Il Santo Rosario
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Questione 24

Il soggetto della carità

Passiamo a considerare la carità in rapporto al soggetto.
Sull'argomento si pongono dodici quesiti: 1. Se la carità risieda nella volontà; 2. Se la carità sia prodotta nell'uomo dagli atti precedenti, o per infusione divina; 3. Se essa venga infusa secondo le capacità naturali; 4. Se aumenti in chi la possiede; 5. Se aumenti per addizione; 6. Se aumenti con qualsiasi atto; 7. Se possa aumentare all'infinito; 8. Se la carità della vita presente possa essere perfetta; 9. Quali siano i diversi gradi della carità; 10. Se la carità possa diminuire; 11. Se si possa perdere una volta che si possiede; 12. Se si perda con un solo peccato mortale.

ARTICOLO 1

Se la volontà sia la sede della carità

SEMBRA che la volontà non sia la sede della carità. Infatti:
1. La carità è un tipo di amore. Ma l'amore, a detta del Filosofo, risiede nel concupiscibile. Quindi la carità è nel concupiscibile e non nella volontà.
2. La carità, come abbiamo visto, è la prima delle virtù. Ora, la sede delle virtù è la ragione. Dunque la carità è nella ragione e non nella volontà.
3. La carità abbraccia tutti gli atti umani, secondo le parole di S. Paolo: "Tutte le vostre cose si facciano nella carità". Ma il principio degli atti umani è il libero arbitrio. Perciò è evidente che la carità risiede soprattutto nel libero arbitrio, e non nella volontà.

IN CONTRARIO: Oggetto della carità è il bene, il quale è anche l'oggetto della volontà. Dunque la carità risiede nella volontà.

RISPONDO: Come abbiamo detto nella Prima Parte, l'appetito è di due specie, cioè sensitivo e intellettivo o volontà; e sia l'uno che l'altro hanno il bene per oggetto, ma in modo diverso. Infatti oggetto dell'appetito sensitivo è il bene conosciuto dai sensi; mentre oggetto dell'appetito intellettivo, o volontà, è il bene sotto l'aspetto universale di bene, conosciuto mediante l'intelletto. Ora, l'oggetto della carità non è un bene di ordine sensibile, ma il bene divino, che l'intelletto soltanto può conoscere. Perciò sede della carità non è l'appetito sensitivo, ma l'appetito intellettivo, ossia la volontà.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il concupiscibile appartiene all'appetito sensitivo e non a quello intellettivo, come abbiamo visto nella Prima Parte. Perciò l'amore che si trova nel concupiscibile è un amore del bene di ordine sensitivo. Invece al bene divino, che è di ordine intellettivo, non può estendersi il concupiscibile, ma soltanto la volontà. Ecco perché il concupiscibile non può essere il subietto della carità.
2. A detta del Filosofo, anche la volontà è inclusa nella ragione. Quindi, per il fatto che la carità risiede nel volere non è estranea alla ragione. Però la ragione non è la regola della carità, come lo è delle virtù umane: essa viene regolata invece dalla sapienza di Dio, che trascende la regola della ragione umana, ossia dalla "sovraeminente carità della scienza di Cristo", di cui parla S. Paolo. Perciò essa vi si trova non perché ha nella ragione la sua sede come la prudenza; e neppure il suo principio normativo, come la giustizia o la temperanza; ma soltanto in base all'affinità esistente tra la volontà e la ragione.
3. Il libero arbitrio, come abbiamo spiegato nella Prima Parte, non è una potenza distinta dalla volontà. Tuttavia la carità non risiede nella volontà in quanto libero arbitrio, che ha il compito di scegliere: infatti, come dice Aristotele "la scelta ha per oggetto i mezzi, ma la volontà il fine stesso". Ecco perché è meglio affermare che la carità, la quale ha per oggetto il fine ultimo, risiede più nella volontà che nel libero arbitrio.

ARTICOLO 2

Se la carità sia prodotta in noi per infusione

SEMBRA che la carità non sia prodotta in noi per infusione. Infatti:
1. Ciò che è comune a tutte le creature si trova nell'uomo per natura. Ora, Dionigi insegna, che "per tutti gli esseri è caro ed amabile il bene divino", oggetto appunto della carità. Dunque la carità si trova in noi per natura e non per infusione.
2. Quanto più una cosa è amabile, tanto più facilmente può essere amata. Ma Dio, essendo sommamente buono, è sommamente amabile. Quindi è più facile amare lui che gli altri esseri. Ora, per amare gli altri esseri non abbiamo bisogno di un abito infuso. Dunque esso non è necessario neppure per amare Dio.
3. L'Apostolo scrive: "Ora il fine del precetto è la carità che proviene da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera". Ma queste tre cose si riducono ad atti umani. Perciò la carità è causata in noi dagli atti precedenti, e non per infusione.

IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna: "La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato".

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, la carità è un'amicizia dell'uomo con Dio, fondata sulla compartecipazione della beatitudine eterna. Ora, questa compartecipazione non è basata sui beni di natura, ma sui doni della grazia. Perciò la carità supera le capacità della natura. E quello che sorpassa le capacità della natura non può essere di ordine naturale, né essere acquisito con le facoltà naturali: poiché un effetto non può superare la propria causa. Dunque la carità non può trovarsi in noi per natura, né essere acquisita con le forze naturali, ma è dovuta all'infusione dello Spirito Santo, che è l'amore del Padre e del Figlio, e la cui partecipazione a noi offerta è precisamente la carità creata, come sopra abbiamo detto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dionigi qui parla dell'amore di Dio fondato sulla partecipazione dei beni naturali, e quindi presente per natura in tutti gli esseri. La carità invece si basa su di una compartecipazione di ordine soprannaturale. Perciò l'argomento non regge.
2. In se stesso Dio è sommamente conoscibile, e tuttavia non è così conoscibile, per noi, per i limiti della nostra conoscenza, che dipende dalle cose sensibili. Allo stesso modo Dio è sommamente amabile in se stesso come oggetto della beatitudine, ma non è così amabile per noi, per l'inclinazione del nostro affetto verso i beni visibili. E quindi per amare così sommamente Dio è necessario che nei nostri cuori venga infusa la carità.
3. Quando si dice che la carità proviene in noi "da un cuore puro, da una coscienza buona e da una fede sincera", l'affermazione va riferita all'atto della carità, che viene suscitato appunto dalle tre cose indicate. Oppure si vuol dire che codesti atti preparano un uomo a ricevere l'infusione della carità. - Lo stesso si dica dell'affermazione di S. Agostino, che "il timore introduce la carità"; e di quella della Glossa, che "la fede genera la speranza, e la speranza la carità".

ARTICOLO 3

Se la carità venga infusa secondo le capacità naturali

SEMBRA che la carità venga infusa secondo le capacità naturali. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge, che "a ciascuno fu dato secondo la sua capacità". Ora, nell'uomo la carità non può essere preceduta che da facoltà naturali; poiché, come abbiamo detto, non esiste nessuna vera virtù senza la carità. Perciò Dio infonde nell'uomo la carità secondo la capacità delle sue doti naturali.

2. In ogni serie di cose ordinate tra loro la seconda è proporzionata alla prima: nelle cose materiali, p. es., la forma è proporzionata alla materia, e tra i doni gratuiti vediamo che la gloria è proporzionata alla grazia. Ma la carità, essendo un perfezionamento della natura, rispetto alla capacità naturale è al secondo posto. Dunque la carità viene infusa in base alla capacità naturale.
3. Gli uomini e gli angeli ricevono la carità allo stesso modo: poiché, come dice il Vangelo, è identica la natura della loro beatitudine. Ora, negli angeli la carità e gli altri doni gratuiti sono concessi secondo le loro capacità naturali, come insegna il Maestro delle Sentenze. Quindi lo stesso avviene negli uomini.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Lo Spirito spira dove vuole"; e S. Paolo afferma: "Tutti questi effetti li produce l'unico e medesimo Spirito, che distribuisce a ciascuno secondo che vuole". Perciò la carità viene data non secondo le capacità naturali, ma secondo la volontà dello Spirito che distribuisce i suoi doni.

RISPONDO: Le proporzioni di ciascuna cosa dipendono dalla causa di essa: perché una causa più universale produce un effetto più grande. Ora, la carità, superando ogni confronto con la natura umana, come sopra abbiamo detto, non può dipendere da una virtù naturale, ma dalla sola grazia dello Spirito Santo che la infonde. Perciò la misura della carità non dipende dalla costituzione della natura, o dalla capacità della virtù naturale, ma solo dal volere dello Spirito Santo, che distribuisce i suoi doni come vuole. Ecco perché l'Apostolo afferma: "A ciascuno di noi fu data la grazia secondo la misura del dono di Cristo".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù in base alla quale Dio dà i suoi doni a ciascuno è una disposizione, una preparazione previa, ovvero uno sforzo di colui che sta per ricevere la grazia. Ma lo Spirito Santo previene anche codesta disposizione e codesto sforzo, muovendo l'anima dell'uomo di più o di meno secondo la sua volontà. Di qui le parole dell'Apostolo: "Il quale (Dio) ci ha resi atti ad avere parte nell'eredità dei santi nella luce".
2. La forma non sorpassa le proporzioni della materia, ma è dello stesso genere. Così anche la grazia e la gloria si riportano al medesimo genere: poiché la grazia non è altro che un cominciamento della gloria in noi. Invece la carità e la natura non appartengono al medesimo genere. Perciò il paragone non regge.
3. L'angelo è di natura intellettuale, e quindi a lui conviene per natura di portarsi totalmente sulle cose verso le quali si volge, come abbiamo spiegato nella Prima Parte. Perciò negli angeli più alti ci fu un impegno maggiore sia nel bene, nel caso dei perseveranti, sia nel male nel caso dei colpevoli. Ecco perché gli angeli più alti nel perseverare divennero più buoni, e nel cadere divennero peggiori degli altri. L'uomo invece è di natura razionale, che talora è in atto e talora in potenza. Quindi non è detto che si porti totalmente sulle cose cui si volge; poiché in chi possiede più doti naturali ci può essere minore impegno e viceversa. Perciò il paragone non regge.

ARTICOLO 4

Se la carità possa aumentare

SEMBRA che la carità non possa aumentare. Infatti:
1. Possono aumentare soltanto le cose dotate di grandezza. Ora, ci sono due tipi di grandezza: quella quantitativa e quella qualitativa, o virtuale. La prima non si addice alla carità, che è una perfezione spirituale. D'altra parte la grandezza di ordine qualitativo si stabilisce in rapporto agli oggetti, in base ai quali la carità non può aumentare: poiché la più piccola carità abbraccia tutte le cose che si devono amare con amore di carità. Dunque la carità non aumenta.
2. Ciò che è già al suo ultimo termine non può ricevere un aumento. Ma la carità è al suo termine estremo, essendo la più grande delle virtù e il sommo amore del bene più alto. Perciò la carità non può aumentare.
3. La crescita è un moto. Quindi ciò che si accresce si muove. Perciò quello che cresce entitativarnente si muove anche entitativamente. Ma non si muove in maniera entitativa se non ciò che si corrompe, o si genera. Dunque la carità non può aumentare in modo entitativo, se non con una nuova generazione o corruzione: il che ripugna.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma, che "la carità merita di essere aumentata, e aumentata merita di essere portata a compimento".

RISPONDO: La carità dei viatori può aumentare. Infatti noi siamo considerati viatori per il fatto che tendiamo verso Dio, fine ultimo della nostra beatitudine. Ora, in questa nostra via tanto più avanziamo, quanto più ci avviciniamo a Dio, al quale ci si avvicina non con i passi del corpo, ma con gli affetti dell'anima. Ma è la carità stessa a compiere questo avvicinamento: perché con essa l'anima si unisce a Dio. Perciò la carità dei viatori ha per sua natura di poter aumentare: poiché se non potesse aumentare, sarebbe già terminato il percorso della via. Ecco perché l'Apostolo dà alla carità il nome di via, là dove dice: "Io vi indico una via ancora più eccellente".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità non può avere una grandezza quantitativa, ma solo una grandezza qualitativa. Questa però non si stabilisce solo in rapporto al numero degli oggetti, cioè solo dal fatto che se ne amano di più o di meno: ma anche in base all'intensità dell'atto, e cioè dal fatto che una cosa è amata di più o di meno. Ed è appunto in questo modo che aumenta la grandezza qualitativa, o virtuale, della carità.
2. La carità è al suo termine estremo in rapporto all'oggetto, essendo codesto suo oggetto il sommo bene: e da questo deriva che essa è superiore alle altre virtù. Ma in rapporto all'intensità dell'atto non sempre la carità è al suo ultimo termine.
3. Alcuni sostengono che la carità non aumenta nella sua entità, ma soltanto per il suo radicamento nel soggetto, o per il suo fervore. Ma costoro non capiscono quello che dicono. Infatti essendo la carità un accidente, il suo essere consiste nell'essere in un soggetto: e quindi aumentare in maniera entitativa per essa non è altro che inerire maggiormente nel soggetto, ossia radicarsi di più in esso. Essa inoltre è una virtù ordinata essenzialmente all'atto: perciò aumentare entitativamente equivale per essa ad avere una maggiore efficacia nel produrre atti di un amore più fervente. Perciò la carità aumenta in maniera entitativa non già iniziando o cessando la propria esistenza nel soggetto, come conclude l'obiezione: ma cominciando ad esistere maggiormente nel soggetto.

ARTICOLO 5

Se la carità aumenti per addizione

SEMBRA che la carità aumenti per addizione. Infatti:
1. Come aumenta la grandezza materiale, così cresce la grandezza qualitativa, o virtuale. Ma l'aumento della grandezza materiale avviene per addizione: infatti il Filosofo insegna, che "l'aumento è l'aggiunta a una grandezza preesistente". Dunque anche l'aumento della carità, che è di ordine qualitativo, o virtuale, sarà per addizione.
2. Secondo le parole di S. Giovanni: "Chi ama il proprio fratello dimora nella luce", la carità è una luce spirituale nell'anima. Ora, la luce cresce nell'aria per addizione: in una stanza, p. es., la luce cresce per l'accensione di un'altra candela. Perciò anche la carità cresce nell'anima per addizione.
3. Spetta a Dio aumentare la carità, come a lui spetta il crearla, secondo l'affermazione di S. Paolo: "Egli accrescerà i frutti della vostra giustizia". Ma Dio nella prima infusione della carità produce nell'anima qualche cosa che prima non c'era. Quindi anche nell'accrescere la carità produce in essa qualche cosa che non c'era. Dunque la carità aumenta per addizione.

IN CONTRARIO: La carità è una forma semplice. Ma ciò che è semplice, come Aristotele dimostra, non dà una maggiore grandezza, se si aggiunge a una cosa semplice. Dunque la carità non aumenta per addizione.RISPONDO: In ogni addizione si ha l'aggiunta di una cosa ad un'altra. Perciò in ogni addizione si deve presupporre almeno razionalmente la distinzione di queste due cose prima della loro addizione. Quindi se la carità si potesse aggiungere alla carità, bisognerebbe presupporre come distinte la carità da aggiungere e quella che viene aumentata: almeno razionalmente, anche se non realmente. Infatti Dio può aumentare anche una grandezza materiale, aggiungendo una grandezza che prima non esisteva, ma creata in quel momento. Questa però, sebbene non esistesse nella realtà, ha in se stessa gli elementi per essere concepita distinta dalla quantità cui viene aggiunta. Percio, se la carità dovesse ricevere l'aggiunta di altra carità, bisognerebbe presupporre, razionalmente almeno, la loro distinzione.
Ora, nelle forme esistono due tipi di distinzioni: la distinzione specifica e la distinzione numerica. E negli abiti (psicologici) la distinzione specifica dipende dalla diversità degli oggetti: mentre la distinzione numerica dipende dalla diversità del soggetto. Perciò può darsi che un abito aumenti per addizione, estendendosi a oggetti che prima non abbracciava: ed è così che aumenta l'abito della geometria in chi apprende dei dati geometrici che prima non conosceva. Ma questo non si può dire della carità: poiché anche la più piccola carità abbraccia tutti gli esseri da amarsi per dovere di carità. Dunque nell'aumento della carità non si può ammettere un'aggiunta o addizione, che presuppone specificamente distinte la carità aggiunta e quella che dovrebbe aumentare.
Perciò, se l'aggiunta esiste, rimane che essa avviene presupponendo una distinzione numerica, la quale dipende dalla diversità dei soggetti, cioè come aumenta la bianchezza, per il fatto che a una parete bianca aggiungono un'altra parete bianca: sebbene con questo aumento non ci sia una parete che divenga più bianca. Ma questo nel caso nostro non si può affermare. Perché il soggetto della carità è soltanto l'anima razionale: e quindi tale aumento della carità non si può fare altro che aggiungendo un'anima all'altra, il che è assurdo. Ma anche se un tale aumento fosse possibile, avremmo ingrandito il soggetto che ama, ma non reso più ardente il suo amore. Perciò rimane stabilito che in nessun modo la carità può aumentare per addizione, come pensano alcuni.
Quindi la carità aumenta solo per il fatto che il soggetto ne partecipa sempre maggiormente: cioè mediante una progressiva attuazione e padronanza da parte di essa. Questo infatti è il tipo di aumento proprio della forma che s'intensifica: poiché l'esistenza di codesta forma consiste totalmente nella sua inesione nel soggetto. Ora, siccome la grandezza di una cosa dipende dalla sua esistenza, l'incremento di una forma consisterà nell'esistere maggiormente nel soggetto in cui si trova: non già nel sopravvenire di un'altra forma. Questo avverrebbe, se la forma avesse una grandezza, o quantità, per se stessa, indipendentemente dal soggetto. Perciò la carità aumenta intensificandosi nel soggetto, cioè nella sua entità: non già mediante l'addizione di altra carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella quantità, o grandezza materiale ci sono proprietà dovute alla quantità; e proprietà dovute al fatto che essa è una forma accidentale. Sotto l'aspetto di quantità essa è divisibile, sia secondo il sito che secondo il numero. Perciò da questo lato si ha un aumento di grandezza per addizione; com'è evidente nella crescita degli animali. Invece sotto l'aspetto di forma accidentale è divisibile solo secondo il soggetto. E da questo lato ha un aumento suo proprio, come le altre forme accidentali, mediante la sua intensificazione nel soggetto: com'è evidente nei corpi sottoposti alla rarefazione, secondo l'insegnamento del Filosofo. - Parimente, anche la scienza in quanto abito ha una grandezza che dipende dagli oggetti. E da questo lato aumenta per addizione, cioè in quanto uno conosce un maggior numero di cose. Però ha pure una grandezza come forma accidentale, per il fatto che è inerente a un soggetto. E da questo lato essa cresce in colui che viene a conoscere le medesime cose con più certezza di prima. - E così anche nella carità ci sono questi due tipi di grandezza. Ma la sua grandezza in rapporto agli oggetti non può aumentare, per i motivi indicati. Perciò rimane stabilito che aumenta solo in intensità.
2. Nell'aria si può capire l'aggiunta di una luce sull'altra, per la molteplicità delle varie sorgenti luminose. Ma tale molteplicità nel caso nostro non si può ammettere: poiché esiste una sola sorgente che diffonde la luce della carità.
3. L'infusione della carità implica una mutazione dal non avere la carità ad averla: perciò è necessario che nel soggetto sopravvenga allora qualche cosa che non esisteva. Ma l'aumento della carità implica una mutazione dal meno al più. Perciò non è necessaria la presenza di cose prima inesistenti: ma una presenza maggiore di quanto prima era meno presente. È quanto precisamente Dio compie nell'aumentare la carità: cioè fa in modo che essa sia maggiormente presente, e che l'impronta dello Spirito Santo venga impressa più profondamente nell'anima.

ARTICOLO 6

Se la carità aumenti con qualsiasi atto di carità

SEMBRA che la carità debba aumentare con uno qualsiasi dei suoi atti. Infatti:
1. Chi può il più può anche il meno. Ora, qualsiasi atto di carità merita la vita eterna, che è più del semplice aumento della carità: perché la vita eterna implica la perfezione della carità. Perciò a maggior ragione un atto qualsiasi di carità accresce la virtù medesima.
2. Come gli abiti delle virtù acquisite sono generati dai rispettivi atti, così l'aumento della carità è causato dagli atti di essa. Ma qualsiasi atto virtuoso coopera alla generazione della virtù. Quindi qualsiasi atto di carità coopera all'aumento della carità.
3. Scrive S. Gregorio che "nella via di Dio fermarsi è retrocedere". Ora, nessuno retrocede mentre si muove con un atto di carità. Perciò chiunque si muove con un atto di carità avanza nella via di Dio. Dunque la carità aumenta con qualsiasi atto di carità.

IN CONTRARIO: L'effetto non può superare la virtù della propria causa. Ebbene, talora l'atto di carità è emesso con tiepidezza o negligenza. Esso perciò non porta a una carità superiore, ma predispone a una carità minore.

RISPONDO: L'aumento spirituale della carità somiglia in qualche modo a quello materiale. Ora, la crescita materiale delle piante e degli animali non è un moto continuo, nel senso cioè che se una cosa aumenta di tanto in un dato tempo, debba aumentare proporzionalmente quel tanto in ogni parte di codesto tempo, come avviene nel moto locale: ma in certi tempi la natura opera solo predisponendo all'aumento, senza nessun aumento attuale; e in seguito porta ad effetto quanto aveva predisposto, accrescendo l'animale o la pianta in maniera attuale. Così, la carità non cresce in maniera attuale con qualsiasi atto: però qualsiasi atto di carità predispone all'aumento di essa, in quanto l'uomo da un atto di carità viene reso più pronto ad agire nuovamente in tal senso: e col crescere di codesta attitudine, prorompe finalmente in un atto più fervente di carità, col quale si sforza di assicurarne lo sviluppo; e allora la carità cresce in maniera attuale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Qualsiasi atto di carità merita la vita eterna, però non merita di ottenerla subito, bensì a suo tempo. Così pure esso merita un aumento di carità: però la carità non aumenta subito, ma quando uno compie lo sforzo richiesto per codesto aumento.
2. Anche nel generare una virtù acquisita non bastano atti qualsiasi: però ciascuno di essi vi predispone; e l'ultimo, che è più perfetto, agendo in virtù di tutti gli atti precedenti, la riduce in atto. È quanto avviene anche nel caso delle tante gocce che forano una pietra.
3. Uno avanza nella via di Dio non solo mentre la sua carità aumenta attualmente, ma anche quando si predispone all'aumento.

ARTICOLO 7

Se la carità aumenti all'infinito

SEMBRA che la carità non aumenti all'infinito. Infatti:
1. Come insegna Aristotele, qualsiasi moto tende a un fine o termine definito. Ora, l'aumento della carità è un moto. Dunque tende a un dato fine, o termine. Quindi la carità non può aumentare all'infinito.
2. Nessuna forma può superare la capacità del proprio soggetto. Ma la capacità della creatura ragionevole, soggetto della carità, è finita. Dunque la carità non può aumentare all'infinito.
3. Ogni entità finita con un aumento indefinito può raggiungere le dimensioni di un altro essere finito grande quanto si voglia: a meno che quanto vi si aggiunge sia sempre di meno. Il Filosofo, p. es., nota che se a una linea aggiungiamo quanto si sottrae a un'altra linea suddivisa in parti infinite, pur continuando l'addizione all'infinito non si arriverebbe mai a una lunghezza equivalente alle due linee, cioè a quella suddivisa e a quella cui se ne aggiungono le parti. Ma questo nel nostro caso non avviene: infatti non è detto che il secondo aumento della carità sia più piccolo del primo; ché anzi è più probabile che sia uguale, o più grande. Ora, essendo la carità del cielo qualche cosa di finito, se la carità della vita presente può crescere all'infinito, ne segue che quest'ultima può divenire uguale a quella della patria celeste: il che è inammissibile. Dunque la carità dei viatori non può aumentare all'infinito.

IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive: "Non che io abbia già ricevuto, o che già mi sia reso perfetto, ma sto dietro, se mai riesca ad afferrare". E la Glossa commenta: "Nessuno dei fedeli dica mai basta, anche se ha fatto molti progressi. Poiché chi dice così esce dallo stato di viatore prima della fine". Dunque nella vita presente la carità può crescere sempre di più.

RISPONDO: All'aumento di una forma si può fissare un limite per tre motivi. Primo, per la natura della forma medesima, la quale può avere una data misura, che una volta raggiunta non si può andare oltre, senza passare a un'altra forma. Ciò è evidente nel caso del pallore, di cui uno passa i limiti con una alterazione continuata quando arriva, o al bianco, o al nero. Secondo, a motivo della causa efficiente, quando la sua virtù non arriva ad accrescere maggiormente la forma nel soggetto. Terzo, a motivo del soggetto, che può essere incapace di una perfezione maggiore.
Ora, per nessuno di questi tre motivi s'impone un limite all'aumento della carità nello stato dei viatori. Infatti la carità non ha un limite di aumento nella natura della propria specie, essendo essa una partecipazione dell'infinita carità, che è lo Spirito Santo. Parimente, la causa che accresce la carità, cioè Dio, è di una potenza infinita. Così pure non si può fissare un limite a tale numero per parte del soggetto: poiché col crescere della carità, cresce sempre di più l'attitudine a un ulteriore aumento. Perciò rimane che all'aumento della carità non si può fissare nessun limite nella vita presente.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'aumento della carità tende a un dato fine, ma codesto fine non è nella vita presente, bensì in quella futura.
2. Le capacità di una creatura spirituale sono accresciute dalla carità: poiché essa dilata il cuore, come si esprime S. Paolo: "Il nostro cuore si è dilatato". Perciò rimane sempre l'attitudine a un maggiore aumento.

3. L'argomento vale per le cose che hanno una grandezza del medesimo genere; ma non per quelle che hanno un diverso genere di grandezza. La linea, p. es., per quanto aumenti non raggiungerà mai la grandezza di una superficie. Ora, la grandezza della carità nostra attuale, che deriva dalla conoscenza della fede, non è omogenea a quella della carità dei beati, che deriva dalla visione diretta. Quindi il paragone non regge.

ARTICOLO 8

Se in questa vita la carità possa essere perfetta

SEMBRA che in questa vita la carità non possa essere perfetta. Infatti:
1. Codesta perfezione, nel caso, non sarebbe mancata agli Apostoli. Eppure in essi non c'era; poiché S. Paolo afferma: "Non è che io abbia già afferrato, o che sia perfetto". Dunque in questa vita la carità non può essere perfetta.
2. S. Agostino insegna, che "la crescita della carità consiste nella diminuzione della concupiscenza; la sua perfezione nell'assenza di essa". Ora, questo non può mai attuarsi nella vita presente, nella quale non possiamo vivere senza peccato, secondo l'affermazione di S. Giovanni: "Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi". E si sa che ogni peccato deriva da una concupiscenza disordinata. Perciò in questa vita la carità non può essere perfetta.

3. Le cose già perfette non possono crescere di più. Ma la carità in questa vita può sempre aumentare. Dunque non può essere perfetta.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna: "La carità, una volta irrobustita, viene perfezionata; e giunta alla perfezione esclama: Desidero di andarmene ed essere con Cristo". Ora, questo è possibile nella vita presente: come avvenne in S. Paolo. Dunque nella vita presente la carità può essere perfetta.

RISPONDO: La perfezione della carità si può intendere in due modi: primo, rispettivamente all'oggetto da amare; secondo in rapporto al soggetto che ama. Rispettivamente all'oggetto la carità è perfetta allorché si ama quanto esso è amabile. Ora, Dio è amabile quanto è buono. Ma la sua bontà è infinita. Dunque è infinitamente amabile. Però nessuna creatura può amarlo infinitamente: poiché ogni facoltà creata è finita. E quindi da questo lato la carità di nessuna creatura può essere perfetta; ma lo è solo la carità con la quale Dio ama se stesso.
Si dice invece che la carità è perfetta in rapporto al soggetto che ama, quando uno ama con tutte le sue possibilità. E questo può avvenire in tre maniere. Primo, in maniera che tutto il cuore di un uomo si porti attualmente e sempre verso Dio. E questa è la perfezione della carità nella patria celeste: perfezione che non si può raggiungere in questo mondo, in cui è impossibile, per l'instabilità della vita umana, che uno pensi a Dio, e che a lui si volga con l'amore sempre in maniera attuale. - Secondo, in maniera che uno metta tutto il suo impegno nell'attendere a Dio e alle cose divine, trascurando tutto il resto, ad eccezione di quanto richiede la necessità della vita. E questa è la perfezione della carità che è possibile nella vita presente: però non è comune a tutti quelli che hanno la carità. - Terzo, in maniera che uno abitualmente tenga tutto il suo cuore in Dio: cioè in modo da non pensare e da non volere niente che sia contrario all'amore di Dio. E questa perfezione è comune a tutti coloro che hanno la carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo nega di avere la perfezione propria della patria. Infatti la Glossa aggiunge, che "era un perfetto viatore, ma non era ancora giunto al compimento del suo viaggio".
2. Quell'affermazione si riferisce ai peccati veniali. I quali non sono compatibili con l'atto, bensì con l'abito della carità: essi perciò non escludono la perfezione dei viatori, ma quella dei beati.

3. La perfezione dei viatori non è una perfezione assoluta. Ecco perché può sempre aumentare.

ARTICOLO 9

Se sia giusto distinguere nella carità i tre gradi di incipiente, proficiente e perfetta

SEMBRA che non sia giusto distinguere nella carità i tre gradi di incipiente, proflciente e perfetta. Infatti:
1. Tra l'inizio e l'ultima perfezione della carità ci sono molti gradi intermedi. Perciò non è giusto indicare un solo grado intermedio.
2. Appena comincia ad esistere, la carità comincia pure a svilupparsi. Dunque non si deve distinguere tra carità incipiente e carità proficiente (o in sviluppo).
3. Per quanto uno abbia perfetta la carità in questo mondo, codesta carità può sempre crescere, come abbiamo visto. Ma per la carità crescere o svilupparsi è la stessa cosa. Perciò la carità perfetta non si deve distinguere dalla carità in sviluppo, o proficiente. Dunque i suddetti tre gradi della carità non sono assegnati bene.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "La carità appena nasce viene nutrita", il che si riferisce agli incipienti; "una volta nutrita viene irrobustita", il che è proprio dei proficienti; "una volta irrobustita viene perfezionata", compito questo dei perfetti. Dunque ci sono tre gradi di carità.

RISPONDO: L'aumento spirituale della carità da un certo punto di vista si può paragonare alla crescita materiale di un uomo. Ora, sebbene questa si possa sezionare in molte parti, ha tuttavia determinate sezioni in base ai determinati atti e compiti che l'uomo raggiunge nel suo sviluppo: si ha, cioè, l'età infantile prima che raggiunga l'uso di ragione; si distingue poi un secondo stato quando comincia a parlare e a usare la ragione; e finalmente si ha un terzo stato, che è quello della pubertà, quando incomincia a poter generare; e di qui fino a che raggiunge la perfezione.
Allo stesso modo si distinguono pure diversi gradi nella carità, in base ai vari compiti che l'uomo è portato ad affrontare con l'aumento di essa. Infatti da principio l'uomo ha il compito principale di allontanarsi dal peccato e di resistere alle sue concupiscenze, che muovono in senso contrario alla carità. E questo appartiene agl'incipienti, nei quali la carità va nutrita e sostenuta perché non perisca. - Segue poi, come secondo compito, lo sforzo di procedere o avanzare nel bene. E questo compito appartiene ai proficienti, che tendono principalmente a irrobustire e ad accrescere in se stessi la carità. - Il terzo finalmente consiste soprattutto nell'attendere all'adesione e alla fruizione di Dio. E questo appartiene ai perfetti, i quali "desiderano di andarsene e di essere con Cristo". - Del resto anche nel moto fisico vediamo che la prima cosa è l'abbandono del termine di partenza; la seconda è l'avvicinamento al termine di arrivo; e la terza è la quiete nel termine raggiunto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le distinzioni particolari che si possono rilevare nello sviluppo della carità, si riducono alle tre suddivisioni indicate. Come ogni divisione di (quantità, o di tempo) continui si riduce, come insegna il Filosofo, a queste tre cose: principio, dato intermedio e fine.
2. Il compito principale di coloro nei quali la carità è incipiente, consiste pur non escludendo il progresso, nel resistere ai peccati, di cui soffrono l'assalto. In seguito invece, sentendo meno questo assalto, attendono quasi con maggior sicurezza a progredire; però se da un lato compiono l'opera, dall'altro hanno la mano alla spada, come dice il libro di Esdra a proposito dei ricostruttori di Gerusalemme.
3. Progrediscono nella carità anche i perfetti: ma non è questa la loro occupazione principale, ché ormai essi tendono soprattutto a stare uniti a Dio. E sebbene cerchino questo anche gl'incipienti e i proficienti, questi ultimi sentono maggiormente altre preoccupazioni: gli incipienti quella di evitare i peccati, e i proficienti quella di progredire nelle virtù.

 

ARTICOLO 10

Se la carità possa diminuire

SEMBRA che la carità possa diminuire. Infatti:
1. I contrari si attuano su un medesimo soggetto. Ma diminuzione e aumento sono contrari. Quindi, dal momento che la carità può aumentare, come abbiamo dimostrato, è evidente che può anche diminuire.
2. Nelle Confessioni S. Agostino così parla a Dio: "Ama meno te chi con te ama qualche altra cosa". E altrove afferma, che "il nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia": dal che sembra dimostrato che, al contrario, l'aumento della cupidigia è una diminuzione della carità. Ora, la cupidigia, con la quale si ama ciò che non è Dio, può crescere nell'uomo. Dunque la carità può diminuire.
3. Come insegna S. Agostino, "Dio non giustifica l'uomo in maniera, da far durare in lui ciò che vi ha prodotto, se egli si allontana": dal che si arguisce che Dio, nel conservare in un uomo la carità, opera come nella prima infusione di essa. Ora, nella prima infusione della carità Dio infonde una carità minore a chi si è meno preparato. Perciò anche nella conservazione di essa Dio conserva minore carità a chi meno si prepara. Dunque la carità può diminuire.

IN CONTRARIO: La carità nella Scrittura viene paragonata al fuoco, p. es., "Le sue fiaccole", cioè della carità, "son fiaccole di fuoco e di fiamma". Ma il fuoco, finché dura, tende sempre a salire. Quindi la carità, finché dura, può salire; ma non può discendere, ossia diminuire.

RISPONDO: La grandezza che la carità possiede in rapporto al proprio oggetto non può né diminuire né aumentare, come abbiamo già visto. Ma siccome aumenta nella grandezza che possiede in rapporto al soggetto, qui dobbiamo esaminare se da questo lato essa possa diminuire. Ora, se diminuisce, bisogna che diminuisca o per un atto, o per la sola cessazione dell'atto. Ebbene, per la cessazione dell'atto diminuiscono, e talora periscono, le virtù acquisite, come sopra abbiamo detto: infatti a proposito dell'amicizia il Filosofo afferma, che "molte amicizie ha già sciolto il silenzio", cioè il non ricordare e il non trattare con l'amico. E questo avviene per il fatto che la conservazione di una cosa dipende dalla causa di essa. Ora, causa della virtù acquisita è l'atto umano. Ecco perché col cessare degli atti umani, la virtù acquisita decresce e quindi si corrompe. Ma questo non può avere luogo nella carità: perché la carità non è causata dagli atti umani, bensì da Dio soltanto, come abbiamo visto sopra. Perciò anche col cessare dell'atto essa non diminuisce e non si corrompe, se in questa cessazione non c'è peccato.
Rimane dunque stabilito che la diminuzione della carità può essere causata, o da Dio, o dal peccato. Ma Dio non produce in noi una privazione, se non come castigo, sottraendo la grazia in pena del peccato. Dunque a lui non si addice diminuire la carità altro che per punizione. Ma la punizione è dovuta al peccato. Dunque, se la carità diminuisce, causa di tale diminuzione non può essere che il peccato: causa, cioè, o efficiente o meritoria. Ebbene, il peccato mortale in nessuno dei due modi diminuisce la carità, ma la distrugge totalmente: come causa efficiente, perché ogni peccato mortale, lo vedremo in seguito, è incompatibile con la carità; come causa meritoria, perché chi peccando mortalmente agisce contro la carità, merita da Dio la sottrazione di essa.

Parimente non può diminuire la carità neppure il peccato veniale: né come causa efficiente, né come causa meritoria. Non come causa efficiente, perché esso non tocca la carità. Infatti quest'ultima ha per oggetto il fine: invece il peccato veniale è un disordine relativo ai mezzi. Ora, non diminuisce l'amore del fine, per il fatto che si commette un disordine relativo ai mezzi: capita, p. es., che alcuni infermi, pur amando molto la guarigione, sono disordinati nell'osservare la dieta prescritta; così pure in campo speculativo le false opinioni ammesse nelle deduzioni dai principii non diminuiscono la certezza dei principii. - Inoltre la diminuzione della carità il peccato veniale non può meritarla. Infatti quando uno manca in cose piccole, non merita di soffrire menomazioni in cose grandi. Poiché Dio non si allontana dall'uomo più di quanto questi si allontana da lui. Perciò chi commette un disordine in rapporto ai mezzi non merita una menomazione nella carità, con la quale viene ordinato all'ultimo fine.
Concludendo, la carità propriamente non può diminuire in nessun modo. Si può chiamare però in senso improprio una diminuzione della carità la predisposizione alla perdita di essa: predisposizione che si compie coi peccati veniali, o con la cessazione degli atti di carità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I contrari si possono attuare su una medesima cosa, quando il soggetto ha il medesimo rapporto con entrambi. Ma la carità non ha lo stesso rapporto con l'aumento e con la diminuzione, infatti essa può avere una causa che l'aumenti, ma non può avere una causa che la diminuisca, come abbiamo spiegato. Dunque l'argomento non regge.
2. Ci sono due tipi di cupidigie. Una con la quale si mette il fine nelle creature. E questa uccide totalmente la carità, essendo, a detta di S. Agostino, "il veleno" di essa. Questa fa sì che Dio sia amato meno di quanto deve esserlo con l'amore di carità, non già diminuendo la carità, ma eliminandola del tutto. È così che vanno intese le parole del Santo: "Ama meno te chi con te ama qualche altra cosa"; infatti aggiunge: "che non ama per te". Ora, questo non avviene nel peccato veniale, ma solo nel mortale: infatti ciò che nel peccato veniale si ama, si ama per Dio, in modo abituale, anche se non attuale. - C'è invece un'altra cupidigia, propria del peccato veniale, che diminuisce con la carità: una tale cupidigia non può sminuire la carità, per le ragioni indicate.

3. Nell'infusione della carità si richiede il moto del libero arbitrio, come sopra abbiamo visto. Perciò quanto diminuisce l'intensità del libero arbitrio influisce come disposizione a far sì che la carità, la quale poi viene infusa, sia minore. Ma per la conservazione della carità non si richiede un moto del libero arbitrio: altrimenti essa cesserebbe in chi dorme. Perciò la carità non viene diminuita dagli ostacoli che riducono l'intensità del libero arbitrio.

ARTICOLO 11

Se chi ha ricevuto la carità possa perderla

SEMBRA che chi ha ricevuto la carità non possa perderla. Infatti:
1. Se la carità si perde, si perde solo per il peccato. Ora, chi ha la carità non può peccare. Poiché sta scritto: "Chiunque è nato da Dio non fa peccato; perché tiene in sé un germe di lui; e non può peccare, perché è nato da Dio". Ora, la carità non l'hanno che i figli di Dio: infatti, come spiega S. Agostino, "è essa che distingue i figli del Regno dai figli della perdizione". Dunque chi ha la carità non può perderla.
2. S. Agostino afferma, che "l'amore, se non è sincero, non va chiamato amore". Ma egli dice pure, che "la carità defettibile non fu mai sincera". E quindi non era carità. Perciò se si avesse una volta la carità, non la si potrebbe mai perdere.
3. S. Gregorio ha detto, che "l'amore di Dio, se c'è, compie cose grandi: se cessa di compierle, la carità non c'è". Ma nessuno perde la carità nel compiere cose grandi. Dunque se la carità c'è, non è possibile perderla.
4. Il libero arbitrio non si piega alla colpa, se non ci sono dei moventi che lo spingono verso di essa. Ora, la carità esclude tutti codesti moventi: cioè l'amor proprio, la cupidigia, e tutte le altre cose del genere. Quindi la carità non si può mai perdere.

IN CONTRARIO: Nell'Apocalisse si legge: "Ho contro di te poche cose, che hai abbandonato la tua prima carità".

RISPONDO: Come abbiamo già notato, in forza della carità abita in noi lo Spirito Santo. Perciò possiamo considerare la carità da tre punti di vista. Primo, dal lato dello Spirito Santo, che muove l'anima ad amare Dio. E da questo lato la carità è impeccabile per la virtù dello Spirito Santo, che compie infallibilmente tutto ciò che vuole. Perciò sono impossibili queste due cose, che lo Spirito Santo voglia muovere uno a compiere un atto di carità, e che costui perda la carità facendo un peccato: infatti il dono della perseveranza, come insegna S. Agostino, è da computarsi tra "quei benefici di Dio, con i quali sono certissimamente salvati tutti coloro che vengono salvati".
Secondo, la carità può essere considerata nella sua intrinseca natura. E da questo lato la carità non può fare altro che quanto appartiene all'essenza di essa. Quindi non può peccare in nessun modo: come il calore non può raffreddare; e come l'ingiustizia, secondo le parole di S. Agostino, non può compiere il bene.
Terzo, la carità può essere considerata dal lato del soggetto, il quale è mutabile per la libertà del suo libero arbitrio. Ora, il rapporto tra carità e soggetto si può considerare, sia secondo lo schema generale delle relazioni tra forma e materia, sia secondo le speciali relazioni tra abito e potenza. Ebbene, è proprio di una forma trovarsi instabilmente nel soggetto, quando non attua tutta la potenzialità della materia: come è evidente nelle forme degli esseri generabili e corruttibili. Poiché la loro materia riceve la forma in modo da conservarsi in potenza anche ad altre forme, come se la potenzialità della materia non fosse stata attuata interamente da una data forma; perciò è possibile perdere una forma per riceverne un'altra. Invece la forma dei corpi celesti è immutabile, perché attua tutta la potenzialità della materia, così da non lasciare in essa nessuna potenza ad altre forme. - Parimente, dunque, non si può perdere la carità della patria; perché colma tutta la potenzialità dell'anima razionale, portandola verso Dio in ogni suo atto. Al contrario la carità dei viatori non attua così la potenzialità del soggetto: poiché non sempre si porta attualmente verso Dio. E quindi, quando non tende attualmente verso Dio, può capitare un atto che fa perdere la carità.

È proprio invece di un abito spingere la potenza ad agire, in quanto l'abito fa sembrare buono ciò che gli si addice, e cattivo quanto ad esso si oppone. Infatti come il gusto giudica i sapori secondo la propria disposizione, così l'anima umana giudica sul da farsi secondo la propria disposizione abituale: infatti il Filosofo scrive, che, "a seconda di come ciascuno è, diverso gli appare il fine". Perciò la carità non si può perdere, là dove l'oggetto che ad essa conviene non può apparire che buono: e cioè nella patria, dove si vede l'essenza di Dio, che è l'essenza stessa della bontà. Ecco perché la carità della patria non si può perdere. Invece la carità dei viatori, nel cui stato non si vede l'essenza di Dio, che è l'essenza stessa della bontà, può essere perduta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo parla riferendosi al potere dello Spirito Santo, che col suo influsso preserva immuni dal peccato coloro che egli muove come vuole.
2. La carità che nella sua stessa natura di carità potesse mancare, non sarebbe vera carità. Ciò avverrebbe, se uno nel suo amore si proponesse di amare per un certo tempo, e poi di cessare: il che ripugnerebbe al vero amore. Ma se la carità si perde per la mutabilità del soggetto, nonostante il proposito contrario incluso nell'atto della carità, allora la sincerità della carità non è esclusa.
3. L'amore di Dio compie sempre grandi cose allo stato di propositi; poiché questo è essenziale alla carità. Tuttavia non sempre li compie di fatto, per le disposizioni del soggetto.
4. La carità, stando alla natura del suo atto, esclude tutti i moventi del peccato. Ma capita che la carità spesso non agisca attualmente. E allora può intervenire un movente che spinge al peccato, consentendo al quale si perde la carità.

ARTICOLO 12

Se la carità si perda con un solo peccato mortale

SEMBRA che la carità non si perda con un solo peccato mortale. Infatti:
1. Origene scrive: "Se il disgusto prende talora qualcuno di coloro che sono giunti al grado della perfezione, penso che non debba subito svuotarsi e decadere; ma è necessario che decada un po' per volta". Ora, l'uomo decade col perdere la carità. Dunque la carità non si perde con un solo peccato mortale.
2. Il Papa S. Leone così parla in un discorso rivolgendosi a S. Pietro: "Il Signore vide che in te la fede non era stata vinta, l'amore non era stato distrutto, ma che la costanza era stata turbata. Abbondò il pianto dove non era venuto meno l'affetto: la fonte della carità lavò le parole della paura". E S. Bernardo arguisce da questo, che "in Pietro la carità non venne a morire". Ora Pietro, rinnegando Cristo, peccò mortalmente. Dunque la carità non si perde per un solo peccato mortale.

3. La carità è più forte di una virtù acquisita. Ma gli abiti delle virtù acquisite non vengono eliminati da un solo atto del vizio contrario. Perciò meno che mai può essere eliminata la carità da un unico atto di peccato mortale.
4. La carità implica l'amore di Dio e del prossimo. Ora, è chiaro che uno può commettere un peccato mortale, conservando l'amore di Dio e del prossimo: infatti il disordine dell'affetto in rapporto ai mezzi non elimina l'amore verso il fine, come sopra abbiamo notato. Perciò la carità verso Dio può rimanere, pur essendoci un peccato mortale per l'affetto disordinato verso un bene temporale.
5. L'oggetto delle virtù teologali è il fine ultimo. Ma le altre virtù teologali, cioè la fede e la speranza, non sono eliminate da un solo peccato mortale: ché rimangono informi. Dunque anche la carità può rimanere informe, pur avendo uno commesso un peccato mortale.

IN CONTRARIO: Col peccato mortale un uomo diviene degno della morte eterna, secondo l'espressione paolina: "La paga del peccato è la morte". Ma chiunque abbia la carità merita la vita eterna; poiché sta scritto: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, ed io l'amerò e mi manifesterò a lui"; e la vita eterna consiste appunto in questa manifestazione. "La vita eterna è questa, che conoscano te, vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo". Ora, nessuno può essere degno allo stesso tempo della vita eterna e della morte eterna. Dunque è impossibile che uno abbia la carità col peccato mortale. Perciò basta un peccato mortale, per eliminare la carità.

RISPONDO: Una cosa viene sempre eliminata al sopraggiungere del suo contrario. Ora, qualsiasi atto di peccato mortale è contrario alla natura stessa della carità, che consiste nell'amare Dio sopra tutte le cose, e nel sottomettersi a lui totalmente, indirizzandogli ogni cosa. Perciò è essenziale alla carità di amare Dio a tal punto, da volersi sottomettere a lui interamente, e da seguire in tutto la norma dei suoi precetti: poiché tutto ciò che contrasta con i suoi precetti, è apertamente contrario alla carità; e quindi ha in sé di essere incompatibile con la carità.
Ora, se la carità fosse un abito acquisito, dipendente dalla virtù del soggetto, non sarebbe necessaria la sua eliminazione per un unico atto contrario. Infatti l'atto non è direttamente contrario all'abito, ma a un altro atto: e d'altra parte la conservazione di un abito nel soggetto non richiede la continuità dell'atto: perciò il sopraggiungere di un atto contrario non esclude immediatamente l'abito acquisito. Ma la carità, essendo un abito infuso, dipende dall'azione di Dio che lo infonde, e che nell'infusione e nella conservazione della carità, come si è detto, è paragonabile al sole nell'atto di illuminare l'aria. Perciò come cessa la luce nell'aria appena s'interpone un ostacolo alla illuminazione del sole, così cessa di essere nell'anima la carità, appena si mette un ostacolo all'infusione di essa da parte di Dio. Ora, è evidente che con qualsiasi peccato mortale, contrario ai precetti di Dio, si mette un ostacolo a codesta infusione: perché il fatto che un uomo nella scelta preferisce il peccato all'amicizia di Dio, la quale esige l'accettazione della volontà divina, ha come conseguenza immediata la perdita dell'abito della carità, con un solo atto di peccato mortale. Perciò S. Agostino insegna, che "l'uomo è illuminato dalla presenza di Dio in lui; ma appena questi si allontana, subito è ottenebrato: e da Dio ci si allontana non con la distanza materiale, ma con l'aversione della volontà".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le parole di Origene si possono intendere nel senso che l'uomo il quale si trova nello stato di perfezione non passa immediatamente all'atto del peccato mortale, ma vi si predispone con qualche negligenza precedente. Infatti si dice che i peccati veniali predispongono al mortale, come abbiamo già spiegato. Decade tuttavia con un solo atto di peccato mortale, se uno lo commette, perdendo la carità.
Però, siccome Origene aggiunge: "Se uno dopo una caduta momentanea, subito si pente, non sembra che egli rovini del tutto", si può spiegare che per lui si svuota e decade chi arriva al punto di peccare per malizia. E questo non avviene subito al primo peccato in un uomo perfetto.
2. La carità si può perdere in due modi. Primo, direttamente, disprezzandola di proposito. E Pietro, certo, non perdette la carità in tal modo. - Secondo, indirettamente: quando si commette un atto contrario alla carità, per una passione della concupiscenza o del timore. E Pietro, agendo in questo modo contro la carità, perdette la carità: però la ricuperò subito.

4. Costituisce un peccato mortale non qualsiasi disordine affettivo circa i mezzi, cioè i beni creati; ma solo se si tratta di un disordine che è in contrasto con la volontà di Dio. E questo, come abbiamo detto, è incompatibile con la carità.
5. La carità, a differenza della fede e della speranza, importa una certa unione con Dio. Ora, ogni peccato mortale consiste in un allontanamento da Dio, come fu spiegato nei trattati precedenti. Ecco perché ogni peccato mortale è incompatibile con la carità. Invece non tutti i peccati mortali sono incompatibili con la fede e la speranza, ma solo certi peccati particolari, che distruggono l'abito della fede e della speranza, come fa ogni peccato mortale con l'abito della carità. Perciò è evidente che la carità non può rimanere informe, essendo la suprema forma delle virtù, per il fatto che considera Dio, come abbiamo visto, sotto l'aspetto di ultimo fine.