fede appartiene alla potenza conoscitiva, nella cui operazione gli oggetti conosciuti vengono a trovarsi nel conoscente. Invece la carità risiede in una potenza affettiva, la cui operazione consiste nel tendere dell'anima verso le cose stesse. Ora, l'ordine si trova principalmente nelle cose; e da esse viene nella nostra conoscenza. Ecco perché l'ordine viene attribuito più alla carità che alla fede. - Tuttavia c'è un ordine anche nella fede, trattando essa principalmente di Dio, e secondariamente delle cose che a Dio si riferiscono.
3. L'ordine si attribuisce alla ragione come a un principio ordinatore; ma va attribuito alla facoltà appetitiva come a un soggetto ordinato. Ed è in questo senso che l'ordine è riscontrato nella carità.

ARTICOLO 2

Se Dio si debba amare più del prossimo

SEMBRA che Dio non si debba amare più del prossimo. Infatti:
1. S. Giovanni ha scritto: "Chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?". Da questo sembra che sia da amarsi maggiormente ciò che è più visibile: infatti la vista stessa è tra le cause dell'amore, come nota Aristotele. Ora, Dio è meno visibile del prossimo. Dunque è anche da amarsi di meno con la carità.
2. La somiglianza è tra le cause dell'amore; poiché sta scritto; "Ogni animale ama il proprio simile". Ora, è maggiore la somiglianza dell'uomo col suo prossimo che con Dio. Perciò l'uomo con la carità ama più il prossimo che Dio.
3. Ciò che la carità ama nel prossimo è Dio, come spiega S. Agostino. Ma Dio in se stesso non è superiore a come si trova nel prossimo. Dunque non è da amarsi più in se stesso che nel prossimo. E quindi Dio non deve essere amato più del prossimo.

IN CONTRARIO: È degno di essere amato di più ciò per cui altre cose si devono persino odiare. Ora, a detta del Vangelo, il prossimo si deve odiare per amore di Dio, nel caso che allontani da lui: "Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre e la moglie e i figli e i fratelli e le sorelle, non può essere mio discepolo". Dunque con la carità si deve amare Dio più del prossimo.

RISPONDO: Ogni amicizia riguarda principalmente quell'individuo, nel quale principalmente si trova il bene sulla cui partecipazione è fondata: l'amicizia politica, p. es., riguarda principalmente la prima autorità dello stato, da cui dipende tutto il bene comune di esso; perciò a lui specialmente si deve fedeltà e obbedienza da parte dei cittadini. Ora, l'amicizia della carità si fonda sulla partecipazione della beatitudine, che si trova essenzialmente in Dio come nel suo principio, dal quale s'irradia in tutti coloro che ne sono capaci. Dunque la carità ci obbliga ad amare principalmente e sommamente Dio: poiché egli va amato come causa della beatitudine; il prossimo invece va amato come compartecipe con noi della beatitudine.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una cosa può essere causa dell'amore in due maniere. Primo, come intrinseca ragione di esso. E in tal senso causa dell'amore è il bene: poiché ogni cosa è amata in quanto ha natura di bene. Secondo, quale via per acquistare l'amore. E in tal senso è causa dell'amore la vista: non che una causa diventi amabile perché è visibile; ma perché mediante la visione di una cosa siamo portati ad amarla. Perciò non è detto che le cose più visibili siano anche le più amabili; ma solo che son le prime a presentarsi al nostro amore. Ed è in tal senso che argomenta l'Apostolo. Infatti, essendo il prossimo più visibile per noi è il primo a offrirsi al nostro amore: poiché, come dice S. Gregorio, "l'animo impara ad amare ciò che non conosce dalle cose conosciute". E quindi se uno non ama il prossimo, si può arguire che non ama neppure Dio; non perché il prossimo sia più amabile; ma perché è il primo a presentarsi al nostro amore. Dio invece è più amabile per la sua bontà superiore.
2. La somiglianza che abbiamo con Dio è anteriore ed è causa della nostra somiglianza col prossimo: infatti noi diventiamo simili al prossimo per il fatto che riceviamo da Dio ciò che anche il prossimo ha ricevuto da lui. Perciò a motivo della somiglianza dobbiamo amare più Dio che il prossimo.
3. Dio, considerato nella sua natura, dovunque si trovi è sempre uguale: poiché non diminuisce nel trovarsi in una creatura. Però il prossimo non partecipa la bontà di Dio nel grado che la possiede Dio stesso: infatti Dio la possiede per essenza, il prossimo solo per partecipazione.

ARTICOLO 3

Se con la carità l'uomo debba amare Dio più di se stesso

SEMBRA che l'uomo con la carità non debba amare Dio più di se stesso. Infatti:
1. Il Filosofo insegna, che "i sentimenti d'amicizia verso gli altri derivano dal senso di amicizia verso se stessi". Ora, la causa è superiore all'effetto. Quindi l'amicizia di un uomo verso se stesso è superiore a quella verso qualsiasi altro. Dunque uno deve amare se stesso più di Dio.
2. Qualsiasi cosa viene amata in quanto è un bene per chi ama. Ma ciò che costituisce il motivo dell'amore viene amato più di quanto amiamo in forza di esso: come nell'ordine conoscitivo i primi principii, con i quali si conoscono le cose, sono meglio conosciuti. Dunque l'uomo ama se stesso più di ogni altro bene. E quindi non ama Dio più di se stesso.

3. Più uno ama Dio, più ama di fruirne. Ma quanto più uno ama la fruizione di Dio, tanto più ama se stesso: perché questo è il sommo bene che può volere a se stesso. Perciò l'uomo non è tenuto ad amare Dio, con la carità, più di se stesso.

IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino: "Se tu devi amare anche te stesso non per te, ma per colui in cui si trova il fine più retto del tuo amore, nessun altro uomo si lamenti, se tu lo ami per Dio". Ora, essendo la causa superiore ai suoi effetti; l'uomo è tenuto ad amare Dio più di se stesso.

RISPONDO: Due sono i tipi di bene che possiamo ricevere da Dio: i beni della natura, e i beni della grazia. Sulla partecipazione che Dio ci ha fatto dei beni naturali si fonda l'amore naturale, col quale ama Dio sopra tutte le cose e più di se stessi, non soltanto l'uomo nell'integrità della sua natura, ma a suo modo ogni creatura: e cioè, sia con l'amore intellettivo, sia con quello razionale, sia con quello animale, o per lo meno con quello naturale, come fanno le pietre e gli altri esseri privi di conoscenza. Perché qualsiasi parte ama naturalmente più il bene comune del tutto, che il bene proprio particolare. E questo si manifesta nell'operare: infatti in qualsiasi parte si riscontra come inclinazione principale la tendenza a compiere degli atti collettivi per il vantaggio del tutto. Ciò si rivela persino nelle virtù politiche (o sociali), che spingono i cittadini a sopportare il danno delle proprie sostanze e talora della propria persona, per il bene comune. - Perciò a maggior ragione questo deve verificarsi nell'amicizia della carità, che si fonda sulla partecipazione ai doni della grazia. E quindi con la carità l'uomo è tenuto ad amare Dio, bene universale di tutte le cose, più di se stesso; perché in Dio la beatitudine si trova come nel principio universale e radicale di tutti gli esseri chiamati a parteciparne.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo parla dei sentimenti di amicizia verso altri, nei quali il bene cui l'amicizia si riferisce si trova secondo una certa misura particolare: non già dei sentimenti di amicizia verso un altro in cui il bene suddetto si trova come bene universale del tutto.
2. La parte certamente ama il bene del tutto, perché ad essa conviene: però non l'ama in modo da riferire il bene del tutto a se stessa, ma piuttosto volgendo se stessa al bene del tutto.
3. Volere la fruizione di Dio è amare Dio con amore di concupiscenza. Ora, con l'amore di amicizia noi amiamo Dio più che con l'amore di concupiscenza: perché Dio in se stesso è un bene più grande di quanto noi ne possiamo partecipare godendo di lui. Perciò, assolutamente parlando, l'uomo con la carità ama Dio più di se stesso.

ARTICOLO 4

Se con la carità si debba amare se stessi più del prossimo

SEMBRA che con la carità non si debba amare se stessi più del prossimo. Infatti:
1. L'oggetto principale della carità è Dio, come sopra abbiamo detto. Ma talora il nostro prossimo è più unito a Dio di noi stessi. Dunque in tal caso si deve amare più il prossimo di noi stessi.
2. Noi evitiamo con più attenzione il danno di colui che maggiormente amiamo. Ora, l'uomo è sollecitato dalla carità a sopportare dei danni per il prossimo; dice infatti la Scrittura: "Chi non cura il proprio danno in pro dell'amico, è giusto". Quindi l'uomo deve amare con la carità più gli altri che se stesso.
3. S. Paolo afferma che la carità "non cerca i propri vantaggi". Ora, è certo che noi amiamo di più l'essere di cui maggiormente cerchiamo il bene. Dunque non è vero che uno con la carità ama se stesso più del prossimo.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"; dal che si dimostra che l'amore dell'uomo verso se stesso è il modello dell'amore verso gli altri. Ma il modello è superiore alla copia. Dunque l'uomo deve amare con la carità più se stesso che il prossimo.

RISPONDO: Ci sono nell'uomo due componenti: la natura spirituale, e la natura corporea o materiale. Ebbene, si dice che l'uomo ama se stesso per il fatto che si ama nella sua natura spirituale, come sopra abbiamo detto. E da questo lato l'uomo deve amare se stesso, dopo Dio, più di chiunque altro. Ciò si dimostra partendo dal motivo stesso di questo amore. Come infatti abbiamo già notato, Dio viene amato quale principio del bene su cui si fonda l'amore di carità; l'uomo poi con la carità ama se stesso dal lato della ragione, mediante la quale partecipa a codesto bene, mentre il prossimo viene amato in forza della sua partecipazione a codesto bene. Ora, la compartecipazione è motivo di amore perché costituisce un'unione in ordine a Dio. Perciò, come l'unità è più dell'unione, così il fatto di partecipare personalmente il bene divino è un motivo superiore di amore che il fatto di avere associato a sé un'altra persona in questa partecipazione. Ecco perché l'uomo deve amare se stesso con la carità più del prossimo. - E ne abbiamo un indizio nel fatto che uno non deve mai rassegnarsi al male della colpa, che è incompatibile con la partecipazione alla beatitudine, per liberare il prossimo dal peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'amore di carità non deve la sua grandezza solo all'oggetto, che è Dio; ma anche al soggetto, e cioè all'uomo stesso che ha la carità: perché la grandezza di ogni atto dipende sempre in qualche modo dal soggetto. Perciò, sebbene i prossimi per la loro bontà superiore possano essere più vicini a Dio, tuttavia non ne segue che uno debba amarli più di se stesso, perché non sono così vicini al soggetto come lui a se stesso.
2. Uno deve sopportare per gli amici dei danni materiali: ma anche in questo egli mostra di amare di più se stesso secondo la parte spirituale, perché ciò rientra nella perfezione della virtù, che è un bene all'anima. Cosicché nei beni spirituali l'uomo, come abbiamo detto, non deve tollerare nessun danno, non deve cioè peccare, per liberare il prossimo dal peccato.
3. Come spiega S. Agostino, "Quando si dice che la carità non cerca i propri vantaggi, si intende che preferisce quelli comuni a quelli propri". Ora, il bene comune è sempre più amabile del bene proprio: essendo preferibile per la parte il bene del tutto al bene parziale di se stessa, come sopra abbiamo spiegato.

ARTICOLO 5

Se l'uomo debba amare il prossimo più del proprio corpo

SEMBRA che l'uomo non debba amare il prossimo più del proprio corpo. Infatti:
1. Col termine prossimo intendiamo anche il corpo del nostro prossimo. Perciò se uno deve amare il prossimo più del proprio corpo, ne segue che deve amare il corpo del prossimo più di quello proprio.

2. Uno deve amare di più la propria anima che il prossimo, come abbiamo visto. Ma il proprio corpo è più del prossimo vicino alla nostra anima. Dunque dobbiamo amare di più il nostro corpo che il prossimo.
3. Chiunque preferisce esporre quello che ama di meno per ciò che ama di più. Ora, non tutti sono tenuti a esporre il proprio corpo per la salvezza del prossimo, ma questo è solo dei perfetti, secondo le parole evangeliche: "Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici". Dunque l'uomo non è tenuto ad amare il prossimo con la carità più del proprio corpo.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna, che "dobbiamo amare il prossimo più del nostro corpo".

RISPONDO: La carità ci obbliga ad amare di più, come abbiamo visto, ciò che secondo la carità è più amabile. Ora, la società nella piena partecipazione della beatitudine, che è il motivo dell'amore verso il prossimo, è superiore alla partecipazione della beatitudine per sola ridondanza, che è il motivo dell'amore verso il proprio corpo. Perciò, rispetto alla salvezza dell'anima, dobbiamo amare il prossimo più del nostro corpo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice il Filosofo, ogni cosa sembra essere ciò che in essa è principale. Perciò quando si dice che il prossimo dev'essere amato più del proprio corpo, s'intende parlare della sua anima, che è la sua parte principale.
2. Il nostro corpo è più del prossimo vicino alla nostra anima rispetto alla costituzione della propria natura. Ma rispetto alla partecipazione della beatitudine è maggiore il legame dell'anima del prossimo con l'anima nostra che quello stesso del nostro corpo.
3. Ciascuno è strettamente tenuto a curare il proprio corpo; mentre non è tenuto a curare così la salvezza del prossimo, se non in casi particolari. Perciò la carità non esige a tutto rigore che uno esponga il proprio corpo per la salvezza del prossimo, se non nei casi in cui si è tenuti a provvedervi. Appartiene però alla perfezione della carità che uno si offra spontaneamente per questo.

ARTICOLO 6

Se tra i prossimi alcuni siano da amarsi più di altri

SEMBRA che tra i prossimi non si debba amare una persona più di un'altra. Infatti:
1. S. Agostino ha scritto: "Si devono amare ugualmente tutti gli uomini. Siccome però tu non puoi aiutare tutti, devi pensare specialmente a coloro che per le varie circostanze di tempo e di luogo sono a te più strettamente uniti come per un destino". Dunque nel prossimo non si deve amare una persona più di un'altra.
2. Se il motivo di amare diverse persone è identico, l'affetto non deve essere diverso. Ora, il motivo di amare tutti i nostri prossimi, cioè Dio, è identico, come S. Agostino dimostra. Perciò dobbiamo amare tutti i prossimi ugualmente.
3. Come scrive il Filosofo, "amare è volere del bene a qualcuno". Ora, a tutti i nostri prossimi vogliamo un bene uguale, cioè la vita eterna. Dunque dobbiamo amare ugualmente tutti i nostri prossimi.

IN CONTRARIO: Tanto più uno merita di essere amato, quanto più gravemente pecca chi agisce contro il suo amore. Ora, nell'agire contro l'amore di alcuni prossimi uno pecca più gravemente che agendo contro l'amore di altri: nel Levitico, p. es., si comanda "di mettere a morte chi avrà maledetto il padre o la madre", il che non viene comandato per coloro che maledicono altre persone. Dunque alcuni prossimi dobbiamo amarli più di altri.

RISPONDO: Su questo problema ci furono due opinioni. Alcuni hanno affermato che tutti i prossimi devono essere amati con la carità ugualmente quanto all'affetto, non però quanto agli atti esterni; ritenendo essi che l'ordine della carità va concepito in rapporto ai benefici esterni, che siamo tenuti a prestare più ai congiunti che agli estranei; non già in rapporto all'affetto interiore, che dobbiamo nutrire ugualmente verso tutti, compresi i nemici.
Ma questa affermazione è irragionevole. Infatti l'amore di carità, che è la tendenza propria della grazia, non è meno ordinato dell'appetito naturale, che è la tendenza della natura: poiché tutte e due queste tendenze derivano dalla sapienza divina. Vediamo infatti negli esseri materiali che l'inclinazione naturale è proporzionata all'atto o al moto che si addice alla natura di ciascuno di essi: la terra, p. es., ha una maggior tendenza di gravità, che l'acqua, poiché è fatta per stare al di sotto dell'acqua. Perciò è necessario che l'inclinazione della grazia, che è l'affetto della carità, sia proporzionata agli atti da compiere esternamente: in modo da farci nutrire un affetto di carità più intenso verso coloro che dobbiamo beneficare di più.
Ecco perché dobbiamo concludere che anche affettivamente tra i prossimi alcuni vanno amati più di altri. E la ragione è questa, che essendo principii dell'amore Dio e chi ama, necessariamente l'affetto cresce secondo la maggiore vicinanza a uno di questi due principii: sopra infatti abbiamo detto che dove si trova un principio si riscontra un ordine in rapporto a tale principio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'amore può esserci disuguaglianza in due maniere. Primo, per la diversità del bene che desideriamo agli amici. E da questo lato amiamo ugualmente tutti gli uomini con la carità: perché a tutti desideriamo un bene dello stesso genere, cioè la beatitudine eterna. Secondo, un amore può essere più grande per una intensità maggiore dell'atto. E in tal senso non è necessario amare tutti ugualmente.
Oppure si potrebbe rispondere che l'amore verso gli altri può essere disuguale in due maniere. Primo, per il fatto che alcuni sono amati ed altri non lo sono. E questa disuguaglianza nella beneficenza va rispettata, perché non possiamo aiutare tutti: ma nella benevolenza dell'amore tale disuguaglianza non è tollerabile. C'è poi una seconda disuguaglianza nell'amore, per il fatto che alcuni sono amati più di altri. Perciò S. Agostino non intende escludere questa disuguaglianza, ma la prima soltanto; com'è evidente dall'accenno alla beneficenza.
2. Non tutti i prossimi sono uguali in rapporto a Dio; ma alcuni sono a lui più vicini, per una maggiore bontà. E questi meritano di essere amati con la carità più degli altri che sono meno vicini.
3. Il terzo argomento considera la grandezza dell'amore (soltanto) dal lato del bene che desideriamo agli amici.

ARTICOLO 7

Se si debbano amare maggiormente i più buoni o i nostri congiunti più stretti

SEMBRA che si debbano amare maggiormente i più buoni che i nostri congiunti più stretti. Infatti:
1. È evidente che si deve amare di più una persona che non va odiata sotto nessun aspetto, a preferenza di altre che sotto un certo aspetto devono essere odiate: il che equivale a dire che è più bianco ciò che è meno sporco di nero. Ora, i nostri congiunti sotto un certo aspetto sono degni di odio, come dice il Vangelo: "Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, ecc."; mentre i buoni non si devono odiare per nessun motivo. Perciò i più buoni devono essere amati più dei congiunti.

2. L'uomo deve rendersi conforme a Dio specialmente nella carità. Ma Dio ama di più i migliori. Dunque con la carità l'uomo deve amare di più i migliori che i congiunti più stretti.
3. In ciascuna amicizia si deve amare di più ciò che maggiormente appartiene al bene su cui essa si fonda: infatti nell'amicizia naturale noi amiamo di più coloro che ci sono più uniti secondo la natura, e cioè i genitori e i figli. Ma l'amicizia della carità si fonda sulla compartecipazione della beatitudine, alla quale partecipano di più i migliori che i nostri parenti più stretti. Dunque con la carità dobbiamo amare più i migliori che i nostri parenti più stretti.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Se uno non pensa ai suoi, massime a quei di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele". Ora, l'affetto interiore della carità deve corrispondere all'effetto esterno. Dunque si deve avere una carità maggiore verso i congiunti più stretti che verso i più buoni.

RISPONDO: Qualsiasi atto deve essere proporzionato all'oggetto e alla causa agente: però dall'oggetto riceve la specie, mentre dalla virtù dell'agente riceve la misura della sua intensità. Il moto, p. es., riceve la sua specie dal termine cui è indirizzato, ma riceve il suo grado di velocità dalla disposizione del soggetto mobile e dalla virtù del motore. Parimente anche l'amore riceve la specie dall'oggetto, mentre deve la sua intensità al soggetto che ama. Ora, l'oggetto nell'amore di carità è Dio; il soggetto è l'uomo. Perciò le variazioni di ordine specifico nell'amore di carità verso il prossimo vanno determinate in rapporto a Dio: cosicché a uno che è più vicino a Dio con la carità vogliamo un bene maggiore. Infatti, pur essendo unico in se stesso il bene che la carità a tutti desidera, cioè la beatitudine eterna, tuttavia ha diversi gradi secondo la diversa partecipazione di detta beatitudine: e alla carità spetta anche questo, di volere l'attuazione della divina giustizia, la quale esige che i più buoni partecipino la beatitudine in maniera più perfetta. E questo rientra nella specie dell'amore, basandosi sui diversi beni desiderati a coloro che amiamo. - Invece l'intensità dell'amore va determinata in rapporto all'individuo che ama. E da questo lato uno ama con maggiore affetto in ordine al bene loro desiderato, i suoi congiunti più stretti, di quanto non ami i più buoni in ordine a un bene maggiore.
In questo si deve guardare anche a un'altra differenza. Infatti alcuni prossimi sono a noi congiunti per l'origine naturale, da cui non possono staccarsi: perché in forza di essa sono quello che sono. Invece la bontà morale, con la quale alcuni si avvicinano a Dio, può andare e venire, può crescere e diminuire, come sopra abbiamo visto. Perciò io posso volere con la carità che questo mio congiunto diventi migliore di un altro, in modo da raggiungere un grado superiore di beatitudine.

C'è poi un altro motivo per cui amiamo di più con la carità quelli che ci sono più strettamente congiunti: perché li amiamo in più modi. Infatti verso gli estranei noi non abbiamo che l'amicizia della carità. Invece ai nostri congiunti dobbiamo anche altre amicizie, secondo i legami che ad essi ci uniscono. E poiché il bene su cui si fonda ogni altra amicizia onesta è ordinato al bene su cui si fonda la carità, quest'ultima viene a comandare gli atti di qualsiasi altra amicizia: come l'arte che ha per oggetto il fine comanda alle arti (minori) che si interessano dei mezzi. E così lo stesso amore verso gli altri perché consanguinei, o parenti o concittadini, oppure perché congiunti con qualsiasi altro legame ordinabile al fine della carità, può essere comandato dalla carità. E quindi unendo atti eliciti e atti imperati, veniamo ad amare in più modi con la carità i nostri congiunti più stretti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nei nostri congiunti non dobbiamo odiare la loro affinità con noi; ma soltanto il fatto che ci allontanano da Dio. E sotto questo aspetto non sono congiunti, ma nemici, come dice la Scrittura: "L'uomo ha nei suoi familiari altrettanti nemici".
2. La carità ci rende simili a Dio secondo una certa proporzionalità: nel senso che l'uomo deve tendere ad avere, con le cose che gli appartengono, il rapporto che Dio ha con quelle che appartengono a lui. Infatti con la carità noi possiamo volere delle cose che a noi convengono, e che tuttavia Dio non vuole, perché non è giusto che le voglia: ma di questo abbiamo già parlato sopra, trattando della bontà del volere.
3. La carità emette i suoi atti non solo in base alla natura dell'oggetto, ma anche in base alle disposizioni del soggetto, come abbiamo spiegato. E queste portano ad amare maggiormente i congiunti più stretti.

ARTICOLO 8

Se più di tutti si debba amare chi è unito a noi coi vincoli del sangue

SEMBRA che non si debba amare più di tutti chi è unito a noi coi vincoli del sangue. Infatti:
1. Si legge nei Proverbi: "L'uomo amabile e socievole sarà più affezionato di un fratello". E Valerio Massimo afferma, che "il vincolo dell'amicizia è fortissimo, e in niente inferiore ai legami del sangue. Anzi esso è più certo e sicuro: poiché mentre quelli sono opera del caso in base alla nascita; questo viene contratto dalla libera volontà di ciascuno dopo maturo giudizio". Perciò i consanguinei non hanno diritto di essere amati più degli altri.
2. Scrive S. Ambrogio: "Avendovi generato secondo il Vangelo, non vi amo di meno che se vi avessi generati nel matrimonio. Infatti la natura nell'amare non è più forte della grazia. E certo dobbiamo amare di più coloro che sappiamo di avere con noi eternamente, che chi sta con noi soltanto in questo secolo". Dunque non dobbiamo amare i consanguinei più degli altri congiunti.
3. Come dice S. Gregorio, "la prova dell'amore è la prestazione delle opere". Ora, noi siamo tenuti a prestare certe opere di amore più agli estranei che ai consanguinei: nell'esercito, p. es., si deve ubbidire più al capitano che al proprio padre. Perciò non siamo tenuti ad amare i consanguinei più di tutti gli altri.

IN CONTRARIO: Nel decalogo viene dato un precetto speciale di amare i genitori. Dunque coloro che sono uniti a noi coi vincoli del sangue devono essere amati in modo speciale.

RISPONDO: Abbiamo già dimostrato che con la carità siamo tenuti ad amare di più i nostri congiunti più stretti, sia perché l'amore verso di loro è più intenso, sia perché sono amati per più motivi. Ora, l'intensità dell'amore deriva dal legame di chi ama con l'amato. E quindi l'affetto verso le varie persone si misura dalla diversa consistenza del loro legame: cosicché ognuno è amato di più in base al suo rapporto col legame che lo rende amabile. Inoltre un amore va confrontato con l'altro in base ai rapporti reciproci dei vari legami.
Perciò concludiamo che l'amicizia dei consanguinei è fondata sui legami dell'origine naturale; l'amicizia dei concittadini su una comunanza politica; e l'amicizia dei commilitoni sulla comune partecipazione alla guerra. E quindi nelle cose riguardanti la natura dobbiamo amare di più i consanguinei; in quelle riguardanti la vita politica dobbiamo amare di più i concittadini; e nelle cose di guerra i commilitoni. Infatti anche il Filosofo scrive, che "bisogna attribuire a ciascuno le cose ad essi proprie e quelle ad essi convenienti. Così sembra anche che si faccia. Infatti a nozze s'invitano i parenti: e sembrerebbe che ai genitori i figli soprattutto debbano procurare il sostentamento, e al padre l'onore paterno". Lo stesso si dica per gli altri (tipi di amicizia).
Se invece confrontiamo un legame con l'altro, allora constatiamo che il legame naturale dell'origine è anteriore e più resistente: perché si fonda su elementi sostanziali; mentre gli altri legami sono accidentali, e possono essere eliminati. Perciò l'amicizia dei consanguinei è più stabile. Mentre le altre amicizie possono essere più forti in quello che è l'elemento proprio di ciascuna di esse.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Poiché l'amore degli amici nasce dalla propria scelta, nelle cose che dipendono dalla nostra libera scelta, per es. nel campo dell'operare, questo amore predomina su quello dei consanguinei: cosicché ci sentiamo più affiatati con quelli nell'operare. Tuttavia l'amore dei consanguinei è più stabile, perché più naturale: e predomina nelle cose riguardanti la natura. Ecco perché siamo anche più tenuti con i parenti a provvederli del necessario.
2. S. Ambrogio parla dell'amore relativo alle prestazioni connesse con l'infusione della grazia, cioè dell'insegnamento morale. Infatti in quest'opera uno è tenuto a provvedere ai suoi figli spirituali più che a quelli carnali: che invece è tenuto maggiormente a provvedere nell'ordine materiale.
3. Il fatto che in guerra si deve ubbidire di più al comandante dell'esercito che al proprio padre non dimostra che si ama di meno il proprio padre in senso assoluto: ma solo che si ama di meno in senso relativo, cioè in rapporto all'amore impostato sui legami della guerra.

ARTICOLO 9

Se con la carità uno debba amare più il figlio che il padre

SEMBRA che con la carità uno debba amare più il figlio che il padre. Infatti:
1. Dobbiamo amare di più le persone che siamo più tenuti a beneficare. Ora, siamo più tenuti a fare del bene ai figli che ai genitori; poiché l'Apostolo insegna: "Non spetta ai figliuoli tesoreggiare per i genitori". Dunque i figli devono essere amati più dei genitori.
2. La grazia perfeziona la natura. Ora, i genitori, come nota il Filosofo, amano i figli più di quanto siano amati da loro. Perciò siamo tenuti ad amare più i figli dei genitori.
3. La carità rende l'affetto umano conforme a Dio. Ma Dio ama i suoi figliuoli più di quanto sia da loro amato. Dunque anche noi dobbiamo amare più i figli dei genitori.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio insegna: "Prima di tutto dobbiamo amare Dio, in secondo luogo i genitori, quindi i figlioli, e poi gli altri familiari".

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, il grado dell'amore si può misurare da due punti di vista. Primo, dal lato dell'oggetto. E da questo lato dev'essere amato di più ciò che ha maggiormente natura di bene, ed è più simile a Dio. In tal senso il padre è da amarsi più del figlio: perché amiamo il padre sotto l'aspetto di principio, cioè di una cosa che è un bene più eminente e più simile a Dio.
Secondo, i gradi dell'amore si possono desumere dal lato del soggetto che ama. E allora si amano di più le persone maggiormente congiunte. E da questo lato il figlio è da amarsi più del padre, come spiega il Filosofo. Primo, perché i genitori amano i figli come qualche cosa di se stessi, mentre il padre non è qualche cosa del figlio; e quindi l'amore di un padre verso i figli è più affine all'amore col quale uno ama se stesso. - Secondo, perché sono più consapevoli i genitori che quei tali son loro figli, che viceversa. - Terzo, perché il figlio in qualità di parte è più unito al padre, di quanto il padre in qualità di principio non sia unito al figlio. - Quarto, perché i genitori hanno amato più a lungo: il padre, infatti, comincia subito ad amare il figlio; il figlio invece incomincia ad amare il padre dopo del tempo. Ora, l'amore più è prolungato e più è forte, secondo le parole dell'Ecclesiastico: "Non abbandonare un vecchio amico; perché il nuovo non sarà pari a lui".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Al principio si deve l'onore e la sottomissione del rispetto; all'effetto invece spetta ricevere proporzionalmente l'influsso causale del principio e la sua assistenza. Ecco perché i figli sono più tenuti a onorare i genitori; mentre questi sono tenuti di più a provvedere ai figli.
2. Il padre per natura ama di più il figlio in base al legame più stretto che unisce quest'ultimo a lui. Ma in base alla superiorità della bontà paterna il figlio per natura ama di più il padre.

3. Come dice S. Agostino, "Dio ci ama a nostro vantaggio e a suo onore". Perciò, siccome il padre ha con noi, a somiglianza di Dio, relazione di principio, al padre propriamente spetta di essere onorato dai figli: ai figli invece spetta di essere provveduti dai genitori. - Però in caso di necessità il figlio ha l'obbligo più stretto di provvedere ai genitori, in forza dei benefici da essi ricevuti.

ARTICOLO 10

Se l'uomo sia tenuto ad amare più la madre che il padre

SEMBRA che l'uomo sia tenuto ad amare più la madre che il padre. Infatti:
1. A detta del Filosofo, "la femmina nella generazione dà il corpo". Ora, l'anima l'uomo non la riceve dal padre, ma da Dio, come abbiamo visto nella Prima Parte. Dunque l'uomo riceve più dalla madre che dal padre. E quindi deve amare più la madre che il padre.
2. Un uomo è tenuto ad amare di più chi l'ama di più. Ebbene, la madre ama i figli più del padre: infatti il Filosofo insegna, che "le madri amano di più i figli. Poiché il generarli è cosa più faticosa per esse; e conoscono meglio dei padri che i figli loro appartengono". Dunque la madre deve essere amata più del padre.
3. Siamo tenuti a un amore più grande verso coloro che più hanno tribolato per noi; l'Apostolo, p. es., sentiva il dovere di scrivere: "Salutate Maria, la quale molto si è affaticata per voi". Ora, la madre tribola più del padre nel generare e nell'educare i figli, cosicché nella Scrittura si dice: "Non dimenticare le doglie di tua madre". Dunque l'uomo deve amare la madre più del padre.

IN CONTRARIO: S. Girolamo insegna, che "dopo Dio, Padre di tutti, dobbiamo amare il padre": e poi aggiunge la madre.

RISPONDO: In questi confronti le affermazioni vanno prese formalmente e in astratto: il quesito nostro, p. es., va inteso del padre in quanto padre, se un padre cioè sia da amarsi più della madre in quanto madre. Perché in tutti questi soggetti ci può essere tanta diversità di virtù e di malizia, da diminuire o da distruggere l'amicizia, come nota il Filosofo. Ecco perché, come dice S. Ambrogio, "i familiari onesti sono da preferirsi ai cattivi figliuoli". Ma parlando formalmente, il padre dev'essere amato più della madre. Infatti il padre e la madre sono amati quali principii della propria origine naturale. Ma il padre è principio in maniera superiore alla madre: poiché il padre ha funzione di principio attivo, mentre la madre si comporta come principio passivo e materiale. Ecco perché, formalmente parlando, il padre dev'essere amato di più.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella generazione di un uomo la madre somministra la materia informe del corpo; ma questa viene organizzata dalla virtù formativa che è nel seme paterno. E sebbene questa virtù non possa creare l'anima razionale, tuttavia dispone la materia a ricevere codesta forma.
2. Questo fatto va riferito a un'amicizia di tutt'altra specie: infatti la specie dell'amicizia con la quale amiamo chi ci ama, è diversa da quella con cui amiamo chi ci ha generato. Ebbene, ora noi parliamo dell'amicizia dovuta al padre e alla madre in forza della generazione.

ARTICOLO 11

Se l'uomo debba amare la moglie più del padre e della madre

SEMBRA che un uomo debba amare la moglie più del padre e della madre. Infatti:
1. Non si abbandona una cosa che per un'altra più cara. Ma nella Scrittura si legge che per la moglie "l'uomo lascerà il padre e la madre". Dunque questi deve amare la moglie più del padre e della madre.
2. L'Apostolo insegna, che "i mariti devono amare la moglie come se stessi". Ma uno deve amare se stesso più dei genitori. Perciò deve amare anche la moglie più dei genitori.
3. Dove si riscontrano più ragioni di amicizia, ci dev'essere un amore più grande. Ora, nell'amore coniugale ci sono più ragioni di amicizia: infatti il Filosofo spiega, che "in questa amicizia sembrano esserci l'utilità, il piacere e la virtù, se i coniugi son virtuosi". Dunque l'amore verso la moglie deve essere più forte di quello verso i genitori.

IN CONTRARIO: "Il marito", a detta di S. Paolo, "deve amare la moglie come il proprio corpo". Ora, l'uomo, stando a quanto abbiamo detto, deve amare il proprio corpo meno del suo prossimo. E d'altra parte tra i prossimi dobbiamo amare di più i genitori. Dunque dobbiamo amare i genitori più della moglie.

RISPONDO: Come abbiamo già notato, il grado dell'amore si può determinare e in rapporto alla natura del bene, e in rapporto al legame con colui che ama. Ebbene, in rapporto al bene come tale, che costituisce l'oggetto dell'amore, i genitori devono essere amati più della moglie; poiché essi sono amati sotto l'aspetto di principii e di beni superiori. Invece in rapporto al legame soggettivo si deve amare di più la moglie; perché la moglie si unisce al marito così da formare una sola carne, secondo l'espressione evangelica: "Perciò essi non sono più due, ma una sola carne". Ecco perché la moglie va amata con più intensità; mentre ai genitori si deve maggiore rispetto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il padre e la madre non vengono abbandonati per la moglie in tutto e per tutto: infatti per certe cose l'uomo è tenuto ad assistere più i genitori che la moglie. Ma l'uomo deve aderire alla moglie, abbandonando i genitori, per quanto riguarda l'unione coniugale e la coabitazione.
2. Le parole dell'Apostolo non sono da intendersi nel senso che l'uomo è tenuto ad amare la moglie nella misura in cui ama se stesso: ma nel senso che l'amore verso se stessi è il motivo, o la ragione, dell'amore che si deve verso la propria moglie.
3. Anche nell'amore verso il padre si riscontrano molti motivi o ragioni di benevolenza. E sotto un certo aspetto sorpassano i motivi dell'amore coniugale, cioè sotto l'aspetto del bene amato: quantunque i motivi di questo prevalgano sotto l'aspetto del legame (soggettivo).
4. Anche in questa frase il termine come non implica una parità ma solo il motivo dell'amore. Infatti l'uomo ama la sua moglie principalmente a motivo dell'unione carnale.

ARTICOLO 12

Se si debbano amare di più i benefattori, o i beneficati

SEMBRA che si debbano amare di più i benefattori che i beneficati. Infatti:
1. Come dice S. Agostino, "nessuna spinta ad amare è così forte, come il prevenire con la benevolenza: è davvero duro infatti quell'animo che, pur non volendo amare, si rifiuta di riamare". Ora, i benefattori ci prevengono con i benefici della loro carità. Dunque li dobbiamo amare più degli altri.
2. Tanto più uno merita di essere amato, quanto più gravemente si pecca nel desistere di amarlo, o nell'agire contro di lui. Ma chi non ama il suo benefattore, o agisce contro di lui, pecca più gravemente di chi cessa di amare colui che finora ha beneficato. Perciò i benefattori devono essere amati più di quelli che benefichiamo.
3. Tra tutti gli esseri da amare Dio è quello che si deve amare di più, e dopo di lui il padre, come dice S. Girolamo. Ora, questi sono i nostri massimi benefattori. Dunque i benefattori devono essere amati di più.

IN CONTRARIO: Il Filosofo fa notare, che "i benefattori mostrano di amare di più i beneficati che viceversa".

RISPONDO: Come abbiamo già notato, una cosa può essere maggiormente amata per due motivi: primo, perché si presenta come un bene superiore; secondo, a motivo di un legame più stretto. In base al primo, deve essere amato di più il benefattore: perché, essendo questi causa o principio del bene nel beneficato, si presenta come un bene superiore; stando al rilievo già fatto a proposito del padre.
Invece in base al secondo motivo noi amiamo di più i beneficati per quattro ragioni, come il Filosofo dimostra. Primo, perché il beneficato in qualche modo è opera del benefattore; infatti si usa dire: "Costui è creatura del tale". Ora, è naturale per ciascuno amare l'opera propria: vediamo infatti che i poeti amano le loro poesie. E questo perché ogni cosa ama il proprio essere e il proprio vivere, il quale si afferma specialmente nell'operare. - Secondo, perché ogni essere per natura ama ciò in cui vede il proprio bene. Ora, il benefattore vede il proprio bene nel beneficato, e viceversa: ma mentre il benefattore scorge nel beneficato un suo bene onesto, il beneficato vede nel benefattore un suo bene utile. Il bene onesto però si considera con maggior piacere che il bene utile: sia perché è più duraturo; infatti un'utilità passa presto, e il piacere del suo ricordo non è come il godimento di una cosa presente; sia perché ricordiamo i beni onesti con maggior piacere che i vantaggi procuratici da altri. - Terzo, perché chi ama tende ad agire, volendo procurare il bene della persona amata: mentre quest'ultima è passiva. Perciò amare è segno di superiorità. E quindi spetta al benefattore amare di più. - Quarto, perché è più difficile distribuire benefici che riceverli. E le cose che ci costano di più le amiamo maggiormente; mentre disprezziamo quelle che raggiungiamo con facilità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sta al benefattore provocare alla benevolenza verso di sé il beneficato. Invece egli ama il beneficato non quasi provocato da lui, ma da se stesso. Ora, chi agisce da sé è superiore a chi agisce sotto la spinta di altri.
2. L'amore del beneficato verso il benefattore è più doveroso: e quindi gli atti contrari sono più peccaminosi. Ma l'amore del benefattore per il beneficato è più spontaneo: e quindi ha una maggiore prontezza.
3. Dio stesso ci ama più di quanto noi l'amiamo: così pure i genitori amano i figli più di quanto siano amati da loro. Non ne segue però che noi si ami qualsiasi beneficato più di tutti i nostri benefattori. Infatti i benefattori dai quali abbiamo ricevuto i massimi benefici, cioè Dio e i genitori, li preferiamo a coloro cui abbiamo procurato benefici meno importanti.

ARTICOLO 13

Se l'ordine della carità rimanga anche nella patria beata

SEMBRA che l'ordine della carità non rimanga nella patria beata. Infatti:
1. S. Agostino afferma: "È perfetta carità amare di più i beni più grandi, e di meno quelli più piccoli". Ma nella patria la carità sarà perfetta. Dunque allora uno amerà maggiormente i più buoni che se stesso e i propri congiunti.
2. È amato di più colui al quale vogliamo un bene più grande. Ora chi è nella patria vuole maggiore bene a chi già lo possiede: altrimenti la sua volontà non sarebbe conforme a quella di Dio. Là però possiede un maggior bene chi è più santo. Dunque nella patria tutti ameranno di più i migliori. E quindi ameranno gli altri più di se stessi, e gli estranei più dei familiari.
3. Nella patria beata l'unico motivo dell'amore sarà Dio, secondo il desiderio di S. Paolo; "Afflnché Dio sia tutto in tutti". Perciò allora sarà amato di più chi è più vicino a Dio. E quindi alcuni ameranno i migliori più di se stessi, e gli estranei più dei congiunti.

IN CONTRARIO: La natura non viene distrutta, ma sublimata dalla gloria. Ora, l'ordine della carità che abbiamo esposto deriva dalla natura. E per natura tutti gli esseri amano se stessi più di ogni altra cosa. Perciò quest'ordine della carità rimarrà nella patria.

RISPONDO: È necessario che l'ordine della carità rimanga nella patria (beata) rispetto alla superiorità dell'amore di Dio su tutte le cose. Questo infatti si avrà in senso assoluto, quando l'uomo godrà di lui perfettamente. Ma per l'ordine di se stessi rispetto agli altri, bisogna distinguere. Perché, come sopra abbiamo notato, i gradi dell'amore si possono distinguere, o in base alle differenze dei beni che uno desidera, o in base all'intensità dell'amore. Ora, rispetto al primo punto di vista uno amerà i migliori più di se stesso, e meno i suoi inferiori. Infatti ogni beato vuole che ciascuno abbia ciò che gli si deve secondo la divina giustizia, per la perfetta conformità della sua volontà umana a quella divina. E d'altra parte allora non ci sarà più tempo di conquistare coi meriti un premio maggiore, come avviene adesso, che uno può desiderare la virtù e il premio di chi è più santo: ché allora il volere di ciascuno si fermerà a quello che Dio avrà determinato.
Rispetto invece al secondo punto di vista uno amerà se stesso più del prossimo anche più santo. Poiché, come abbiamo detto, l'intensità dell'atto di amore dipende dal soggetto che ama. E il dono stesso della carità viene impartito da Dio a ciascuno prima di tutto per ordinare le nostre anime verso di lui: compito questo dell'amore verso noi stessi; e in secondo luogo per farci volere o per farci eseguire, secondo le nostre capacità, l'ordine degli altri verso Dio.
Però nell'ordine relativo al prossimo con l'amore di carità ognuno amerà di più i migliori. Infatti tutta la vita dei beati consiste nell'ordinare la mente a Dio. Perciò tutto l'ordine del loro amore si dovrà determinare in rapporto a lui: cosicché ciascuno amerà di più e considererà più prossimo il santo che sarà più vicino a Dio. Infatti allora non ci sarà più, come al presente, la necessità per ciascuno di provvedere maggiormente ai propri congiunti di qualsiasi genere che agli estranei; facendo sì che in questa vita, anche per l'impulso della carità, uno sia tenuto ad amare maggiormente quei congiunti, per i quali è tenuto maggiormente a compiere opere di carità. - Tuttavia nella patria uno amerà i congiunti per un maggior numero di motivi: perché le cause di un amore virtuoso non verranno a cessare nell'animo dei beati. Però a tutti questi motivi verrà preferito incomparabilmente quello che scaturisce dalla prossimità a Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per quanto riguarda i propri congiunti l'argomento è da accettarsi. Ma per quanto riguarda se stessi bisogna che uno ami sempre se stesso più degli altri, e tanto di più, quanto è più perfetta la carità; perché la perfezione della carità ordina l'uomo perfettamente a Dio, e questo, come abbiamo notato, si ottiene con l'amore verso se stessi.
2. Il secondo argomento è valido per l'ordine (oggettivo) dell'amore, stabilito sul grado dei beni che si desiderano a coloro che amiamo.
3. Ciascuno avrà Dio come unico motivo di amore, proprio perché Dio è per ciascuno tutto il suo bene: infatti dato per impossibile che Dio non fosse il bene del soggetto, quest'ultimo non avrebbe più nessun motivo di amare. Perciò è necessario, nell'ordine dell'amore, che l'uomo dopo Dio ami più di tutti se stesso.