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Questione
188
Le
diverse forme di vita religiosa
Passiamo ora a esaminare le diverse forme possibili di vita
religiosa.
In proposito si pongono otto quesiti: 1. Se ci siano diverse
forme di vita religiosa, o una soltanto; 2. Se si possa istituire
un ordine religioso per le opere della vita attiva; 3. Se si possa
istituire un ordine religioso per la guerra; 4. Se si possa istituire
un ordine religioso per la predicazione, o per altri compiti di tal
genere; 5. Se si possa istituire un ordine religioso per lo studio
del sapere; 6. Se gli ordini di vita contemplativa siano superiori
a quelli di vita attiva; 7. Se il possesso dei beni in comune diminuisca
la perfezione di un ordine religioso; 8. Se la vita religiosa
dei solitari sia superiore a quella dei cenobiti.
ARTICOLO
1
Se vi sia una sola forma di vita religiosa
SEMBRA che vi sia una sola forma di vita religiosa. Infatti:
1. In ciò che si riscontra totale e perfetto non possono esserci
delle differenze: ed è per questo che esiste un solo primo e
sommo bene, come abbiamo visto nella Prima Parte. Ora, a
detta di S. Gregorio, "quando uno offre a Dio onnipotente tutti
i suoi beni, tutta la sua vita e tutto il suo sapere, si ha un olocausto", senza il quale però non si concepisce la vita religiosa.
Dunque non ci sono vari tipi di vita religiosa, ma ne esiste uno
soltanto.
2. Cose che coincidono negli elementi essenziali differiscono tra
loro solo in modo accidentale. Ora, nessuna religione manca dei
tre voti essenziali allo stato religioso. Dunque le religioni non
hanno tra loro differenze specifiche, ma solo accidentali.
3. Lo stato di perfezione, come abbiamo già visto, abbraccia
sia i vescovi che i religiosi. Ma l'episcopato è unico dappertutto,
senza specie diverse. Scrive infatti S. Girolamo: "Dovunque c'è
un vescovo, sia a Roma che a Gubbio, sia a Costantinopoli che
a Reggio, ha sempre la medesima dignità, e l'identico sacerdozio".
Per lo stesso motivo, dunque, unica è la vita religiosa.
4. È dovere della Chiesa eliminare ogni elemento di confusione.
Ora, la varietà degli istituti religiosi può portare della confusione
nel popolo cristiano, come dice una Decretale. Perciò
non devono esserci forme diverse di vita religiosa.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge che contribuisce alla bellezza
della regina (cioè della Chiesa) essere "ravvolta in variopinto
abbigliamento".
RISPONDO: Abbiamo già detto che lo stato religioso è un tirocinio
ordinato a raggiungere la perfezione della carità. Ora,
diverse sono le opere di carità alle quali un uomo può dedicarsi;
e diverse sono pure le maniere di esercitarvisi. Perciò le forme
della vita religiosa si possono distinguere in due maniere. Primo,
secondo la diversità dei fini cui sono ordinate: una religione,
p. es., può essere ordinata a ospitare i pellegrini, e un'altra a
visitare e a redimere i prigionieri. Secondo, in base alla diversità
degli esercizi ascetici: in una religione, p. es., il corpo viene
castigato con l'astinenza, in un'altra con il lavoro manuale, o
con la nudità, oppure con altre cose del genere. Siccome però "il fine in ogni cosa è
principale", la distinzione impostata sulla
diversità dei fini cui i vari istituti sono ordinati è maggiore di
quella impostata sulla diversità delle pratiche di ascetismo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La dedizione totale di se
stessi al servizio di Dio è comune a tutte le forme di vita religiosa.
E quindi da questo lato non c'è diversità tra i vari istituti: non avviene
cioè che in uno ci si riservi una cosa, e in
un altro un'altra. La diversità si desume invece dai diversi compiti
nei quali si può servire il Signore; e dai vari esercizi per
disporsi a tali incombenze.
2. I tre voti essenziali della vita religiosa rientrano nel tirocinio
dello stato religioso come le pratiche principali, a cui si
riducono, l'abbiamo visto, tutte le altre. Ma all'osservanza di
ognuno di essi ciascuno può disporsi in modo diverso: ad osservare, p. es.,
il voto di castità ci si può disporre con la solitudine,
con l'astinenza, con la vita di comunità, e con molti altri mezzi
del genere. Perciò è evidente che la concordanza nei tre voti
essenziali è compatibile con la diversità degli ordini religiosi, sia
per la diversità degli esercizi chiamati ad agevolarne la pratica,
sia per la diversità dei fini rispettivi, come abbiamo già spiegato.
3. Rispetto alla perfezione, come abbiamo visto sopra, il vescovo
funge da elemento attivo, mentre i religiosi sono passivi.
Ora, anche nel mondo fisico più un agente è superiore più tende
all'unità: mentre gli elementi passivi sono molteplici e diversi.
È giusto quindi che lo stato episcopale sia unico, e al contrario
le forme di vita religiosa siano diverse.
4. La confusione è il contrario della distinzione e dell'ordine.
Dalla molteplicità quindi degli ordini religiosi nascerebbe confusione,
se ci fossero diversi ordini per il medesimo fine e con gli
stessi mezzi, senza utilità e necessità. E perché questo non avvenga, è stato
ordinato giustamente che non venga fondato un
nuovo ordine senza l'autorizzazione del Sommo Pontefice.
ARTICOLO
2
Se sia necessario istituire un ordine religioso
per le opere della vita attiva
SEMBRA che non si debba istituire nessun ordine religioso per
le opere della vita attiva. Infatti:
1. Tutti gli ordini religiosi appartengono allo stato di perfezione,
come abbiamo già visto. Ma la perfezione dello stato religioso
consiste nella contemplazione di Dio; poiché, a detta di
Dionigi, "essi (i religiosi) devono il loro nome al culto e al servizio
di Dio, e alla vita indivisibile e singolare che li unisce alle
sante circonvoluzioni" cioè alle contemplazioni, "delle cose incorruttibili,
ossia all'unitaria deiforme perfezione, amabile a Dio".
Dunque nessun ordine religioso può essere istituito per le opere
della vita attiva.
2. A norma dei canoni,
"identica è la condizione dei monaci
e dei canonici regolari", "i quali ultimi non sono da considerarsi
distinti dai monaci". Lo stesso si dica di tutti gli altri religiosi.
Ora, la vita religiosa dei monaci è istituita per la contemplazione;
infatti S. Girolamo scriveva al monaco Paolino: "Se vuoi essere
monaco, come dice il tuo appellativo, cioè solitario, che cosa fai
nelle città?". Lo stesso si dice nelle Decretali. Quindi tutti gli
ordini religiosi sono ordinati alla vita contemplativa, e nessuno a
quella attiva.
3. La vita attiva appartiene al secolo presente. Ma tutti i
religiosi abbandonano il secolo; dice infatti S. Gregorio: "Chi
abbandona il secolo presente e fa il bene che può, sacrifica ormai
nel deserto, dopo aver abbandonato l'Egitto". Perciò nessuna
religione può essere ordinata alla vita attiva.
IN CONTRARIO: Nella Scrittura si legge:
"La religione pura e
immacolata, agli occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare
gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni". Ma queste sono
opere della vita attiva. Dunque le religioni possono essere ordinate
alla vita attiva.
RISPONDO: Lo stato religioso, come abbiamo già visto, è ordinato
alla perfezione della carità, che abbraccia l'amore di Dio e quello del prossimo. All'amore di Dio è ordinata direttamente
la vita contemplativa, la quale desidera di attendere a Dio soltanto: mentre
all'amore del prossimo è ordinata la vita attiva,
che soccorre alle necessità di quest'ultimo. Ma come con la carità
si ama il prossimo per amore di Dio, così i favori fatti al prossimo
ridondano in ossequio a Dio, come dice il Vangelo: "Ciò che
avete fatto a uno di questi miei piccoli, l'avete fatto a me". Ecco
perché questi favori fatti al prossimo son talora denominati sacrifici: "Non
vi dimenticate di far del bene e di fare elargizioni;
poiché di tali sacrifici Dio si compiace". E poiché è proprio della
religione offrire sacrifici, come sopra abbiamo detto, è conveniente
che alcune religioni siano ordinate alle opere della vita attiva.
Infatti l'Abate Nesteros, come riferiscono le Collationes Patrum,
così distingueva i compiti dei vari istituti religiosi: "Alcuni
fissano il loro desiderio nella solitudine dell'eremo e nella purezza
del cuore; altri si dedicano alla formazione dei fratelli e alla
guida dei monasteri; altri trovano il loro gusto nel servire negli ospedali".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
"Il culto e il servizio di Dio"
si ha anche nelle opere della vita attiva, nelle quali si serve il
prossimo, come abbiamo visto, per amore di Dio. Lo stesso si
dica della "vita singolare": non nel senso che si eviti il consorzio
umano, ma nel senso che si attenda in modo singolare alle cose
riguardanti l'onore di Dio. E quando i religiosi si applicano alle
opere della vita attiva per amore di Dio, è chiaro che il loro
agire deriva dalla contemplazione delle cose divine. E quindi
essi non sono privati totalmente dei frutti della vita contemplativa.
2. Identica è la condizione dei monaci e di tutti gli altri
religiosi rispetto alle cose che son comuni a tutti gli istituti religiosi: p. es.,
rispetto alla consacrazione totale al servizio di Dio,
all'osservanza dei voti essenziali della vita religiosa, e all'astensione
dai negozi secolari. Ma la somiglianza non è necessaria
rispetto alle altre pratiche che son proprie della professione monastica,
ordinate in modo speciale alla vita contemplativa. Perciò
nel canone citato non è scritto semplicemente che "è identica
la condizione dei monaci e dei canonici regolari"; ma che è
identica "nelle cose suddette", ossia che "nelle cause giudiziali
non esercitino l'ufficio di avvocati". E l'altra Decretale citata,
dopo aver detto, che "i canonici regolari non sono da considerarsi
distinti dai monaci", aggiunge: "Essi però osservano una regola
meno rigida". Perciò è evidente che non son tenuti a tutte le
osservanze dei monaci.
3. Ci sono due modi di stare nel secolo: primo, con il corpo;
secondo, con l'affetto. Disse infatti il Signore ai suoi discepoli: "Io vi ho scelti dal
mondo"; dopo però egli così pregò il Padre
per essi: "Io non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo".
Perciò sebbene i religiosi occupati nelle opere della vita attiva
siano nel mondo con il corpo, non sono però in esso con l'affetto
dell'anima: poiché sono occupati nelle opere esteriori non per
cercare qualche cosa nel mondo, ma a onore di Dio; essi infatti,
per dirla con S. Paolo, "usano di questo mondo, come se non
ne usassero". Ecco perché S. Giacomo, dopo aver detto, che "la religione monda e immacolata è visitare gli orfani e le
vedove",
aggiunge: "e conservarsi puri da questo secolo", in modo
cioè da non essere invischiati con l'affetto nelle cose del secolo.
ARTICOLO
3
Se si possa istituire un ordine religioso per combattere
SEMBRA che nessun ordine religioso possa essere istituito per
combattere. Infatti:
1. Tutti gli ordini religiosi appartengono allo stato di perfezione.
Ora, nella perfezione della vita cristiana rientra anche
il consiglio del Signore: "Io vi dico di non far resistenza al malvagio;
ma se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche
la sinistra"; il che è incompatibile con l'ufficio di chi combatte.
Dunque nessun ordine religioso può essere istituito per combattere.
2. È più grave la lotta delle battaglie materiali, che le liti di
parole tra avvocati. Ma ai religiosi è proibita l'avvocatura, come
risulta dalla Decretale già citata. Molto meno quindi si può concedere
l'istituzione di un ordine religioso per combattere.
3. Lo stato religioso è stato di penitenza, come sopra abbiamo
notato. Ma a norma dei canoni ai penitenti è proibita la vita
militare: "È assolutamente contrario alle leggi ecclesiastiche,
tornare alla milizia del secolo dopo aver fatto penitenza". Dunque
nessun ordine religioso può essere istituito con un compito militare.
4. Nessuna religione può essere istituita per una cosa ingiusta.
Ora, a detta di S. Isidoro, "la guerra giusta è quella che si combatte
per ordine dell'imperatore". E siccome i religiosi sono persone
private, è chiaro che ad essi non è lecito far guerre. Quindi
non si può istituire per questo un ordine religioso.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Non credere che tra la
gente d'armi non ci sia nessuno che sia accetto a Dio. Tra costoro
c'era anche il santo re David, cui il Signore rese una grande
testimonianza". Ora, gli istituti religiosi vengono fondati per
rendere gli uomini accetti a Dio. Perciò niente impedisce che ne
venga istituito qualcuno per combattere.
RISPONDO: Un ordine religioso può essere istituito, come
abbiamo detto, non solo per le opere della vita contemplativa, ma
anche per quelle della vita attiva, in quanto è a soccorso del
prossimo e a onore di Dio: però non in quanto serve a salvaguardare
un bene mondano. Ora, l'ufficio di soldato può essere ordinato
a soccorso del prossimo, non solo delle persone private, ma
anche di tutto lo stato. Si legge infatti di Giuda Maccabeo, che "combatteva con letizia le battaglie d'Israele, e accrebbe la gloria
del suo popolo". Inoltre tale ufficio può essere ordinato a servizio
della religione: infatti il medesimo Giuda ebbe a dire: "Noi
combatteremo per le nostre vite e per le nostre leggi"; e suo fratello
Simone: "Voi sapete quante battaglie abbiamo fatte, io,
i miei fratelli e la mia casata per le leggi e per il santuario". Perciò
è giusto che si possano istituire degli ordini religiosi per combattere,
non a difesa dei beni mondani, ma del culto di Dio e del
pubblico bene; oppure dei poveri e degli oppressi, secondo le
parole del Salmista: "Strappate il poverello e il mendico dalle
mani dell'empio".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Si può non resistere al male
in due maniere. Primo, perdonando l'ingiuria personalmente
subita. E questo può rientrare nella perfezione, quando è opportuno
farlo per il bene degli altri. - Secondo, tollerando senza
risentirsi le ingiurie subite da altri. E questo è un'imperfezione,
o anche un peccato, se uno è in grado di resistere a chi commette
ingiustizie. Di qui le parole di S. Ambrogio: "La fortezza
che in guerra difende la patria dagli stranieri, e in tempo di pace
difende gli infermi, o salva gli amici dai briganti, è la perfezione
della giustizia". Del resto il Signore ha detto: "Non rivendicare
ciò che è tuo"; ma se uno non rivendicasse la roba degli altri,
quando ha il dovere di farlo, commetterebbe peccato. Un uomo
infatti è da lodarsi, se elargisce ciò che è suo; non già se dona
la roba altrui. Molto meno poi sono da lasciar correre le ingiurie
contro Dio: poiché a detta del Crisostomo, "è grave empietà non
preoccuparsi delle ingiurie fatte a Dio".
2. L'ufficio di avvocato per un fine mondano è incompatibile
con la vita religiosa; ma non è incompatibile esercitarlo per
ordine dei superiori, a favore del proprio monastero, come si
legge in quella stessa Decretale; oppure in difesa dei poveri e
delle vedove, come si esprime il Decreto (di Graziano): "Ordina
il santo Concilio che d'ora in poi nessun chierico possa avere
l'amministrazione dei fondi, o immischiarsi nei negozi secolari,
se non per la tutela degli orfani, ecc.". Parimente è incompatibile
con la vita religiosa portare le armi per un fine mondano; ma
non è incompatibile il farlo in ossequio a Dio.
3. Ai penitenti viene proibita la vita militare secolaresca; ma
la vita militare in ossequio a Dio è persino imposta quale penitenza;
com'è evidente nel caso di coloro cui è imposto di prendere
le armi in soccorso della Terra Santa.
4. Un ordine religioso viene istituito per combattere, non nel
senso di poter far le guerre di proprio arbitrio; ma per farle
con l'autorità dei principi, o della Chiesa.
ARTICOLO 4
Se si possa istituire un ordine religioso per predicare,
o per ascoltare le confessioni
SEMBRA che non si possa istituire un ordine religioso per predicare,
o per ascoltare le confessioni. Infatti:
1. Nel Decreto (di Graziano) si legge:
"La vita dei monaci
indica col nome stesso sottomissione e tirocinio, non già insegnamento,
presidenza o guida altrui"; lo stesso si dica degli altri
religiosi. Ora, predicare e confessare è guidare ed insegnare ad
altri. Dunque non si può istituire un ordine religioso per queste
incombenze.
2. Il fine che un ordine religioso si propone deve essere
sommamente appropriato alla vita religiosa, come abbiamo notato.
Ma le funzioni suddette non sono proprie dei religiosi, bensì dei
prelati. Quindi non si può istituire un ordine religioso per tali
funzioni.
3. Non è giusto che l'autorità di predicare e di ascoltare le confessioni
sia affidata a un numero indefinito di persone. Ora, il
numero di coloro che possono essere ricevuti in una religione è
indefinito. Perciò non è giusto che venga istituito un ordine
religioso per i compiti suddetti.
4. Come dice S. Paolo, ai predicatori i cristiani son tenuti a
dare il sostentamento. Quindi, se l'ufficio di predicatore è affidato
a un ordine istituito appositamente per questo, ne segue che
i cristiani son tenuti a sostentare un numero indefinito di persone: il che
sarebbe un peso troppo grave. Dunque un ordine
religioso non può essere istituito per tali incombenze.
5. La Chiesa deve seguire in tutto l'esempio di Cristo. Ora,
Cristo prima mandò a predicare i dodici Apostoli, e poi i settantadue
discepoli; poiché, come dice la Glossa, "i vescovi devono
occupare il posto degli Apostoli, mentre i sacerdoti inferiori, cioè
i parroci, occupano il posto dei settantadue discepoli". Perciò
all'infuori dei vescovi e dei parroci non deve essere istituito nessun
ordine religioso per predicare e per ascoltare le confessioni.
IN CONTRARIO: L'abate Nesteros, parlando delle diverse forme
di vita religiosa, affermava: "Alcuni col preferire la cura degli
infermi, altri applicandosi alla protezione dei miseri e degli oppressi,
altri consacrandosi all'insegnamento, o all'elemosina a favore
dei poveri, fiorirono per la carità e per la pietà tra gli uomini
più grandi". Perciò, come si può istituire un ordine religioso per
la cura degli infermi, si può anche istituire per insegnare al popolo
con la predicazione, e per altre opere del genere.
RISPONDO: Come abbiamo già visto, è cosa buona istituire
degli ordini religiosi per le opere della vita attiva, in quanto
queste sono ordinate al bene del prossimo e alla conservazione
del culto di Dio. Ora, il bene del prossimo si procura di più
con le opere che servono alla salvezza spirituale dell'anima, che
con quelle ordinate a soccorrere le necessità del corpo, essendo
i beni spirituali superiori a quelli corporali: sopra infatti abbiamo
detto che l'elemosina spirituale è superiore a quella materiale.
Inoltre questo è più connesso con l'onore di Dio, al quale "nessun
sacrificio è più accetto che lo zelo delle anime", come dice S. Gregorio.
Finalmente è cosa più eccellente difendere i fedeli dagli
errori degli eretici e dalle tentazioni diaboliche, che con le armi.
Perciò è cosa convenientissima istituire una religione, per predicare
e per le opere riguardanti la salvezza delle anime.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi agisce in virtù di un
altro opera in qualità di strumento. Infatti chi ministra agisce
come "uno strumento animato", a detta del Filosofo. Perciò
predicare o compiere altri ministeri con l'autorizzazione dei
vescovi non passa i limiti "del tirocinio", o "della
sottomissione",
che son propri del religioso.
2. Come gli ordini militari non vengono istituiti per far la guerra
di propria autorità, ma con l'autorità dei principi, o della Chiesa,
che sono in ciò competenti, così gli ordini religiosi istituiti per
predicare e per ascoltare le confessioni non pretendono di farlo
con la propria autorità, ma con l'autorità dei prelati superiori
e inferiori, che ne sono incaricati d'ufficio. Perciò è proprio di
questi religiosi aiutare i prelati in tale ministero.
3. A tali religiosi i vescovi non concedono che chiunque possa
predicare o ascoltare le confessioni; ma secondo il criterio di
coloro che presiedono queste religioni; oppure secondo le restrizioni
imposte dai vescovi stessi.
4. Il popolo fedele non è tenuto a prestare il sostentamento
per dovere di giustizia che ai prelati ordinari, i quali ricevono
per questo le decime, le offerte dei fedeli e le altre rendite ecclesiastiche.
Ma se ci sono alcuni che gratuitamente offrono ai
fedeli i suddetti ministeri, senza esigere il sostentamento da essi,
questi ultimi non possono sentirsi gravati per questo; poiché
son liberi di ricompensare con un aiuto materiale, al quale, pur
non essendo tenuti da un dovere di giustizia, sono obbligati per
un dovere di carità; però non in modo "da dar sollievo ad altri
e afflizione a se stessi", come dice S. Paolo. - Ma se non si trovasse
nessuno che offre gratuitamente questi ministeri, i prelati
ordinari, qualora non bastassero da soli, sarebbero obbligati a
cercare collaboratori idonei, ai quali essi stessi dovrebbero provvedere
il sostentamento.
5. Non solo i parroci, ma tutti i chierici di ordine inferiore che
aiutano i vescovi nel loro ufficio, occupano il posto dei settantadue
discepoli. Nel Vangelo infatti si legge non che il Signore
assegnò ai settantadue discepoli delle parrocchie; ma che "li
mandava davanti a sé in tutte le città e luoghi dove egli doveva andare". Ora, avvenne che oltre ai prelati ordinari fosse opportuno
associare a tali ministeri anche altri: sia per il numero dei
fedeli, che per la difficoltà di trovare persone sufficienti per ogni
popolo. Del resto anche gli ordini militari nacquero per questo,
per l'insufficienza dei principi secolari a resistere in certe terre
contro gli infedeli.
ARTICOLO 5
Se si possa istituire un ordine religioso per lo studio
SEMBRA che non sia lecito istituire un ordine religioso per studiare. Infatti:
1. Il Salmista dichiara:
"Per non aver conosciuto le lettere,
mi addentrerò nelle potenze del Signore"; "cioè nelle virtù
cristiane", spiega la Glossa. Ma ai religiosi interessano soprattutto
le virtù cristiane.
Dunque non spetta ad essi darsi allo studio delle lettere.
2. Ciò che è causa di dissensioni non si addice a dei religiosi,
i quali sono raccolti nell'unità della pace. Ora, lo studio porta
le dissensioni: tra i filosofi, p. es., è nata la diversità delle sette.
E S. Girolamo scrive: "Prima che per istigazione del diavolo
sorgessero dissidi (studia) nella religione, e che si dicesse nel popolo
cristiano: Io sono di Paolo, Io di Apollo, Io di Cefa, ecc.".
Quindi nessun ordine religioso può essere istituito per studiare.
3. La professione della fede cristiana deve essere diversa dalla
professione dei gentili. Ma presso i gentili alcuni facevan professione
di filosofia. E anche adesso alcuni secolari si chiamano
professori delle varie scienze. Perciò ai religiosi ripugna lo studio
delle lettere.
IN CONTRARIO: S. Girolamo così invita Paolino a studiare nella
vita monastica: "Apprendiamo sulla terra quella scienza, che
in noi durerà anche nel cielo". E continua dicendo: "Tutto ciò
che cercherai di conoscere mi sforzerò di apprenderlo con te".
RISPONDO: Un ordine religioso può essere istituito, come abbiamo visto,
per la vita attiva e per la vita contemplativa. Ora,
tra le opere della vita attiva le principali son quelle direttamente
ordinate alla salvezza delle anime, come la predicazione e altri
compiti del genere. Perciò lo studio delle lettere si addice alla
vita religiosa per tre motivi. Primo, per le esigenze della vita
contemplativa, alla quale lo studio può essere di aiuto in due
maniere. In primo luogo direttamente, quale coefficiente della
contemplazione: cioè in quanto illumina l'intelletto. Infatti la
vita contemplativa di cui parliamo è ordinata principalmente alla
considerazione delle cose divine, come abbiamo già notato, e in
essa l'uomo può essere guidato dallo studio. Per questo nei Salmi
si dice a lode del giusto, che "nella legge del Signore medita giorno
e notte". E nell'Ecclesiastico si legge: "Il sapiente ricerca la
sapienza degli antichi, e si occupa dei profeti". - In secondo
luogo lo studio delle lettere aiuta indirettamente la vita contemplativa,
togliendo i pericoli, cioè gli errori, che capitano spesso
nella contemplazione delle cose divine a coloro che ignorano la
Scrittura: nelle Collationes Patrum, p. es., si legge che l'abate
Serapione per la sua ingenuità cadde nell'errore degli Antropomorfisti,
i quali pensano che Dio abbia forma di uomo. E S. Gregorio
afferma, che "alcuni, passando nella contemplazione i limiti
delle loro capacità, cadono in errori perversi: e mentre trascurano
di farsi umili discepoli della verità, diventano maestri di errore".
Di qui le parole del Savio: "Ho pensato di privare il mio corpo
del vino, per sollevare la mia anima alla sapienza, e per evitare
la stoltezza".
Secondo, lo studio è necessario a quegli ordini religiosi che
sono istituiti per predicare e per altri ministeri del genere. Ecco
perché l'Apostolo, parlando del vescovo, cui per ufficio sono affidate
queste incombenze, scriveva: "Sia attaccato alla parola di
fede conforme all'insegnamento avuto; affinché sia in grado anche
di esortare nella sana dottrina, e confutare quelli che la
contraddicono". - E non si dica che gli Apostoli furono mandati a predicare
senza aver studiato; poiché, come nota S. Girolamo, "ad
essi lo Spirito Santo suggeriva quello che ad altri può dare lo
studio e la meditazione quotidiana della legge".
Terzo, lo studio delle lettere si addice alla vita religiosa per
quello che è comune a tutti gli istituti. Esso infatti serve per
evitare l'insolenza della carne. Di qui l'esortazione di S. Girolamo: "Ama
lo studio della Scrittura, e non amerai i vizi della
carne". Lo studio infatti distrae l'animo dai pensieri di lussuria;
e con la sua fatica macera il corpo, secondo le parole dell'Ecclesiastico:
"Le veglie oneste consumano le carni". Inoltre esso
serve a eliminare la cupidigia delle ricchezze. Il Savio infatti
diceva: "Stimai un nulla la ricchezza a confronto della sapienza".
E nel libro dei Maccabei si legge: "Noi però non abbiamo alcun
bisogno di tali cose", cioè dei beni esterni, "perché abbiamo per
nostro sostegno i libri santi che sono in mano nostra". - Lo
studio serve anche a insegnare l'obbedienza. Ecco infatti le
parole di S. Agostino: "Che perversità è mai questa, di volersi
applicare alla lettura (di cose), cui non si vuole ubbidire?".
Perciò è evidente che può
istituirsi un ordine religioso per attendere
allo studio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La Glossa applica il testo
alla lettera dell'antica legge, di cui l'Apostolo dichiara: "La
lettera uccide". Perciò "non conoscere le lettere" equivale a non
approvare la circoncisione letterale e tutte le altre osservanze
carnali.
2. Lo studio è ordinato alla scienza, la quale senza la
carità
"gonfia", e quindi crea dissensioni, secondo le parole dei Proverbi:
"Tra
i superbi ci son sempre contese"; ma se è con la carità,
la scienza "edifica", e produce la concordia. Infatti l'Apostolo,
dopo aver detto ai Corinzi: "In tutto siete stati arricchiti di
ogni dono di parola e d'ogni conoscenza", aggiungeva: "Dite
tutti la stessa cosa, e non vi siano tra voi degli scismi". - Però
S. Girolamo in quel testo non parla degli studi delle lettere, ma
delle dissensioni, che gli eretici e gli scismatici hanno introdotto
nella religione cristiana.
3. I filosofi professavano lo studio delle lettere rispetto alle
scienze profane. Ai religiosi invece si addice di attendere principalmente
allo studio della "dottrina che è conforme alla pietà",
come si esprime S. Paolo. Attendere invece ad altri studi non
appartiene ai religiosi, la cui vita è dedicata totalmente al culto
di Dio, se non in quanto sono ordinati alle scienze sacre. Di qui
le parole di S. Agostino: "Non potendo noi disinteressarci di
quelli che gli eretici ingannano con la suggestione del sapere,
siamo portati a esaminare anche queste vie. Noi non oseremmo
farlo, se non l'avessimo visto fare da tanti ottimi figli della Chiesa,
spinti dalla stessa necessità di confutare gli eretici".
ARTICOLO 6
Se gli ordini religiosi di vita contemplativa siano superiori
a quelli di vita attiva
SEMBRA che gli ordini
religiosi di vita contemplativa non siano superiori
a quelli di vita attiva. Infatti:
1. Nei canoni si legge:
"Come un bene maggiore va preferito
a un bene minore, così l'utilità pubblica è preferibile all'utilità
privata: e in questo caso l'insegnamento è superiore al silenzio,
la sollecitudine alla contemplazione e il travaglio al riposo". Ora,
l'eccellenza di un ordine religioso si desume dalla superiorità del
bene cui è ordinato. Dunque gli istituti religiosi ordinati alla
vita attiva sono superiori a quelli ordinati alla vita contemplativa.
2. Tutte le religioni sono ordinate, come abbiamo visto, alla
perfezione della carità. Ma a commento di quel testo paolino: "Non avete ancora resistito fino al sangue", la Glossa afferma:
"In questa vita non c'è una carità più perfetta di quella dei santi
martiri, i quali lottarono fino al sangue contro il peccato". Ora,
combattere fino al sangue è proprio degli ordini religiosi militari,
che sono di vita attiva. Quindi gli ordini di vita attiva sono quelli
più eccellenti.
3. Un ordine è tanto più perfetto, quanto più austere sono le
sue osservanze. Ma niente impedisce che una religione di vita
attiva sia di più rigida osservanza che quelle di vita contemplativa,
e quindi superiore ad esse.
IN CONTRARIO: Il Signore afferma che
"la parte migliore" è
quella di Maria, in cui viene raffigurata la vita contemplativa.
RISPONDO: La distinzione degli ordini religiosi principalmente,
come abbiamo detto, si desume dal fine, e secondariamente dalle
pratiche di ascetismo. E poiché uno non può dirsi superiore a
un altro se non in quello in cui se ne distingue, la superiorità
di una religione sull'altra va desunta principalmente dal fine, e
secondariamente dalle pratiche particolari. Il confronto però non
è della stessa specie; poiché il confronto che si basa sul fine, il
quale viene ricercato per se stesso, è assoluto; mentre il confronto
che si basa sulle pratiche di ascetismo è relativo, perché queste
non valgono per se stesse, ma per il fine da raggiungere. Perciò
gli istituti religiosi più eccellenti sono quelli ordinati a un fine
assolutamente parlando più alto: o perché è un bene maggiore;
o perché è ordinato a un numero più grande di beni. Se invece
il fine è identico, un ordine è superiore all'altro in modo secondario,
non in base al numero delle pratiche ascetiche, ma in
base alla maggiore efficacia di esse per raggiungere il fine. Infatti
le Collationes Patrum riferiscono l'affermazione di S. Antonio,
il quale preferiva la discrezione ai digiuni, alle veglie e a tutte
le altre austerità, perché con essa uno modera tutte queste cose.
Si deve però notare che le opere della vita attiva sono di due
generi. Le une derivano dalla pienezza della contemplazione,
come l'insegnamento e la predicazione. Ed ecco perché S. Gregorio
affermava, che le parole della Scrittura, "Il ricordo della
tua copiosa bontà essi proclameranno", "si riferiscono ai perfetti
che tornano dalla contemplazione". E ciò è da preferirsi alla
semplice contemplazione. Infatti come illuminare è più che risplendere
soltanto, così comunicare agli altri le verità contemplate
è più che il solo contemplare. - Le altre opere della vita attiva
consistono totalmente in occupazioni esterne: p. es., fare elemosine,
ricevere i pellegrini, e altre opere del genere. E queste
sono inferiori alla contemplazione, salvo forse casi di necessità,
come sopra abbiamo visto.
Perciò il primo posto tra gli istituti religiosi spetta a quelli che
sono ordinati all'insegnamento e alla predicazione. Essi inoltre
sono i più vicini alla perfezione dei vescovi: infatti, come in altri
esseri, "l'infimo del grado superiore viene a toccare i primi del
grado inferiore", secondo l'insegnamento di Dionigi. - Il secondo
posto spetta agli ordini consacrati alla contemplazione. - Il terzo
poi spetta a quelli che si dedicano alle occupazioni esteriori.
La superiorità invece di un ordine sull'altro in ciascuno dei
tre gradi suddetti si può desumere dal valore degli atti del medesimo
genere: così, p. es., tra le opere della vita attiva redimere
i prigionieri è un'opera superiore all'ospitare i pellegrini; e tra
quelle della vita contemplativa la preghiera è superiore allo studio.
Inoltre la superiorità si può desumere dalla pluralità dei compiti
oppure dall'avere leggi più adatte per raggiungere il fine prestabilito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La Decretale citata parla
della vita attiva in quanto è ordinata alla salvezza delle anime.
2. Gli ordini militari di suo sono ordinati più a spargere il
sangue dei nemici, che a spargere il proprio sangue, il che costituisce
invece la prerogativa dei martiri. Tuttavia niente impedisce
che questi religiosi in qualche caso conseguano il merito del
martirio, e quindi siano superiori agli altri religiosi: come le
opere della vita attiva sono talora da preferirsi alla contemplazione.
3. L'austerità delle osservanze non è, come dice S. Antonio,
la cosa che più vale nella vita religiosa. In Isaia infatti si legge: "Il digiuno che io apprezzo sta forse in questo, che l'uomo
affligga
per tutto il giorno l'anima sua?". Tale austerità si considera
necessaria nella vita religiosa per mortificare la carne: ma facendola
senza discrezione può essere pericolosa, come nota S. Antonio.
Perciò un ordine non è superiore per il fatto che ha osservanze
più austere, ma dal fatto che le sue osservanze sono ordinate con
maggiore discrezione, al fine prestabilito. Così per la continenza
è più efficace la mortificazione della carne, con la fame e la sete,
mediante la privazione del cibo e della bevanda, che con la nudità
e col freddo mediante la privazione delle vesti; e più ancora che
il lavoro manuale.
ARTICOLO
7
Se possedere in comune diminuisca la perfezione di un ordine religioso
SEMBRA che possedere in comune diminuisca la perfezione di
un ordine religioso. Infatti:
1. Il Signore ha detto:
"Se vuoi essere perfetto, va', vendi
quanto hai e dallo ai poveri"; dal che si rileva che la privazione
delle ricchezze rientra nella perfezione della vita cristiana. Ma
quelli che possiedono in comune non sono privi di ricchezze. Dunque
essi non raggiungono la perfezione della vita cristiana.
2. La perfezione dei consigli evangelici esige che l'uomo sia
libero dalle preoccupazioni del mondo, secondo le parole di S. Paolo
a proposito della verginità: "Voglio che voi siate senza sollecitudine".
Ma il fatto che dei religiosi si riservano qualche cosa
per il futuro rientra nella preoccupazione della vita presente, che
il Signore ha proibito ai suoi discepoli dicendo: "Non vi preoccupate
per il domani". Quindi avere qualche cosa in comune
diminuisce la perfezione della vita cristiana.
3. I beni comuni appartengono in qualche modo ai singoli
membri della comunità. S. Girolamo infatti affermava di certuni: "Sono
più ricchi da monaci di quanto non lo fossero da
secolari; con il Cristo povero possiedono più di quanto avevano
col ricco diavolo; la Chiesa così piange dei ricchi che il mondo
aveva prima allevato mendichi". Ma il possesso personale delle
ricchezze deroga alla perfezione della vita religiosa. Dunque vi
deroga anche il possesso dei beni in comune.
4. S. Gregorio narra di un santo monaco di nome Isacco, il
quale, "geloso della sua povertà, ai discepoli che lo pregavano
umilmente di accettare per l'uso del monastero i beni che erano
offerti, rispose: "Il monaco che cerca sulla terra dei possessi,
non è un monaco"". E ciò si riferiva ai beni in comune, offerti
per l'uso del monastero. Perciò possedere qualche cosa in comune
distrugge la perfezione della vita religiosa.
5. Il Signore ha dato le norme della perfezione religiosa ai suoi
discepoli in questi termini: "Non tenete nelle vostre cinture né
oro, né argento, né danaro, e non portate bisaccia per via": con
le quali parole, a detta di S. Girolamo, "egli condanna quei filosofi
che il popolo chiamava Portabisaccia; i quali nel disprezzare
il mondo e tutte le cose, portavano con sé la propria dispensa".
Dunque riservarsi qualche cosa, o come bene proprio o come bene
in comune deroga alla perfezione della vita religiosa.
IN CONTRARIO: Il Decreto (di Graziano) riporta queste parole
di S. Prospero: "È evidente che la perfezione esige l'abbandono
dei beni propri, essa invece è compatibile con il possesso dei
beni della Chiesa, che sono beni comuni".
RISPONDO: La perfezione, come sopra abbiamo visto, non
consiste essenzialmente nella povertà, ma nel seguire Cristo, secondo
le parole di S. Girolamo: "Poiché non basta abbandonare
ogni cosa, Pietro aggiunge quello che forma la perfezione: "E ti
abbiamo seguito"". La povertà invece è un mezzo, o un esercizio
per giungere alla perfezione. Di qui le parole dell'abate
Mosè, riferite dalle Collationes Patrum: "I digiuni, le veglie, la
meditazione delle Scritture, la nudità e la privazione di tutti
i beni, non sono la perfezione, ma mezzi di perfezione".
Ora, la privazione di tutti i beni, cioè la povertà, è un mezzo
di perfezione in quanto con l'eliminazione delle ricchezze si tolgono
alcuni ostacoli della carità. E questi sono principalmente
tre. Il primo è la preoccupazione che accompagna le ricchezze.
Ecco in proposito l'affermazione del Signore: "Il seme caduto
tra le spine vuol indicare colui che ode la parola, ma le sollecitudini
del tempo presente e la seduzione delle ricchezze soffocano
la parola". - Il secondo è l'amore delle ricchezze, il quale cresce
col possederle. Scrive infatti S. Girolamo: "Poiché le ricchezze,
quando si possiedono, difficilmente si disprezzano, il Signore
disse non che "è impossibile", ma che "è difficile per un ricco
entrare nel regno dei cieli"". - Il terzo ostacolo è la vanagloria
e l'orgoglio, che nascono dalle ricchezze, secondo le parole del
Salmista: "Essi confidano nella loro forza, e nella moltitudine
di lor ricchezze si gloriano".
Dei tre ostacoli il primo non è mai del tutto separabile dalle
ricchezze, siano esse grandi o piccole: poiché è inevitabile che
l'uomo in qualche modo sia preoccupato di acquistare, o di conservare
i beni esterni. Ma se questi non sono cercati e posseduti
che in piccola quantità, quanto basta al semplice sostentamento,
tale preoccupazione non ostacola in modo rilevante. E quindi
non è incompatibile con la perfezione della vita cristiana. Infatti
il Signore non condanna qualsiasi preoccupazione, ma quella esagerata
e dannosa. Ed ecco perché nel commentare quel passo
evangelico, "Non siate solleciti per la vostra vita di quel che
mangerete, ecc.", S. Agostino afferma: "Non dice di non procurare
queste cose per quanto la necessità lo richiede; ma di non mirare
a queste cose e non agire per esse nella predicazione del
Vangelo". Il possesso invece di abbondanti ricchezze implica
una preoccupazione più grande, che distoglie e impedisce gravemente
l'animo umano dall'attendere totalmente al servizio di
Dio. - Gli altri due ostacoli, cioè l'amore delle ricchezze e l'orgoglio,
ossia la vanagloria per la ricchezza, non accompagna che
le grandi ricchezze.
Tuttavia c'è una grande differenza nel possedere le ricchezze,
piccole o grandi, tra l'averle in proprio e il possederle in comune.
Poiché la sollecitudine circa le proprie ricchezze appartiene all'amor
proprio, con il quale uno ama se stesso di amore naturale;
mentre la sollecitudine per le cose comuni fa parte dell'amore
di carità, la quale "non cerca il proprio bene", ma attende al bene
comune. Ed essendo la vita religiosa ordinata alla perfezione
della carità, che consiste nell'"amore di Dio fino al disprezzo di
sé", possedere qualche cosa in proprio è incompatibile con la
perfezione religiosa. Invece la sollecitudine per i beni comuni
può appartenere alla carità: sebbene anch'essa possa impedire
degli atti più perfetti di carità, come la contemplazione di Dio,
o l'istruzione del prossimo.
Da ciò si dimostra che possedere abbondanti ricchezze in
comune,
sia di beni mobili che di beni immobili, è un ostacolo alla
perfezione: sebbene non l'escluda. Possedere invece beni esterni
in comune, mobili o immobili che siano, quanto basta al semplice
sostentamento, non impedisce affatto la perfezione della
vita religiosa, se si considera la povertà in rapporto al fine comune
a tutti gli ordini religiosi, che consiste nel dedicarsi al servizio di Dio.
Se invece si considera in rapporto al fine specifico di ciascun
istituto, presupposto tale fine, la povertà più confacente sarà
maggiore o minore: e ciascun ordine sarà più perfetto in materia
di povertà, quanto più la povertà sarà proporzionata al suo fine.
Ora, è evidente che per le opere esterne della vita attiva l'uomo
ha bisogno di molti beni esterni: mentre per la contemplazione
si richiedono poche cose. Scrive infatti il Filosofo, che "per le
azioni c'è bisogno di molte cose, e di cose tanto più numerose,
quanto più le azioni sono importanti e belle: invece chi contempla
non ha bisogno di nessuna di queste cose per la sua attività",
ma del solo necessario; mentre il resto è "di ostacolo alla
contemplazione".
Perciò è evidente che un ordine religioso ordinato alle opere
della vita attiva, p. es., a combattere gli infedeli, o ad ospitare
i pellegrini, sarebbe imperfetto se mancasse di beni comuni.
Invece gli ordini religiosi ordinati alla vita contemplativa, sono
tanto più perfetti quanto la loro povertà implica minore sollecitudine
per le cose temporali. E la sollecitudine delle cose temporali è
più intollerabile, quanto più un ordine religioso richiede
di sollecitudine per le cose spirituali. Ora, è evidente che richiede
maggiore sollecitudine per le cose spirituali un ordine religioso
istituito per contemplare e per trasmettere ad altri le verità contemplate
mediante l'insegnamento e la predicazione, che un ordine
istituito per la sola contemplazione. Perciò un tale ordine
richiede una povertà che implichi il minimo di sollecitudine.
È evidente però che la minima sollecitudine si ha nel conservare
le sole cose necessarie per l'uso, procurate a tempo opportuno.
Perciò ai tre gradi degli ordini religiosi sopra descritti corrispondono
tre gradi di povertà. Agli istituti ordinati alle opere della
vita attiva si addice avere l'abbondanza delle ricchezze possedute
in comune. - A quelli ordinati alla vita contemplativa si addice
il possesso moderato dei beni: a meno che tali religiosi non siano
tenuti, da sé o per mezzo di altri, ad esercitare l'ospitalità e ad
assistere i poveri. - A quelli poi che sono ordinati a comunicare
agli altri la verità contemplata, si addice la massima libertà
dalle sollecitudini dei beni esterni. E ciò si ottiene conservando
lo stretto necessario alla vita, procurato a tempo opportuno.
E questo fu insegnato dal Signore, iniziatore della povertà,
mediante il suo esempio: egli infatti aveva la borsa, affidata a
Giuda, in cui venivano riposte le offerte a lui fatte, come narra
il Vangelo. - Né fanno difficoltà quelle parole di S. Girolamo: "Se uno volesse obiettare: Come mai Giuda poteva avere del
danaro nella sua borsa? Rispondiamo: Perché Gesù riteneva ingiusto
impiegare per sé il danaro dei poveri", pagando il tributo,
p. es., - poiché tra quei poveri i primi erano i suoi discepoli, per
le cui necessità veniva speso il danaro della borsa di Cristo. Nel
Vangelo infatti si legge, che "i discepoli andarono in città a comprare
da mangiare"; e altrove si dice che i discepoli "pensavano,
siccome Giuda aveva la borsa, che Gesù gli avesse detto: Compra
quanto ci è necessario per la festa; oppure che desse qualche
cosa ai poveri".
Da ciò si rileva che conservare il danaro, o altri beni in comune
per il sostentamento dei religiosi dell'istituto, o degli altri
poveri, è conforme alla perfezione insegnata da Cristo con il suo
esempio. Del resto anche i discepoli, dai quali hanno preso origine
tutte le forme di vita religiosa, dopo la resurrezione (del
Signore) conservavano il prezzo dei campi venduti, e "lo distribuivano
secondo il bisogno di ciascuno".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Da quelle parole del Signore,
come sopra abbiamo visto, non si dimostra che la povertà è essa
stessa la perfezione, ma che è un mezzo di perfezione, e precisamente
il più piccolo fra i tre mezzi principali, secondo le spiegazioni
date; infatti il voto di castità è superiore a quello di povertà,
e il voto di obbedienza è superiore a entrambi. E poiché i mezzi
non sono cercati per se stessi, ma per il fine, una cosa non è
migliore in proporzione alla bontà del mezzo, ma nella misura
in cui questo è meglio proporzionato al fine. Il medico, p. es., più
capace di guarire non è quello che dà le dosi più forti di medicina,
ma quello che dà la medicina meglio proporzionata alla malattia.
Perciò non è detto che un ordine religioso tanto sia più perfetto,
quanto è più rigoroso nella povertà: ma nella misura in cui la
sua povertà è meglio proporzionata al fine comune e a quello
suo particolare.
E anche se il rigore della povertà rendesse un ordine religioso
più perfetto in quanto più povero, non lo renderebbe però più
perfetto in senso assoluto. Poiché un altro ordine potrebbe essergli
superiore nella continenza e nell'obbedienza, e quindi sarebbe
superiore in senso assoluto: perché chi eccelle nelle cose
più importanti è più perfetto in senso assoluto.
2. Le parole del Signore:
"Non vi preoccupate del domani"
non intendono proibire ogni provvigione per il futuro. Ciò infatti
sarebbe pericoloso, come notava S. Antonio, il quale ricordava,
che "i monaci i quali si erano privati di tutto, al punto di non
riservarsi né il vitto di un giorno, né un solo danaro", o che facevano
altre cose del genere, "li abbiamo visti ben presto così
ingannati, da non poter portare a termine felicemente l'opera intrapresa". E a detta di S. Agostino, se le parole del Signore,
"Non vi preoccupate del domani", dovessero essere intese nel
senso di non dover conservare niente per il domani, "non potrebbero
essere osservate da quelli che si appartano per molti giorni
da tutti gli uomini, vivendo tutti assorti intensamente nella preghiera".
E aggiunge: "Bisognerà forse dire che più essi son santi,
meno somigliano agli uccelli?". E poco dopo: "Se poi si volessero
costringere in forza del Vangelo a non serbare nulla per il
domani, potrebbero rispondere: Perché dunque il Signore stesso
ebbe una borsa dove riponeva il danaro delle offerte? Perché i
santi Padri furono provvisti di grano tanto tempo prima che
venisse la carestia? E perché gli Apostoli provvidero del necessario i santi nella loro
indigenza?".
Perciò la frase,
"Non vi preoccupate per il domani", a detta
di S. Girolamo va intesa così: "Basta pensare al momento presente;
lasciando al Signore le incertezze del futuro". E a detta
del Crisostomo: "Basta il travaglio che ti è imposto per l'acquisto
del necessario; non ti tormentare per il superfluo". - S. Agostino
poi spiega così: "Quando facciamo qualche cosa di buono, non
pensiamo ai beni temporali, indicati dal domani, ma ai beni eterni".
3. Le parole di S. Girolamo si applicano nei casi in cui si
abbiano ricchezze sovrabbondanti come se fossero proprie, e per
il cui abuso i singoli membri della comunità s'insuperbiscono e
vivono nel lusso. Ma questo non avviene nel caso delle ricchezze
moderate conservate in comune per il solo sostentamento, di cui
ciascuno ha bisogno: poiché la conservazione dei beni fatta in
comune, è giustificata dalla necessità che i singoli hanno di usarne
come persone private.
4. Il monaco Isacco ricusò di ricevere i possessi, perché così
temeva di arrivare alle ricchezze superflue, che sono un ostacolo
alla perfezione religiosa. Aggiunge infatti S. Gregorio: "Egli temeva
di perdere la povertà della sua sicurezza, come i ricchi avari
son soliti custodire le ricchezze periture". Non si legge però che
egli abbia ricusato di conservare qualche cosa del necessario sostentamento.
5. Il pane, il vino e altre cose del genere, sono, come spiega il
Filosofo, ricchezze naturali, il danaro invece è una ricchezza artificiale.
Ecco perché certi filosofi ricusavano l'uso del danaro,
servendosi degli altri beni, come per vivere una vita più conforme
alla natura. Ed ecco perché S. Girolamo con le parole del Signore,
il quale proibisce l'una e l'altra cosa, dimostra che è lo stesso
possedere il danaro e possedere i beni necessari alla vita. - E
tuttavia il Signore non proibì a tutti di conservare tali cose, ma
proibì di portarle per via a quelli che erano mandati a predicare.
Noi abbiamo già visto sopra come debbano intendersi queste
parole del Signore.
ARTICOLO
8
Se la vita religiosa dei cenobiti sia più perfetta
della vita dei solitari
SEMBRA che la vita religiosa dei cenobiti sia più perfetta della
vita dei solitari. Infatti:
1. Nella Scrittura si legge:
"Meglio esser due insieme che uno
solo, perché han profitto dalla loro unione". Perciò la vita religiosa
se è vissuta in comunità è più perfetta.
2. Nel Vangelo si legge:
"Dovunque due o tre persone sono
riunite nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Ora, non ci
può esser nulla di superiore all'amicizia cristiana. Perciò vivere
in comunità è meglio che condurre una vita solitaria.
3. Tra i voti religiosi quello più eccellente è il voto di obbedienza:
e l'umiltà è la cosa a Dio più gradita. Ma l'obbedienza
e l'umiltà si osservano di più nella vita comune che nella solitudine.
Scrive infatti S. Girolamo: "Nella solitudine subentra subito la superbia:
uno dorme quando vuole, e fa quello che vuole".
Così invece egli istruisce chi vive in comunità: "Non fare quello
che vuoi: mangia come ti è comandato, prendi quel che ti danno,
sottomettiti a chi non vuoi, servi i confratelli, temi il superiore
del monastero come Dio stesso, amalo come un padre". Dunque
la vita religiosa dei cenobiti è più perfetta di quella dei solitari.
4. Il Signore ha affermato:
"Nessuno, accesa una lucerna, la
mette in luogo nascosto, o sotto il moggio". Ma i solitari sono in
luoghi nascosti, senza alcuna utilità per gli uomini. Quindi la
loro vita religiosa non è quella più perfetta.
5. Ciò che è contrario alla natura umana non può appartenere
alla perfezione della virtù. Ora, "l'uomo è per natura un animale
socievole", come dice il Filosofo. Dunque condurre una vita
solitaria non è una cosa più perfetta che vivere una vita di comunità.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna, che
"sono più santi quelli
che, separati dagli uomini, non permettono a nessuno di avvicinarli,
dedicandosi interamente alla preghiera".
RISPONDO: La solitudine, come la povertà, non costituisce
l'essenza della perfezione, ma è un mezzo per raggiungerla; ecco
perché l'Abate Mosè, come si legge nelle Collationes Patrum, diceva
che "la solitudine va cercata per la purezza del cuore", al pari
dei digiuni e di altre cose del genere. Ora, è evidente che la solitudine
non è un mezzo adatto per l'azione, bensì per la contemplazione,
secondo le parole di Osea: "La condurrò in luogo solitario
e le parlerò al cuore". Essa quindi non si addice agli istituti
che sono ordinati alle opere della vita attiva, sia corporali che
spirituali: a meno che non si cerchi per un certo tempo, sull'esempio
di Cristo il quale, come dice il Vangelo, "andò sul monte a
pregare, e vi passò la notte in preghiera". Essa invece è adatta
per gli istituti ordinati alla contemplazione.
Si deve però notare che un solitario deve essere autosufficiente.
E tale è solo "chi non manca di nulla": che è quanto dire perfetto.
Perciò la solitudine si addice al contemplativo che ha ormai
raggiunto la perfezione. Il che può avvenire in due maniere.
Primo, per il solo dono di Dio: com'è evidente nel caso di S. Giovanni
Battista, il quale fu "ripieno di Spirito Santo fin dal seno
di sua madre"; cosicché fin da fanciullo "egli viveva nel deserto",
come narra S. Luca. - Secondo, mediante l'esercizio della virtù,
come accenna S. Paolo: "Il cibo solido è solo quello degli uomini
fatti, cioè di quelli che per la pratica hanno le facoltà esercitate
al discernimento del bene e del male". Ora, per tale esercizio
l'uomo viene aiutato dalla compagnia degli altri in due maniere.
Primo, nell'ordine intellettivo con l'apprendere l'oggetto da contemplare.
Di qui le parole di S. Girolamo al monaco Rustico: "Desidero che tu abbia una santa compagnia, e che non impari
da te stesso". Secondo, nell'ordine affettivo, in modo da reprimere
i cattivi sentimenti con l'esempio e la correzione altrui;
poiché, come dice S. Gregorio: "A che serve la solitudine del
corpo, se manca la solitudine del cuore?". Perciò per esercitarsi
nella perfezione è necessaria la vita cenobitica: mentre la solitudine è
indicata per quelli già perfetti. Scrive infatti S. Girolamo: "Non intendo
affatto restringere la vita solitaria, che ho
sempre lodata: ma voglio che escano dall'esercitazione dei monasteri
i soldati che non si lasciano spaventare dai primi assalti,
per aver dato a lungo dei saggi della propria condotta".
Quindi come chi è perfetto è superiore a chi si esercita per raggiungere
la perfezione; così la vita dei solitari, abbracciata come
si deve, è superiore alla vita cenobitica. Se invece questa vita si
abbraccia senza preparazione, allora è pericolosissima: a meno che
la grazia divina non supplisca quanto altri ottengono con l'esercizio,
come avvenne nel caso di S. Antonio e di S. Benedetto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Salomone afferma che è meglio
essere in due che in uno, per l'aiuto che l'uno può ricevere
dall'altro, "per risollevarsi, per rianimarsi, o per riscaldarsi"
spiritualmente. Ma di questo aiuto quelli che hanno già raggiunto la
perfezione non hanno più bisogno.
2. Scrive l'Apostolo S. Giovanni:
"Chi sta nella carità sta in
Dio, e Dio è in lui". Cristo quindi come sta in mezzo a quelli
che sono uniti tra loro mediante l'amore del prossimo, così "abita
nel cuore" di colui che mediante l'amore di Dio attende alla divina
contemplazione.
3. L'obbedienza attuale è indispensabile a coloro che han bisogno
di esercitarsi nell'acquisto della perfezione sotto la direzione
di altri. Ma quelli che sono già perfetti sono "mossi dallo
Spirito Santo" con tanta efficacia, da non aver bisogno dell'obbedienza
attuale. Essi però hanno l'obbedienza come predisposizione d'animo.
4. Come dice S. Agostino,
"uno non può mai essere impedito
di dedicarsi allo studio della verità, che è un lodevole riposo".
Invece "esser posto sul candelabro" non spetta a lui, ma ai suoi
superiori. "E se questo peso non viene imposto, si deve attendere
alla contemplazione della verità", per la quale è indicatissima la solitudine.
Quelli pertanto che fanno vita solitaria sono molto utili all'umanità.
Scrive infatti in proposito S. Agostino: "Contenti solo dell'acqua
e del pane, che è loro fornito a intervalli regolari, abitano
le terre più deserte, godendosi il colloquio con Dio, al quale hanno
aderito con animo puro. Ad alcuni sembra che essi abbiano abbandonato
le cose umane più del necessario, non riuscendo a capire
quanto il loro spirito ci aiuti con la preghiera, e la loro vita con
l'esempio, anche se non ci è concesso di vederne il corpo".
5. Un uomo può vivere solitario per due motivi. Primo, perché
non sopporta la società umana per la ferocia dell'animo: e questo
è cosa bestiale. Secondo, perché è totalmente immerso nelle cose
di Dio: e questo è al di sopra dell'umano. Ecco perché il Filosofo
afferma, che "colui il quale si apparta dalla società, o è una bestia,
o un dio", cioè un uomo divino.
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