Il Santo Rosario
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Questione 189

L'entrata in religione

Veniamo ora a considerare l'entrata in religione.
Sull'argomento si pongono dieci quesiti: 1. Se possano entrare in religione quelli che non sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti; 2. Se sia lecito obbligarsi con voto a entrare in religione; 3. Se quelli che si sono obbligati con voto a entrare in religione siano tenuti a osservarlo; 4. Se chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre; 5. Se nella vita religiosa si possano accettare dei fanciulli; 6. Se per aiutare i genitori alcuni debbano essere distolti dalla vita religiosa; 7. Se i parroci e gli arcidiaconi possano entrare nella vita religiosa; 8. Se sia lecito passare da un ordine religioso a un altro; 9. Se uno possa indurre altri a entrare in religione; 10. Se sia necessaria una lunga deliberazione con i parenti e con gli amici per entrare in religione.

ARTICOLO 1

Se in religione debbano entrare solo quelli che sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti

SEMBRA che in religione debbano entrare solo quelli che sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti. Infatti:
1. Il Signore diede il consiglio della perfezione al giovane che aveva affermato di aver osservato i comandamenti "fin dalla sua giovinezza". Ora, tutte le forme di vita religiosa hanno avuto principio da Cristo. Dunque non si devono accettare in religione se non quelli che si sono già esercitati nell'osservare i comandamenti.
2. Scrive S. Gregorio: "Nessuno di colpo arriva al sommo: ma tutti nella virtù cominciano dalle piccole cose, per arrivare alle grandi". Ora, le cose grandi sono i consigli, che costituiscono la perfezione; mentre le cose piccole sono i comandamenti, che costituiscono l'onestà ordinaria. Perciò non si devono ammettere in religione per osservare i consigli se non quelli che si sono già esercitati nei comandamenti.
3. Lo stato religioso ha nella Chiesa una certa superiorità come gli ordini sacri. Ma a detta di S. Gregorio: "Si deve ascendere agli ordini per gradi; poiché cerca di cadere chi, trascurando i gradi intermedi, vuole raggiungere la cima scavalcando i dirupi. Sappiamo infatti che non si può impostare il peso del soffitto sui muri freschi di un fabbricato, se prima non sono disseccati e induriti; perché non accada che crolli insieme a tutto l'edificio". Dunque non si deve entrare in religione, se prima non si è esercitati nell'osservanza dei precetti.
4. A proposito di quel testo dei Salmi, "Come un bimbo divezzato sta sulle braccia di sua madre", la Glossa afferma: "In primo luogo siamo concepiti nel seno della madre Chiesa, quando siamo istruiti nei rudimenti della fede; quindi siamo partoriti quando siamo rigenerati col battesimo; siamo poi come portati sulle braccia della Chiesa e da essa allattati, quando dopo il battesimo siamo esercitati nelle opere buone, e nutriti con il latte della dottrina spirituale, sviluppandoci fino a che grandicelli passiamo dal latte materno alla mensa paterna; cioè dalla dottrina elementare in cui si afferma che il Verbo si è fatto carne, al Verbo del Padre che in principio era presso Dio". E poco dopo continua: "I battezzati di fresco nel Sabato Santo sono come portati in braccio e allattati dalla Chiesa fino a Pentecoste, nel quale tempo non viene prescritto niente di difficile: non si digiuna, non ci si alza di notte. Dopo invece, confermati dallo Spirito Paraclito, come bambini slattati, cominciano a digiunare e a osservare altre cose difficili. Molti però pervertono quest'ordine, come gli eretici e gli scismatici, staccandosi dal latte prima del tempo: così da morirne". Ora, quelli che entrano in religione o inducono altri ad entrarvi prima dell'osservanza dei comandamenti, pervertono anch'essi quest'ordine. Dunque costoro sono eretici o scismatici.

5. Si deve passare alle cose che vengono dopo da quelle che vengon prima. Ora, i comandamenti vengono prima dei consigli, perché sono più generali, e "l'inversione tra l'universale e il particolare non è ammissibile": infatti chiunque osserva i consigli osserva anche i precetti, ma non viceversa. Ma l'ordine giusto è di passare da ciò che è prima a ciò che è dopo. Dunque uno non deve passare a osservare i consigli nella vita religiosa, senza aver prima praticato i comandamenti.

IN CONTRARIO: Il Signore chiamò all'osservanza dei consigli il pubblicano Matteo, il quale non aveva praticato i comandamenti; si legge infatti nel Vangelo che "egli abbandonata ogni cosa lo seguì". Perciò non è necessario che uno si eserciti nella pratica dei comandamenti prima di passare alla perfezione dei consigli.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, lo stato religioso è un tirocinio spirituale per raggiungere la perfezione della carità: e questa si ottiene eliminando con le osservanze della vita religiosa gli ostacoli della perfetta carità. Questi infatti legano gli affetti dell'uomo alle cose terrene. Ora, questo legame alle cose della terra non solo impedisce la perfezione della carità, ma fa perdere talora la carità stessa, quando l'uomo volgendosi disordinatamente alle cose del mondo, si allontana dal bene incommutabile col peccato mortale. È evidente però che le osservanze della vita religiosa, come tolgono gli ostacoli alla carità perfetta, così eliminano le occasioni di peccato: il digiuno, p. es., le veglie, l'obbedienza, e altre simili cose allontanano l'uomo dai peccati di gola, di lussuria e da qualsiasi altro peccato. Perciò entrare in religione è vantaggioso non solo a chi ha praticato i comandamenti per raggiungere una maggiore perfezione; ma anche a chi non li ha praticati, per evitare più facilmente i peccati e raggiungere la perfezione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Girolamo commenta: "Il giovane nel dire: "Ho osservato tutte queste cose fin dalla mia giovinezza" non disse la verità. Infatti se avesse compiuto ciò che è imposto dal comandamento, "Amerai il prossimo tuo come te stesso", perché allora udendo quelle parole: "Va', vendi quanto hai e dallo ai poveri", se ne andò rattristato?".
Si deve però intendere che egli non disse la verità rispetto all'osservanza perfetta di questo comandamento. Infatti Origene riferisce, che "nel Vangelo degli Ebrei, dopo che il Signore gli ebbe detto, "Va' vendi quanto possiedi", il giovane ricco cominciò a grattarsi la testa. E il Signore gli domandò: "Come puoi dire: Ho adempiuto la legge e i profeti? Nella legge sta scritto: "Ama il prossimo tuo come te stesso"; ed ecco che molti dei tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di sterco e muoiono di fame; mentre la tua casa è piena di molte ricchezze, e niente da essa esce per loro". E quindi il Signore rimproverandolo gli disse: "Se vuoi essere perfetto, ecc.". È impossibile infatti adempiere il comandamento, "Ama il prossimo tuo come te stesso", e insieme essere ricco; e specialmente avere tanti possedimenti". - Ciò va inteso del perfetto adempimento di questo precetto. Perché in modo imperfetto e ordinario era vero che egli aveva osservato i comandamenti. E la perfezione consiste principalmente, come abbiamo visto sopra, nell'osservanza dei precetti della carità.
Perciò il Signore, per dimostrare che la perfezione dei consigli è utile agl'innocenti e ai peccatori, non chiamò soltanto il giovane innocente, ma anche Matteo peccatore. Matteo però corrispose alla chiamata, non così il giovane: poiché alla vita religiosa si convertono più facilmente i peccatori che quanti presumono della loro innocenza, ai quali il Signore ha detto: "I pubblicani e le meretrici andranno innanzi a voi nel regno dei cieli".
2. Di infimo e di sommo si può parlare in tre sensi diversi. Primo, in rapporto alla stessa persona. E allora è evidente che "nessuno di colpo arriva al sommo"; perché ogni persona virtuosa progredisce per tutto il tempo della vita, per giungere al sommo. - Secondo, in rapporto ai vari stati. E in tal senso non è necessario che chi vuol giungere a uno stato superiore incominci da quello più basso: chi vuol esser chierico, p. es., non è necessario che prima si eserciti nella vita laicale. - Terzo, in rapporto a persone diverse. E allora è evidente che uno può iniziare non solo da uno stato superiore, ma anche da un grado di santità più alto del grado sommo cui un altro è giunto con tutta la sua vita. Scrive infatti S. Gregorio: "Tutti sanno da quale grado di perfezione S. Benedetto iniziò da fanciullo la sua vita di santità".
3. Come sopra abbiamo detto, gli ordini sacri presuppongono la santità; mentre lo stato religioso è un tirocinio per raggiungerla. Perciò il peso degli ordini va imposto su mura già disseccate e assodate dalla santità: il peso invece della vita religiosa mira a disseccare le mura, cioè gli uomini, dall'amore dei vizi.
4. Evidentemente la Glossa parla qui dell'ordine da seguire nell'insegnamento, che deve procedere dal più facile al più difficile. Perciò quando dice che gli eretici e gli scismatici pervertono quest'ordine, è chiaro dal contesto che si riferisce all'insegnamento. Essa infatti continua: "Il Salmista afferma di averlo osservato", l'ordine suddetto, "legandosi con uno scongiuro; e dicendo: Non solo io sono stato umile nelle altre cose, ma anche nel sapere. Poiché umilmente prima mi nutrii di latte, cioè del Verbo fatto carne, per poi crescere e cibarmi del pane degli angeli, cioè del Verbo che era in principio presso Dio".

L'esempio poi dei neo-battezzati, ai quali non viene imposto il digiuno fino a Pentecoste, dimostra che i neofiti non vanno obbligati fino a che non siano mossi interiormente dallo Spirito Santo ad accollarsi le cose difficili di spontanea volontà. Ecco perché la Chiesa indice il digiuno dopo Pentecoste, cioè dopo la discesa dello Spirito Santo. Ora, lo Spirito Santo, come dice S. Ambrogio, "non è impedito né dall'età, né dalla morte, né dal seno materno". E S. Gregorio afferma: "Discende su un fanciullo che suona la cetra e ne fa un salmista; scende su un bambino austero e ne fa un giudice degli anziani". E aggiunge: "Per insegnare egli non ha bisogno di tempo: come tocca un'anima le insegna tutto ciò che vuole". Nell'Ecclesiaste quindi si legge, che "non è in potere dell'uomo trattenere lo Spirito". E l'Apostolo ammonisce: "Non spegnete lo Spirito". Negli Atti poi si legge questo rimprovero contro certuni: "Voi resistete sempre allo Spirito Santo".

5. Tra i precetti alcuni sono principali, e questi sono il fine dei precetti e dei consigli: tali sono appunto i precetti della carità. E ad essi sono ordinati i consigli, non perché non si possono osservare senza di questi, ma perché i consigli mirano alla perfetta osservanza di essi. Gli altri precetti, o comandamenti secondari, sono ordinati ai precetti della carità, in quanto senza di essi è assolutamente impossibile osservarli.
Quindi la perfetta osservanza dei precetti della carità intenzionalmente precede i consigli, cronologicamente però spesso li segue. Questo infatti è l'ordine del fine rispetto ai mezzi. - Invece l'osservanza ordinaria dei precetti della carità e degli altri comandamenti sta ai consigli come un dato più universale sta al dato più particolare: poiché l'osservanza dei comandamenti può stare senza i consigli, ma non viceversa. Perciò l'osservanza ordinaria dei comandamenti precede i consigli in ordine di natura; ma non in ordine di tempo, poiché una cosa non può sussistere in un dato genere prima di essere di una delle sue specie. - Però l'osservanza dei precetti senza i consigli è ordinata all'osservanza dei precetti con i consigli, come una specie meno perfetta è ordinata a quella più perfetta: come l'animale irragionevole, p. es., è ordinato a quello ragionevole. Ora, ciò che è perfetto per natura è superiore a ciò che è imperfetto: "la natura" infatti, a detta di Boezio, "prende inizio dalle cose perfette". Pertanto non è necessario che prima si osservino i precetti senza i consigli, e quindi con i consigli: come non è necessario che uno prima di essere un uomo sia un asino, e che prima di esser vergine uno sia coniugato. Parimente non è necessario che uno prima di entrare in religione osservi i comandamenti nella vita del secolo: specialmente perché la vita del secolo non predispone alla perfezione dello stato religioso, ma le è di ostacolo.

ARTICOLO 2

Se uno si possa obbligare con voto a entrare in religione

SEMBRA che nessuno debba obbligarsi con voto a entrare in religione. Infatti:
1. Alla religione ci si lega mediante i voti fatti nella professione. Ora, prima della professione si concede un anno di prova, sia stando alla Regola di S. Benedetto, che al decreto di Innocenzo IV: il quale anzi proibisce di legarsi a un ordine religioso con la professione prima che sia finito l'anno di prova. Meno che mai quindi devono obbligarsi alla vita religiosa quelli che ancora sono nel secolo.
2. S. Gregorio afferma, che gli ebrei "non con la forza, bensì con tutta libertà devono essere persuasi a convertirsi". Ma adempiere ciò che si è promesso con voto è una necessità. Dunque, nessuno si deve obbligare ad entrare in religione.
3. Nessuno deve offrire ad altri occasione di rovina; infatti nell'Esodo si legge: "Se uno avrà aperto una cisterna, e un bove o un asino vi sarà caduto dentro, il padrone della cisterna pagherà il prezzo di quegli animali". Ora, per essersi obbligato con voto alla vita religiosa, capita spesso che qualcuno cade nella disperazione e in vari peccati. Dunque nessuno deve obbligarsi con voto a entrare nella vita religiosa.

IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge: "Fate voti al Signore Dio vostro e adempiteli"; e la Glossa spiega, che "ci sono dei voti individuali, come la castità, la verginità e simili: ebbene, la Scrittura invita a fare questi voti". Ma la Sacra Scrittura non invita se non a cose migliori. Dunque è meglio che uno si obblighi con voto ad entrare in religione.

RISPONDO: Come abbiamo già detto parlando del voto, l'identica opera fatta in adempimento di un voto ha più valore che se è fatta senza di esso. Sia perché il voto è un atto della virtù di religione, la quale tra le virtù ha una certa eccellenza. Sia perché il voto rafforza la volontà umana nel compimento del bene: e come un peccato è più grave, se deriva da una volontà ostinata nel male; così un'opera buona ha più valore, se deriva da una volontà confermata nel bene mediante il voto. Perciò obbligarsi con voto a entrare in religione di suo è cosa lodevole.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ci sono due tipi di voti riguardanti la vita religiosa. Il primo è il voto solenne che costituisce monaci o frati di un dato ordine: e questo si fa con la professione. E tale voto deve essere preceduto dall'anno di prova, come l'obiezione dimostra. - Il secondo è un voto semplice, per il quale non si diventa monaci o religiosi, ma ci si obbliga soltanto a entrare nella vita religiosa. E prima di questo voto non è necessario un anno di prova.
2. Quel testo di S. Gregorio si riferisce alla violenza vera e propria. Invece la necessità che nasce dall'obbligo del voto non è una necessità assoluta, ma una necessità condizionata, cioè rispetto al fine: nel senso che dopo il voto uno non può raggiungere il fine della salvezza, senza adempiere il voto. Ora, questa necessità non va evitata: "è beata", anzi, a detta di S. Agostino, "questa necessità che ci solleva a cose migliori".
3. Far voto di entrare in religione è fortificare la volontà nel bene. Perciò di suo questo non dà all'uomo occasione di rovina, ma è piuttosto una salvaguardia. Se poi uno col trasgredire il voto pecca più gravemente, ciò non infirma la bontà del voto: come non infirma la bontà del battesimo il fatto che dopo il battesimo si pecca più gravemente.

ARTICOLO 3

Se chi si è obbligato con voto a entrare in religione sia tenuto a entrarvi

SEMBRA che chi si è obbligato con voto a entrare nella vita religiosa non sia tenuto a entrarvi. Infatti:
1. Nel Decreto (di Graziano) si legge: "Il prete Consaldo, colpito da malattia, ha promesso di farsi monaco; tuttavia egli non si è offerto a nessun monastero, e a nessun abate, e non ha sottoscritto nessuna promessa; ma solo rinunziò in mano di un avvocato al proprio beneficio. Dopo la malattia egli rifiuta di farsi monaco". E più in basso, ecco la soluzione: "Decretiamo che il prete suddetto ritenga pacificamente il suo beneficio e la sua chiesa". Ora, questo non sarebbe ammissibile se egli fosse tenuto a entrare in religione. Dunque non si è tenuti a osservare il voto fatto di entrare in religione.
2. Nessuno è tenuto a fare quello che non è in suo potere. Ma entrare in religione non è in potere di chi vi aspira, ché si richiede il consenso di chi deve riceverlo. Perciò uno non è tenuto ad adempiere il voto con cui si è obbligato a entrare in religione.
3. Non si può impedire con un voto meno utile un voto più utile. Ora, adempiendo il voto di entrare in religione si viene a impedire il voto di prendere la Croce in difesa della Terra Santa: il quale è più utile, perché con esso si ottiene la remissione di tutti i peccati. Dunque il voto di entrare in religione non è strettamente obbligatorio.

IN CONTRARIO: Nell'Ecclesiaste si legge: "Quando hai fatto voto a Dio, non tardare a compierlo, perché dispiace a lui la promessa infedele e stolta". E commentando quel testo dei Salmi: "Fate voti al Signore Dio vostro e adempiteli", la Glossa ammonisce: "Far voto è semplicemente consigliato; ma quando si è fatto, si esige rigorosamente che si stia alla promessa".

RISPONDO: Il voto, noi l'abbiamo già visto in precedenza, è una promessa fatta a Dio di cose riguardanti il suo servizio. Ora, come nota S. Gregorio, "se i contratti fatti in buona fede tra uomini non si possono sciogliere per nessun motivo, in che modo si potrà mancare senza castigo alla promessa fatta a Dio?". Perciò si è tenuti rigorosamente ad adempiere i voti fatti, purché si tratti di cose riguardanti Dio. Ora, è evidente che l'entrata in religione riguarda soprattutto Dio: perché con essa uno si consacra totalmente al divino servizio, come sopra abbiamo visto. Perciò chi si obbliga a entrare in religione è tenuto a entrarvi secondo l'intenzione fatta col voto: cosicché se uno ha inteso di obbligarsi in modo assoluto, quanto prima è tenuto a entrarvi, una volta cessati gl'impedimenti; se invece si è obbligato a farlo dopo un certo tempo, o una data condizione, è tenuto a entrare in religione allo scadere del tempo, o al verificarsi della condizione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il prete suddetto non aveva fatto i voti solenni, ma un voto semplice. Quindi non era diventato monaco, così da essere obbligato per legge a vivere in monastero, e ad abbandonare la parrocchia. Però in coscienza egli avrebbe dovuto abbandonare ogni cosa ed entrare in religione. Infatti in una Decretale si consiglia al vescovo di Grenoble, il quale aveva ricevuto l'episcopato dopo aver fatto voto di entrare in religione, senza averlo adempiuto, che "per acquietare la sua coscienza lasciasse il governo della diocesi e adempisse il voto fatto all'Altissimo".
2. Come abbiamo già visto nel trattare del voto, chi si è obbligato con voto a entrare in un dato ordine, è tenuto a fare tutto il possibile per entrarvi. E se ha inteso di obbligarsi semplicemente alla vita religiosa, se non viene ricevuto in un ordine, è tenuto a tentare in un altro. Se invece ha inteso obbligarsi a entrare in un ordine determinato, è tenuto soltanto a ciò che ha promesso.
3. I voti religiosi, essendo perpetui, sono superiori al voto di andare in Terra Santa, che è solo temporaneo. Di qui le parole di Alessandro III: "Chi muta un servizio temporaneo con l'osservanza perpetua della vita religiosa in nessun modo ha violato il suo voto".
Del resto si può sostenere con valide ragioni che si ottiene la remissione di tutti i peccati anche con l'entrata in religione. Se infatti uno può subito soddisfare per i suoi peccati con delle elemosine, secondo le parole di Daniele: "Riscattati con elemosine dai tuoi peccati"; a maggior ragione basterà a soddisfare per tutti i peccati il fatto che uno si consacra totalmente al servizio di Dio abbracciando la vita religiosa, la quale supera ogni genere di soddisfazioni, e di pubbliche penitenze, come si rileva dal Decreto (di Graziano); e cioè a detta di S. Gregorio, come l'olocausto supera il sacrificio. Ecco perché nelle Vitae Patrum si legge che chi entra in religione riceve la stessa grazia che si ottiene col battesimo.
E anche se non ci fosse la remissione di tutta la pena dovuta ai peccati, tuttavia entrare nella vita religiosa sarebbe sempre superiore al pellegrinaggio in Terra Santa per l'avanzamento nel bene: il quale avanzamento è più importante della remissione della pena.

ARTICOLO 4

Se chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre

SEMBRA che chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre. Infatti:
1. È meglio non entrare in religione che uscire dopo esserci entrati, secondo le parole di S. Pietro: "Meglio sarebbe stato per loro non conoscere la verità, anziché dopo averla conosciuta tornare indietro". E nel Vangelo si legge: "Chiunque, dopo aver messo mano all'aratro volge indietro lo sguardo, non è adatto al regno di Dio". Ma chi si è obbligato a entrare in religione è tenuto a entrarvi, come abbiamo dimostrato nell'articolo precedente. Dunque egli è tenuto anche a restarvi per sempre.
2. Si è tenuti sempre a evitare ciò che dà scandalo e cattivo esempio ad altri. Ma il fatto che uno dopo essere entrato in religione ne esce per tornare nel secolo, dà cattivo esempio e scandalo agli altri, i quali vengono distolti dalla vita religiosa, o sono spinti ad uscirne. Perciò chi entra in religione, per adempiere un voto fatto in precedenza, è tenuto a restarvi per sempre.
3. il voto di farsi religiosi è da considerarsi perpetuo, e per questo, come si è detto, è superiore ai voti temporanei. Ora, questo non sarebbe vero, se uno, dopo averne fatto voto, entrasse in religione con il proposito di uscirne. Dunque chi ha fatto voto di entrare in religione è anche tenuto a rimanervi in perpetuo.

IN CONTRARIO: I voti che si fanno nella professione, proprio perché obbligano a restare per sempre in religione, devono essere preceduti da un anno di prova; ma questo non è richiesto dal voto semplice, con il quale uno si obbliga a entrare in religione. Perciò chi fa il voto di entrare in religione non è tenuto per questo a restarvi per sempre.

RISPONDO: L'obbligo derivante da un voto dipende dalla volontà: poiché "far voto è un atto di volontà", come dice S. Agostino. Perciò l'obbligo si estende secondo la volontà e l'intenzione di chi fa il voto. Se costui intende di obbligarsi non solo a entrare in religione, ma a restarvi per sempre, egli è tenuto a restarvi. - Se invece intende di obbligarsi a entrarvi per provare, conservando la libertà di rimanere o di uscirne, è evidente che non è tenuto a restarvi. - Se invece nel fare il voto uno ha pensato semplicemente di entrare nella vita religiosa, senza pensare alla possibilità di uscirne o di restarvi per sempre, sembra che egli sia tenuto ad entrare secondo la legge comune, la quale concede ai postulanti un anno di prova. Perciò in tal caso non si è tenuti a restare in religione per sempre.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È meglio entrare in religione con l'idea di provare, che non entrarvi affatto; perché in tal modo uno può disporsi a rimanervi per sempre. E non si dica per questo che uno torna o guarda indietro, ma solo quando lascia di compiere ciò cui si era obbligato. Altrimenti chiunque per un certo tempo fa un'opera buona, sarebbe inadatto per il regno di Dio, se poi non continuasse a farla sempre: il che evidentemente è falso.
2. Se chi è entrato in religione, è poi costretto a uscirne, specialmente se per cause ragionevoli, non genera scandalo e non dà cattivo esempio. E se altri si scandalizzano è uno scandalo passivo da parte di costoro, non uno scandalo attivo da parte di chi esce: perché questi ha fatto quanto gli era lecito fare ed era richiesto da una causa ragionevole, come la malattia, la debolezza o altre cose del genere.
3. Chi entra per uscirne subito evidentemente non soddisfa al suo voto: perché nel farlo non intendeva questo. Egli perciò è tenuto a mutare proposito, e a provare se la vita religiosa è conveniente per lui. Però egli non è tenuto a rimanervi per sempre.

ARTICOLO 5

Se nella vita religiosa si debbano ricevere i fanciulli

SEMBRA che nella vita religiosa non si debbano ricevere i fanciulli. Infatti:
1. Nei Canoni si legge: "Nessuno riceva la tonsura monastica senza l'età legittima e la sua spontanea volontà". Ma i fanciulli non hanno né l'età legittima, né spontanea volontà: non avendo perfettamente l'uso di ragione. Dunque essi non devono essere ammessi alla vita religiosa.
2. Lo stato religioso è uno stato di penitenza; ché, a detta di S. Agostino, religione viene da religare, o da reeligere. Ma ai fanciulli non si addice la penitenza. Quindi essi non devono entrare in religione.
3. L'obbligo del voto è pari a quello del giuramento. Ora, i fanciulli prima di quattordici anni non devono essere obbligati al giuramento, come si legge nei Canoni. Perciò neppure devono obbligarsi con i voti.
4. È illecito assumere un obbligo che giustamente può essere annullato. Ma se i fanciulli si obbligano alla vita religiosa, a norma dei Canoni possono esserne distolti dai genitori e dai tutori, poiché è prescritto che "se una bambina inferiore ai dodici anni ha preso il velo monacale di sua spontanea volontà, i genitori, o i tutori possono subito, se vogliono, annullare la sua decisione". Dunque è illecito che i fanciulli, specialmente prima degli anni della pubertà, si diano o si obblighino alla vita religiosa.

IN CONTRARIO: Il Signore ha detto: "Lasciate stare i fanciulli e non impedite loro di venire a me". E Origene spiega: "I discepoli di Gesù, prima di aver compreso che cosa è la giustizia, riprendono coloro che offrivano a Cristo i fanciulli e i bambini: ma il Signore li esorta a soddisfare alle esigenze dei fanciulli. Perciò noi dobbiamo stare attenti a non disprezzare, stimandoci grandi con la pretesa di una più alta sapienza, i piccoli della Chiesa, impedendo ai fanciulli di avvicinarsi a Gesù".

RISPONDO: Due sono i tipi di voto che riguardano la vita religiosa, come abbiamo già notato. C'è il voto semplice che consiste nella sola promessa fatta a Dio, la quale procede dalla sola deliberazione interiore dell'anima. E questo voto vale solo (in coscienza) per la legge di Dio. Tuttavia questa sua efficacia può venir meno per due motivi. Primo, per difetto di deliberazione: il che è evidente nel caso dei pazzi, i cui voti non sono obbligatori come si legge nelle Decretali. E in questa condizione si trovano anche i bambini che ancora non hanno il perfetto uso di ragione, così da essere capaci di malizia: uso che i ragazzi per lo più raggiungono intorno ai quattordici anni, e le bambine intorno ai dodici, che son chiamati "gli anni della pubertà". In alcuni però esso è anticipato, e in altri è ritardato, conforme alle diverse disposizioni naturali. - Secondo, l'efficacia del voto semplice viene a mancare nel caso in cui uno promette al Signore cose che non sono in suo potere: se uno schiavo, p. es., pur avendo l'uso di ragione fa voto di entrare in religione, o accede agli ordini sacri all'insaputa del padrone; infatti in tal caso il padrone può annullare questi atti, come si legge nel Decreto (di Graziano). E poiché il fanciullo e la fanciulla al disotto degli anni della pubertà sono per natura sotto il dominio del padre quanto a disporre della loro vita, il padre può annullare o accettare il loro voto, se a lui piace: come nel libro dei Numeri si dice espressamente a proposito della donna.
Se quindi un fanciullo prima degli anni della pubertà ha fatto un voto semplice, senza avere ancora il perfetto uso di ragione, non è obbligato dal voto. - Se egli invece ha l'uso di ragione prima della pubertà, di suo è obbligato dal voto; tuttavia l'obbligo può essere annullato dall'autorità del padre, sotto la quale ancora si trova: poiché la disposizione di legge per cui un uomo è soggetto all'altro considera ciò che avviene nella maggioranza dei casi. - Se invece uno ha superato gli anni della pubertà, il voto non può essere annullato dall'autorità dei genitori; se però non avesse ancora raggiunto il perfetto uso di ragione, davanti a Dio non sarebbe obbligato.

Il secondo tipo di voto è quello solenne, che costituisce monaci o religiosi. E questo è regolato dalla legge ecclesiastica, per la solennità che vi è annessa. E poiché la Chiesa considera ciò che avviene nella maggioranza dei casi, la professione fatta prima della pubertà, per quanto uno abbia il perfetto uso di ragione, e sia capace di malizia, non ha il suo effetto di rendere chi lo emette un vero religioso.

Tuttavia, sebbene i fanciulli non possano professare prima della pubertà, possono però essere accolti in una comunità religiosa con il consenso dei genitori, per esservi educati; come si legge di S. Giovanni Battista: "Il bambino cresceva e si fortificava in spirito, e stava nel deserto". Ecco perché, come narra S. Gregorio, "i nobili romani cominciarono a offrire i loro figli a S. Benedetto, perché li educasse per l'Onnipotente Iddio". E ciò è molto opportuno, secondo le parole della Scrittura: "È bene per l'uomo aver portato il giogo sin dalla sua fanciullezza". Si è soliti infatti applicare i fanciulli a quegli uffici e a quei mestieri che essi devono esercitare tutta la vita.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'età legittima per ricevere la tonsura con i voti solenni della vita religiosa è il tempo della pubertà, in cui uno può disporre spontaneamente del suo volere. Ma l'età legittima per entrare in religione allo scopo di esservi educati può precedere gli anni della pubertà.
2. Lo stato religioso è ordinato principalmente a raggiungere la perfezione, come sopra abbiamo visto. E da questo lato si addice ai fanciulli, i quali si possono modellare facilmente. Solo di conseguenza esso è uno stato penitenziale, perché con le osservanze religiose si eliminano le occasioni di peccato, come abbiamo notato sopra.
3. I fanciulli come non sono obbligati a giurare, così non vengono obbligati a far voti. Se però essi si obbligano con giuramento a fare qualche cosa, sono obbligati dinanzi a Dio, se hanno l'uso di ragione: sebbene per la Chiesa non siano obbligati prima dei quattordici anni.
4. In quel testo della Scrittura non viene rimproverata la donna che è ancora nell'età infantile, se fa un voto all'insaputa dei genitori: questo però può essere annullato da essi. Dal che è evidente che la donna non pecca col farlo: ma s'intende che essa vuole obbligarsi per quanto dipende da lei, senza pregiudizio dell'autorità paterna.

ARTICOLO 6

Se per assistere i genitori si debba rinunziare ad entrare in religione

SEMBRA che per assistere i genitori si debba rinunziare ad entrare in religione. Infatti:
1. Non è lecito trascurare una cosa necessaria per un'opera buona facoltativa. Ora, assistere i genitori è cosa necessaria, per il precetto che comanda di onorare il padre e la madre; cosicché l'Apostolo scriveva: "Se una vedova ha figliuoli o nipoti, questi imparino prima di tutto a curare la propria casa, e a rendere il contraccambio ai genitori". Invece entrare in religione è cosa facoltativa. Dunque non si deve trascurare di assistere i genitori per entrare in religione.
2. La dipendenza dei figli dai genitori è superiore a quella dello schiavo dal suo padrone: perché la filiazione è da natura, mentre la schiavitù deriva dalla maledizione del peccato, come risulta dalla Scrittura. Ma lo schiavo non può abbandonare il servizio del suo padrone per entrare in religione, o per ricevere gli ordini sacri. Molto meno dunque un figlio può trascurare l'assistenza dei genitori per entrare in religione.
3. Si è più obbligati verso i genitori, che verso un creditore cui si deve del danaro. Ora, chi deve ad altri del danaro non può entrare in religione; poiché nei Canoni si leggono queste parole di S. Gregorio: "In nessun modo si devono ricevere quelli che chiedono di entrare in monastero avendo obbligazioni pubbliche da soddisfare, se prima non si sono disimpegnati". Molto meno, dunque, possono entrare in religione i figli, trascurando l'assistenza dei genitori.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Giacomo e Giovanni, "abbandonate le reti e il padre, seguirono il Signore". "Questo", osserva S. Ilario, "c'insegna che per seguire Cristo, non dobbiamo lasciarci trattenere dalle sollecitudini della casa paterna".

RISPONDO: Come abbiamo visto sopra nel trattare della pietà, i genitori come tali hanno l'aspetto di cause o principii; ecco perché di suo spetta ad essi aver cura dei figli. E quindi nessuno che abbia dei figli può entrare in religione, trascurando del tutto la cura di essi, cioè senza aver provvisto alla loro educazione. S. Paolo infatti afferma, che "se uno non pensa ai suoi, massime a quelli di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggio di un infedele". Può capitare tuttavia che i genitori abbiano essi bisogno dei figli: in quanto si trovano in qualche necessità.
Perciò quando i genitori sono in tale necessità da non poter essere assistiti decentemente che dai loro figliuoli, a quest'ultimi non è lecito entrare in religione, trascurando l'assistenza dei genitori. Se questi invece non sono in tale necessità da avere uno stretto bisogno dell'assistenza dei figli, costoro possono entrare in religione anche contro il comando dei genitori, dispensandosi dalla loro assistenza: perché dopo gli anni della pubertà ogni persona libera può disporre liberamente del proprio stato, specialmente quando si tratta del servizio di Dio. "Più che ai padri della carne", dice S. Paolo, "noi dobbiamo sottostare al Padre degli spiriti per avere la vita". Ecco perché il Signore rimproverò il discepolo che non voleva seguirlo subito, per andare prima a sotterrare suo padre: poiché, come nota il Crisostomo, "c'erano altri che ben potevano compiere l'opera suddetta".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il comandamento di onorare i genitori non si estende solo all'assistenza materiale, ma anche a quella spirituale, e ai segni di rispetto. Perciò i religiosi possono adempiere il comandamento ricordato, pregando per i genitori, e prestando loro rispetto e assistenza come si addice allo stato religioso. Del resto anche quelli che vivono nel secolo onorano i genitori in maniere diverse, secondo la condizione di ciascuno.
2. Essendo la schiavitù un castigo del peccato, priva l'uomo di qualche prerogativa che altrimenti gli spetterebbe, e cioè della facoltà di disporre liberamente della propria persona: "Infatti il servo per tutto ciò che è, è del padrone". I figli invece non sono menomati dalla sottomissione al padre, così da non poter disporre liberamente della propria persona, mettendosi al servizio di Dio: il che costituisce per l'uomo il bene più grande.
3. Chi ha un obbligo determinato e definito non può trascurarlo lecitamente, avendo la possibilità di soddisfarlo. Perciò se si è obbligati a render conto a qualcuno, o a pagare un debito, non si può lecitamente trascurare questo per entrare in religione. Se però uno deve del danaro e non ha da pagare, è tenuto a quanto è in suo potere, a cedere cioè i suoi beni al creditore. Ma per il danaro la legge civile non impegna mai la persona, bensì i beni soltanto: perché la persona libera "è superiore a qualsiasi prezzo". Perciò, una volta offerti i suoi beni, uno può entrare lecitamente in religione, e non è tenuto a rimanere nel secolo per procurarsi l'occorrente a saldare il debito. - Ora, un figlio non ha un debito specifico verso suo padre: salvo casi di stretta necessità, come abbiamo già spiegato.

ARTICOLO 7

Se i parroci possano lecitamente entrare in religione

SEMBRA che i parroci non possano lecitamente entrare in religione. Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che chi è impegnato in cura d'anime "riceve un ammonimento terribile da quelle parole: "Figliuolo mio, se ti sei fatto mallevadore per il tuo amico, hai impegnato la tua anima presso un estraneo". Infatti farsi mallevadore per un amico equivale a rischiare la propria vita per l'anima di un altro". Ora, chi ha un debito non può entrare in religione se prima, avendone la possibilità, non lo salda. Quindi il sacerdote che ha la possibilità di attendere alle anime che si è obbligato a curare, non può entrare in religione, trascurando la cura d'anime.
2. Quello che è permesso a uno è permesso a tutti i suoi consimili. Ma se tutti i preti in cura d'anime entrassero in religione, il popolo rimarrebbe senza pastori. Il che è intollerabile. Dunque i parroci non possono lecitamente entrare in religione.
3. Tra gli atti cui attendono i religiosi i più importanti son quelli con i quali comunicano ad altri le verità contemplate. Ora, questi atti son propri dei parroci e degli arcidiaconi, i quali per il loro ufficio son tenuti a predicare e a confessare. Perciò ai parroci e agli arcidiaconi non è lecito abbracciare la vita religiosa.

IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge: "Se un chierico vivente nel secolo, il quale governa una chiesa sotto l'autorità del vescovo, mosso dallo Spirito Santo vuol provvedere alla sua salvezza in un monastero o tra i canonici regolari, con la nostra autorità gli permettiamo di andare liberamente, anche contro l'opposizione del vescovo".

RISPONDO: L'obbligazione di un voto perpetuo è superiore, come abbiamo visto, a qualsiasi altro obbligo. Ora, obbligarsi con un voto solenne e perpetuo al servizio di Dio, è proprio dei vescovi e dei religiosi. Invece i parroci e gli arcidiaconi non sono obbligati da un voto perpetuo e solenne a stare in cura d'anime, come al contrario è per i vescovi. Infatti i vescovi "non possono abbandonare (la diocesi) per nessun motivo, senza l'autorità del Romano Pontefice", come è scritto nei Canoni: invece i parroci e gli arcidiaconi possono liberamente rassegnare nelle mani del vescovo la parrocchia, senza una speciale autorizzazione del Papa, che è il solo a possedere la facoltà di dispensare dai voti perpetui. Perciò è evidente che i parroci e gli arcidiaconi possono abbracciare la vita religiosa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I parroci e gli arcidiaconi si sono obbligati alla cura dei loro sudditi fino a che conservano il loro ufficio. Ma essi non si sono obbligati a ritenere per sempre l'arcidiaconato, o la parrocchia.
2. Come dice S. Girolamo contro Vigilanzio, "sebbene i religiosi sentano il morso crudele della tua lingua viperina, quando obietti: "Se tutti si rinchiudessero, o si facessero eremiti, chi ufficerebbe le chiese? Chi salverà i secolari? Chi potrà esortare i peccatori alla virtù?"; ragionando in tal modo così potrebbero rispondere: Se tutti fossero pazzi come te, chi potrebbe esser savio? E allora non si dovrebbe approvare neppure la verginità: perché se tutti restassero vergini, non ci sarebbero le nozze, e perirebbe il genere umano. La virtù è rara, e dai più non è desiderata". Perciò è evidente che questa paura è stolta: come se uno temesse di attingere l'acqua per paura che il fiume si secchi.

ARTICOLO 8

Se sia lecito passare da un ordine religioso a un altro ordine

SEMBRA che non sia lecito passare da un ordine religioso a un altro. Infatti:
1. L'Apostolo scrive: "Non abbandonate le nostre adunanze, come è costume di fare per alcuni": "i quali", come spiega la Glossa, "o cedono alla paura della persecuzione, o si allontanano dai peccatori e dagli imperfetti, mossi dalla loro presunzione, per essere considerati santi". Ma questo sembra il caso di coloro che passano da un ordine a un altro più perfetto. Dunque ciò non è lecito.
2. La professione monastica è più rigorosa della professione dei canonici regolari, come risulta dai Canoni. Ora, non è lecito passare dallo stato dei canonici regolari a quello dei monaci; poiché nel Decreto (di Graziano) si legge: "Ordiniamo e proibiamo a chiunque abbia fatto la professione di canonico regolare, a meno che, Dio non voglia, sia caduto in un peccato pubblico, di diventare monaco". Perciò non è lecito a nessuno passare da un ordine a un altro più perfetto.
3. Uno è obbligato ad adempiere un voto, fino a che può farlo lecitamente: se, p. es., ha fatto voto di castità, anche dopo aver contratto matrimonio, prima della copula è tenuto a osservarlo, poiché può farlo entrando nella vita religiosa. Quindi se uno può passare lecitamente da un ordine all'altro, è tenuto a farlo, se nella vita secolare l'aveva promesso. Ma questo è un grave disordine; perché per lo più questo fatto darebbe scandalo. Dunque a un religioso non è lecito passare da un ordine a un altro più rigoroso.

IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge: "Se le sacre vergini chiedono di passare a un altro monastero e di rimanervi per il bene della loro anima, e per una vita più austera, il Concilio lo concede". E questo sembra valere per tutti i religiosi. Perciò uno può passare lecitamente da un ordine a un altro.

RISPONDO: Passare da un ordine religioso a un altro non è cosa lodevole, salvo casi di grande utilità o necessità. Sia perché generalmente si scandalizzano così quelli che si abbandonano. Sia anche perché, a parità di condizioni, è più facile far profitto nella religione in cui si è abituati, che in quella nuova. Di qui le parole dell'Abate Nesteros nelle Collationes Patrum: "È bene che ciascuno si affretti a raggiungere la perfezione dell'opera iniziata col massimo impegno e diligenza secondo il proposito già fatto, e che non abbandoni la professione che ha abbracciato". E ne dà subito la ragione: "È impossibile infatti che un solo uomo possa eccellere in tutte le virtù. E se tenta di farlo, necessariamente gli avverrà che nel cercarle tutte, non ne raggiungerà nessuna perfettamente". Infatti i vari ordini eccellono l'uno sull'altro secondo atti diversi di virtù.
Tuttavia si può lodevolmente passare da un ordine a un altro per tre motivi. Primo, per il desiderio di una vita religiosa più perfetta. E questa perfezione, come abbiamo già notato, non si misura solo dall'austerità: ma principalmente si desume dal fine cui un istituto religioso è ordinato; e secondariamente dalla discrezione con la quale le osservanze sono proporzionate al debito fine. - Secondo, per la decadenza del proprio istituto dalla perfezione richiesta. Quando, p. es., in un ordine rigoroso i religiosi cominciano a vivere in maniera rilassata, uno può passare giustamente a un ordine anche meno rigido, se in esso vige l'osservanza. Nelle Collationes Patrum, p. es., l'Abate Giovanni narra di se stesso, che passò dalla vita solitaria, da lui abbracciata, alla vita meno rigida dei cenobiti, proprio perché la vita eremitica era in declino e veniva osservata con poco rigore. - Terzo, per malattia o per delicatezza di salute, da cui spesso deriva che uno, pur non potendo osservare le costituzioni di un ordine più rigoroso, è però in grado di osservare quelle di un ordine meno rigido.
C'è però differenza tra questi tre casi. Infatti nel primo uno per umiltà è tenuto a chiedere il permesso (ai superiori); che però non gli può essere negato, purché consti che l'ordine scelto è più perfetto: "se però ci sono ragioni per dubitarne, si deve ricorrere al giudizio dei superiori", come dicono i Canoni. - Parimente si richiede il giudizio dei superiori nel secondo caso. - Nel terzo invece è necessaria addirittura una dispensa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelli che passano a un ordine più perfetto non lo fanno per presunzione, cioè per sembrare più santi; ma per devozione, cioè per diventarlo.
2. Sia i monaci che i canonici regolari sono ordinati agli atti della vita contemplativa. E tra questi i principali sono quelli riguardanti la celebrazione dei divini misteri, cui direttamente è ordinato l'istituto dei canonici regolari, che di suo devono essere religiosi chierici. Invece i monaci di per sé non sono chierici; come si legge nel Decreto (di Graziano). Quindi, sebbene gli ordini monastici siano di più stretta osservanza, se si tratta di monaci laici, è lecito per essi passare all'ordine dei canonici regolari, come accenna S. Girolamo, scrivendo al monaco Rustico: "Nel monastero vivi in modo da meritare di esser chierico"; mentre non è permesso il contrario, come si legge nei Canoni. Se invece si tratta di monaci chierici, addetti al servizio dei sacri misteri, allora sono alla pari dei canonici regolari, con in più un'osservanza più rigorosa. E allora è lecito passare dai canonici regolari a un ordine monastico, però con il permesso dei superiori, come prescrivono i Canoni.
3. Il voto solenne, con il quale si è professato in un ordine meno perfetto, è superiore al voto semplice, con il quale uno si è obbligato a entrare in un ordine più perfetto: infatti se uno contraesse matrimonio dopo il voto semplice, il vincolo non sarebbe nullo, come dopo il voto solenne. Perciò chi è già professo in un ordine meno perfetto, non è tenuto al voto semplice fatto in precedenza, di entrare in un ordine più rigoroso.

ARTICOLO 9

Se si possa indurre altri a entrare in religione

SEMBRA che nessuno debba indurre altri a entrare in religione. Infatti:
1. S. Benedetto nella sua Regola comanda, che "non si ammettano con facilità quelli che chiedono di entrare in religione: ma si deve provare se siano mossi dallo Spirito di Dio". Molto meno quindi è lecito indurre qualcuno ad entrare in religione.
2. Il Signore ha detto: "Guai a voi, che andate per mare e per terra pur di fare un solo proselito, e fatto che sia, lo rendete degno della Geenna il doppio di voi". Ora, precisamente questo sembrano fare quelli che inducono gli altri a entrare in religione. Dunque è cosa riprovevole.
3. Nessuno deve indurre un altro a una cosa che lo pregiudica. Ma chi induce altri a un ordine religioso, talora procura loro un danno: perché quelli forse si erano obbligati a un ordine più perfetto. Perciò non è cosa lodevole indurre altri a entrare in religione.

IN CONTRARIO: Nell'Esodo si legge: "Una cortina tiri l'altra cortina". Dunque un uomo deve tirare l'altro al servizio di Dio.

RISPONDO: Quelli che persuadono altri a entrare in religione non solo non peccano, ma meritano un gran premio; poiché sta scritto: "Chi trae un peccatore dall'errore della sua via, salverà l'anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati". E in Daniele si legge: "Quelli che istruiscono molti alla giustizia saranno come astri nell'eternità senza fine".
Tuttavia in quest'opera di persuasione potrebbero avvenire i tre disordini seguenti. Primo, che uno costringesse altre persone a entrare in religione, il che è proibito dai Canoni. - Secondo, che si attirasse un altro alla religione in maniera simoniaca, facendo dei regali, come si accenna in altri Canoni. Però non c'è simonia nel dare il necessario a un povero per educarlo alla vita religiosa; o nel fare piccoli regali, senza nessun patto, per cattivarsi la familiarità di una persona. - Terzo, che si ricorresse alla menzogna. Infatti in questo caso chi si è lasciato attrarre è in pericolo di defezionare, vedendosi ingannato; e allora "la condizione ultima di quell'uomo diventa peggiore della prima", come dice il Vangelo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche per quelli che sono stati indotti alla vita religiosa c'è l'anno di prova, in cui possono sperimentare le difficoltà. E quindi non è facile neppure per essi l'entrata nella vita religiosa.
2. A detta di S. Ilario, quelle parole del Signore preannunziavano lo zelo con il quale i Giudei, dopo la predicazione di Cristo, avrebbero tentato di attrarre i gentili e anche i cristiani al culto giudaico, rendendoli due volte figli della Geenna: perché nel giudaismo non vengono loro rimessi i peccati fatti in precedenza, e in più incorrono nel peccato d'incredulità proprio dei Giudei. Perciò le parole suddette non sono a proposito.
A detta invece di S. Girolamo, la frase si riferisce ai Giudei anche per il periodo in cui era lecito osservare il loro culto: nel senso che chi veniva convertito da costoro al giudaidmo, "mentre era gentile era semplicemente nell'errore; ma nel vedere poi i vizi dei suoi maestri tornava al vomito, e quindi tornando pagano era degno di un castigo più grave come rinnegato". Dal che si rileva che non è riprovevole attrarre altri al culto di Dio; bensì dare il cattivo esempio a quelli che si sono convertiti, rendendoli peggiori.
3. Nel più è incluso anche il meno. Perciò chi si era obbligato con voto o con giuramento a entrare in un ordine meno perfetto, può essere indotto lecitamente a entrare in un ordine più perfetto: a meno che non ci sia un impedimento particolare, come la malattia, o la speranza di un progresso maggiore in un ordine meno austero. Chi invece si è obbligato con voto, o con giuramento a entrare in un ordine più austero non può essere indotto lecitamente a entrare in un ordine meno rigoroso, senza una causa speciale ed evidente, e senza ottenere la dispensa dei superiori.

ARTICOLO 10

Se sia cosa lodevole abbracciare la vita religiosa, senza prima ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione

SEMBRA che non sia cosa lodevole entrare in religione, senza prima ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione. Infatti:
1. L'Apostolo Giovanni scrive: "Non vogliate credere a ogni spirito; ma provate gli spiriti, se sono da Dio". Ma talora il proposito di entrare in religione non è da Dio: poiché spesso esso si dissolve con l'abbandono della vita religiosa; mentre nella Scrittura si legge: "Se questa impresa è opera di Dio, non potrete dissolverla". Dunque l'entrata in religione deve essere preceduta da un esame accuratissimo.
2. Sta scritto: "Tratta la tua causa con il tuo amico". Ora, la causa più importante per un uomo è il cambiamento di stato. Perciò non si deve entrare in religione, senza aver prima trattato la cosa con gli amici.
3. Il Signore riferisce la parabola di "un uomo il quale, volendo edificare una torre, prima si diede a calcolare la spesa, per vedere se aveva l'occorrente per finirla"; e non sentirsi rinfacciare: "Costui ha cominciato a fabbricare e non ha potuto finire". Ora, l'occorrente per edificare, a detta di S. Agostino, "altro non è che la rinunzia a quanto si possiede". Ma spesso capita che molti di ciò non sono capaci, e lo stesso si dica delle altre osservanze della vita religiosa. E ciò viene prefigurato nella Scrittura dal fatto che "David non riusciva a camminare con le armi di Saul, non essendovi abituato". Perciò uno non deve entrare in religione, se non dopo lunga deliberazione e dopo aver sentito il parere di molti.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Pietro ed Andrea, alla chiamata del Signore, "lasciate le reti, immediatamente lo seguirono". E il Crisostomo spiega: "Cristo ci chiede una tale obbedienza, da non stare a riflettere neppure un istante".

RISPONDO: Una lunga deliberazione e il parere di molti sono necessari, come nota il Filosofo, nelle cose gravi ed incerte: ma in quelle che son certe e determinate la deliberazione non si richiede. Ora, nell'entrata in religione si possono considerare tre cose. Primo, il fatto in se stesso. E allora è certo che abbracciare la vita religiosa è un bene migliore: chi in senso oggettivo ne dubitasse offenderebbe Cristo, a cui risale questo consigiio. Di qui le parole di S. Agostino: "Sei chiamato dall'Oriente", cioè da Cristo, "e tu ti rivolgi all'occidente", cioè all'uomo mortale e fallibile.
Secondo, l'entrata in religione si può considerare in rapporto alle forze di chi sta per entrarvi. E anche da questo lato non ci sono incertezze: perché chi abbraccia la vita religiosa non confida di poter perseverare con le proprie forze, ma spera nell'aiuto di Dio, secondo le parole di Isaia: "Quelli che sperano nel Signore rinnoveranno le forze; rimetteranno le penne come le aquile, correranno senza fatica, cammineranno senza stancarsi". - Però se ci fosse qualche impedimento particolare, come l'infermità, il peso dei debiti, o altre cose del genere, allora si richiede la deliberazione e il consiglio di persone disposte ad aiutare e non a impedire. Poiché nell'Ecclesiaste si legge: "Con l'uomo irreligioso tratta di santità, e con l'ingiusto di giustizia"; e ciò ironicamente per dire il contrario. Infatti il testo prosegue: "Non t'appoggiare a costoro per nessun consiglio; ma tratta spesso con il santo". E tuttavia in queste cose non c'è bisogno di lunghe deliberazioni. Di qui le parole di S. Girolamo: "Affrettati, ti prego; stando sulle onde, non tardare a sciogliere la gomena della nave, ma tagliala".
Terzo, si può considerare la maniera di abbracciare la vita religiosa, e quale ordine scegliere. E anche su tale argomento si può ricorrere al consiglio di gente disposta a non impedire.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La raccomandazione di "provare gli spiriti, se sono da Dio" vale per le cose dubbie, per sapere se l'ispirazione è da Dio. È dubbio, p. es., per coloro che sono già nella vita religiosa, se i postulanti son mossi dallo Spirito di Dio, o procedono con inganno: e quindi vanno provati, per vedere se son mossi da buono spirito. Ma per chi si presenta alla vita religiosa non c'è dubbio che il proposito di entrare in religione viene dallo Spirito di Dio, cui è riservato il compito di "condurre l'uomo sulla retta strada".
E il fatto che alcuni tornano indietro non dimostra che quel proposito non era da Dio. Infatti non tutto ciò che è da Dio è indistruttibile: altrimenti le creature corruttibili non sarebbero da Dio, come pensano i Manichei; e così quelli che sono in grazia non potrebbero perderla, il che è un'altra eresia. Ma è indissolubile "il consiglio di Dio", mediante il quale ei volle che ci fossero cose corruttibili e mutabili, secondo le parole di Isaia: "Fermo starà il mio consiglio e ogni mia volontà sarà adempiuta". Perciò il proposito di abbracciare la vita religiosa non ha bisogno di prove, per sapere che viene da Dio: poiché la Glossa, a proposito dell'esortazione paolina: "Tutto esaminate", nota che "le cose certe non hanno bisogno di essere discusse".
2. Come "la carne", a detta di S. Paolo, "ha desideri contrari allo spirito", così gli amici carnali spesso sono contrari al progresso spirituale, secondo le parole del profeta: "L'uomo ha nei suoi familiari altrettanti nemici". Ecco perché S. Cirillo, commentando quel passo evangelico, "Permettimi prima di salutare quelli di casa", afferma: "Chiedendo di salutare quelli di casa, costui mostrò di essere ancora diviso; poiché informare i parenti e consultare gente contraria al bene, indica un uomo tiepido e pronto a ritirarsi. Ecco perché il Signore gli disse: "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio". Infatti guarda indietro chi cerca dilazioni, con la scusa di tornare a casa e di consultarsi con i parenti".
3. La costruzione della torre sta a indicare la perfezione della vita cristiana. E la rinunzia ai propri beni è l'occorrente per tale costruzione. Ora, nessuno dubita né delibera per sapere se vuole l'occorrente, o se possa costruire la torre avendo l'occorrente. Ma è oggetto di deliberazione la disponibilità dei mezzi. Parimente non c'è da deliberare, se uno debba rinunziare a tutto ciò che possiede: o se così facendo possa raggiungere la perfezione. Ma resta solo da deliberare, se quanto uno fa sia un "rinunziare a quanto si possiede"; poiché senza la rinunzia, ossia senza l'occorrente, uno "non può", come dice il testo, "essere discepolo di Cristo", e cioè edificare la torre.
Ora, la paura di coloro che temono di non poter raggiungere la perfezione abbracciando la vita religiosa è irragionevole. Scrive in proposito S. Agostino: "Da quella parte ove tenevo volta la faccia, trepidante di fare il passo, mi si mostrava la casta dignità della continenza, improntata a serena e pudica allegrezza, che con oneste lusinghe m'invitava ad andare senza dubbiezze, stendendo, per accogliermi e stringermi al seno, le mani pie, colme di greggi di buoni esempi. Fanciulli e fanciulle, giovani molti e persone d'ogni età, vedove austere, vergini raggiunte dalla vecchiezza. E mi guardava con un sorriso ironico per farmi coraggio, come per dirmi: Tu non potrai fare quello che son capaci di fare questi e queste? Forse che questi e queste hanno in sé la capacità, e non nel Signore Dio loro? Perché questa tua alternativa di propositi e di esitazioni? Gettati nelle sue braccia. Non aver paura: egli non si ritirerà per farti cadere. Gettati senza esitare, ed egli ti accoglierà e ti guarirà".
Il confronto poi fatto con David non è a proposito. Perché le armi di Saul, a detta della Glossa sono "i sacramenti ingombranti dell'antica legge". Invece la vita religiosa è "il soave giogo di Cristo"; poiché, come scrive S. Gregorio, "Che cosa di grave impone sul nostro collo, colui che ci comanda di fuggire tutti i desideri che ci turbano, e ci esorta a fuggire le strade faticose del mondo".
E a coloro che prendono sopra di sé questo giogo soave egli promette il ristoro del godimento di Dio, e l'eterno riposo dell'anima. Al quale riposo ci conduca colui che ce l'ha promesso, Gesù Cristo nostro Signore, che è sopra tutte le cose Dio benedetto nei secoli. Amen.