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Questione
189
L'entrata
in religione
Veniamo ora a considerare l'entrata in religione.
Sull'argomento si pongono dieci quesiti: 1. Se possano entrare
in religione quelli che non sono esercitati nell'osservanza dei
comandamenti; 2. Se sia lecito obbligarsi con voto a entrare in
religione; 3. Se quelli che si sono obbligati con voto a entrare
in religione siano tenuti a osservarlo; 4. Se chi ha fatto voto
di entrare in religione sia tenuto a restarvi per sempre; 5. Se
nella vita religiosa si possano accettare dei fanciulli; 6. Se per
aiutare i genitori alcuni debbano essere distolti dalla vita
religiosa; 7. Se i parroci e gli arcidiaconi possano entrare nella vita
religiosa; 8. Se sia lecito passare da un ordine religioso a un
altro; 9. Se uno possa indurre altri a entrare in religione; 10. Se
sia necessaria una lunga deliberazione con i parenti e con gli
amici per entrare in religione.
ARTICOLO
1
Se in religione debbano entrare solo quelli
che sono esercitati nell'osservanza dei comandamenti
SEMBRA che in religione debbano entrare solo quelli che sono
esercitati nell'osservanza dei comandamenti. Infatti:
1. Il Signore diede il consiglio della perfezione al giovane che
aveva affermato di aver osservato i comandamenti "fin dalla
sua giovinezza". Ora, tutte le forme di vita religiosa hanno avuto
principio da Cristo. Dunque non si devono accettare in religione
se non quelli che si sono già esercitati nell'osservare i comandamenti.
2. Scrive S. Gregorio:
"Nessuno di colpo arriva al sommo:
ma tutti nella virtù cominciano dalle piccole cose, per arrivare
alle grandi". Ora, le cose grandi sono i consigli, che costituiscono la perfezione; mentre le cose piccole sono i comandamenti,
che costituiscono l'onestà ordinaria. Perciò non si devono ammettere
in religione per osservare i consigli se non quelli che si
sono già esercitati nei comandamenti.
3. Lo stato religioso ha nella Chiesa una certa superiorità come
gli ordini sacri. Ma a detta di S. Gregorio: "Si deve ascendere
agli ordini per gradi; poiché cerca di cadere chi, trascurando i
gradi intermedi, vuole raggiungere la cima scavalcando i dirupi.
Sappiamo infatti che non si può impostare il peso del soffitto sui
muri freschi di un fabbricato, se prima non sono disseccati e
induriti; perché non accada che crolli insieme a tutto l'edificio".
Dunque non si deve entrare in religione, se prima non si è esercitati
nell'osservanza dei precetti.
4. A proposito di quel testo dei Salmi,
"Come un bimbo divezzato
sta sulle braccia di sua madre", la Glossa afferma: "In
primo luogo siamo concepiti nel seno della madre Chiesa, quando
siamo istruiti nei rudimenti della fede; quindi siamo partoriti
quando siamo rigenerati col battesimo; siamo poi come portati
sulle braccia della Chiesa e da essa allattati, quando dopo il
battesimo siamo esercitati nelle opere buone, e nutriti con il
latte della dottrina spirituale, sviluppandoci fino a che grandicelli
passiamo dal latte materno alla mensa paterna; cioè dalla dottrina
elementare in cui si afferma che il Verbo si è fatto carne,
al Verbo del Padre che in principio era presso Dio". E poco dopo
continua: "I battezzati di fresco nel Sabato Santo sono come
portati in braccio e allattati dalla Chiesa fino a Pentecoste, nel
quale tempo non viene prescritto niente di difficile: non si digiuna,
non ci si alza di notte. Dopo invece, confermati dallo
Spirito Paraclito, come bambini slattati, cominciano a digiunare
e a osservare altre cose difficili. Molti però pervertono quest'ordine,
come gli eretici e gli scismatici, staccandosi dal latte prima
del tempo: così da morirne". Ora, quelli che entrano in religione
o inducono altri ad entrarvi prima dell'osservanza dei comandamenti,
pervertono anch'essi quest'ordine. Dunque costoro sono eretici o scismatici.
5. Si deve passare alle cose che vengono dopo da quelle che
vengon prima. Ora, i comandamenti vengono prima dei consigli,
perché sono più generali, e "l'inversione tra l'universale e il
particolare non è ammissibile": infatti chiunque osserva i consigli
osserva anche i precetti, ma non viceversa. Ma l'ordine giusto
è di passare da ciò che è prima a ciò che è dopo. Dunque uno
non deve passare a osservare i consigli nella vita religiosa, senza
aver prima praticato i comandamenti.
IN CONTRARIO: Il Signore chiamò all'osservanza dei consigli il
pubblicano Matteo, il quale non aveva praticato i comandamenti;
si legge infatti nel Vangelo che "egli abbandonata ogni cosa lo seguì". Perciò non è necessario che uno si eserciti nella pratica
dei comandamenti prima di passare alla perfezione dei consigli.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, lo stato religioso è un
tirocinio spirituale per raggiungere la perfezione della carità:
e questa si ottiene eliminando con le osservanze della vita religiosa
gli ostacoli della perfetta carità. Questi infatti legano gli
affetti dell'uomo alle cose terrene. Ora, questo legame alle cose
della terra non solo impedisce la perfezione della carità, ma fa
perdere talora la carità stessa, quando l'uomo volgendosi disordinatamente
alle cose del mondo, si allontana dal bene incommutabile
col peccato mortale. È evidente però che le osservanze
della vita religiosa, come tolgono gli ostacoli alla carità perfetta, così eliminano le occasioni di peccato: il digiuno, p. es., le veglie,
l'obbedienza, e altre simili cose allontanano l'uomo dai peccati
di gola, di lussuria e da qualsiasi altro peccato. Perciò entrare
in religione è vantaggioso non solo a chi ha praticato i comandamenti
per raggiungere una maggiore perfezione; ma anche a chi
non li ha praticati, per evitare più facilmente i peccati e raggiungere
la perfezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Girolamo commenta:
"Il
giovane nel dire: "Ho osservato tutte queste cose fin dalla mia giovinezza" non disse la verità. Infatti se avesse compiuto ciò
che è imposto dal comandamento, "Amerai il prossimo tuo come
te stesso", perché allora udendo quelle parole: "Va', vendi quanto
hai e dallo ai poveri", se ne andò rattristato?".
Si deve però intendere che egli non disse la verità rispetto all'osservanza
perfetta di questo comandamento. Infatti Origene
riferisce, che "nel Vangelo degli Ebrei, dopo che il Signore gli
ebbe detto, "Va' vendi quanto possiedi", il giovane ricco cominciò
a grattarsi la testa. E il Signore gli domandò: "Come puoi
dire: Ho adempiuto la legge e i profeti? Nella legge sta scritto:
"Ama il prossimo tuo come te stesso"; ed ecco che molti dei
tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di sterco e muoiono
di fame; mentre la tua casa è piena di molte ricchezze, e niente
da essa esce per loro". E quindi il Signore rimproverandolo gli
disse: "Se vuoi essere perfetto, ecc.". È impossibile infatti adempiere
il comandamento, "Ama il prossimo tuo come te stesso",
e insieme essere ricco; e specialmente avere tanti possedimenti". - Ciò
va inteso del perfetto adempimento di questo precetto.
Perché in modo imperfetto e ordinario era vero che egli aveva
osservato i comandamenti. E la perfezione consiste principalmente,
come abbiamo visto sopra, nell'osservanza dei precetti della carità.
Perciò il Signore, per dimostrare che la perfezione dei consigli
è utile agl'innocenti e ai peccatori, non chiamò soltanto il giovane
innocente, ma anche Matteo peccatore. Matteo però corrispose
alla chiamata, non così il giovane: poiché alla vita religiosa si
convertono più facilmente i peccatori che quanti presumono della
loro innocenza, ai quali il Signore ha detto: "I pubblicani e le
meretrici andranno innanzi a voi nel regno dei cieli".
2. Di infimo e di sommo si può parlare in tre sensi diversi.
Primo, in rapporto alla stessa persona. E allora è evidente che "nessuno di colpo arriva al
sommo"; perché ogni persona virtuosa
progredisce per tutto il tempo della vita, per giungere al
sommo. - Secondo, in rapporto ai vari stati. E in tal senso
non è necessario che chi vuol giungere a uno stato superiore incominci
da quello più basso: chi vuol esser chierico, p. es., non è
necessario che prima si eserciti nella vita laicale. - Terzo, in
rapporto a persone diverse. E allora è evidente che uno può
iniziare non solo da uno stato superiore, ma anche da un grado
di santità più alto del grado sommo cui un altro è giunto con
tutta la sua vita. Scrive infatti S. Gregorio: "Tutti sanno da
quale grado di perfezione S. Benedetto iniziò da fanciullo la sua
vita di santità".
3. Come sopra abbiamo detto, gli ordini sacri presuppongono
la santità; mentre lo stato religioso è un tirocinio per raggiungerla.
Perciò il peso degli ordini va imposto su mura già disseccate
e assodate dalla santità: il peso invece della vita religiosa
mira a disseccare le mura, cioè gli uomini, dall'amore dei vizi.
4. Evidentemente la Glossa
parla qui dell'ordine da seguire
nell'insegnamento, che deve procedere dal più facile al più difficile.
Perciò quando dice che gli eretici e gli scismatici pervertono
quest'ordine, è chiaro dal contesto che si riferisce all'insegnamento.
Essa infatti continua: "Il Salmista afferma di averlo osservato",
l'ordine suddetto, "legandosi con uno scongiuro; e dicendo: Non
solo io sono stato umile nelle altre cose, ma anche nel sapere.
Poiché umilmente prima mi nutrii di latte, cioè del Verbo fatto
carne, per poi crescere e cibarmi del pane degli angeli, cioè del
Verbo che era in principio presso Dio".
L'esempio poi dei neo-battezzati, ai quali non viene imposto
il digiuno fino a Pentecoste, dimostra che i neofiti non vanno
obbligati fino a che non siano mossi interiormente dallo Spirito
Santo ad accollarsi le cose difficili di spontanea volontà. Ecco
perché la Chiesa indice il digiuno dopo Pentecoste, cioè dopo la
discesa dello Spirito Santo. Ora, lo Spirito Santo, come dice
S. Ambrogio, "non è impedito né dall'età, né dalla morte, né
dal seno materno". E S. Gregorio afferma: "Discende su un
fanciullo che suona la cetra e ne fa un salmista; scende su un
bambino austero e ne fa un giudice degli anziani". E aggiunge: "Per insegnare egli non ha bisogno di tempo: come tocca un'anima
le insegna tutto ciò che vuole". Nell'Ecclesiaste quindi si legge, che
"non è in potere dell'uomo trattenere lo Spirito". E l'Apostolo
ammonisce: "Non spegnete lo Spirito". Negli Atti poi si legge
questo rimprovero contro certuni: "Voi resistete sempre allo
Spirito Santo".
5. Tra i precetti alcuni sono principali, e questi sono il fine
dei precetti e dei consigli: tali sono appunto i precetti della carità.
E ad essi sono ordinati i consigli, non perché non si possono
osservare senza di questi, ma perché i consigli mirano alla
perfetta osservanza di essi. Gli altri precetti, o comandamenti
secondari, sono ordinati ai precetti della carità, in quanto senza
di essi è assolutamente impossibile osservarli.
Quindi la perfetta osservanza dei precetti della carità intenzionalmente
precede i consigli, cronologicamente però spesso li
segue. Questo infatti è l'ordine del fine rispetto ai mezzi. - Invece
l'osservanza ordinaria dei precetti della carità e degli altri comandamenti
sta ai consigli come un dato più universale sta al dato
più particolare: poiché l'osservanza dei comandamenti può stare
senza i consigli, ma non viceversa. Perciò l'osservanza ordinaria
dei comandamenti precede i consigli in ordine di natura; ma non
in ordine di tempo, poiché una cosa non può sussistere in un
dato genere prima di essere di una delle sue specie. - Però l'osservanza
dei precetti senza i consigli è ordinata all'osservanza dei
precetti con i consigli, come una specie meno perfetta è ordinata
a quella più perfetta: come l'animale irragionevole, p. es., è ordinato
a quello ragionevole. Ora, ciò che è perfetto per natura è superiore
a ciò che è imperfetto: "la natura" infatti, a detta
di Boezio, "prende inizio dalle cose perfette". Pertanto non è
necessario che prima si osservino i precetti senza i consigli, e
quindi con i consigli: come non è necessario che uno prima di
essere un uomo sia un asino, e che prima di esser vergine uno sia
coniugato. Parimente non è necessario che uno prima di entrare
in religione osservi i comandamenti nella vita del secolo: specialmente
perché la vita del secolo non predispone alla perfezione
dello stato religioso, ma le è di ostacolo.
ARTICOLO
2
Se uno si possa obbligare con voto a entrare in religione
SEMBRA che nessuno debba obbligarsi con voto a entrare in
religione. Infatti:
1. Alla religione ci si lega mediante i voti fatti nella professione.
Ora, prima della professione si concede un anno di prova,
sia stando alla Regola di S. Benedetto, che al decreto di Innocenzo
IV: il quale anzi proibisce di legarsi a un ordine religioso
con la professione prima che sia finito l'anno di prova. Meno che
mai quindi devono obbligarsi alla vita religiosa quelli che ancora
sono nel secolo.
2. S. Gregorio afferma, che gli ebrei
"non con la forza, bensì
con tutta libertà devono essere persuasi a convertirsi". Ma adempiere
ciò che si è promesso con voto è una necessità. Dunque,
nessuno si deve obbligare ad entrare in religione.
3. Nessuno deve offrire ad altri occasione di rovina; infatti
nell'Esodo si legge: "Se uno avrà aperto una cisterna, e un bove
o un asino vi sarà caduto dentro, il padrone della cisterna pagherà
il prezzo di quegli animali". Ora, per essersi obbligato
con voto alla vita religiosa, capita spesso che qualcuno cade nella
disperazione e in vari peccati. Dunque nessuno deve obbligarsi
con voto a entrare nella vita religiosa.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Fate voti al Signore Dio
vostro e adempiteli"; e la Glossa spiega, che "ci sono dei voti
individuali, come la castità, la verginità e simili: ebbene, la Scrittura
invita a fare questi voti". Ma la Sacra Scrittura non invita
se non a cose migliori. Dunque è meglio che uno si obblighi con
voto ad entrare in religione.
RISPONDO: Come abbiamo già detto parlando del voto, l'identica
opera fatta in adempimento di un voto ha più valore che se
è fatta senza di esso. Sia perché il voto è un atto della virtù
di religione, la quale tra le virtù ha una certa eccellenza. Sia
perché il voto rafforza la volontà umana nel compimento del
bene: e come un peccato è più grave, se deriva da una volontà
ostinata nel male; così un'opera buona ha più valore, se deriva
da una volontà confermata nel bene mediante il voto. Perciò
obbligarsi con voto a entrare in religione di suo è cosa lodevole.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ci sono due tipi di voti riguardanti
la vita religiosa. Il primo è il voto solenne che costituisce
monaci o frati di un dato ordine: e questo si fa con la
professione. E tale voto deve essere preceduto dall'anno di
prova, come l'obiezione dimostra. - Il secondo è un voto semplice,
per il quale non si diventa monaci o religiosi, ma ci si obbliga
soltanto a entrare nella vita religiosa. E prima di questo
voto non è necessario un anno di prova.
2. Quel testo di S. Gregorio si riferisce alla violenza vera e
propria. Invece la necessità che nasce dall'obbligo del voto non
è una necessità assoluta, ma una necessità condizionata, cioè rispetto
al fine: nel senso che dopo il voto uno non può raggiungere
il fine della salvezza, senza adempiere il voto. Ora, questa necessità
non va evitata: "è beata", anzi, a detta di S. Agostino, "questa necessità che ci solleva a cose
migliori".
3. Far voto di entrare in religione è fortificare la volontà nel
bene. Perciò di suo questo non dà all'uomo occasione di rovina,
ma è piuttosto una salvaguardia. Se poi uno col trasgredire il
voto pecca più gravemente, ciò non infirma la bontà del voto:
come non infirma la bontà del battesimo il fatto che dopo il battesimo
si pecca più gravemente.
ARTICOLO
3
Se chi si è obbligato con voto a entrare in religione
sia tenuto a entrarvi
SEMBRA che chi si è obbligato con voto a entrare nella vita
religiosa non sia tenuto a entrarvi. Infatti:
1. Nel Decreto (di Graziano) si legge:
"Il prete Consaldo, colpito
da malattia, ha promesso di farsi monaco; tuttavia egli
non si è offerto a nessun monastero, e a nessun abate, e non ha
sottoscritto nessuna promessa; ma solo rinunziò in mano di un
avvocato al proprio beneficio. Dopo la malattia egli rifiuta di
farsi monaco". E più in basso, ecco la soluzione: "Decretiamo
che il prete suddetto ritenga pacificamente il suo beneficio e la
sua chiesa". Ora, questo non sarebbe ammissibile se egli fosse
tenuto a entrare in religione. Dunque non si è tenuti a osservare
il voto fatto di entrare in religione.
2. Nessuno è tenuto a fare quello che non è in suo potere.
Ma entrare in religione non è in potere di chi vi aspira, ché si
richiede il consenso di chi deve riceverlo. Perciò uno non è tenuto
ad adempiere il voto con cui si è obbligato a entrare in religione.
3. Non si può impedire con un voto meno utile un voto più
utile. Ora, adempiendo il voto di entrare in religione si viene
a impedire il voto di prendere la Croce in difesa della Terra Santa:
il quale è più utile, perché con esso si ottiene la remissione di tutti
i peccati. Dunque il voto di entrare in religione non è strettamente
obbligatorio.
IN CONTRARIO: Nell'Ecclesiaste si legge:
"Quando hai fatto
voto a Dio, non tardare a compierlo, perché dispiace a lui la
promessa infedele e stolta". E commentando quel testo dei Salmi: "Fate voti al Signore Dio vostro e adempiteli", la Glossa ammonisce:
"Far
voto è semplicemente consigliato; ma quando si è
fatto, si esige rigorosamente che si stia alla promessa".
RISPONDO: Il voto, noi l'abbiamo già visto in precedenza, è
una promessa fatta a Dio di cose riguardanti il suo servizio.
Ora, come nota S. Gregorio, "se i contratti fatti in buona fede tra
uomini non si possono sciogliere per nessun motivo, in che modo si potrà mancare senza castigo alla promessa fatta a Dio?". Perciò
si è tenuti rigorosamente ad adempiere i voti fatti, purché si tratti
di cose riguardanti Dio. Ora, è evidente che l'entrata in religione
riguarda soprattutto Dio: perché con essa uno si consacra totalmente
al divino servizio, come sopra abbiamo visto. Perciò chi si
obbliga a entrare in religione è tenuto a entrarvi secondo l'intenzione
fatta col voto: cosicché se uno ha inteso di obbligarsi in
modo assoluto, quanto prima è tenuto a entrarvi, una volta cessati
gl'impedimenti; se invece si è obbligato a farlo dopo un
certo tempo, o una data condizione, è tenuto a entrare in religione
allo scadere del tempo, o al verificarsi della condizione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il prete suddetto non aveva
fatto i voti solenni, ma un voto semplice. Quindi non era diventato
monaco, così da essere obbligato per legge a vivere in monastero,
e ad abbandonare la parrocchia. Però in coscienza egli
avrebbe dovuto abbandonare ogni cosa ed entrare in religione.
Infatti in una Decretale si consiglia al vescovo di Grenoble, il
quale aveva ricevuto l'episcopato dopo aver fatto voto di entrare
in religione, senza averlo adempiuto, che "per acquietare la sua
coscienza lasciasse il governo della diocesi e adempisse il voto
fatto all'Altissimo".
2. Come abbiamo già visto nel trattare del voto, chi si è obbligato
con voto a entrare in un dato ordine, è tenuto a fare tutto
il possibile per entrarvi. E se ha inteso di obbligarsi semplicemente
alla vita religiosa, se non viene ricevuto in un ordine, è
tenuto a tentare in un altro. Se invece ha inteso obbligarsi a
entrare in un ordine determinato, è tenuto soltanto a ciò che ha
promesso.
3. I voti religiosi, essendo perpetui, sono superiori al voto di
andare in Terra Santa, che è solo temporaneo. Di qui le parole
di Alessandro III: "Chi muta un servizio temporaneo con l'osservanza
perpetua della vita religiosa in nessun modo ha violato
il suo voto".
Del resto si può sostenere con valide ragioni che si ottiene la
remissione di tutti i peccati anche con l'entrata in religione. Se
infatti uno può subito soddisfare per i suoi peccati con delle elemosine,
secondo le parole di Daniele: "Riscattati con elemosine
dai tuoi peccati"; a maggior ragione basterà a soddisfare per
tutti i peccati il fatto che uno si consacra totalmente al servizio
di Dio abbracciando la vita religiosa, la quale supera ogni genere
di soddisfazioni, e di pubbliche penitenze, come si rileva dal
Decreto (di Graziano); e cioè a detta di S. Gregorio, come l'olocausto
supera il sacrificio. Ecco perché nelle Vitae Patrum si legge che
chi entra in religione riceve la stessa grazia che si ottiene col
battesimo.
E anche se non ci fosse la remissione di tutta la pena dovuta ai
peccati, tuttavia entrare nella vita religiosa sarebbe sempre superiore
al pellegrinaggio in Terra Santa per l'avanzamento nel bene:
il quale avanzamento è più importante della remissione della pena.
ARTICOLO 4
Se chi ha fatto voto di entrare in religione
sia tenuto a restarvi per sempre
SEMBRA che chi ha fatto voto di entrare in religione sia tenuto
a restarvi per sempre. Infatti:
1. È meglio non entrare in religione che uscire dopo esserci
entrati, secondo le parole di S. Pietro: "Meglio sarebbe stato
per loro non conoscere la verità, anziché dopo averla conosciuta
tornare indietro". E nel Vangelo si legge: "Chiunque, dopo aver
messo mano all'aratro volge indietro lo sguardo, non è adatto al
regno di Dio". Ma chi si è obbligato a entrare in religione è
tenuto a entrarvi, come abbiamo dimostrato nell'articolo precedente.
Dunque egli è tenuto anche a restarvi per sempre.
2. Si è tenuti sempre a evitare ciò che dà scandalo e cattivo
esempio ad altri. Ma il fatto che uno dopo essere entrato in religione
ne esce per tornare nel secolo, dà cattivo esempio e scandalo
agli altri, i quali vengono distolti dalla vita religiosa, o sono
spinti ad uscirne. Perciò chi entra in religione, per adempiere
un voto fatto in precedenza, è tenuto a restarvi per sempre.
3. il voto di farsi religiosi è da considerarsi perpetuo, e per
questo, come si è detto, è superiore ai voti temporanei. Ora,
questo non sarebbe vero, se uno, dopo averne fatto voto, entrasse
in religione con il proposito di uscirne. Dunque chi ha fatto
voto di entrare in religione è anche tenuto a rimanervi in perpetuo.
IN CONTRARIO: I voti che si fanno nella professione, proprio
perché obbligano a restare per sempre in religione, devono essere
preceduti da un anno di prova; ma questo non è richiesto dal
voto semplice, con il quale uno si obbliga a entrare in religione.
Perciò chi fa il voto di entrare in religione non è tenuto per
questo a restarvi per sempre.
RISPONDO: L'obbligo derivante da un voto dipende dalla volontà:
poiché "far voto è un atto di volontà", come dice S. Agostino.
Perciò l'obbligo si estende secondo la volontà e l'intenzione
di chi fa il voto. Se costui intende di obbligarsi non solo a entrare
in religione, ma a restarvi per sempre, egli è tenuto a restarvi. - Se
invece intende di obbligarsi a entrarvi per provare,
conservando la libertà di rimanere o di uscirne, è evidente che
non è tenuto a restarvi. - Se invece nel fare il voto uno ha pensato
semplicemente di entrare nella vita religiosa, senza pensare
alla possibilità di uscirne o di restarvi per sempre, sembra che
egli sia tenuto ad entrare secondo la legge comune, la quale
concede ai postulanti un anno di prova. Perciò in tal caso non
si è tenuti a restare in religione per sempre.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È meglio entrare in religione
con l'idea di provare, che non entrarvi affatto; perché in tal
modo uno può disporsi a rimanervi per sempre. E non si dica
per questo che uno torna o guarda indietro, ma solo quando
lascia di compiere ciò cui si era obbligato. Altrimenti chiunque
per un certo tempo fa un'opera buona, sarebbe inadatto per il
regno di Dio, se poi non continuasse a farla sempre: il che evidentemente è
falso.
2. Se chi è entrato in religione, è poi costretto a uscirne, specialmente
se per cause ragionevoli, non genera scandalo e non
dà cattivo esempio. E se altri si scandalizzano è uno scandalo
passivo da parte di costoro, non uno scandalo attivo da parte di
chi esce: perché questi ha fatto quanto gli era lecito fare ed era
richiesto da una causa ragionevole, come la malattia, la debolezza
o altre cose del genere.
3. Chi entra per uscirne subito evidentemente non soddisfa al
suo voto: perché nel farlo non intendeva questo. Egli perciò
è tenuto a mutare proposito, e a provare se la vita religiosa è conveniente
per lui. Però egli non è tenuto a rimanervi per sempre.
ARTICOLO 5
Se nella vita religiosa si debbano ricevere i fanciulli
SEMBRA che nella vita religiosa non si debbano ricevere i fanciulli.
Infatti:
1. Nei Canoni si legge:
"Nessuno riceva la tonsura monastica
senza l'età legittima e la sua spontanea volontà". Ma i fanciulli
non hanno né l'età legittima, né spontanea volontà: non avendo
perfettamente l'uso di ragione. Dunque essi non devono essere
ammessi alla vita religiosa.
2. Lo stato religioso è uno stato di penitenza; ché, a detta di
S. Agostino, religione viene da religare, o da reeligere. Ma ai
fanciulli non si addice la penitenza. Quindi essi non devono
entrare in religione.
3. L'obbligo del voto è pari a quello del giuramento. Ora, i
fanciulli prima di quattordici anni non devono essere obbligati
al giuramento, come si legge nei Canoni. Perciò neppure devono
obbligarsi con i voti.
4. È illecito assumere un obbligo che giustamente può essere
annullato. Ma se i fanciulli si obbligano alla vita religiosa, a
norma dei Canoni possono esserne distolti dai genitori e dai tutori,
poiché è prescritto che "se una bambina inferiore ai dodici anni
ha preso il velo monacale di sua spontanea volontà, i genitori,
o i tutori possono subito, se vogliono, annullare la sua decisione".
Dunque è illecito che i fanciulli, specialmente prima degli anni
della pubertà, si diano o si obblighino alla vita religiosa.
IN CONTRARIO: Il Signore ha detto:
"Lasciate stare i fanciulli
e non impedite loro di venire a me". E Origene spiega: "I discepoli
di Gesù, prima di aver compreso che cosa è la giustizia,
riprendono coloro che offrivano a Cristo i fanciulli e i bambini:
ma il Signore li esorta a soddisfare alle esigenze dei fanciulli. Perciò
noi dobbiamo stare attenti a non disprezzare, stimandoci grandi
con la pretesa di una più alta sapienza, i piccoli della Chiesa, impedendo
ai fanciulli di avvicinarsi a Gesù".
RISPONDO: Due sono i tipi di voto che riguardano la vita
religiosa, come abbiamo già notato. C'è il voto semplice che
consiste nella sola promessa fatta a Dio, la quale procede dalla
sola deliberazione interiore dell'anima. E questo voto vale solo
(in coscienza) per la legge di Dio. Tuttavia questa sua efficacia
può venir meno per due motivi. Primo, per difetto di deliberazione:
il che è evidente nel caso dei pazzi, i cui voti non sono
obbligatori come si legge nelle Decretali. E in questa condizione
si trovano anche i bambini che ancora non hanno il perfetto uso
di ragione, così da essere capaci di malizia: uso che i ragazzi
per lo più raggiungono intorno ai quattordici anni, e le bambine
intorno ai dodici, che son chiamati "gli anni della pubertà". In
alcuni però esso è anticipato, e in altri è ritardato, conforme
alle diverse disposizioni naturali. - Secondo, l'efficacia del voto
semplice viene a mancare nel caso in cui uno promette al Signore
cose che non sono in suo potere: se uno schiavo, p. es., pur
avendo l'uso di ragione fa voto di entrare in religione, o accede
agli ordini sacri all'insaputa del padrone; infatti in tal caso il
padrone può annullare questi atti, come si legge nel Decreto (di
Graziano). E poiché il fanciullo e la fanciulla al disotto degli
anni della pubertà sono per natura sotto il dominio del padre
quanto a disporre della loro vita, il padre può annullare o accettare
il loro voto, se a lui piace: come nel libro dei Numeri si dice
espressamente a proposito della donna.
Se quindi un fanciullo prima degli anni della pubertà ha fatto
un voto semplice, senza avere ancora il perfetto uso di ragione,
non è obbligato dal voto. - Se egli invece ha l'uso di ragione prima
della pubertà, di suo è obbligato dal voto; tuttavia l'obbligo può
essere annullato dall'autorità del padre, sotto la quale ancora
si trova: poiché la disposizione di legge per cui un uomo è soggetto
all'altro considera ciò che avviene nella maggioranza dei
casi. - Se invece uno ha superato gli anni della pubertà, il voto non
può essere annullato dall'autorità dei genitori; se però non avesse
ancora raggiunto il perfetto uso di ragione, davanti a Dio non
sarebbe obbligato.
Il secondo tipo di voto è quello solenne, che costituisce monaci o
religiosi. E questo è regolato dalla legge ecclesiastica, per la solennità
che vi è annessa. E poiché la Chiesa considera ciò che avviene nella
maggioranza dei casi, la professione fatta prima della pubertà, per
quanto uno abbia il perfetto uso di ragione, e sia capace di malizia,
non ha il suo effetto di rendere chi lo emette un vero religioso.
Tuttavia, sebbene i fanciulli non possano professare prima della
pubertà, possono però essere accolti in una comunità religiosa
con il consenso dei genitori, per esservi educati; come si legge
di S. Giovanni Battista: "Il bambino cresceva e si fortificava
in spirito, e stava nel deserto". Ecco perché, come narra S. Gregorio,
"i nobili
romani cominciarono a offrire i loro figli a S. Benedetto,
perché li educasse per l'Onnipotente Iddio". E ciò è molto
opportuno, secondo le parole della Scrittura: "È bene per l'uomo
aver portato il giogo sin dalla sua fanciullezza". Si è soliti infatti
applicare i fanciulli a quegli uffici e a quei mestieri che essi devono
esercitare tutta la vita.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'età legittima per ricevere
la tonsura con i voti solenni della vita religiosa è il tempo della
pubertà, in cui uno può disporre spontaneamente del suo volere.
Ma l'età legittima per entrare in religione allo scopo di esservi
educati può precedere gli anni della pubertà.
2. Lo stato religioso è ordinato principalmente a raggiungere la
perfezione, come sopra abbiamo visto. E da questo lato si addice ai
fanciulli, i quali si possono modellare facilmente. Solo di conseguenza
esso è uno stato penitenziale, perché con le osservanze religiose
si eliminano le occasioni di peccato, come abbiamo notato sopra.
3. I fanciulli come non sono obbligati a giurare, così non vengono
obbligati a far voti. Se però essi si obbligano con giuramento
a fare qualche cosa, sono obbligati dinanzi a Dio, se hanno
l'uso di ragione: sebbene per la Chiesa non siano obbligati prima
dei quattordici anni.
4. In quel testo della Scrittura non viene rimproverata la donna
che è ancora nell'età infantile, se fa un voto all'insaputa dei genitori:
questo però può essere annullato da essi. Dal che è evidente
che la donna non pecca col farlo: ma s'intende che essa
vuole obbligarsi per quanto dipende da lei, senza pregiudizio
dell'autorità paterna.
ARTICOLO 6
Se per assistere i genitori
si debba rinunziare ad entrare in religione
SEMBRA che per assistere i genitori si debba rinunziare ad entrare
in religione. Infatti:
1. Non è lecito trascurare una cosa necessaria per un'opera
buona facoltativa. Ora, assistere i genitori è cosa necessaria, per
il precetto che comanda di onorare il padre e la madre; cosicché
l'Apostolo scriveva: "Se una vedova ha figliuoli o nipoti, questi
imparino prima di tutto a curare la propria casa, e a rendere il
contraccambio ai genitori". Invece entrare in religione è cosa
facoltativa. Dunque non si deve trascurare di assistere i genitori
per entrare in religione.
2. La dipendenza dei figli dai genitori è superiore a quella dello
schiavo dal suo padrone: perché la filiazione è da natura, mentre
la schiavitù deriva dalla maledizione del peccato, come risulta
dalla Scrittura. Ma lo schiavo non può abbandonare il servizio
del suo padrone per entrare in religione, o per ricevere gli ordini
sacri. Molto meno dunque un figlio può trascurare l'assistenza
dei genitori per entrare in religione.
3. Si è più obbligati verso i genitori, che verso un creditore cui
si deve del danaro. Ora, chi deve ad altri del danaro non può
entrare in religione; poiché nei Canoni si leggono queste parole
di S. Gregorio: "In nessun modo si devono ricevere quelli che
chiedono di entrare in monastero avendo obbligazioni pubbliche
da soddisfare, se prima non si sono disimpegnati". Molto meno,
dunque, possono entrare in religione i figli, trascurando l'assistenza
dei genitori.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Giacomo e Giovanni,
"abbandonate le reti e il padre, seguirono il
Signore". "Questo",
osserva S. Ilario, "c'insegna che per seguire Cristo, non dobbiamo
lasciarci trattenere dalle sollecitudini della casa paterna".
RISPONDO: Come abbiamo visto sopra nel trattare della pietà,
i genitori come tali hanno l'aspetto di cause o principii; ecco
perché di suo spetta ad essi aver cura dei figli. E quindi nessuno
che abbia dei figli può entrare in religione, trascurando del tutto
la cura di essi, cioè senza aver provvisto alla loro educazione.
S. Paolo infatti afferma, che "se uno non pensa ai suoi, massime
a quelli di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggio di un infedele". Può capitare tuttavia che i genitori abbiano essi bisogno
dei figli: in quanto si trovano in qualche necessità.
Perciò quando i genitori sono in tale necessità da non poter
essere assistiti decentemente che dai loro figliuoli, a quest'ultimi
non è lecito entrare in religione, trascurando l'assistenza dei genitori.
Se questi invece non sono in tale necessità da avere uno
stretto bisogno dell'assistenza dei figli, costoro possono entrare
in religione anche contro il comando dei genitori, dispensandosi
dalla loro assistenza: perché dopo gli anni della pubertà ogni
persona libera può disporre liberamente del proprio stato, specialmente
quando si tratta del servizio di Dio. "Più che ai padri
della carne", dice S. Paolo, "noi dobbiamo sottostare al Padre
degli spiriti per avere la vita". Ecco perché il Signore rimproverò
il discepolo che non voleva seguirlo subito, per andare prima
a sotterrare suo padre: poiché, come nota il Crisostomo, "c'erano
altri che ben potevano compiere l'opera suddetta".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il comandamento di onorare
i genitori non si estende solo all'assistenza materiale, ma anche
a quella spirituale, e ai segni di rispetto. Perciò i religiosi possono
adempiere il comandamento ricordato, pregando per i genitori,
e prestando loro rispetto e assistenza come si addice allo
stato religioso. Del resto anche quelli che vivono nel secolo onorano
i genitori in maniere diverse, secondo la condizione di ciascuno.
2. Essendo la schiavitù un castigo del peccato, priva l'uomo di
qualche prerogativa che altrimenti gli spetterebbe, e cioè della
facoltà di disporre liberamente della propria persona: "Infatti
il servo per tutto ciò che è, è del padrone". I figli invece non
sono menomati dalla sottomissione al padre, così da non poter
disporre liberamente della propria persona, mettendosi al servizio
di Dio: il che costituisce per l'uomo il bene più grande.
3. Chi ha un obbligo determinato e definito non può trascurarlo
lecitamente, avendo la possibilità di soddisfarlo. Perciò se si è
obbligati a render conto a qualcuno, o a pagare un debito, non
si può lecitamente trascurare questo per entrare in religione. Se però
uno deve del danaro e non ha da pagare, è tenuto a quanto è in
suo potere, a cedere cioè i suoi beni al creditore. Ma per il danaro
la legge civile non impegna mai la persona, bensì i beni soltanto:
perché la persona libera "è superiore a qualsiasi prezzo". Perciò,
una volta offerti i suoi beni, uno può entrare lecitamente in religione,
e non è tenuto a rimanere nel secolo per procurarsi l'occorrente
a saldare il debito. - Ora, un figlio non ha un debito
specifico verso suo padre: salvo casi di stretta necessità, come
abbiamo già spiegato.
ARTICOLO
7
Se i parroci possano lecitamente entrare in religione
SEMBRA che i parroci non possano lecitamente entrare in religione. Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che chi è impegnato in cura d'anime
"riceve un ammonimento terribile da quelle parole:
"Figliuolo
mio, se ti sei fatto mallevadore per il tuo amico, hai impegnato
la tua anima presso un estraneo". Infatti farsi mallevadore per
un amico equivale a rischiare la propria vita per l'anima di un altro". Ora, chi ha un debito non può entrare in religione se
prima, avendone la possibilità, non lo salda. Quindi il sacerdote
che ha la possibilità di attendere alle anime che si è obbligato
a curare, non può entrare in religione, trascurando la cura d'anime.
2. Quello che è permesso a uno è permesso a tutti i suoi
consimili. Ma se tutti i preti in cura d'anime entrassero
in religione, il popolo rimarrebbe senza pastori. Il che è intollerabile.
Dunque i parroci non possono lecitamente entrare in religione.
3. Tra gli atti cui attendono i religiosi i più importanti son
quelli con i quali comunicano ad altri le verità contemplate.
Ora, questi atti son propri dei parroci e degli arcidiaconi, i quali
per il loro ufficio son tenuti a predicare e a confessare. Perciò
ai parroci e agli arcidiaconi non è lecito abbracciare la vita religiosa.
IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge:
"Se un chierico vivente
nel secolo, il quale governa una chiesa sotto l'autorità del
vescovo, mosso dallo Spirito Santo vuol provvedere alla sua
salvezza in un monastero o tra i canonici regolari, con la nostra
autorità gli permettiamo di andare liberamente, anche contro
l'opposizione del vescovo".
RISPONDO: L'obbligazione di un voto perpetuo è superiore,
come abbiamo visto, a qualsiasi altro obbligo. Ora, obbligarsi
con un voto solenne e perpetuo al servizio di Dio, è proprio dei
vescovi e dei religiosi. Invece i parroci e gli arcidiaconi non
sono obbligati da un voto perpetuo e solenne a stare in cura d'anime,
come al contrario è per i vescovi. Infatti i vescovi "non possono
abbandonare (la diocesi) per nessun motivo, senza l'autorità
del Romano Pontefice", come è scritto nei Canoni: invece i parroci
e gli arcidiaconi possono liberamente rassegnare nelle mani
del vescovo la parrocchia, senza una speciale autorizzazione del
Papa, che è il solo a possedere la facoltà di dispensare dai voti
perpetui. Perciò è evidente che i parroci e gli arcidiaconi possono
abbracciare la vita religiosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I parroci e gli arcidiaconi
si sono obbligati alla cura dei loro sudditi fino a che conservano
il loro ufficio. Ma essi non si sono obbligati a ritenere per
sempre l'arcidiaconato, o la parrocchia.
2. Come dice S. Girolamo contro Vigilanzio,
"sebbene i religiosi
sentano il morso crudele della tua lingua viperina, quando obietti: "Se tutti si rinchiudessero, o si facessero eremiti, chi
ufficerebbe le chiese? Chi salverà i secolari? Chi potrà esortare
i peccatori alla virtù?"; ragionando in tal modo così potrebbero
rispondere: Se tutti fossero pazzi come te, chi potrebbe esser
savio? E allora non si dovrebbe approvare neppure la verginità:
perché se tutti restassero vergini, non ci sarebbero le nozze, e
perirebbe il genere umano. La virtù è rara, e dai più non è desiderata". Perciò è evidente che questa paura è stolta: come se
uno temesse di attingere l'acqua per paura che il fiume si secchi.
ARTICOLO
8
Se sia lecito passare da un ordine religioso a un altro ordine
SEMBRA che non sia lecito passare da un ordine religioso a un
altro. Infatti:
1. L'Apostolo scrive:
"Non abbandonate le nostre adunanze,
come è costume di fare per alcuni": "i quali", come spiega la
Glossa, "o cedono alla paura della persecuzione, o si allontanano
dai peccatori e dagli imperfetti, mossi dalla loro presunzione, per
essere considerati santi". Ma questo sembra il caso di coloro
che passano da un ordine a un altro più perfetto. Dunque ciò
non è lecito.
2. La professione monastica è più rigorosa della professione
dei canonici regolari, come risulta dai Canoni. Ora, non è lecito
passare dallo stato dei canonici regolari a quello dei monaci;
poiché nel Decreto (di Graziano) si legge: "Ordiniamo e proibiamo
a chiunque abbia fatto la professione di canonico regolare,
a meno che, Dio non voglia, sia caduto in un peccato pubblico,
di diventare monaco". Perciò non è lecito a nessuno passare da
un ordine a un altro più perfetto.
3. Uno è obbligato ad adempiere un voto, fino a che può farlo
lecitamente: se, p. es., ha fatto voto di castità, anche dopo aver
contratto matrimonio, prima della copula è tenuto a osservarlo,
poiché può farlo entrando nella vita religiosa. Quindi se uno
può passare lecitamente da un ordine all'altro, è tenuto a farlo,
se nella vita secolare l'aveva promesso. Ma questo è un grave
disordine; perché per lo più questo fatto darebbe scandalo. Dunque
a un religioso non è lecito passare da un ordine a un altro più rigoroso.
IN CONTRARIO: Nei Canoni si legge:
"Se le sacre vergini chiedono
di passare a un altro monastero e di rimanervi per il bene
della loro anima, e per una vita più austera, il Concilio lo concede".
E questo sembra valere per tutti i religiosi. Perciò uno
può passare lecitamente da un ordine a un altro.
RISPONDO: Passare da un ordine religioso a un altro non è
cosa lodevole, salvo casi di grande utilità o necessità. Sia perché
generalmente si scandalizzano così quelli che si abbandonano.
Sia anche perché, a parità di condizioni, è più facile far profitto
nella religione in cui si è abituati, che in quella nuova. Di qui
le parole dell'Abate Nesteros nelle Collationes Patrum: "È bene
che ciascuno si affretti a raggiungere la perfezione dell'opera iniziata
col massimo impegno e diligenza secondo il proposito già
fatto, e che non abbandoni la professione che ha abbracciato".
E ne dà subito la ragione: "È impossibile infatti che un solo
uomo possa eccellere in tutte le virtù. E se tenta di farlo, necessariamente
gli avverrà che nel cercarle tutte, non ne raggiungerà
nessuna perfettamente". Infatti i vari ordini eccellono l'uno sull'altro
secondo atti diversi di virtù.
Tuttavia si può lodevolmente passare da un ordine a un altro
per tre motivi. Primo, per il desiderio di una vita religiosa più
perfetta. E questa perfezione, come abbiamo già notato, non
si misura solo dall'austerità: ma principalmente si desume dal
fine cui un istituto religioso è ordinato; e secondariamente dalla
discrezione con la quale le osservanze sono proporzionate al debito
fine. - Secondo, per la decadenza del proprio istituto dalla perfezione
richiesta. Quando, p. es., in un ordine rigoroso i religiosi
cominciano a vivere in maniera rilassata, uno può passare giustamente
a un ordine anche meno rigido, se in esso vige l'osservanza.
Nelle Collationes Patrum, p. es., l'Abate Giovanni narra
di se stesso, che passò dalla vita solitaria, da lui abbracciata, alla
vita meno rigida dei cenobiti, proprio perché la vita eremitica
era in declino e veniva osservata con poco rigore. - Terzo, per
malattia o per delicatezza di salute, da cui spesso deriva che uno,
pur non potendo osservare le costituzioni di un ordine più rigoroso,
è però in grado di osservare quelle di un ordine meno rigido.
C'è però differenza tra questi tre casi. Infatti nel primo uno
per umiltà è tenuto a chiedere il permesso (ai superiori); che
però non gli può essere negato, purché consti che l'ordine scelto
è più perfetto: "se però ci sono ragioni per dubitarne, si deve
ricorrere al giudizio dei superiori", come dicono i Canoni. - Parimente
si richiede il giudizio dei superiori nel secondo caso. - Nel terzo
invece è necessaria addirittura una dispensa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelli che passano a un ordine
più perfetto non lo fanno per presunzione, cioè per sembrare più santi; ma per devozione, cioè per diventarlo.
2. Sia i monaci che i canonici regolari sono ordinati agli atti
della vita contemplativa. E tra questi i principali sono quelli
riguardanti la celebrazione dei divini misteri, cui direttamente
è ordinato l'istituto dei canonici regolari, che di suo devono essere
religiosi chierici. Invece i monaci di per sé non sono chierici;
come si legge nel Decreto (di Graziano). Quindi, sebbene gli ordini
monastici siano di più stretta osservanza, se si tratta di monaci laici,
è lecito per essi passare all'ordine dei canonici regolari,
come accenna S. Girolamo, scrivendo al monaco Rustico: "Nel
monastero vivi in modo da meritare di esser chierico"; mentre
non è permesso il contrario, come si legge nei Canoni. Se invece
si tratta di monaci chierici, addetti al servizio dei sacri misteri,
allora sono alla pari dei canonici regolari, con in più un'osservanza
più rigorosa. E allora è lecito passare dai canonici regolari
a un ordine monastico, però con il permesso dei superiori, come
prescrivono i Canoni.
3. Il voto solenne, con il quale si è professato in un ordine
meno perfetto, è superiore al voto semplice, con il quale uno si
è obbligato a entrare in un ordine più perfetto: infatti se uno
contraesse matrimonio dopo il voto semplice, il vincolo non sarebbe nullo,
come dopo il voto solenne. Perciò chi è già professo
in un ordine meno perfetto, non è tenuto al voto semplice fatto
in precedenza, di entrare in un ordine più rigoroso.
ARTICOLO
9
Se si possa indurre altri a entrare in religione
SEMBRA che nessuno debba indurre altri a entrare in religione.
Infatti:
1. S. Benedetto nella sua Regola comanda, che
"non si ammettano
con facilità quelli che chiedono di entrare in religione: ma
si deve provare se siano mossi dallo Spirito di Dio". Molto meno
quindi è lecito indurre qualcuno ad entrare in religione.
2. Il Signore ha detto:
"Guai a voi, che andate per mare e
per terra pur di fare un solo proselito, e fatto che sia, lo rendete
degno della Geenna il doppio di voi". Ora, precisamente questo
sembrano fare quelli che inducono gli altri a entrare in religione.
Dunque è cosa riprovevole.
3. Nessuno deve indurre un altro a una cosa che lo pregiudica.
Ma chi induce altri a un ordine religioso, talora procura loro un
danno: perché quelli forse si erano obbligati a un ordine più
perfetto. Perciò non è cosa lodevole indurre altri a entrare in
religione.
IN CONTRARIO: Nell'Esodo si legge:
"Una cortina tiri l'altra cortina". Dunque un uomo deve tirare l'altro al servizio di Dio.
RISPONDO: Quelli che persuadono altri a entrare
in religione
non solo non peccano, ma meritano un gran premio; poiché sta
scritto: "Chi trae un peccatore dall'errore della sua via, salverà
l'anima di lui dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati".
E in Daniele si legge: "Quelli che istruiscono molti alla giustizia
saranno come astri nell'eternità senza fine".
Tuttavia in quest'opera di persuasione potrebbero avvenire
i tre disordini seguenti. Primo, che uno costringesse altre persone
a entrare in religione, il che è proibito dai Canoni. - Secondo,
che si attirasse un altro alla religione in maniera simoniaca, facendo
dei regali, come si accenna in altri Canoni. Però non c'è
simonia nel dare il necessario a un povero per educarlo alla vita
religiosa; o nel fare piccoli regali, senza nessun patto, per cattivarsi
la familiarità di una persona. - Terzo, che si ricorresse alla
menzogna. Infatti in questo caso chi si è lasciato attrarre è in
pericolo di defezionare, vedendosi ingannato; e allora "la
condizione ultima di quell'uomo diventa peggiore della prima", come
dice il Vangelo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche per quelli che sono
stati indotti alla vita religiosa c'è l'anno di prova, in cui possono
sperimentare le difficoltà. E quindi non è facile neppure
per essi l'entrata nella vita religiosa.
2. A detta di S. Ilario, quelle parole del Signore preannunziavano
lo zelo con il quale i Giudei, dopo la predicazione di Cristo,
avrebbero tentato di attrarre i gentili e anche i cristiani al culto
giudaico, rendendoli due volte figli della Geenna: perché nel giudaismo
non vengono loro rimessi i peccati fatti in precedenza,
e in più incorrono nel peccato d'incredulità proprio dei Giudei.
Perciò le parole suddette non sono a proposito.
A detta invece di S. Girolamo, la frase si riferisce ai Giudei anche
per il periodo in cui era lecito osservare il loro culto: nel senso
che chi veniva convertito da costoro al giudaidmo, "mentre era
gentile era semplicemente nell'errore; ma nel vedere poi i vizi
dei suoi maestri tornava al vomito, e quindi tornando pagano era
degno di un castigo più grave come rinnegato". Dal che si rileva
che non è riprovevole attrarre altri al culto di Dio; bensì dare
il cattivo esempio a quelli che si sono convertiti, rendendoli peggiori.
3. Nel più è incluso anche il meno. Perciò chi si era obbligato
con voto o con giuramento a entrare in un ordine meno perfetto,
può essere indotto lecitamente a entrare in un ordine più perfetto:
a meno che non ci sia un impedimento particolare, come
la malattia, o la speranza di un progresso maggiore in un ordine
meno austero. Chi invece si è obbligato con voto, o con giuramento
a entrare in un ordine più austero non può essere indotto
lecitamente a entrare in un ordine meno rigoroso, senza una causa
speciale ed evidente, e senza ottenere la dispensa dei superiori.
ARTICOLO
10
Se sia cosa lodevole abbracciare la vita religiosa,
senza prima ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione
SEMBRA che non sia cosa lodevole entrare in religione, senza prima
ricorrere al consiglio di molti e a una lunga deliberazione. Infatti:
1. L'Apostolo Giovanni scrive:
"Non vogliate credere a ogni
spirito; ma provate gli spiriti, se sono da Dio". Ma talora il
proposito di entrare in religione non è da Dio: poiché spesso
esso si dissolve con l'abbandono della vita religiosa; mentre
nella Scrittura si legge: "Se questa impresa è opera di Dio, non
potrete dissolverla". Dunque l'entrata in religione deve essere
preceduta da un esame accuratissimo.
2. Sta scritto:
"Tratta la tua causa con il tuo amico". Ora,
la causa più importante per un uomo è il cambiamento di stato.
Perciò non si deve entrare in religione, senza aver prima trattato
la cosa con gli amici.
3. Il Signore riferisce la parabola di
"un uomo il quale, volendo
edificare una torre, prima si diede a calcolare la spesa, per
vedere se aveva l'occorrente per finirla"; e non sentirsi rinfacciare:
"Costui ha cominciato a fabbricare e non ha potuto finire". Ora,
l'occorrente per edificare, a detta di S. Agostino, "altro non è che
la rinunzia a quanto si possiede". Ma spesso capita che molti
di ciò non sono capaci, e lo stesso si dica delle altre osservanze
della vita religiosa. E ciò viene prefigurato nella Scrittura dal
fatto che "David non riusciva a camminare con le armi di Saul,
non essendovi abituato". Perciò uno non deve entrare in religione,
se non dopo lunga deliberazione e dopo aver sentito il parere di molti.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge che Pietro ed Andrea, alla
chiamata del Signore, "lasciate le reti, immediatamente lo seguirono".
E il Crisostomo spiega: "Cristo ci chiede una tale
obbedienza, da non stare a riflettere neppure un istante".
RISPONDO: Una lunga deliberazione e il parere di molti sono
necessari, come nota il Filosofo, nelle cose gravi ed incerte: ma
in quelle che son certe e determinate la deliberazione non si richiede.
Ora, nell'entrata in religione si possono considerare tre
cose. Primo, il fatto in se stesso. E allora è certo che abbracciare
la vita religiosa è un bene migliore: chi in senso oggettivo
ne dubitasse offenderebbe Cristo, a cui risale questo consigiio.
Di qui le parole di S. Agostino: "Sei chiamato dall'Oriente",
cioè da Cristo, "e tu ti rivolgi all'occidente", cioè all'uomo mortale
e fallibile.
Secondo, l'entrata in religione si può considerare in rapporto
alle forze di chi sta per entrarvi. E anche da questo lato non ci
sono incertezze: perché chi abbraccia la vita religiosa non confida
di poter perseverare con le proprie forze, ma spera nell'aiuto di
Dio, secondo le parole di Isaia: "Quelli che sperano nel Signore
rinnoveranno le forze; rimetteranno le penne come le aquile,
correranno senza fatica, cammineranno senza stancarsi". - Però
se ci fosse qualche impedimento particolare, come l'infermità,
il peso dei debiti, o altre cose del genere, allora si richiede la
deliberazione e il consiglio di persone disposte ad aiutare e non a
impedire. Poiché nell'Ecclesiaste si legge: "Con l'uomo irreligioso
tratta di santità, e con l'ingiusto di giustizia"; e ciò ironicamente
per dire il contrario. Infatti il testo prosegue: "Non
t'appoggiare a costoro per nessun consiglio; ma tratta spesso con
il santo". E tuttavia in queste cose non c'è bisogno di lunghe
deliberazioni. Di qui le parole di S. Girolamo: "Affrettati, ti
prego; stando sulle onde, non tardare a sciogliere la gomena della
nave, ma tagliala".
Terzo, si può considerare la maniera di abbracciare la vita
religiosa, e quale ordine scegliere. E anche su tale argomento
si può ricorrere al consiglio di gente disposta a non impedire.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La raccomandazione di
"provare
gli spiriti, se sono da Dio" vale per le cose dubbie, per
sapere se l'ispirazione è da Dio. È dubbio, p. es., per coloro che
sono già nella vita religiosa, se i postulanti son mossi dallo Spirito
di Dio, o procedono con inganno: e quindi vanno provati, per
vedere se son mossi da buono spirito. Ma per chi si presenta
alla vita religiosa non c'è dubbio che il proposito di entrare in
religione viene dallo Spirito di Dio, cui è riservato il compito
di "condurre l'uomo sulla retta strada".
E il fatto che alcuni tornano indietro non dimostra che quel
proposito non era da Dio. Infatti non tutto ciò che è da Dio
è indistruttibile: altrimenti le creature corruttibili non sarebbero
da Dio, come pensano i Manichei; e così quelli che sono in grazia non
potrebbero perderla, il che è un'altra eresia. Ma è indissolubile "il consiglio di Dio", mediante il quale ei volle che ci fossero cose
corruttibili e mutabili, secondo le parole di Isaia: "Fermo starà
il mio consiglio e ogni mia volontà sarà adempiuta". Perciò il
proposito di abbracciare la vita religiosa non ha bisogno di prove,
per sapere che viene da Dio: poiché la Glossa, a proposito dell'esortazione
paolina: "Tutto esaminate", nota che "le cose certe
non hanno bisogno di essere discusse".
2. Come
"la carne", a detta di S. Paolo, "ha desideri contrari
allo spirito", così gli amici carnali spesso sono contrari al
progresso spirituale, secondo le parole del profeta: "L'uomo ha nei
suoi familiari altrettanti nemici". Ecco perché S. Cirillo,
commentando quel passo evangelico, "Permettimi prima di salutare
quelli di casa", afferma: "Chiedendo di salutare quelli di casa,
costui mostrò di essere ancora diviso; poiché informare i parenti
e consultare gente contraria al bene, indica un uomo tiepido e
pronto a ritirarsi. Ecco perché il Signore gli disse: "Nessuno
che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto al
regno di Dio". Infatti guarda indietro chi cerca dilazioni, con
la scusa di tornare a casa e di consultarsi con i parenti".
3. La costruzione della torre sta a indicare la perfezione della
vita cristiana. E la rinunzia ai propri beni è l'occorrente per
tale costruzione. Ora, nessuno dubita né delibera per sapere se
vuole l'occorrente, o se possa costruire la torre avendo l'occorrente.
Ma è oggetto di deliberazione la disponibilità dei mezzi. Parimente
non c'è da deliberare, se uno debba rinunziare a tutto ciò
che possiede: o se così facendo possa raggiungere la perfezione.
Ma resta solo da deliberare, se quanto uno fa sia un "rinunziare
a quanto si possiede"; poiché senza la rinunzia, ossia senza l'occorrente,
uno "non può", come dice il testo, "essere discepolo di Cristo", e cioè edificare la torre.
Ora, la paura di coloro che temono di non poter raggiungere
la perfezione abbracciando la vita religiosa è irragionevole. Scrive
in proposito S. Agostino: "Da quella parte ove tenevo volta la
faccia, trepidante di fare il passo, mi si mostrava la casta dignità
della continenza, improntata a serena e pudica allegrezza, che
con oneste lusinghe m'invitava ad andare senza dubbiezze, stendendo,
per accogliermi e stringermi al seno, le mani pie, colme
di greggi di buoni esempi. Fanciulli e fanciulle, giovani molti e
persone d'ogni età, vedove austere, vergini raggiunte dalla vecchiezza.
E mi guardava con un sorriso ironico per farmi coraggio,
come per dirmi: Tu non potrai fare quello che son capaci
di fare questi e queste? Forse che questi e queste hanno in sé
la capacità, e non nel Signore Dio loro? Perché questa tua alternativa
di propositi e di esitazioni? Gettati nelle sue braccia.
Non aver paura: egli non si ritirerà per farti cadere. Gettati
senza esitare, ed egli ti accoglierà e ti guarirà".
Il confronto poi fatto con David non è a proposito. Perché
le armi di Saul, a detta della Glossa sono "i sacramenti ingombranti
dell'antica legge". Invece la vita religiosa è "il soave giogo di
Cristo"; poiché, come scrive S. Gregorio, "Che cosa di grave
impone sul nostro collo, colui che ci comanda di fuggire tutti i
desideri che ci turbano, e ci esorta a fuggire le strade faticose
del mondo".
E a coloro che prendono sopra di sé questo giogo soave egli
promette il ristoro del godimento di Dio, e l'eterno riposo dell'anima.
Al quale riposo ci conduca colui che ce l'ha promesso,
Gesù Cristo nostro Signore, che è sopra tutte le cose Dio benedetto
nei secoli. Amen.
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