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Questione
25
L'oggetto
della carità
Passiamo a considerare l'oggetto della carità. Sul quale tema
dobbiamo esaminare due argomenti: primo, le cose che la carità
ci obbliga ad amare; secondo, l'ordine delle cose da amarsi.
Sul primo si pongono dodici quesiti: 1. Se con la carità si debba
amare Dio solo, oppure anche il prossimo; 2. Se si debba amare
con amore di carità la carità stessa; 3. Se si debbano amare così
le creature irragionevoli; 4. Se uno con amore di carità possa
amare se stesso; 4. Se possa amare così il proprio corpo; 6. Se la
carità ci obblighi ad amare i peccatori; 7. Se i peccatori amino se
stessi; 8. Se la carità ci obblighi ad amare i nemici; 9. Se si debbano concedere loro i segni di amicizia; 10. Se la carità ci obblighi
ad amare gli angeli; 11. Se si debbano amare così i demoni; 12.
Sulla enumerazione delle cose da amarsi con la carità.
ARTICOLO
1
Se l'amore di carità si limiti a Dio, o si estenda anche al prossimo
SEMBRA che l'amore di carità si limiti a Dio, e non si estenda
anche al prossimo. Infatti:
1. A Dio dobbiamo l'amore come dobbiamo il timore; poiché sta
scritto: "Ed ora, Israele, che cosa chiede a te il Signore Dio, se
non che tu lo tema e lo ami?". Ma il timore col quale si teme l'uomo, cioè il timore umano, è diverso dal timore col quale si teme Dio,
e che può essere servile o filiale, come sopra abbiamo spiegato.
Dunque l'amore di carità col quale si ama Dio è diverso dall'amore
col quale si ama il prossimo.
2. Il Filosofo afferma, che
"essere amati consiste nell'essere onorati". Ora, l'onore che si deve a Dio, ossia l'onore di latria, è
diverso dall'onore dovuto a una creatura, che è l'onore di dulia.
Dunque l'amore del prossimo è diverso dall'amore di Dio.
3.
"La speranza genera la carità", come dice la
Glossa. Ora, la
speranza è così limitata a Dio, che la Scrittura rimprovera quelli i
quali sperano nell'uomo: "Maledetto l'uomo che ha fiducia nell'uomo". Dunque la carità è così esclusiva per Dio, da non
estendersi al prossimo.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Questo comandamento abbiamo da
Dio, che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello".
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, gli abiti devono la loro
diversità solo alla diversità specifica dei loro atti: poiché tutti gli
atti di una data specie appartengono al medesimo abito. Ma siccome la specie dell'atto si desume dalla ragione formale
dell'oggetto, è necessario che l'atto il quale mira a codesta ragione e l'atto
che coglie l'oggetto sotto codesta ragione siano della medesima
specie: come sono della medesima specie l'atto visivo col quale si
vede la luce, e quello con cui si vede il colore in ragione della sua
luminosità. Ora, la ragione che motiva l'amore del prossimo è Dio:
infatti nel prossimo dobbiamo amare il suo inserimento in Dio.
Perciò è evidente che sono identici nella specie l'atto col quale si
ama Dio, e quello col quale si ama il prossimo. Per questo l'abito
della carità si estende non solo all'amore di Dio, ma anche a quello
del prossimo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In due modi si può temere ed amare
il prossimo. Primo, per se stesso: come quando uno teme il tiranno
per la sua crudeltà, o lo ama per la cupidigia di ottenere da lui
qualche cosa. E tale timore umano è distinto dal timore di Dio, e così pure l'amore. - Secondo, un uomo può essere temuto ed amato
per i doni di Dio che sono in lui: come quando si teme il potere civile quale ministro di Dio nel correggere i malfattori, e si ama per
la giustizia che esercita. E tale timore dell'uomo non si distingue
dal timore di Dio, e così pure l'amore.
2. L'amore ha di mira il bene in generale, l'onore invece riguarda
il bene proprio di chi viene onorato: è infatti un riconoscimento
del suo valore. Ecco perché l'amore non ha divisioni specifiche secondo il grado di bontà dei diversi oggetti, purché si riferiscano a
una comune bontà: invece l'onore si distingue secondo i beni propri dei singoli. Perciò noi amiamo con lo stesso amore di carità
tutti i nostri prossimi, perché si riferiscono a un unico bene comune
che è Dio: mentre tributiamo onori diversi alle varie persone
secondo il valore di ciascuno. È così che a Dio tributiamo onore di
latria, per il suo valore del tutto singolare.
3. Sono rimproverati coloro che sperano nell'uomo,
considerandolo causa principale di salvezza: non già quelli che sperano
nell'uomo quale ministro dell'aiuto di Dio. Così pure sarebbe
reprensibile uno che amasse il prossimo come fine principale: non già
chi ama il prossimo per Dio, come vuole la carità.
ARTICOLO
2
Se si debba amare la carità con amore di carità
SEMBRA che la carità non si debba amare con amore di carità.
Infatti:
1. Le cose che siamo tenuti ad amare con la carità sono incluse
nei due precetti della carità, come dice il Vangelo. Ma la carità non
è inclusa in nessuno dei due: poiché la carità non è né Dio né il
prossimo. Perciò la carità non va amata con amore di carità.
2. La carità si fonda sulla compartecipazione della beatitudine,
come sopra abbiamo visto. Ora, la carità non può essere partecipe
della beatitudine. Dunque la carità non va amata con amore di
carità.
3. La carità è un'amicizia, come si è già detto. Ma nessuno può
avere amicizia verso la carità, o verso altri accidenti: poiché questi non possono contraccambiare l'amore, come l'amicizia richiede,
secondo Aristotele. Dunque la carità non deve essere amata con
amore di carità.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Chi ama il prossimo, di
conseguenza ama lo stesso amore". Ora, il prossimo è amato con amore
di carità. Perciò ne segue che anche la carità viene amata con
amore di carità.
RISPONDO: La carità è un tipo di amore. Ma l'amore desume dalla
natura della potenza da cui emana la capacità di riflettere su se
stesso. Infatti essendo oggetto della volontà il bene nella sua universalità, tutto ciò che è incluso nella ragione di bene può
interessare l'atto della volontà. E poiché il volere stesso è un bene, uno
può volere di volere: a pari con l'intelletto, il quale, avendo per oggetto il vero, può intendere di intendere, perché anche questo è
qualche cosa di vero. Ora, anche l'amore in forza della sua natura
specifica ha la capacità di riflettere su se stesso, essendo un moto
spontaneo di chi ama verso la cosa amata. Perciò per il fatto stesso
che uno ama, ama di amare.
La carità però non è un semplice amore, ma ha natura di
amicizia, come sopra abbiamo detto. E con l'amicizia una cosa può
essere amata in due maniere. Primo, come l'amico stesso cui abbiamo
amicizia, e al quale vogliamo del bene. Secondo, come il bene da
volere all'amico. Ebbene, la carità è amata così con amore di carità,
e non nella prima maniera: essendo la carità il bene che desideriamo a tutti quelli che amiamo con amore di carità. - Lo stesso
si dica della beatitudine e delle altre virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio e il prossimo sono coloro verso
i quali abbiamo amicizia. Ma nell'amore verso di essi è incluso un
amore anche verso la carità: infatti noi amiamo Dio e il prossimo
in quanto amiamo che noi e il prossimo si abbia amore per Dio,
cioè la carità.
2. La carità è la partecipazione stessa della vita spirituale,
necessaria per raggiungere la beatitudine. Perciò essa viene amata
come il bene che si desidera a quanti amiamo con amore di carità.
3. Il terzo argomento vale per la carità come amore verso coloro
per i quali abbiamo amicizia.
ARTICOLO
3
Se si debbano amare con amore di carità
anche le creature irragionevoli
SEMBRA che si debbano amare con amore di carità anche le
creature irragionevoli. Infatti:
1. Noi ci conformiamo a Dio specialmente mediante la carità.
Ora, Dio ama le creature irragionevoli con amore di carità: "infatti egli ama tutti gli esseri", come dice la Scrittura; e tutto ciò
che ama lo ama con se stesso, che è carità. Perciò anche noi dobbiamo amare con la carità le creature irragionevoli.
2. La carità ha come oggetto principale Dio, e abbraccia le altre
cose in quanto queste appartengono a Dio. Ma come appartiene a
Dio la creatura ragionevole per la somiglianza di immagine, così
appartengono a lui anche le creature irrazionali per la somiglianza
di vestigio. Dunque la carità abbraccia anche le creature irrazionali.
3. Dio è oggetto della carità come lo è della fede. Ma
la fede si
estende a tutte le creature irragionevoli: in quanto crediamo che
il cielo e la terra sono stati creati da Dio, che i pesci e gli uccelli
sono stati tratti dalle acque, e i quadrupedi e le piante dalla terra.
Quindi la carità si estende anche alle creature irragionevoli.
IN CONTRARIO: L'amore di carità abbraccia Dio e il prossimo
soltanto. Ora, le creature irragionevoli non possono essere comprese
nella voce prossimo: poiché non hanno in comune con l'uomo la
vita razionale. Dunque la carità non si estende alle creature irragionevoli.
RISPONDO: Come abbiamo detto, la carità è un'amicizia. Ebbene,
con l'amicizia si ama in due modi: primo, si ama l'amico di cui godiamo l'amicizia;
secondo, i beni che desideriamo all'amico. Nel
primo modo non si può amare nessuna creatura irragionevole. E
questo per tre ragioni, di cui due dovute all'amicizia in generale,
che verso le creature irragionevoli non è possibile. Primo, perché
l'amicizia si ha verso qualcuno cui vogliamo del bene. Ora, non è
possibile volere propriamente del bene a una creatura irragionevole: perché le manca la capacità di possedere propriamente il
bene, che appartiene in modo esclusivo alla creatura ragionevole,
la quale è padrona di usare il bene che possiede mediante il libero
arbitrio. Ecco perché il Filosofo scrive che solo in senso metaforico
noi diciamo che a codesti esseri capita del bene o del male. - Secondo, perché qualsiasi amicizia è fondata su una comunanza di
vita: infatti, come dice Aristotele, "niente è così proprio
dell'amicizia quanto il vivere insieme". Ora, le creature irragionevoli non
possono avere una partecipazione alla vita umana, che è fondata
sulla ragione. Perciò non si può avere nessuna amicizia con le creature irragionevoli, se non in senso metaforico. - La terza ragione
è propria della carità: perché la carità si fonda sulla compartecipazione della beatitudine eterna, di cui la creatura irragionevole
è incapace. Dunque l'amicizia della carità non è possibile verso le
creature prive di ragione.
Tuttavia queste creature possiamo amarle come beni da volere
ad altri: poiché la carità ci fa volere che esse si conservino a onore
di Dio, e a vantaggio dell'uomo. E in tal senso anche Dio le ama
con amore di carità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
È così risolta la prima difficoltà.
2. La somiglianza di vestigio non rende capaci della vita eterna,
come la somiglianza d'immagine. Perciò il paragone non regge.
3. La fede può estendersi a tutte le cose che in un modo qualsiasi
sono vere. Ma l'amicizia della carità abbraccia solo quegli esseri
che sono fatti per possedere il bene della vita eterna. Quindi non
c'è confronto.
ARTICOLO 4
Se si debba amare se stessi con amore di carità
SEMBRA che non si debba amare se stessi con amore di carità.
Infatti:
1. S. Gregorio afferma in un'omelia, che
"per avere la carità bisogna essere almeno in due". Dunque nessuno può avere la carità
verso se stesso.
2. L'amicizia implica nel suo concetto rispondenza e somiglianza,
come sopra spiega Aristotele: cose che uno non può avere verso se
stesso. Ora, la carità è, come abbiamo detto, un'amicizia. Dunque nessuno può avere carità verso se stesso.
3. Quanto rientra nella carità non può essere riprovevole: perché,
a detta di S. Paolo, "la carità non agisce invano". Ora, amare se
stessi è un atto riprovevole, come il medesimo afferma: "Negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili, e ci saranno uomini amanti
di se stessi". Perciò un uomo non può amare se stesso con la carità.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Amerai il tuo amico come te stesso".
Ma l'amico l'amiamo con la carità. Dunque con la carità dobbiamo
amare anche noi stessi.
RISPONDO: Essendo la carità un'amicizia, secondo le spiegazioni
date, possiamo considerarla sotto due aspetti. Primo, sotto l'aspetto
generico di amicizia. E da questo lato si deve affermare che verso
se stessi non ci può essere una vera amicizia, ma qualche cosa di
superiore all'amicizia: poiché l'amicizia implica un'unione, infatti
Dionigi insegna che l'amore è "una forza unitiva"; mentre con se
stesso uno ha l'unità, che è più forte dell'unione. Perciò, come
l'unità è principio dell'unione, così l'amore col quale uno ama se
stesso è forma e radice dell'amicizia: abbiamo infatti amicizia per
gli altri, in quanto ci comportiamo con loro come verso noi stessi.
Aristotele perciò insegna, che "i sentimenti di amicizia verso gli
altri derivano dagli affetti verso se stessi". Del resto anche (in
campo speculativo) dei principii non si ha scienza, ma qualche
cosa di più, cioè intelligenza.
Secondo, possiamo parlare della carità sotto l'aspetto della sua
propria natura, cioè in quanto amicizia dell'uomo con Dio principalmente, e quindi con gli esseri che a lui appartengono. E tra
questi c'è anche l'uomo stesso che ama. Ecco quindi che tra le cose
che uno ama con amore di carità, perché attinenti a Dio, c'è anche se stesso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio parla
della carità sotto
l'aspetto generico di amicizia.
2. Sotto tale aspetto si procede anche nella seconda difficoltà.
3. Gli amatori di se stessi sono ripresi in quanto si amano secondo
la loro natura sensibile, che essi contentano. E questo non è amare
se stessi realmente, secondo la natura razionale, volendo a se stessi
i beni che formano la perfezione dell'anima. Ebbene, alla carità appartiene amare se stessi principalmente in questo modo.
ARTICOLO 5
Se l'uomo debba amare con amore di carità il proprio corpo
SEMBRA che l'uomo non debba amare con amore di carità il
proprio corpo. Infatti:
1. Noi certo non amiamo uno col quale non vogliamo convivere.
Ora, gli uomini che hanno la carità aborriscono di convivere col
corpo, secondo l'espressione di S. Paolo: "Chi mi libererà da questo corpo di
morte?", "avendo egli il desiderio di andarsene e di
essere con Cristo". Dunque il nostro corpo non si deve amare con
carità.
2. L'amicizia della carità è fondata sulla partecipazione al
godimento di Dio. Ma il corpo non può essere partecipe di questo
godimento. Perciò il corpo non deve essere amato con amore di carità.
3. La carità, essendo un'amicizia, si può avere per quelli che sono
capaci di riamare. Ora, il nostro corpo non è capace di riamarci
nella carità. Dunque non dev'essere amato con amore di carità.
IN CONTRARIO: S. Agostino stabilisce quattro cose da amarsi con
la carità, e una di queste è il proprio corpo.
RISPONDO: Il nostro corpo si può considerare sotto due aspetti:
primo, nella sua natura; secondo, nella corruzione della colpa e
della punizione. Ebbene, la natura del nostro corpo è stata creata
non da un cattivo principio, come fantasticano i Manichei, ma da
Dio. E quindi possiamo usarne a servizio di Dio, come dice S. Paolo: "Offrite a Dio le vostre membra come armi di giustizia". Perciò
dobbiamo amare anche il nostro corpo con quell'amore di carità
col quale amiamo Dio. - Invece nel nostro corpo non dobbiamo
amare la contaminazione della colpa e il guasto della pena, ma anelare piuttosto col desiderio della carità alla loro eliminazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ 1. L'Apostolo non aborriva l'unione
col corpo per la natura di esso: anzi sotto tale aspetto non voleva
spogliarsi di esso: "Non vogliamo essere spogliati, bensì sopravvestiti". Voleva invece deporre la contaminazione della
concupiscenza, che rimane nel corpo; e la sua corruzione, la quale
"aggrava l'anima", non permettendole di vedere Dio. Ecco perché
egli dice esattamente: "dal corpo di questa morte".
2. Sebbene il nostro corpo non possa godere di Dio con la
conoscenza e con l'amore, tuttavia possiamo arrivare alla perfetta
fruizione di Dio mediante opere compiute col corpo. Ecco perché
dal godimento dell'anima ridonda sul corpo una certa beatitudine,
e cioè "la sanità e il vigore dell'incorruzione", come si esprime
S. Agostino. E poiché il corpo è partecipe in qualche modo della
beatitudine, può essere amato con amore di carità.
3. La rispondenza di affetti si ha solo nell'amicizia verso gli
altri: non già nell'amicizia verso se stesso, sia per l'anima che per
il corpo.
ARTICOLO 6
Se i peccatori siano da amarsi con amore di carità
SEMBRA che i peccatori non siano da amarsi con amore di carità.
Infatti:
1. Nei Salmi si legge:
"Gli iniqui ho in odio". Ora, David aveva
la carità. Dunque la carità porta più a odiare che ad amare i peccatori.
2.
"La prova dell'amore", come dice S. Gregorio,
"è la prestazione delle opere". Ma i giusti non offrono ai peccatori opere di
amore, bensì opere che sembrano di odio. Nei Salmi infatti David
afferma: "Ogni mattina sterminerò tutti i peccatori del paese".
E il Signore comanda: "Non lascerai vivere gli stregoni". Perciò i peccatori non si devono amare con amore di carità.
3.
È compito dell'amicizia volere e desiderare il bene agli amici.
Invece i santi desiderano il male ai peccatori, secondo le parole
del Salmo: "Sian travolti i peccatori all'inferno". Dunque i peccatori non si devono amare con la carità.
4.
È proprio degli amici godere e volere le stesse cose. Ma la
carità non fa volere quello che vogliono i peccatori, né fa godere di
quello di cui essi godono; anzi fa piuttosto il contrario. Dunque i
peccatori non si debbono amare con amore di carità.
5.
"È proprio degli amici vivere insieme", come dice Aristotele.
Ora, con i peccatori non si deve convivere; poiché sta scritto: "Uscite di mezzo ad essi". Perciò i peccatori non si devono amare
con amore di carità.
IN CONTRARIO: S. Agostino, spiegando le parole evangeliche:
"Amerai il prossimo tuo", afferma che "col termine prossimo è
indicato chiaramente qualsiasi uomo". Ma i peccatori non cessano
di essere uomini: perché il peccato non toglie la natura. Dunque
i peccatori sono da amarsi con amore di carità.
RISPONDO: Nei peccatori si possono considerare due cose: la
natura e la colpa. Per la natura, che essi hanno ricevuto da Dio, i
peccatori sono capaci della beatitudine, sulla cui partecipazione
si fonda la carità, come sopra abbiamo visto. Perciò per la loro
natura essi devono essere amati con amore di carità. Invece la
loro colpa è contraria a Dio, ed è un ostacolo alla beatitudine.
Quindi per la colpa, con la quale si oppongono a Dio, tutti i peccatori devono essere odiati, compresi il padre, la madre e i
parenti,
come dice il Vangelo. Infatti nei peccatori dobbiamo odiare che
siano peccatori, e amare il fatto che sono uomini capaci della beatitudine. E questo significa amarli veramente per Dio con amore
di carità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il profeta odiava i peccatori in
quanto peccatori, odiando la loro iniquità, che è il loro male. E questo è l'odio perfetto di cui egli parla:
"Con odio perfetto io li
odierò". Ora, odiare il male di uno e amarne il bene hanno lo
stesso movente. Perciò quest'odio perfetto appartiene alla carità.
2. Come dice il Filosofo, non si devono sottrarre i benefici
dell'amicizia agli amici che peccano, finché c'è la speranza della loro
correzione: anzi bisogna soccorrerli più nel ricuperare la virtù,
che nel ricuperare il danaro eventualmente perduto, quanto l'onestà è più affine all'amicizia del danaro. Se però essi cadono nella
malvagità estrema e diventano incorreggibili, allora si deve loro
rifiutare la familiarità. Ecco perché le leggi divine ed umane comandano di uccidere questi peccatori, da cui si può presumere più
il danno per gli altri che la loro emenda. - Tuttavia il giudice non
compie questo per odio verso di loro, ma per l'amore di carità,
che fa preferire il bene pubblico alla vita di una persona singola. - Inoltre la morte inflitta dal giudice giova anche al peccatore:
se egli si converte serve all'espiazione della colpa; e se non si converte, alla cessazione di essa, in quanto
così gli viene tolta la
possibilità di fare altri peccati.
3. Le imprecazioni del genere, che si riscontrano nella
Sacra
Scrittura, si possono spiegare in tre modi. Primo, come predizioni,
e non come aspirazioni. In questo senso, p. es.: "Sian travolti i
peccatori nell'inferno", significa che "saranno travolti". - Secondo, come aspirazioni: però nel senso che il desiderio mira, non
alla pena dei colpevoli, ma alla giustizia di chi punisce, conforme
alle parole della Scrittura: "S'allieterà il giusto quando vedrà la
vendetta". Poiché neppure Dio quando punisce
"si rallegra della
perdizione degli empi", ma della sua giustizia: "perché giusto è
il Signore, e ama la giustizia". - Terzo, riferendo il desiderio all'eliminazione della colpa, e non alla punizione stessa: e cioè si
brama che i peccati siano distrutti e che gli uomini si salvino.
4. Dobbiamo amare con la carità i peccatori, non già volendo
quello che essi vogliono, o godendo delle cose di cui essi godono;
ma per far loro volere quello che noi vogliamo, e godere le cose
di cui godiamo noi. Di qui le parole di Geremia: "Essi si volgeranno a te, e tu non dovrai volgerti a loro".
5. La convivenza con i peccatori va proibita ai deboli, per il
pericolo di perversione. Invece i perfetti, di cui non si teme la
corruzione, sono da lodarsi se trattano con i peccatori per convertirli.
Così infatti il Signore mangiava e beveva con i peccatori, come
dice il Vangelo. - Tutti però devono evitare la loro convivenza nel
peccato. In questo senso valgono le parole di S. Paolo: "Uscite di
mezzo ad essi, e separatevene", vale a dire quanto alla convivenza
nel peccato.
ARTICOLO
7
Se i peccatori amino se stessi
SEMBRA che i peccatori amino se stessi. Infatti:
1. Nei peccatori si trova al massimo ciò che forma il principio
del peccato. Ora, principio del peccato è l'amore di se stessi, del
quale S. Agostino afferma che "costruisce la città di Babilonia".
Dunque i peccatori amano se stessi fino all'eccesso.
2. Il peccato non distrugge la natura. Ora, per natura tutti gli
esseri hanno l'amore di se stessi: infatti anche le creature irragionevoli bramano il proprio bene, p. es., la propria conservazione
e altri beni con simili. Perciò anche i peccatori amano se stessi.
3. Come scrive Dionigi,
"il bene è amabile a tutti". Ma molti
peccatori si stimano buoni. Dunque molti peccatori amano se
stessi.
IN CONTRARIO: Nei
Salmi si legge: "Chi ama l'iniquità odia l'anima
propria".
RISPONDO: Amare se stessi in un certo senso è comune a tutti; in
un secondo senso è proprio dei buoni; e in un terzo senso è proprio dei cattivi. Infatti è comune a tutti amare quello che si pensa
di essere. Di un uomo però si può dire che è una data cosa in due
maniere. Primo, perché si tratta della sua sostanza o natura. E
in questo senso comunemente tutti considerano che sia bene essere
come sono, composti cioè di anima e di corpo. E così tutti gli uomini, buoni e cattivi, amano se stessi, in quanto amano la propria
conservazione.
Secondo, si può dire che un uomo è una data cosa per un
motivo di preminenza: il principe di uno stato, p. es., si dice che è
lo stato; quello infatti che fanno i principi, si dice che lo fa lo
stato. E in questo senso non tutti gli uomini pensano di essere
quello che sono. Infatti l'elemento principale nell'uomo è l'anima
razionale, e quello secondario è la natura sensitiva e materiale:
elementi che l'Apostolo denomina rispettivamente "l'uomo interiore", e
"l'uomo esteriore". Ora, i buoni stimano principale in
se stessi la natura razionale, ossia l'uomo interiore: e quindi per
questo pensano di essere quello che sono. Invece i cattivi stimano
principale in se stessi la natura sensitiva e materiale, cioè l'uomo
esteriore. E quindi, non conoscendo realmente se stessi, in verità
non si amano, ma amano in se stessi quello che pensano di essere.
Invece i buoni conoscendo se stessi, si amano veramente.
Ciò viene
dimostrato dal Filosofo nell'Etica in base alle cinque
proprietà dell'amicizia. Infatti qualsiasi amico prima di tutto vuole
che il proprio amico esista e viva; secondo, gli desidera del bene;
terzo, compie del bene a suo vantaggio; quarto, ha piacere di convivere con lui; quinto, concorda con lui, godendo e rattristandosi
delle medesime cose. Ed è così che i buoni amano se stessi secondo
l'uomo interiore: poiché vogliono che questo si conservi nella sua
integrità; ne desiderano il bene, e cioè il bene spirituale; s'impegnano a raggiungerlo con le opere; e con piacere rientrano nel
proprio cuore, perché trovano in esso buoni pensieri al presente,
il ricordo del bene compiuto, e la speranza dei beni futuri, da cui
scaturisce la gioia; parimente non sentono in se stessi un contrasto di voleri, poiché tutta la loro anima tende a una cosa sola. I
cattivi, al contrario, non vogliono conservare l'integrità dell'uomo
interiore; non bramano il suo bene spirituale; non agiscono per
questo; non trovano piacere nel vivere con se stessi rientrando
nel proprio cuore, poiché vi trovano il male che aborriscono, sia
quello presente, che quello passato e futuro; e neppure concordano con se stessi, per il rimorso della
coscienza, secondo le parole dei Salmi: "Ti redarguirò e metterò
(ogni cosa) in faccia a
te". - E in base a questo si può dimostrare, che i cattivi amano
se stessi secondo la corruzione dell'uomo esteriore. Mentre in tal
modo sono i buoni che non amano se stessi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'amore di sé che è principio del
peccato è l'amore che è proprio dei malvagi, il quale giunge "fino
al disprezzo di Dio", a detta di S. Agostino: poiché i cattivi amano
i beni esterni fino a disprezzare i beni spirituali.
2. Sebbene l'amore naturale non sia del tutto eliminato nei
cattivi, tuttavia in essi è pervertito nel modo sopra indicato.
3. I cattivi, in quanto si stimano buoni, partecipano qualche
cosa dell'amore di se stessi. Tuttavia questo non è un amore vero,
ma apparente; ed è impossibile in quelli che sono molto cattivi.
ARTICOLO
8
Se la carità esiga che si amino i nemici
SEMBRA che la carità non esiga che si amino i nemici. Infatti:
1. Scrive S. Agostino, che
"questo bene così grande", amare i
nemici, "non appartiene a una moltitudine paragonabile a quella
che crediamo venga esaudita, quando nell'orazione si dice: Rimetti a noi i nostri debiti".
Ma a nessuno vengono rimessi i
peccati senza la carità: poiché, come dicono i Proverbi, "tutti i
peccati li ricopre la carità". Dunque la carità non esige l'amore
dei nemici.
2. La carità non sopprime la natura. Ora, qualsiasi essere,
anche irragionevole, odia per natura il suo contrario: come fa la
pecora col lupo, e l'acqua col fuoco. Perciò la carità non produce
l'amore dei nemici.
3.
"La carità non agisce malamente". Ora, sembra una
perversione, sia il fatto che uno ami i nemici, come quello che odi
gli
amici; infatti Joab così ebbe a rimproverare David: "Ami quelli
che ti odiano, e hai in odio quelli che ti amano". Dunque la carità
non produce l'amore dei nemici.
IN
CONTRARIO: Il Signore ha detto: "Amate i vostri nemici".
RISPONDO: L'amore dei nemici si può intendere in tre modi.
Primo, quale amore verso i nemici in quanto nemici. E questa è una
cosa perversa e contraria alla carità: poiché equivale ad amare il
male altrui.
Secondo,
si può intendere come amore dei nemici rispetto alla
loro natura, ma in generale. E questo amore dei nemici è imposto
dalla carità: cosicché uno che ama Dio e il prossimo non deve
escludere dall'amore universale del prossimo i propri nemici.
Terzo, l'amore dei nemici si può intendere come un amore in
particolare: in modo, cioè che uno abbia uno speciale affetto di carità
verso il nemico. E questo la carità non lo richiede necessariamente: poiché la carità non esige neppure che uno ami di un
amore speciale singolarmente tutti gli uomini, perché è una cosa
impossibile. Però la carità esige questo come predisposizione di
animo: cioè che uno abbia l'animo disposto ad amare singolarmente il suo nemico, se la necessità lo richiedesse.
Appartiene invece alla perfezione della carità, che uno ami
attualmente per amor di Dio i propri nemici, fuori del caso di
necessità. Infatti, siccome la carità ci porta ad amare il prossimo per il
Signore, quanto più uno ama Dio, tanto più mostra di amare il
prossimo, a dispetto di qualsiasi inimicizia. Come se uno, amando
molto un amico, per amore di lui ne amasse i figliuoli, anche se
suoi nemici. - È in tal senso che intende parlare S. Agostino.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
È così risolta la prima difficoltà.
2. Ogni essere odia per natura le cose contrarie in quanto
contrarie. Ora, i nemici ci sono contrari in quanto nemici. E
quindi dobbiamo odiare in essi questo fatto: poiché ci deve dispiacere che
ci siano nemici. Ma essi non ci sono contrari in quanto uomini capaci della beatitudine. E sotto quest'aspetto dobbiamo amarli.
3. Amare i nemici in quanto nemici è una cosa riprovevole. E la
carità non porta a questo, come abbiamo spiegato.
ARTICOLO
9
Se la carità esiga strettamente che si mostrino ai nemici
segni e atti di benevolenza
SEMBRA che la carità esiga strettamente che si mostrino ai nemici
segni e atti di benevolenza. Infatti:
1. S. Giovanni scrive:
"Non amiamo a parole e con la lingua,
ma con l'opera e la verità". Ora, uno ama con l'opera mostrando
segni e atti di amore verso la persona amata. Dunque la carità
esige che si mostrino questi atti e questi segni verso i nemici.
2. Il Signore dà insieme questi due comandi:
"Amate i vostri nemici", e "Fate del bene a quelli che vi odiano". Ebbene, amare
i nemici è strettamente imposto dalla carità. Quindi anche far loro
del bene.
3. Con la carità non si ama soltanto Dio, ma anche il prossimo.
Ora, S. Gregorio afferma, che "l'amore di Dio non può essere
ozioso: opera infatti grandi cose, se è (autentico); se cessa di operare, non è amore". Dunque anche la carità verso il prossimo non
può stare senza le opere. Ma la carità esige l'amore di qualsiasi
prossimo, anche se nemico. Perciò la carità esige che noi estendiamo i segni e gli atti della benevolenza anche ai nemici.
IN
CONTRARIO: A commento delle parole evangeliche: "Fate del
bene a quelli che vi odiano", la Glossa afferma che "far del bene
ai nemici è l'apice della perfezione". Ora, quello che appartiene
alla perfezione della carità non è una stretta esigenza della medesima. Dunque la carità non esige strettamente che uno mostri ai
nemici segni e atti di benevolenza.
RISPONDO: Gli atti e i segni di benevolenza derivano
dall'affetto
interiore e sono proporzionati ad esso. Ora, verso i nemici è imposto rigorosamente un affetto interiore in generale; mentre nei casi
particolari l'obbligo non è rigoroso, che come una disposizione
d'animo, secondo le spiegazioni date. Lo stesso si dica per gli atti
e i segni di amore da dare esternamente. Ci sono infatti dei benefici, o dei segni di amore, che si
danno universalmente a tutti:
quando uno, p. es., prega per tutti i fedeli, o per tutto un popolo;
oppure quando accorda un beneficio a tutta una comunità. Ebbene, prestare ai nemici
questi favori e questi segni di affetto è uno
stretto dovere: se infatti si negassero ai nemici, ciò sarebbe da attribuirsi al livore della vendetta, contro il comando del Levitico:
"Non chieder vendetta, e non ricordare l'ingiuria dei tuoi
concittadini".
Ci sono invece dei favori e dei segni di affetto che si
danno in
particolare ad alcune persone. E tali favori e segni di benevolenza
non si esige rigorosamente che si mostrino ai nemici, se non secondo una predisposizione d'animo, cioè nel caso in cui essi fossero
in necessità. Poiché si legge nei Proverbi: "Se il tuo nemico avrà
fame, dagli da mangiare; se avrà sete, dagli da bere". - Appartiene invece alla perfezione della carità che uno, fuori dei casi di
necessità, offra ai suoi nemici questi favori; perché così uno non
solo si guarda da "farsi vincere dal male", che è un obbligo di
stretta necessità, ma vuole "vincere il male col bene", che è un
compito della perfezione. Egli, cioè, non solo si guarda dal cedere
all'odio, per l'ingiuria subita; ma cerca con i suoi favori di portare il nemico al proprio amore.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO
10
Se la carità ci obblighi ad amare gli angeli
SEMBRA che la carità non ci obblighi ad amare gli angeli. Infatti:
1. Come insegna S. Agostino,
"l'amore di carità è duplice, cioè
amore di Dio e del prossimo". Ma l'amore degli angeli non rientra nell'amore di Dio, essendo essi
sostanze create: e neppure
sembra rientrare nell'amore del prossimo, perché non sono della nostra specie. Perciò gli angeli non devono essere amati con amore
di carità.
2. Sono più vicine a noi le bestie che gli angeli: infatti noi e
le bestie apparteniamo al medesimo genere prossimo. Ora, verso
le bestie, come abbiamo visto, noi non abbiamo carità. Dunque non
dobbiamo averla neppure verso gli angeli.
3. A detta di Aristotele,
"niente è così proprio degli amici come
il vivere insieme". Ma gli angeli non convivono con noi, e neppure
possiamo vederli. Perciò verso di loro non possiamo avere l'amicizia della carità.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Se è vero che è da considerarsi prossimo, sia colui al quale dobbiamo un compito di
misericordia, che colui dal quale lo attendiamo, è chiaro che il precetto
di amare il prossimo abbraccia anche gli angeli, i quali svolgono
presso di noi molti compiti di misericordia".
RISPONDO: L'amicizia della carità, come sopra abbiamo detto, si
basa sulla comunanza della beatitudine eterna, di cui gli uomini
sono partecipi insieme con gli angeli; poiché sta scritto, che "alla
resurrezione gli uomini saranno come gli angeli di Dio in cielo". È perciò evidente che l'amicizia della carità si estende anche agli
angeli.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Uno può considerarsi prossimo
non solo per la comunanza nella specie, ma anche per la comunanza dei benefici che appartengono alla vita eterna: su questa
comunanza si fonda precisamente l'amicizia della carità.
2. Le bestie hanno in comune con noi il genere prossimo per la
natura sensitiva; ma non dobbiamo a questa la compartecipazione
nostra alla vita eterna, bensì all'anima razionale, che abbiamo in
comune con gli angeli.
3. Gli angeli non convivono con noi mediante rapporti esterni,
dovuti alla nostra natura sensitiva. Tuttavia conviviamo con essi
secondo lo spirito: imperfettamente in questa vita, e perfettamente
nella patria, come sopra abbiamo accennato.
ARTICOLO
11
Se la carità ci obblighi ad amare i demoni
SEMBRA che la carità ci obblighi ad amare i demoni. Infatti:
1. Gli angeli sono nostri prossimi in quanto abbiamo in comune
con essi l'anima razionale. Ma anche i demoni hanno con noi questa comunanza; perché, come insegna Dionigi, in essi i doni di
natura, cioè l'essere, il vivere e l'intendere, rimangono integri.
Dunque la carità ci obbliga ad amare anche i demoni.
2. I demoni differiscono dagli angeli beati per il peccato, come
gli uomini peccatori differiscono dai giusti. Ora, gli uomini giusti
con la carità amano i peccatori. Perciò con la carità devono amare
anche i demoni.
3. Siamo tenuti ad amare con la carità, quale nostro prossimo,
coloro che ci fanno dei favori, com'è evidente dal testo di S. Agostino riferito nell'articolo precedente. Ma i demoni sono molto utili
a noi: poiché, come scrive S. Agostino, "col tentarci fabbricano
la nostra corona". Dunque la carità ci obbliga ad amare i demoni.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Il vostro patto con la morte sarà infranto, e la vostra convenzione con l'inferno non sarà
mantenuta". Ora, la stipulazione della pace e dell'alleanza è opera
della carità. Dunque ci è proibito di avere la carità verso i demoni
che sono i cittadini dell'inferno e gli agenti della morte.
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, nei peccatori la carità ci
obbliga ad amare la natura e a odiare il peccato. Ora, col termine demonio viene indicata una natura deformata dal peccato. Perciò
la carità è tenuta a non amarli.
Se però, senza insistere sul termine, ci domandiamo se la carità
ci obbliga ad amare gli spiriti che chiamiamo demoni, si deve rispondere, secondo le spiegazioni date, che una cosa può essere
amata con amore di carità in due maniere. Primo, come oggetto
diretto dell'amicizia. E in tal modo non possiamo avere un'amicizia di carità con tali spiriti. Infatti l'amicizia ci fa volere il bene
per i nostri amici. Ora, noi non possiamo volere a codesti spiriti,
che Dio ha condannato eternamente, il bene della vita eterna su
cui si fonda la carità: perché ciò sarebbe incompatibile con la carità verso Dio, che ci fa approvare la sua giustizia.
Secondo, una cosa si può amare come un oggetto di cui vogliamo
la conservazione perché è un bene per altri: ed è il modo, già da
noi considerato, col quale la carità ci fa amare le creature prive
di ragione, di cui desideriamo la conservazione per la gloria di
Dio e per il vantaggio degli uomini. E in questo senso possiamo
amare con amore di carità anche la natura dei demoni: cioè in
quanto vogliamo che codesti spiriti conservino la loro natura a
gloria di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mente degli angeli non è
negata, come quella dei demoni, alla beatitudine eterna. Ecco
perché l'amicizia della carità, basata sulla comunanza della vita
eterna, più che sulla comunanza di natura, si attua con gli angeli e
non coi demoni.
2. Gli uomini peccatori nella vita presente hanno la possibilità
di raggiungere la beatitudine eterna. Il che è negato a quelli che
sono ormai dannati nell'inferno; i quali si trovano così nella condizione dei demoni.
3. I vantaggi che ci vengono dai demoni non derivano dalla loro
intenzione, ma dalle disposizioni della divina provvidenza. Perciò questi vantaggi non ci spingono all'amicizia coi demoni;
ma
ad essere amici di Dio, il quale volge la loro cattiva intenzione a
nostro vantaggio.
ARTICOLO
12
Se sia giusto enumerare quattro cose da amarsi con amore di carità, cioè:
Dio, il prossimo, il nostro corpo e noi stessi
SEMBRA che non sia giusto enumerare quattro cose da amarsi con
amore di carità, cioè: Dio, il prossimo, il nostro corpo e noi stessi.
Infatti:
1. Come dice S. Agostino,
"chi non ama Dio, non ama neppure
se stesso". Perciò nell'amore di Dio è incluso l'amore di se stessi.
E quindi l'amore di noi stessi non è distinto da quello di Dio.
2. La parte non va divisa in contrapposizione al tutto. Ma il
nostro corpo è una parte di noi. Dunque il nostro corpo non va diviso
da noi stessi come un oggetto distinto della carità.
3. Il corpo come l'abbiamo noi l'ha pure il nostro prossimo.
Perciò come l'amore col quale si ama il prossimo è distinto dall'amore
verso noi stessi, così l'amore col quale si ama il corpo del prossimo
va distinto dall'amore col quale si ama il proprio corpo. Dunque
non è giusto distinguere quattro cose sole da amarsi con amore di
carità.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Sono quattro le cose da
amarsi: la prima che è sopra di noi", cioè Dio; "la seconda che
siamo noi"; "la terza che è presso di noi", cioè il prossimo;
"la
quarta che è al disotto di noi", cioè il nostro corpo.
RISPONDO: L'amicizia della carità si fonda, come abbiamo detto,
sulla compartecipazione della beatitudine. Ora, in questa compartecipazione c'è una realtà che è da considerarsi come principio
irradiatore della beatitudine, cioè Dio; ce n'è poi una seconda la
quale ne partecipa direttamente, vale a dire l'uomo o l'angelo; e
ce n'è una terza a cui la beatitudine deriva per una certa ridondanza, ed è il corpo umano.
Ebbene, la realtà che la irradia è
oggetto di amore, perché causa della beatitudine. Quella invece che
ne partecipa può essere oggetto di amore per due motivi: o perché
è tutt'uno con noi; o perché è a noi associata nella partecipazione
della beatitudine. Ecco perché si considerano come due oggetti distinti della carità: in quanto l'uomo ama se stesso e il prossimo.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. La diversità di rapporti esistente
tra chi ama e i vari oggetti produce ragioni diverse di amabilità.
E poiché sono distinti i rapporti che l'uomo ha con Dio e con se
stesso, queste realtà vengono indicate come due oggetti di amore:
infatti l'amore dell'uno è causa dell'amore verso l'altro. Cosicché togliendo il primo, si eliminerebbe anche il secondo.
2. La sede della carità è l'anima razionale, che è capace della
beatitudine: mentre il corpo non può parteciparne, se non per una
certa ridondanza. Perciò l'uomo con la carità ama diversamente se
stesso nel proprio corpo e nella propria anima razionale, che ne è
la parte più nobile.
3. L'uomo ama il prossimo nel corpo e nell'anima per una certa
compartecipazione alla beatitudine. Perciò riguardo al prossimo
la ragione dell'amore è unica. Ecco perché non viene indicato il
corpo del prossimo come un oggetto speciale di amore.
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