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Questione
23
La
carità in se stessa
Passiamo ora a trattare della carità. Primo, parleremo
direttamente della carità; secondo, del dono della sapienza che le
corrisponde. Sul primo tema tratteremo cinque argomenti: primo,
della carità stessa; secondo, del suo oggetto; terzo, dei suoi atti;
quarto, dei vizi contrari; quinto, dei precetti che ad essa si riferiscono. Sul primo argomento svolgeremo due questioni: la
prima riguardante la carità in se stessa; la seconda riguardante
la carità in rapporto al soggetto.
Nella prima questione abbiamo otto quesiti: 1. Se la carità sia
un'amicizia; 2. Se sia qualche cosa di creato nell'anima; 3. Se
sia una virtù; 4. Se sia una virtù speciale; 5. Se sia una virtù
unica; 6. Se sia la più grande delle virtù; 7. Se possa esserci una
vera virtù senza di essa; 8. Se sia forma delle virtù.
ARTICOLO
1
Se la carità sia un'amicizia
SEMBRA che la carità non sia un'amicizia. Infatti:
1. Come dice il Filosofo,
"niente è tanto proprio degli amici
quanto il vivere insieme". Ma la carità lega l'uomo con Dio e con
gli angeli, "che sono fuori del consorzio umano", secondo l'espressione di Daniele. Quindi la carità non è un'amicizia.
2. L'amicizia, come insegna Aristotele, non si concepisce senza
rispondenza di amore. Ora, la carità si ha persino verso i nemici,
secondo le parole evangeliche: "Amate i vostri nemici". Dunque
la carità non è amicizia.
3. Secondo il Filosofo, tre sono le specie dell'amicizia, e cioè:
"di piacere", "di utilità" e "di onestà". Ma la carità non è
un'amicizia di utilità o di piacere; infatti S. Girolamo scrive: "L'affetto che ci lega e che ci unisce in Cristo non è suggerito dai
vantaggi dei beni di famiglia, o dalla presenza dei corpi, oppure
dalla adulazione subdola, ma dal timore di Dio e dallo studio
della Sacra Scrittura". E neppure è un'amicizia basata sull'onestà: poiché con la carità
amiamo anche i peccatori; mentre
l'amicizia di onestà riguarda soltanto le persone virtuose, come nota
Aristotele. Perciò la carità non è un'amicizia.
IN
CONTRARIO: Nel Vangelo si legge: "Io non vi chiamo più
servi, ma amici". Ora, queste parole furono dette soltanto a
motivo della carità. Dunque la carità è un'amicizia.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo, non un amore qualsiasi,
ma solo quello accompagnato dalla benevolenza ha natura di
amicizia: quando, cioè, amiamo uno così da volergli del bene. Se
invece non vogliamo del bene alle cose amate, ma il loro stesso
bene lo vogliamo a noi, come quando amiamo il vino, o altre cose
del genere, non si ha un amore di amicizia, ma di concupiscenza.
Infatti è ridicolo dire che uno ha amicizia per il vino, o per il
cavallo. Anzi, per l'amicizia non basta neppure la benevolenza,
ma si richiede l'amore scambievole: poiché un amico è amico per
l'amico. E tale mutua benevolenza è fondata su qualche comunanza.
Ora, essendoci una certa comunanza dell'uomo con Dio, in
quanto questi ci rende partecipi della sua beatitudine, è necessario che su
questo scambio si fondi un'amicizia. E di questa
compartecipazione così parla S. Paolo: "Fedele è Dio, per opera del
quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo". Ma
l'amore che si fonda su questa comunicazione è la carità. Dunque
è evidente che la carità è un'amicizia dell'uomo con Dio.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. Nell'uomo ci sono due generi di
vita. La prima è esterna, fondata sulla natura sensibile e materiale: e in codesta vita noi non abbiamo comunione, o consorzio
con Dio e con gli angeli. La seconda è una vita spirituale, fondata
sull'anima. E secondo questa vita noi abbiamo un consorzio con
Dio e con gli angeli. Imperfettamente nello stato della vita presente, secondo le parole di S. Paolo:
"La nostra convivenza è nei cieli". Ma questa convivenza si perfezionerà nella patria, quando,
secondo l'espressione dell'Apocalisse, "i suoi servi serviranno Dio
e vedranno la sua faccia". Perciò qui abbiamo una carità imperfetta, che diventerà perfetta nella patria.
2. Si può amare una persona in due maniere. Primo, per se
stessa: e in questo senso non si può avere amicizia che per un
amico. Secondo, si può amare qualcuno a motivo di un'altra
persona: come quando, per l'amicizia che uno nutre verso un amico,
ama tutti coloro che gli appartengono, siano essi figli, servi, o in
altro modo a lui uniti. E l'amore può essere così grande da abbracciare per l'amico quelli che gli appartengono, anche se ci
offendono e ci odiano. Ed è così che l'amicizia della carità si estende
anche ai nemici, i quali sono amati da noi per carità in ordine
a Dio, che è l'oggetto principale di questa amicizia.
3. L'amicizia basata sull'onestà principalmente non ha di mira
che la persona virtuosa: ma in vista di essa sono amati tutti coloro
che le appartengono, anche se non sono virtuosi. Ed è così che la
carità, la quale è in sommo grado amicizia basata sull'onestà, si
estende anche ai peccatori che amiamo con carità per amore di
Dio.
ARTICOLO
2
Se la carità sia qualche cosa di creato nell'anima
SEMBRA che la carità non sia qualche cosa di creato nell'anima.
Infatti:
1. S. Agostino afferma:
"Chi ama il prossimo viene ad amare
l'amore medesimo. Ora, Dio è amore. E quindi egli viene ad amare
soprattutto Dio". E altrove: "L'affermazione che Dio è carità è
parallela a quella che Dio è spirito". Dunque la carità non è qualche cosa di creato nell'anima, ma è Dio stesso.
2. Dio è spiritualmente la vita dell'anima, come l'anima è la
vita del corpo, secondo l'espressione della Scrittura: "Egli è la
tua vita". Ma l'anima vivifica il corpo direttamente. Perciò Dio
vivifica l'anima direttamente. E poiché la vivifica mediante la carità, come dice S. Giovanni:
"Noi sappiamo che siamo stati trasportati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli". Dunque
la carità è Dio stesso.
3. Niente di creato ha una virtù infinita, ché al contrario ogni
creatura è vanità. Ora, la carità non è vanità, ma ad essa si contrappone: ed ha una virtù infinita, poiché porta l'anima umana
a un bene infinito. Perciò la carità non è qualche cosa di creato
nell'anima.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"Chiamo carità il moto dell'animo che tende a
fruire di Dio per se stesso". Ma il moto dell'animo è qualche cosa di creato nell'anima. Dunque anche la
carità è qualche cosa di creato nell'anima.
RISPONDO: Il Maestro delle
Sentenze esamina questo problema
nel primo libro, e afferma che la carità non è qualche cosa di
creato nell'anima, ma lo Spirito Santo medesimo che abita in
essa. Però egli non intende dire che il moto del nostro amore
verso Dio sia lo Spirito Santo; ma che questo moto di amore
proviene dallo Spirito Santo, senza il soccorso di un abito, come invece avviene per gli altri atti virtuosi prodotti dallo Spirito Santo
mediante gli abiti delle virtù, p. es., mediante la speranza, la
fede, o qualsiasi altra virtù. E diceva questo per l'eccellenza della
carità.
Se uno però considera bene la cosa, questo risulta a detrimento
della carità. Infatti il moto della carità non deriva dallo Spirito
Santo in modo che la mente umana non sia principio di codesto
moto, come quando un corpo subisce il moto di un motore esterno.
Poiché questo sarebbe contro la natura dell'atto volontario, il
quale esige di avere in se stesso il proprio principio, come sopra
abbiamo detto. Perciò ne seguirebbe che amare non sarebbe un
atto volontario. Il che è assurdo: dal momento che l'amore è per
se stesso un atto della volontà. - Così pure non si può affermare
che lo Spirito Santo muove la volontà ad amare come uno strumento, il quale pur essendo principio dell'atto, non ha in sé la
capacità di agire o di non agire. In tal caso si eliminerebbe la
volontarietà, e si escluderebbe il merito: mentre sopra abbiamo
dimostrato che l'amore di carità è la radice del merito. - Ma è necessario che la volontà sia mossa dallo Spirito Santo in maniera
da essere essa stessa la causa di codesto atto.
Ora, nessun atto può essere prodotto perfettamente da una
potenza attiva, se, mediante una forma che ne divenga principio
operativo, non diventi un atto connaturale. Ecco perché Dio, che
muove tutti gli esseri al loro fine, ha posto in ciascuno di essi
delle forme che danno loro l'inclinazione verso i fini da lui prestabiliti: ed è in questo senso che Dio, a detta della Scrittura,
"dispone tutto con soavità". Ora, è evidente che l'atto della carità
sorpassa la natura della potenza volitiva. Perciò se alla potenza
naturale non si aggiunge una forma che la pieghi all'atto
dell'amore, codesto atto rimane più imperfetto degli atti naturali, e
degli atti delle altre virtù: e tale atto non sarà né facile, né piacevole.
Ora, questo è falso; poiché nessuna virtù ha tanta inclinazione
al proprio atto quanto la carità, e nessuna opera con tanto godimento. Perciò l'atto della carità richiede, più di ogni altro, che
esista in noi una forma aggiunta alla potenza naturale, che la
pieghi all'atto della carità, e che la faccia agire con prontezza e
con gioia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'essenza divina è per se stessa
carità, come è sapienza e bontà. Perciò come si può dire che noi
siamo buoni della bontà che è Dio, e sapienti della sapienza che
è Dio, perché la bontà che ci rende formalmente buoni è una partecipazione della bontà divina, e la sapienza che ci rende
formalmente sapienti è una partecipazione della divina sapienza; così
la carità con la quale formalmente amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina. E questo modo di parlare è
abituale presso i platonici, alle cui dottrine si era formato S. Agostino.
Ma alcuni non riflettendo a questo, dalle sue parole presero occasione di sbagliare.
2. Dio, come causa efficiente, è vita dell'anima mediante la
carità, e del corpo mediante l'anima: ma come causa formale vita
dell'anima è la carità, e vita del corpo è l'anima. Perciò da questo
si può concludere che la carità si unisce immediatamente all'anima,
come l'anima si unisce al corpo.
3. La carità opera come forma. Ma l'efficacia di una forma
dipende dalla virtù della causa agente che produce la forma. Perciò
se la carità non è vanità, ma produce un effetto infinito, unendo
l'anima con Dio mediante la giustificazione, ciò dimostra l'infinità
della virtù di Dio, che la produce.
ARTICOLO
3
Se la carità sia una virtù
SEMBRA che la carità non sia una virtù. Infatti:
1. La carità è una specie d'amicizia. Ora, l'amicizia dai filosofi
non è enumerata tra le virtù, com'è evidente nell'Etica Nicomachea: poiché non risulta né tra le virtù morali, né tra quelle
intellettuali. Perciò neppure la carità è una virtù.
2. Come dice Aristotele,
"la virtù è l'estrema capacità di una potenza". Ma l'ultima capacità non è la carità, bensì la gioia e
la pace. Dunque non la carità, ma la gioia e la pace sono virtù.
3. Qualsiasi virtù è un abito accidentale. Ora, la carità non è
un abito accidentale: essendo essa più nobile dell'anima. E si sa
che nessun accidente è più nobile del proprio subietto.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive:
"La carità è una virtù, che
ci unisce a Dio, e con la quale lo amiamo, quando il nostro affetto è assolutamente
retto".
RISPONDO: Gli atti umani sono buoni in quanto sono regolati
dalla debita regola o misura: perciò la virtù umana, principio di
tutti gli atti buoni, consiste nell'adeguarsi alla regola degli atti
umani. E questa, come abbiamo detto, è duplice, e cioè: la ragione
umana, e Dio stesso. Perciò, come le virtù morali, secondo Aristotele, si definiscono qualità
"conformi alla retta ragione", così
costituisce la virtù il raggiungimento di Dio, secondo le spiegazioni
date a proposito della fede e della speranza. Ora, siccome la carità raggiunge Dio, perché a Dio ci unisce, secondo le parole
riferite di S. Agostino; ne segue che la carità è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo non nega che
l'amicizia sia una virtù, ma dice soltanto che è
"una virtù, oppure che
è unita alla virtù". Infatti si potrebbe affermare che è una virtù
morale relativa alle operazioni che riguardano gli altri, però sotto
un aspetto diverso dalla giustizia. Infatti la giustizia s'interessa
di codeste operazioni sotto l'aspetto del debito legale; invece l'amicizia se ne interessa sotto l'aspetto di debito amichevole e
morale, o piuttosto sotto l'aspetto di beneficio gratuito, come afferma
Aristotele nell'Etica.
Tuttavia si può dire che l'amicizia non è una virtù distinta per
se stessa dalle altre. Essa infatti non è lodevole ed onesta che in
base all'oggetto, cioè in quanto si fonda sull'onestà della virtù. E
ciò è evidente dal fatto che non tutte le amicizie sono oneste e lodevoli, come è chiaro nelle amicizie basate sul piacere o sull'utile.
Perciò un'amicizia virtuosa più che una virtù è un corollario delle
virtù. - Ma questo non è il caso della carità, la quale si fonda
principalmente non sulla virtù dell'uomo, ma sulla bontà di Dio.
2. Appartiene alla medesima facoltà amare una persona e godere
di essa: poiché la gioia, come abbiamo detto nel trattato delle passioni, segue l'amore. Perciò è più giusto considerare virtù l'amore
che la gioia, la quale è un effetto di esso. - D'altra parte l'estrema
capacità di cui si parla nella definizione della virtù non è ultima
come l'effetto rispetto alla potenza, (all'abito e all'atto), ma piuttosto è l'ultimo limite nell'ordine degli effetti, come cento libbre
rispetto a sessanta.
3. Ogni accidente per il modo di essere è inferiore alla sostanza:
poiché la sostanza è un ente per sé, mentre l'accidente esiste in
un'altra entità. Invece per la natura della specie l'accidente è inferiore al subietto, se è causato dai principii di esso, come un
effetto è meno nobile della sua causa. Ora, l'accidente che è
causato dalla partecipazione di una natura superiore è più nobile del
soggetto, essendo un riflesso della natura superiore: come la luce
rispetto a un corpo diafano. E in questo senso la carità è superiore all'anima, essendo una partecipazione dello Spirito Santo.
ARTICOLO 4
Se la carità sia una speciale virtù
SEMBRA che la carità non sia una speciale virtù. Infatti:
1. S. Girolamo ha scritto:
"Per restringere in poche parole la
definizione della virtù, dirò che la virtù è la carità con la quale
si ama Dio e il prossimo". E S. Agostino afferma, che "la virtù
è l'ordine della carità". Ora, nella definizione della virtù in genere non deve trovarsi nessuna virtù speciale. Dunque la carità
non è una speciale virtù.
2. Una virtù speciale non può estendersi agli atti di tutte le virtù.
Ma la carità si estende agli atti di tutte le virtù, secondo le parole di S. Paolo:
"La carità è paziente, è benigna, ecc.". Inoltre
essa si estende a tutte le opere dell'uomo, poiché l'Apostolo aggiunge: "Tutte le vostre azioni si facciano nella carità". Perciò
la carità non è una speciale virtù.
3. I precetti della legge corrispondono agli atti delle virtù. Ora,
S. Agostino insegna, che "è un precetto generale, Amerai; com'è
una proibizione generale, Non desiderare". Dunque la carità
è una virtù generale.
IN CONTRARIO: Nessuna entità generica è ammessa
nell'enumerazione di entità specifiche. Ma la carità è enumerata tra le virtù
specifiche, cioè accanto alla fede e alla speranza, secondo quel
passo paolino: "Ora soltanto queste tre cose perdurano, fede, speranza e
carità". Perciò la carità è una virtù speciale.
RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, gli atti e gli abiti sono
specificati dai loro oggetti. Ora, oggetto proprio dell'amore è il
bene, come abbiamo detto. E quindi dove c'è un aspetto speciale
di bontà, c'è un aspetto speciale dell'amore. Ma il bene divino,
in quanto oggetto della beatitudine, ha un aspetto speciale di bontà.
Perciò l'amore di carità, che è appunto amore di codesto bene,
è uno speciale amore. Dunque la carità è una speciale virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La carità si trova nella definizione
di tutte le virtù, non perché s'identifica essenzialmente con esse;
ma perché tutte da essa in qualche modo dipendono, come vedremo. Lo stesso avviene per la prudenza, che si riscontra nella
definizione delle virtù morali, perché codeste virtù da essa dipendono.
2. La virtù o l'arte che ha per oggetto il fine più remoto,
comanda le virtù e le arti che hanno per oggetto i fini secondari e
immediati; come l'arte militare, per dirla con Aristotele, comanda
all'equitazione. Ecco perché la carità, avendo per oggetto il fine
ultimo della vita umana, cioè la beatitudine eterna, abbraccia gli
atti di tutta la vita umana, non già emettendoli direttamente, ma
comandandoli.
3. Si dice che il precetto della carità è un precetto generale
perché ad esso si riducono, come a loro fine, tutti gli altri precetti:
secondo le parole di S. Paolo: "Fine del precetto è la carità".
ARTICOLO 5
Se la carità sia una virtù unica
SEMBRA che la carità non sia una virtù unica. Infatti:
1. Gli abiti si distinguono secondo gli oggetti. Ora, la carità
ha due oggetti che tra loro sono infinitamente distanti, cioè Dio e
il prossimo. Dunque la carità non è una virtù unica.
2. Anche se l'oggetto è realmente identico, bastano le sue
diverse ragioni di oggetto per diversificare gli abiti, come sopra
abbiamo spiegato. Ma le ragioni di amare Dio sono molteplici:
poiché siamo tenuti ad amarlo per ciascuno dei suoi benefici. Quindi
la carità non è una virtù unica.
3. Nella carità è inclusa l'amicizia verso il prossimo. Ora, il
Filosofo elenca diverse specie di amicizia. Perciò la carità non è
un'unica virtù, ma è suddivisa in diverse specie.
IN CONTRARIO: Dio come è oggetto
della fede, così è oggetto della
carità. Ma la fede è virtù unica per l'unità della verità divina,
secondo l'affermazione di S. Paolo: "Una è la fede". Dunque anche la carità è una virtù unica, per l'unità della bontà divina.
RISPONDO: La carità, come abbiamo detto, è un'amicizia
dell'uomo con Dio. Ebbene, nell'amicizia si riscontrano diverse
specie. Prima di tutto in base alla diversità dei fini: e in tal senso
abbiamo tre specie di amicizia, e cioè le amicizie basate sull'utile,
sul piacere e sull'onestà. In secondo luogo in base alla diversità
di compartecipazioni su cui si fonda l'amicizia: l'amicizia dei
consanguinei, p. es., è distinta da quella dei concittadini e dei
compagni di viaggio, come nota Aristotele. - Ora, la carità non
può essere suddivisa in nessuno dei modi indicati. Infatti il suo
fine è unico, vale a dire la bontà divina. Ed è unica la compartecipazione della beatitudine eterna, su cui si fonda questa amicizia.
Perciò rimane che la carità è in modo assoluto un'unica virtù,
senza pluralità di specie.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento sarebbe valido, se
Dio e il prossimo fossero ugualmente oggetto della carità. Ma questo non è vero: poiché Dio ne è l'oggetto principale, mentre il
prossimo è amato per amor di Dio.
2. Con la carità Dio è amato per se stesso. Perciò la carità
considera una sola ragione principale nell'amore, e cioè la bontà di
Dio, che s'identifica con la sua natura, secondo l'espressione dei Salmi: "Celebrate il Signore, perché egli è buono". Mentre le
altre ragioni che indicano, oppure obbligano ad amarlo, sono secondarie e dipendono dalla prima.
3. Le amicizie umane di cui parla il Filosofo hanno fini e
partecipazioni diverse. Ma questo non avviene nella carità, come
abbiamo visto. Perciò il paragone non regge.
ARTICOLO 6
Se la carità sia la più nobile delle virtù
SEMBRA che la carità non sia la più nobile delle virtù. Infatti:
1. Le virtù, come le operazioni, che appartengono a una facoltà
superiore, sono anch'esse superiori. Ma l'intelletto è superiore alla
volontà, essendone la guida. Dunque la fede, che si trova nell'intelletto, è più nobile della carità che risiede nella volontà.
2. La cosa di cui un'altra si serve per operare è a questa
inferiore: il dipendente, p. es., col quale il padrone compie
un'impresa, è inferiore al padrone. Ora, "la fede opera mediante la
carità", come dice S. Paolo. Perciò la fede è superiore alla carità.
3. L'aggiunta che completa una cosa è più perfetta di essa. Ma
la speranza sembra essere in questi rapporti con la carità:
infatti l'oggetto della carità è il bene, mentre l'oggetto della speranza
è il bene arduo. Dunque la speranza è più nobile della carità.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"La più grande di esse è la carità".
RISPONDO:
È necessario che le virtù umane, principio degli atti
buoni, consistano nell'adeguazione alla regola degli atti umani,
poiché la bontà di codesti atti si misura dalla loro conformità alla
regola stabilita. Sopra però abbiamo detto che esistono due regole degli atti umani, cioè la ragione umana e Dio. Ma Dio è la
prima regola, da cui deve essere regolata la stessa ragione umana.
Ecco perché le virtù teologali, che consistono nell'adeguarsi a
questa prima regola, avendo esse Dio per oggetto, sono superiori
alle virtù morali e intellettuali, che consistono nell'adeguarsi alla
ragione umana. Perciò è necessario che tra le stesse virtù teologali sia più nobile quella che meglio raggiunge Dio. D'altra parte
(è noto che) i mezzi diretti sono superiori a quelli indiretti. Ora,
la fede e la speranza raggiungono Dio in quanto causa in noi la
conoscenza della verità e il conseguimento della beatitudine: invece la carità raggiunge Dio come è in se stesso, non in quanto
causa di qualche beneficio per noi. Perciò la carità è più nobile
della fede e della speranza; e quindi di tutte le altre virtù. Al pari
cioè della prudenza, la quale, adeguandosi direttamente alla ragione, è superiore alle altre virtù morali, che si adeguano alla
ragione in quanto da essa viene stabilito il giusto mezzo negli atti
e nelle passioni umane.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'operazione intellettiva si
compie portando l'oggetto nell'intelligenza: perciò la nobiltà
dell'operazione intellettiva si misura dal grado dell'intelligenza. Invece
l'operazione della volontà, e di qualsiasi potenza appetitiva, si
compie mediante un'inclinazione verso la cosa che ne è come il
termine. Perciò la nobiltà di un'operazione appetitiva si misura in
base alla cosa che ne è l'oggetto. Ora, le cose che sono al di sotto
dell'anima si trovano in maniera più nobile nell'anima che in se
stesse, poiché ogni cosa si adegua al modo di esistere del soggetto
in cui si trova, come insegna il De Causis: mentre le cose superiori sono in maniera più nobile in se stesse che nell'anima. Ecco
perché è più nobile la conoscenza che l'amore delle cose a noi
inferiori: e per questo il Filosofo nell'Etica ha preferito le virtù
intellettuali a quelle morali. Ma trattandosi di cose superiori a
noi, l'amore, e specialmente l'amore di Dio, va preferito alla conoscenza. Perciò la carità è più nobile della fede.
2. La fede non opera mediante la carità, come se si trattasse di
uno strumento, cioè come fa il padrone col servo; ma usandone
come della propria forma. Perciò l'argomento non regge.
3. L'identico bene è oggetto della carità e della speranza: ma
mentre la carità dice unione con codesto bene, la speranza implica una certa lontananza da esso. Ecco perché la carità non lo
riguarda quale bene arduo, come fa la speranza: poiché ciò che
è unito non ha più l'aspetto di cosa ardua. Ma da ciò si ricava che
la carità è più perfetta della speranza.
ARTICOLO
7
Se possano esserci vere virtù senza la carità
SEMBRA che possa esserci una vera virtù senza la carità. Infatti:
1.
È proprio della virtù produrre atti buoni. Ora, coloro che
non hanno la carità possono compiere atti buoni: come vestire
gl'ignudi, nutrire gli affamati, e altri atti consimili. Dunque possono esserci delle vere virtù senza la carità.
2. La carità non può esistere senza la fede: poiché, a detta di
S. Paolo, deriva "da una fede sincera". Eppure negl'infedeli può
esserci la vera castità, nel raffrenare le loro concupiscenze; e la
vera giustizia, nel giudicare rettamente. Perciò può esserci una
vera virtù senza la carità.
3. Come insegna Aristotele, le scienze e le arti sono virtù. Ma
esse si riscontrano anche nei peccatori privi di carità. Dunque può
esserci una vera virtù senza la carità.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma:
"E se anche sbocconcellassi ai
poveri tutto quel che ho, e dessi il mio corpo per essere arso, e non
avessi la carità, non avrei nessun giovamento". Invece le vere virtù
portano sempre un gran giovamento, come dice la Scrittura: "Insegna la temperanza e la giustizia, la prudenza e la fortezza, delle
quali nulla c'è di più utile in vita agli uomini". Perciò una vera
virtù è impossibile senza la carità.
RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, la virtù è ordinata al bene.
Ma bene principalmente è il fine: poiché i mezzi ordinati al fine
non sono beni che in ordine al fine. Perciò, come esistono due fini,
quello ultimo e quello prossimo, così esistono due beni: il bene ultimo, e il bene prossimo e particolare. Il bene ultimo e principale
dell'uomo è la fruizione di Dio, come si esprimono i Salmi: "Bene è
per me lo stare unito a Dio"; e ad esso l'uomo è ordinato dalla carità. Invece il bene secondario e quasi particolare dell'uomo
può essere di due generi: uno è un bene vero, poiché di suo è ordinabile
al bene principale che è l'ultimo fine; l'altro è un bene apparente
e non vero, perché allontana dal bene finale.
Da questo si dimostra che vera virtù è in senso assoluto quella
che ordina al bene principale dell'uomo: e il Filosofo stesso afferma, che la virtù è
"la disposizione all'ottimo di ciò che è perfetto". E quindi non può esserci nessuna vera virtù, senza la carità.
- Se invece si considera la virtù in rapporto a un fine particolare,
allora si può parlare di virtù senza la carità, in quanto cioè è ordinata a un bene particolare.
Però se codesto bene particolare non è vero bene, ma apparente,
la virtù ad esso correlativa non sarà una vera virtù, ma una immaginazione di essa:
"non è una vera virtù", p. es., come scrive
S. Agostino, "la prudenza degli avari, con la quale essi studiano i
vari sistemi di guadagno; e non è vera la loro giustizia, con la quale
si disinteressano delle cose altrui per paura di gravi danni; non è
vera la loro temperanza, con la quale reprimono l'appetito della
dispendiosa lussuria; e non è vera la loro fortezza, con la quale, a detta di Orazio,
per mare, per monti e per fuoco fuggono la povertà". - Se invece codesto bene particolare è un vero bene,
come,
p. es., la salvezza dello stato, si avrà una vera virtù, ma imperfetta,
se non viene indirizzata al bene perfetto e finale. Ecco perché assolutamente parlando non può esserci vera virtù senza la carità.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. L'atto di chi è privo della carità
può essere di due specie. Primo, l'atto può essere compiuto proprio
in quanto uno è privo di carità: p. es., quando agisce in ordine
a ciò che lo priva della carità. Un tale atto è sempre cattivo: l'atto
dell'incredulo, p. es., in quanto incredulo, è sempre peccato, come
insegna S. Agostino; anche se veste gl'ignudi, o fa qualsiasi altra
cosa del genere, ordinandola alla propria incredulità. - Secondo,
l'atto può essere compiuto da chi è privo di carità non in quanto subisce questa privazione, ma in quanto possiede un dono di Dio,
come la fede, la speranza, o anche un bene di natura, che il peccato
non distrugge totalmente, come sopra abbiamo notato. E da questo lato è possibile un atto buono nel suo genere: però non può essere perfettamente buono, mancando il debito ordine all'ultimo fine.
2. Poiché il fine sta alle azioni da compiere, come i primi
principii stanno nelle scienze speculative, allo stesso modo che non può
esser vera la scienza, se manca la giusta nozione del primo
principio indimostrabile; così non può esser vera la giustizia, o la
castità, se manca l'ordine al fine ultimo, prodotto dalla carità, per
quanto uno sia ben ordinato in tutto il resto.
3. Le scienze e le arti di suo dicono ordine a un bene particolare,
e non al fine ultimo della vita umana, come le virtù morali, che
rendono l'uomo buono in senso assoluto, come abbiamo spiegato in
precedenza. Perciò il paragone non regge.
ARTICOLO
8
Se la carità sia forma delle altre virtù
SEMBRA che la carità non sia forma delle altre virtù. Infatti:
1. Per ogni cosa la
forma o è esemplare, o è essenziale. Ora, la carità non è
forma esemplare delle altre virtù: perché allora tutte
le altre virtù avrebbero la sua medesima specie. E non è loro forma
essenziale; perché altrimenti la carità non si distinguerebbe da
esse. Perciò in nessun modo è forma delle altre virtù.
2. La carità rispetto alle altre virtù viene paragonata alla radice
e al fondamento, secondo l'espressione paolina: "Radicati e fondati nella carità". Ma la radice e il fondamento non hanno natura
di forma, bensì di materia: essendo le prime parti nella produzione
di una cosa. Dunque la carità non è forma delle altre virtù.
3. Come insegna Aristotele, forma, fine e causa efficiente non
s'identificano. Ora, la carità viene considerata fine e madre delle
virtù. Quindi non deve dirsi forma di esse.
IN CONTRARIO: S. Ambrogio
afferma che la carità è forma delle altre virtù.
RISPONDO: In morale la forma di un atto si desume principalmente
dal fine: poiché il principio degli atti morali è la volontà, la quale
trova nel fine il proprio oggetto e in qualche modo la forma. Ora,
la forma di un atto è proporzionata alla forma di chi opera. Perciò
è necessario che nelle azioni morali ciò che dà ad esse l'ordine al
fine dia anche la forma. Ma da quanto abbiamo detto sopra è evidente che la carità ordina gli atti di tutte le altre virtù all'ultimo
fine. E in tal modo dà la forma agli atti di tutte le altre virtù.
Ecco perché si dice che essa è forma delle altre virtù; infatti le
virtù si considerano tali in ordine ad atti così informati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si dice che la carità è forma delle
altre virtù non in maniera essenziale od esemplare, ma piuttosto
in maniera efficiente: cioè in quanto imprime la forma a tutte nel
modo indicato.
2. La carità viene paragonata al fondamento e alla radice, perché
da essa vengono sostenute e nutrite tutte le altre virtù: non già in
quanto le fondamenta e le radici hanno l'aspetto di causa materiale.
3. Si dice che la carità è il fine delle altre virtù, perché le indirizza
tutte al suo proprio fine. E si dice madre delle altre virtù, perché,
come una madre concepisce da altri, dal desiderio dell'ultimo fine
la carità concepisce gli atti delle altre virtù.
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