Il Santo Rosario
back

Questione 187

Le cose che son lecite ai religiosi

Veniamo quindi a considerare le cose che son lecite ai religiosi.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se ad essi sia lecito insegnare, predicare, e compiere altre cose del genere; 2. Se sia loro lecito occuparsi di negozi secolari; 3. Se siano obbligati al lavoro manuale; 4. Se sia loro lecito vivere di elemosine; 5, Se sia loro permesso mendicare; 6. Se possano usare abiti più vili degli altri.

ARTICOLO 1

Se sia lecito ai religiosi insegnare, predicare e compiere altre cose del genere

SEMBRA che ai religiosi non sia lecito insegnare, predicare e compiere altre cose del genere. Infatti:
1. In un canone di un Concilio Costantinopolitano si legge: "La vita monastica dice sottomissione e tirocinio; non già insegnamento, governo o ufficio pastorale". E S. Girolamo scrive: "Il monaco ha l'ufficio di penitente, non d'insegnante". E anche S. Leone I afferma: "All'infuori dei sacerdoti nessuno, per quanto sia grande la fama del suo sapere, presume di predicare, sia egli monaco o laico". Ora, non è lecito passar sopra i limiti del proprio ufficio e le norme della Chiesa. Perciò ai religiosi non è lecito insegnare, predicare e fare altre cose del genere.
2. In un decreto del Concilio di Nicea si legge: "Ordiniamo categoricamente che nessun monaco assolva dai peccati, se non si tratta di un altro monaco, come è giusto. E non dia sepoltura che ai monaci dimoranti nel suo monastero, e agli altri che eventualmente ivi venissero a morte". Ora, questi compiti spettano all'ufficio dei chierici, come predicare e insegnare. E siccome, a detta di S. Girolamo, "il compito del monaco è diverso da quello del chierico", è chiaro che ai religiosi non è lecito predicare, insegnare e compiere altre cose del genere.
3. S. Gregorio afferma: "Nessuno può disimpegnare gli uffici ecclesiastici e vivere a dovere la regola monastica". Ora, i monaci son tenuti a vivere con impegno la propria regola. Dunque non possono disimpegnare gli uffici ecclesiastici. Ma insegnare e predicare sono uffici ecclesiastici. Quindi ai monaci non è lecito predicare, insegnare o fare altre cose del genere.

IN CONTRARIO: S. Gregorio dichiara nel medesimo canone: "In virtù di questo decreto, che noi emaniamo con l'autorità apostolica e per il bene della religione, concediamo ai sacerdoti monaci, che riproducono la figura degli Apostoli, di predicare, di battezzare, di dare la comunione, di pregare per i peccatori, d'imporre la penitenza, e di assolvere i peccati".

RISPONDO: In due modi un compito può non esser lecito a una persona. Primo, perché in lei si trova qualche cosa che è incompatibile con la cosa da farsi: a nessun uomo, p. es., è lecito peccare, perché ogni uomo ha in sé la ragione e l'obbligo di osservare la legge di Dio, che sono dati incompatibili al peccato. Ebbene, si dice che a un uomo non è lecito predicare, insegnare o compiere qualche cosa di simile in codesto senso, quando c'è in lui qualche cosa di incompatibile con tali incombenze: o per una legge, come nel caso dell'irregolarità, la quale impedisce, per disposizione della Chiesa, di ascendere agli ordini sacri; oppure per i peccati personali, secondo le parole del Salmista: "E al malvagio dice Dio: Perché vai tu parlando dei miei precetti?".
Ora, ai religiosi non è proibito in tal senso di predicare, d'insegnare e di fare altre cose del genere. Sia perché i loro voti o i precetti della regola non li obbligano ad astenersene. - Sia perché non sono resi meno idonei a sostenere questi incarichi da qualche peccato: ma sono anzi resi più idonei dal tirocinio di santità che hanno intrapreso.
Infatti sarebbe una stoltezza affermare che uno con il crescere nella santità diviene meno adatto a esercitare uffici spirituali. Perciò è un'affermazione stolta quella di coloro i quali affermano che lo stato religioso è per se stesso un impedimento all'esercizio di tali funzioni. Il Papa Bonifacio IV così condanna il loro errore: "Ci sono alcuni i quali, animati da uno zelo amaro più che dalla carità, asseriscono, senza alcun fondamento, che i monaci non possono esercitare degnamente l'ufficio sacerdotale, perché sono morti al mondo per vivere a Dio. Costoro decisamente s'ingannano". E lo dimostra in primo luogo ricordando che ciò non è contro la regola: "Infatti S. Benedetto, il grande legislatore dei monaci, in nessun modo lo ha proibito". In secondo luogo egli condanna l'errore suddetto per l'attitudine dei monaci, concludendo: "Quanto più uno è perfetto, tanto è più idoneo a tali incarichi", cioè agli uffici di ordine spirituale.
Secondo, un compito può non esser lecito a una persona non perché c'è in lei qualche cosa d'incompatibile, ma perché le mancano le facoltà per assolverlo: a un diacono, p. es., non è lecito celebrare la messa, perché non ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale; e un prete non può pronunziare una sentenza, perché privo del potere episcopale. Qui però è necessario distinguere. Poiché le funzioni proprie dell'ordine sacro non si possono delegare se non a chi è ordinato: al diacono, p. es., non si può dare l'incombenza di celebrare la messa, senza che diventi sacerdote. Invece gli atti di giurisdizione possono essere affidati anche a coloro che non hanno la giurisdizione ordinaria. Così il vescovo può delegare un semplice sacerdote a pronunziare una sentenza.
Ed è in tal senso che ai monaci e agli altri religiosi non è lecito predicare, insegnare e compiere altri uffici del genere: poiché lo stato religioso non conferisce loro tali poteri. Però essi possono esercitare quei compiti, se ricevono l'ordine, o la giurisdizione ordinaria: oppure se vengono delegati a compiere atti di giurisdizione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi dimostrano che i monaci non hanno il potere di assolvere quei compiti per il fatto che son monaci; non già che i monaci sono negati come tali alle incombenze suddette.
2. Anche quel decreto del Concilio di Nicea comanda che i monaci non si arroghino il potere di compiere quelle funzioni per il fatto che son monaci. Ma esso non proibisce che si possano loro affidare tali incarichi.
3. Non sono certo compatibili tra loro la cura ordinaria di un ufficio ecclesiastico e l'osservanza di una regola monastica in un monastero. Questo però non esclude che i monaci e gli altri religiosi possano essere impiegati talora in uffici ecclesiastici, per incarico dei prelati che ne hanno la cura ordinaria: e specialmente quei religiosi i cui istituti sono stati fondati per questo, come vedremo.

ARTICOLO 2

Se sia lecito ai religiosi trattare negozi secolari

SEMBRA che ai religiosi non sia lecito trattare negozi secolari. Infatti:
1. Nel decreto ricordato di Papa Bonifacio IV si legge, che "S. Benedetto ordinò che i monaci si astenessero dai negozi secolari. E questo vien comandato negli scritti apostolici, e in tutte le disposizioni dei Santi Padri, non solo ai monaci, ma anche a tutti i canonici"; stando a quelle parole di S. Paolo: "Nessuno che si è arruolato nell'esercito di Dio, s'interessa dei negozi secolari". Ora, tutti i religiosi sono arruolati nell'esercito di Dio. Dunque ad essi non è lecito trattare negozi secolari.
2. L'Apostolo scriveva ai Tessalonicesi: "Mettetevi d'impegno a vivere in pace, occupandovi delle cose vostre", cioè, come dice la Glossa: "Lasciando da parte i negozi altrui, lavorate a emendare la vostra vita". Ma i religiosi prendono l'impegno speciale di emendare la loro vita. Essi dunque non devono trattare negozi secolari.
3. Commentando quel passo di S. Matteo, "Ecco, quelli che vestono mollemente sono nei palazzi dei re", S. Girolamo afferma: "Mostra così che la vita integra e la predicazione austera devono evitare i palazzi dei re, e fuggire i palazzi delle persone raffinate". Ma dovendo trattare gli affari secolareschi, nasce la necessità di frequentare i palazzi dei re. Quindi ai religiosi non sono leciti questi affari.

IN CONTRARIO: Ai Romani S. Paolo scriveva: "Vi raccomando Febe, nostra sorella... E assistetela in tutti i negozi in cui avrà bisogno di voi".

RISPONDO: Lo stato religioso, come abbiamo visto, è ordinato a raggiungere la perfezione della carità. E questa principalmente consiste nell'amore di Dio, ma secondariamente nell'amore del prossimo. Perciò i religiosi devono attendere soprattutto alle cose di Dio. Quando però la necessità del prossimo lo esige, essi devono trattare per carità anche i suoi affari, secondo le parole di S. Paolo: "Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete perfettamente la legge di Cristo"; poiché servendo il prossimo per il Signore non si fa che assecondare l'amore di Dio. Di qui le parole di S. Giacomo: "Religione pura e immacolata, agli occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro tribolazioni"; "Cioè", come dice la Glossa, "soccorrere in caso di necessità quelli che son privi di aiuto".
Si deve quindi concludere che né ai monaci, né ai chierici è lecito trattare negozi secolari per cupidigia. Possono invece interessarsene moderatamente per motivi di carità, e con il permesso dei superiori, accettando sia compiti esecutivi, sia compiti direttivi. Nei Canoni infatti si legge: "Il santo Concilio ordina che in avvenire nessun chierico possa amministrare i fondi, o immischiarsi in negozi secolari, se non per assistere i minorenni, gli orfani e le vedove: o nel caso che il vescovo lo incarichi di amministrare i beni ecclesiastici". Questa disposizione vale sia per i religiosi che per i chierici: perché agli uni e agli altri sono ugualmente proibiti i negozi secolareschi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ai monaci è proibito trattare i negozi del secolo per cupidigia: non già per motivi di carità.
2. Non è curiosità, ma carità, cacciarsi negli affari quando è necessario.
3. Non è da religiosi frequentare i palazzi dei re per il lusso, per la gloria, o per la cupidigia: essi però son chiamati a entrarvi per cause pie. Si legge infatti che (il profeta) Eliseo disse alla Sunamita: "Hai tu qualche affare per cui possa parlare al re, o al capo dell'esercito?". Così pure è lecito ai religiosi entrare nei palazzi dei re per rimproverarli, o per consigliarli: come si legge di S. Giovanni Battista che rimproverò Erode.

ARTICOLO 3

Se i religiosi siano obbligati al lavoro manuale

SEMBRA che i religiosi siano obbligati al lavoro manuale. Infatti:
1. I religiosi non sono dispensati dall'osservanza dei precetti. Ora, il lavoro manuale è di precetto, secondo l'ammonizione di S. Paolo: "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo comandato". Di qui le parole di S. Agostino: "Chi potrebbe tollerare che questi ribelli", cioè i religiosi i quali si rifiutano di lavorare, "resistendo agli ammonimenti dell'Apostolo, siano non tanto sopportati come deboli, ma addirittura esaltati come più santi?". Dunque i religiosi son tenuti al lavoro manuale.
2. A commento di quel testo paolino: "Chi non lavora non mangi", la Glossa afferma: "Alcuni dicono che l'Apostolo parla qui di opere spirituali, e non del lavoro corporale dei contadini e degli operai"; e aggiunge: "Costoro però cercano invano di confondere se stessi e gli altri, non solo per non compiere ciò che la carità comanda, ma per non intenderlo neppure". "L'Apostolo", continua poco dopo, "vuole che i servi di Dio col lavoro corporale si guadagnino da vivere". Ora, propriamente parlando, come spiega Dionigi, "servi di Dio" sono i religiosi, che si son consacrati totalmente al suo servizio. Essi dunque son tenuti al lavoro manuale.
3. S. Agostino ha scritto: "Desidero sapere che cosa fanno quelli che rifiutano di lavorare corporalmente. Ci esercitiamo, si risponde, nella preghiera, nel cantare salmi, nella lettura e nella predicazione". Ma egli dimostra che nessuno di questi esercizi li dispensa dal lavorare. Infatti a proposito della preghiera egli dice: "È più esaudita una preghiera sola di chi ubbidisce, che diecimila di chi disobbedisce"; cioè di chi non vuol lavorare con le sue mani. Secondo, a proposito della lode divina scrive: "Le lodi di Dio si possono cantare facilmente anche lavorando". Terzo, a proposito della lettura si domanda: "Quelli che dicono di attendere alla lettura, non troveranno subito quello che comanda l'Apostolo? E che perversità è questa, di non voler mettere in pratica quello che si pretende di leggere?". Quarto, a proposito della predicazione scrive: "Se uno per preparare un discorso, che da lui si richiede, è così occupato da non poter attendere al lavoro manuale; ma che forse nel monastero tutti son capaci di farlo? E siccome non tutti ne son capaci, perché tutti pretendono, con il pretesto della predicazione, di dispensarsi dal lavoro? Se poi tutti ne fossero capaci, dovrebbero farlo un po' l'uno un po' l'altro; non solo perché gli altri attendessero ai lavori necessari, ma anche perché per molti uditori basta che parli uno solo". È chiaro, quindi che i religiosi non devono dispensarsi dal lavoro manuale per attendere a queste opere spirituali.
4. A commento di quel passo evangelico, "Vendete i vostri beni, ecc.", la Glossa afferma: "Non vi contentate di spartire ai poveri il vostro cibo, ma vendete i vostri possedimenti; cosicché disprezzando una volta per sempre tutti i vostri beni per il Signore, prendiate a lavorare con le vostre mani, per vivere e per fare elemosine". Ora, è proprio dei religiosi abbandonare tutti i loro beni. Dunque è anche loro compito specifico vivere e fare elemosine con il proprio lavoro manuale.
5. I religiosi specialmente son tenuti a imitare la vita degli Apostoli, avendo abbracciato lo stato di perfezione. Ma gli Apostoli, come dice S. Paolo, lavoravano con le proprie mani: "Fatichiamo lavorando con le nostre mani". Perciò i religiosi son tenuti al lavoro manuale.

IN CONTRARIO: I precetti comuni a tutti devono essere osservati allo stesso modo dai religiosi e dai secolari. Ora, il precetto del lavoro manuale è dato a tutti, com'è evidente dalle parole di S. Paolo ai Tessalonicesi: "Tenetevi lontani da qualunque fratello che si conduca disordinatamente, ecc." (e qui chiama fratello qualsiasi cristiano, come nella lettera ai Corinzi: "Se un fratello ha una moglie infedele, ecc."); e continua dicendo: "Se uno non vuol lavorare, non deve mangiare". Dunque i religiosi non son tenuti al lavoro manuale più dei secolari.

RISPONDO: Il lavoro manuale può essere indirizzato a quattro scopi. In primo luogo e principalmente ad assicurarsi il vitto. Di qui le parole rivolte al primo uomo: "Mangerai il pane col sudore della tua fronte". E nei Salmi si legge: "Delle fatiche delle tue mani tu mangerai, ecc.". - Secondo, il lavoro è ordinato a combattere l'ozio, da cui nascono tanti mali. Di qui le parole dell'Ecclesiastico: "Immergi il tuo servo nel lavoro, che non stia ozioso; perché di molto male l'ozio è maestro". - Terzo, è ordinato a frenare la concupiscenza, con la mortificazione del corpo. Scrive infatti S. Paolo: "Tra le fatiche, i digiuni, le veglie, e nella castità". - Quarto, il lavoro può essere ordinato a fare l'elemosina, come si rileva dalla lettera agli Efesini: "Chi rubava non rubi più, ma piuttosto s'affatichi facendo con le proprie mani qualcosa di buono, per avere di che far parte a chi ha bisogno".
In quanto è ordinato ad assicurare il vitto, il lavoro manuale ha necessità di precetto nella misura che è necessario codesto fine: infatti ciò che è ordinato a un fine prende da questo la sua necessità, essendo necessario nella misura in cui si richiede per il fine stesso. Perciò chi non ha altro mezzo per poter vivere, qualunque sia la sua condizione, è tenuto al lavoro manuale. È questo il senso delle parole dell'Apostolo: "Chi non vuol lavorare, non mangi"; come se dicesse: "Si è tenuti così strettamente a lavorare con le proprie mani, come si è costretti a mangiare". Se uno quindi potesse vivere senza mangiare, non sarebbe tenuto al lavoro manuale. Lo stesso si dica di chi ha di che vivere lecitamente in altro modo. Poiché se non fosse lecito fare, non sarebbe un poter fare. Infatti l'Apostolo comanda il lavoro manuale solo per escludere il peccato di coloro che si guadagnano da vivere in maniera illecita. Innanzi tutto per evitare il furto: "Chi rubava non rubi più; ma piuttosto s'affatichi lavorando con le proprie mani!". E in secondo luogo per evitare la brama della roba altrui: "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo inculcato; affinché viviate in modo decoroso rispetto a quei di fuori". In terzo luogo per evitare gli affari loschi, con i quali certuni si procuravano il vitto: "Quando eravamo presso di voi, questo precetto vi davamo, che se uno non vuol lavorare, neppure deve mangiare. Ma sentiamo dire che alcuni fra voi si conducono disordinatamente, non facendo nulla, solo occupati in vane curiosità ("procurandosi il necessario con mezzi vergognosi", spiega la Glossa). Ora, a siffatta gente noi prescriviamo e scongiuriamo che mangino il loro pane lavorando tranquillamente". E S. Girolamo afferma, che l'Apostolo ha scritto tali cose "più per correggere i vizi dei pagani, che per insegnare". - Si noti però che per lavoro manuale qui s'intendono tutte le occupazioni con le quali gli uomini guadagnano lecitamente da vivere, sia che esse si compiono con le mani, o con i piedi, o con la lingua: infatti le guardie, i corrieri e altri professionisti del genere, che vivono del loro lavoro, sono tra quelli che vivono con l'opera delle loro mani. Essendo infatti la mano, "lo strumento degli strumenti", per lavoro manuale s'intende qualsiasi lavoro con il quale uno può guadagnarsi lecitamente da vivere.
Se poi consideriamo il lavoro manuale come rimedio contro l'ozio, o come macerazione del corpo, allora in se stesso considerato, esso non ricade in una necessità di precetto: perché si può mortificare il corpo e fuggire l'ozio in molte altre maniere. Il corpo infatti si può mortificare con i digiuni e con le veglie. E l'ozio si può fuggire con la meditazione della Sacra Scrittura e con la lode divina; ed ecco perché a proposito di quel detto dei Salmi, "languirono i miei occhi per le tue parole", la Glossa spiega: "Non è ozioso chi si applica unicamente alla parola di Dio: e chi lavora materialmente non fa di più di chi si consacra allo studio della verità". Perciò da questo lato né i religiosi né i secolari son tenuti al lavoro manuale: a meno che non vi siano obbligati dalle costituzioni del loro ordine, come accenna S. Girolamo: "I monasteri egiziani hanno la consuetudine di non ricevere nessuno senza imporgli un lavoro: e questo non tanto per provvedere al vitto, quanto per il bene dell'anima, perché non si abbandoni ai cattivi pensieri".
In quanto poi il lavoro manuale è ordinato all'elemosina non cade sotto l'obbligo di precetto: eccettuato forse qualche caso, in cui si è strettamente tenuti a fare l'elemosina, e non ci sia altro modo di soccorrere i poveri. In tal caso i religiosi son tenuti al lavoro manuale come i secolari.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il precetto formulato dall'Apostolo è di legge naturale. Infatti, a commento di quel testo, "Tenetevi lontani da qualunque fratello si conduca disordinatamente", la Glossa spiega: "cioè diversamente da come esige l'ordine naturale": e là si parla di coloro che si astenevano dal lavoro manuale. La natura infatti ha dato all'uomo le mani al posto delle armi e delle pellicce concesse agli altri animali; affinché con esse egli si procacciasse tutto il necessario. È evidente perciò che a tale precetto son tenuti tutti ugualmente, religiosi e secolari, come a tutti gli altri precetti di legge naturale.
Però non è detto che chiunque non lavora con le mani faccia peccato. Perché alle leggi naturali volte al bene collettivo non sono tenuti i singoli individui, ma basta che gli uni attendano a tale ufficio, mentre altri svolgono altre funzioni: è necessario, cioè, che alcuni siano operai, altri agricoltori, altri giudici, altri insegnanti, e così via, conforme alle parole dell'Apostolo: "Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? e se tutto udito, dove l'odorato?".
2. La Glossa riferita è presa da S. Agostino, il quale parla contro quei monaci i quali insegnavano che ai servi di Dio non è lecito lavorare, perché il Signore ha detto: "Non siate solleciti per la vostra vita, di quel che mangerete". Tuttavia le parole del Santo non impongono ai religiosi il lavoro manuale, nel caso che abbiano di che vivere in altro modo. Ciò è evidente da quello che aggiunge: "L'Apostolo vuole che i servi di Dio si procaccino da vivere con il lavoro". Ma questo non s'impone ai religiosi più che ai secolari. E ciò risulta da due considerazioni. Primo, dall'esame stesso delle parole usate dall'Apostolo: "Tenetevi lontani da qualunque fratello si conduca disordinatamente". Per fratelli infatti s'intendono tutti i cristiani; perché allora non esistevano ancora gli ordini religiosi. - Secondo, perché i religiosi, all'infuori della regola professata, non son tenuti che a quanto sono obbligati anche i secolari. Perciò, se la loro regola non prescrive il lavoro manuale, essi non vi sono obbligati più dei secolari.
3. In due maniere si può attendere alle opere spirituali di cui parla S. Agostino: primo, a comune utilità; secondo, per un vantaggio personale. Coloro che vi attendono per un'utilità pubblica, sono dispensati dal lavoro manuale, per due motivi. Primo, perché sono assorbiti totalmente dalle opere suddette. - Secondo, perché a chi vi si dedica deve essere corrisposto il vitto da parte di coloro a cui servono.
Quelli invece che si dedicano a tali opere non per un'utilità pubblica, ma privata, non sono dispensati necessariamente dal lavoro manuale: e neppure hanno diritto a vivere a carico dei fedeli. Ed è proprio di costoro che parla S. Agostino. Infatti quando egli dice che "possono cantare le lodi divine facendo il lavoro manuale", a imitazione degli operai, "che cantano le storie mentre lavorano", è chiaro che non può trattarsi delle ore canoniche che si cantano in chiesa; ma dei salmi e degl'inni che si recitano in privato. - Così pure quanto egli dice della lettura e della preghiera, va inteso delle preghiere e delle letture private, che usano fare talora anche i laici: ma non tratta di coloro che fanno le preghiere pubbliche in chiesa, o che leggono, o insegnano nella scuola. Ecco perché egli non scrive: "Quelli che dicono di attendere all'insegnamento o all'istruzione"; ma, "Quelli che dicono di attendere alla lettura". - Così pure egli non parla della predicazione che si fa pubblicamente al popolo; ma di quella che si fa come un'ammonizione privata a uno solo, o a poche persone. Ecco perché egli dice: "Se uno per preparare un discorso che da lui si richiede..."; poiché, come spiega la Glossa, "il discorso è quello che si fa in privato, la predicazione è pubblica".
4. Quelli che abbandonano tutto per il Signore son tenuti al lavoro manuale quando non hanno altrimenti di che vivere, e di che fare l'elemosina, nei casi cui essa è di precetto; non già negli altri casi, come si è visto. Ed è in tal senso che va spiegata la Glossa.
5. Il lavoro manuale degli Apostoli in certi casi fu compiuto per necessità, e in altri fu opera supererogatoria. Fu imposto dalla necessità, quando essi non potevano ottenere il vitto dagli altri: ecco perché a commento di quel testo paolino, "Fatichiamo lavorando con le nostre mani", la Glossa aggiunge: "Perché nessuno ci dà nulla". E fu opera di supererogazione, com'è evidente, là dove l'Apostolo spiega, che "egli non usò della facoltà che aveva di vivere del Vangelo".
E l'Apostolo ricorse a quest'opera supererogatoria per tre motivi. Primo, per impedire la predicazione dei falsi apostoli, i quali predicavano solo per i beni temporali: "Quel che faccio lo farò ancora per troncare il pretesto a coloro, ecc.". - Secondo, per non essere a carico di coloro cui predicava: "In che cosa siete stati da meno in confronto alle altre chiese, se non in questo, che io non vi sono stato d'aggravio?". - Terzo, per dare l'esempio di operosità agli oziosi: "Abbiamo lavorato notte e giorno... per darvi un esempio da imitare". - L'Apostolo però non faceva in questo modo, come nota S. Agostino, nei luoghi dove poteva predicare ogni giorno, p. es., ad Atene.
Ora, i religiosi non son tenuti a imitare l'Apostolo anche in questo; non essendo tenuti a tutte le opere supererogatorie. Infatti neppure gli altri apostoli praticavano il lavoro manuale.

ARTICOLO 4

Se sia lecito ai religiosi vivere di elemosine

SEMBRA che ai religiosi non sia lecito vivere di elemosine. Infatti:
1. L'Apostolo comanda che le vedove, le quali possono sostentarsi diversamente non vivano con le elemosine della Chiesa, "affinché la Chiesa possa soccorrere le vedove abbandonate". E S. Girolamo afferma, che "se coloro, i quali possono sostentarsi con i beni paterni, prendono quello che è dei poveri, commettono un sacrilegio, e abusandone mangiano e bevono la propria condanna". Ma i religiosi, se sono validi, possono sostentarsi col proprio lavoro. Dunque essi peccano vivendo con le elemosine dei poveri.
2. Vivere con le offerte dei fedeli è un salario concesso ai predicatori del Vangelo per il loro lavoro, secondo le parole evangeliche: "L'operaio è degno del suo nutrimento". Ma non spetta ai religiosi predicare il Vangelo, bensì ai prelati, che sono pastori e dottori. Perciò i religiosi non possono vivere lecitamente con le elemosine dei fedeli.
3. I religiosi sono in stato di perfezione. Ora, è cosa più perfetta dare l'elemosina che riceverla; poiché sta scritto: "È cosa più felice dare che ricevere". Essi dunque non devono vivere di elemosine, ma piuttosto beneficare con il frutto del proprio lavoro manuale.
4. È proprio dei religiosi evitare gli ostacoli della virtù e le occasioni di peccato. Ma il ricevere l'elemosina è occasione di peccato e ostacola l'esercizio della virtù. Infatti a proposito di quel testo paolino: "Per darvi un esempio da imitare, ecc.", la Glossa afferma: "Chi mangia spesso alla mensa altrui, abbandonandosi all'ozio, è costretto ad adulare chi lo aiuta". Nell'Esodo poi si legge: "Non ricevere donativi, che accecano anche i prudenti e sovvertono le parole dei giusti". E nei Proverbi: "Chi toglie a prestito è schiavo di chi presta", il che è incompatibile con la religione; poiché a commento del detto paolino già citato, la Glossa afferma: "La nostra religione chiama gli uomini alla libertà". Dunque i religiosi non devono vivere di elemosine.
5. I religiosi specialmente son tenuti a imitare la perfezione degli Apostoli; ecco infatti le parole di S. Paolo: "Quanti siamo perfetti nutriamo questi sentimenti". Ora, l'Apostolo non voleva vivere con le offerte dei fedeli, per impedire, com'egli dice, la predicazione dei falsi apostoli, e per non scandalizzare i deboli. Perciò anche i religiosi son tenuti ad astenersi dal vivere di elemosine. Scrive infatti S. Agostino: "Togliete le occasioni di turpi traffici, che compromettono il vostro buon nome, e sono di scandalo ai deboli: e mostrate agli uomini che non cercate una vita facile ed oziosa, ma che camminate verso il regno di Dio per la via più faticosa".

IN CONTRARIO: S. Gregorio racconta che S. Benedetto, dopo aver abbandonato la casa e la famiglia, stette per tre anni in una grotta, rifornito dal monaco Romano. E tuttavia, pur essendo valido al lavoro, non si legge che si guadagnasse da vivere con le sue mani. Dunque i religiosi possono vivere lecitamente di elemosine.

RISPONDO: Ognuno ha diritto a vivere di ciò che gli appartiene, o che gli è dovuto. Ora, una cosa può appartenerci per la liberalità di un donatore. Ecco perché i religiosi e i chierici i cui monasteri, o chiese, sono dotati di rendite dalla munificenza dei principi, o di altri fedeli, che ne assicurano il sostentamento, possono vivere lecitamente di esse, senza attendere al lavoro manuale. E tuttavia è certo che essi vivono di elemosine. Parimente quindi, se ai religiosi vengono date dai fedeli dei beni mobili, essi possono vivere lecitamente di questi: è stolto infatti affermare che uno può ricevere in elemosina grandi possedimenti, e non il pane, o un po' di danaro. - Siccome però questa beneficenza vien fatta ai religiosi perché essi attendano con più libertà agli atti di religione, di cui gli oblatori vogliono essere partecipi, l'uso di detti beni verrebbe ad essere illecito, se i religiosi desistessero da questi atti di culto: poiché in tal modo verrebbero a frustrare, per quanto dipende da essi, l'attesa dei benefattori.
Inoltre una cosa può essere dovuta a una persona per due motivi. Primo, per la sua necessità, la quale a detta di S. Ambrogio rende comune ogni cosa. Perciò i religiosi che sono in necessità possono vivere di elemosina. E tale necessità può derivare: primo, dall'infermità corporale, che impedisce di provvedersi il vitto con il lavoro manuale. - Secondo, dal fatto che il lavoro manuale non è sufficiente a provvedere il vitto. Ecco perché S. Agostino afferma, che "ai servi di Dio i quali lavoravano con le loro mani non può mancare l'aiuto dei fedeli, affinché non siano oppressi dall'indigenza per quelle ore che impiegano nell'attendere all'anima, così da non potersi occupare delle faccende materiali". - Terzo, può derivare dalla condizione precedente, che escludeva l'abitudine del lavoro manuale. Scrive infatti S. Agostino: "Se essi nel secolo avevano abbondantemente di che sostentare la vita senza lavorare, e una volta convertitisi a Dio l'hanno distribuito ai poveri, la loro infermità va creduta e tollerata. Infatti costoro, educati con delicatezza, non sono in grado di reggere al lavoro corporale".
Secondo, una cosa può esser dovuta a una persona come compenso del bene spirituale, o temporale che essa fa; S. Paolo infatti scriveva: "Se noi vi abbiamo seminato le cose spirituali, sarà forse un gran che se mieteremo le cose materiali?". E sotto quest'aspetto i religiosi in quattro casi possono vivere di elemosine, come di cose loro dovute. Primo, se con l'autorizzazione dei prelati si danno alla predicazione. - Secondo, se sono ministri dell'altare. Poiché, come dice S. Paolo, "quelli che servono all'altare hanno parte all'altare; così il Signore ha ordinato a quelli che annunziano il Vangelo, di vivere del Vangelo". E S. Agostino ha scritto: "Se predicano il Vangelo, affermo che hanno diritto a vivere delle offerte dei fedeli; e se sono ministri dell'altare e dispensatori dei sacramenti, non usurpano questo diritto, ma rivendicano una loro facoltà". Questo perché il sacramento dell'altare, dovunque si amministri, è un bene comune a tutto il popolo fedele. - Terzo, se attendono allo studio della Sacra Scrittura a vantaggio di tutta la Chiesa. Scriveva infatti S. Girolamo: "È costume in Giudea, osservato fino ad oggi non solo presso di noi, ma anche presso gli ebrei, che quanti meditano giorno e notte la legge del Signore, e non hanno sulla terra altro padre che Dio, siano assistiti dalla beneficenza di tutto il mondo". - Quarto, se hanno dato al monastero i beni che avevano, possono vivere delle elemosine che si fanno al monastero. Di qui le parole di S. Agostino: "A coloro che dopo aver lasciato o distribuito la loro fortuna, grande o piccola, han voluto con pia e salutare umiltà essere annoverati tra i poveri di Cristo, la carità fraterna e i beni della comunità devono assicurare il sostentamento. Essi sono da lodare se si dedicano al lavoro manuale. Ma se non si adattano, chi oserebbe costringerli?". "E neppure si deve badare", aggiunge il Santo, "in quali monasteri, o in quale regione uno abbia dato ai poveri ciò che aveva: poiché tutti i cristiani non formano che un solo stato".

Se però ci sono dei religiosi che vogliono vivere delle elemosine date ai poveri, senza essere in necessità e senza offrire nessun vantaggio, questo non è lecito. Scrive infatti S. Agostino: "Spesso si consacrano al servizio di Dio con la professione religiosa persone che vengono dalla condizione servile, o dalla vita dei campi, o dal mondo operaio, e non si sa neppure se siano venuti col proposito di servire Dio, o con quello di fuggire una vita di sacrificio, le quali pretendono di mangiare e vestire senza lavorare, e di essere onorate da coloro che avrebbero potuto disprezzarle e maltrattarle. Costoro non possono pretendere la dispensa dal lavoro per la debolezza del corpo: poiché la vita precedente li contraddice". E poco dopo aggiunge: "Se costoro non vogliono lavorare, non mangino. Poiché i ricchi non devono umiliarsi, affinché i poveri diventino superbi: non è infatti tollerabile che mentre i senatori diventano laboriosi, gli operai si abbandonino all'ozio; e là dove i padroni dei possessi vengono dopo aver abbandonato ogni cosa, i contadini diventino delicati".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi si riferiscono ai momenti di grave bisogno, quando altrimenti non è possibile soccorrere i poveri. Infatti allora i religiosi son tenuti non solo a desistere dall'accettare le elemosine, ma a dare per il sostentamento dei poveri la loro roba, se ne hanno.
2. Ai prelati la predicazione appartiene d'ufficio: ma ai religiosi può competere per delegazione. E quindi se essi lavorano nel campo del Signore, possono anche vivere di essa, secondo le parole di S. Paolo: "Il contadino che lavora bisogna che abbia per primo la sua parte di frutti"; e la Glossa commenta: "Si tratta del predicatore, che con la zappa della parola di Dio coltiva i cuori degli uditori".
Inoltre possono vivere di elemosina quelli che servono i predicatori. Ecco perché, annotando quel testo di S. Paolo, "Se i gentili sono stati fatti partecipi delle cose spirituali, devono anche nelle cose materiali aiutarli", la Glossa spiega: "cioè aiutare i Giudei, i quali da Gerusalemme avevano inviato i predicatori".
Tuttavia ci sono anche altri motivi, come abbiamo visto, per cui si ha il diritto a vivere con le offerte dei fedeli.
3. A parità di condizioni, dare è meglio che ricevere. Tuttavia dare, o abbandonare ogni cosa per amore di Cristo, per ricevere quel poco che è indispensabile per vivere, è meglio che dare ogni tanto qualche cosa ai poveri, com'è evidente da quanto abbiamo detto.
4. Può essere occasione di peccato ricevere offerte per arricchire, o ricevere il mangiare da altri senza motivi e senza necessità. Ma questo non è il caso dei religiosi, come sopra abbiamo visto.
5. Quando la necessità o il motivo per cui certi religiosi vivono di elemosine senza il lavoro manuale è evidente, non i deboli si scandalizzano, ma i malvagi, alla maniera dei Farisei, del cui scandalo, come insegna il Signore, non si deve far caso. Se invece la necessità o il motivo non è evidente, i deboli potrebbero scandalizzarsi: e questo va evitato. Ma il medesimo scandalo può insorgere anche per quei religiosi che vivono, senza lavorare, a carico della comunità.

ARTICOLO 5

Se ai religiosi sia lecito mendicare

SEMBRA che ai religiosi non sia lecito mendicare. Infatti:
1. Scrive S. Agostino: "Il nemico astutissimo ha diffuso un gran numero di ipocriti in vesti monacali a vagabondare per le province"; e aggiunge: "Tutti chiedono, tutti esigono o le rendite di una lucrosa povertà, o la paga di una santità simulata". Dunque la vita dei religiosi mendicanti è riprovevole.
2. S. Paolo comanda: "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo inculcato, affinché viviate in modo decoroso rispetto a quelli di fuori, e non abbiate bisogno di nessuno"; e la Glossa spiega: "Si deve lavorare e non stare in ozio, perché è onesto, ed è come una luce per gli infedeli: così non desidererete la roba altrui, non chiederete e non prenderete nulla". E a proposito di quel detto paolino, "Se uno non vuol lavorare, ecc.", la Glossa commenta: "Egli vuole che i servi di Dio attendano al lavoro manuale per vivere, affinché dalla povertà non siano costretti a chiedere". Ma questo è precisamente mendicare. Quindi è illecito mendicare, trascurando il lavoro manuale.
3. Ciò che è proibito dalla legge e contrario alla giustizia non può essere conveniente per dei religiosi. Ora, mendicare è proibito dalla legge di Dio; si legge infatti nel Deuteronomio: "Non vi sia tra voi nessuno del tutto indigente e mendicante"; e nei Salmi si dice: "Non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua prole mendicare il pane". Inoltre la legge civile punisce i mendicanti validi. Dunque ai religiosi non si addice mendicare.
4. A detta del Damasceno, "la vergogna si prova per le cose vergognose". Ma S. Ambrogio scrive, che "la vergogna nel chiedere rivela la nobiltà dei natali". Perciò mendicare è cosa vergognosa. E quindi non si addice ai religiosi.
5. Vivere di elemosine spetta, secondo la volontà del Signore, specialmente ai predicatori del Vangelo, come sopra abbiamo visto. Ad essi però non spetta di mendicare; poiché la Glossa afferma, a commento di un testo paolino: "L'Apostolo vuol far capire ai predicatori del Vangelo che ricevere il necessario da coloro presso i quali si lavora non è un atto di mendicità, ma è un diritto". Dunque ai religiosi non si addice di mendicare.

IN CONTRARIO: È giusto che i religiosi vivano a imitazione di Cristo. Ma Cristo fu mendicante, secondo le parole dei Salmi: "Io son mendico e poverello", che la Glossa così commenta: "Cristo questo lo dice di se stesso nel suo aspetto di servo"; e poco dopo aggiunge: "È mendico chi chiede ad altri, ed è povero chi non basta a se stesso". E in un altro Salmo si legge: "Io sono indigente e povero"; parole che la Glossa così spiega: "Io sono indigente, cioè mendicante; e povero cioè incapace di bastare a me stesso, perché non ho ricchezze mondane". E S. Girolamo ammonisce: "Guardati dall'ammassare ricchezze, mentre il tuo Signore", cioè il Cristo, "è un mendicante". Perciò ai religiosi si addice di mendicare.

RISPONDO: Nella mendicità si possono considerare due aspetti. In primo luogo si può considerare l'atto stesso del mendicare, il quale implica una certa abiezione: infatti gli uomini che sembrano più abietti son quelli che non solo son poveri, ma sono così indigenti da aver bisogno di ricevere dagli altri il proprio sostentamento. Ecco perché alcuni si prestano virtuosamente a mendicare per esercitarsi nell'umiltà: come accettano ogni altra cosa che implica abiezione, quale efficacissima medicina contro la superbia, che vogliono combattere in se stessi, o negli altri, con il loro esempio. Infatti come le malattie che derivano da un eccesso di calore sono efficacissimamente combattute con i rimedi che eccedono in frigidità; così l'inclinazione della superbia viene curata con somma efficacia mediante le cose che sembrano più abiette. Di qui l'affermazione del Decreto (Di Graziano): "È esercizio di umiltà accettare gli uffici più umili e prestarsi ai servizi più modesti; è così infatti che si può curare il vizio dell'arroganza umana". Ecco perché S. Girolamo loda Fabiola per il fatto che "essa desiderava, dopo aver distribuito per Cristo tutti i suoi beni, di vivere di elemosine". Ed è quanto fece appunto S. Alessio, il quale, dopo aver rinunziato a tutti i suoi beni per Cristo, godeva di ricevere l'elemosina anche dai suoi schiavi. E di S. Arsenio si legge che ringraziò il Signore di essere stato costretto dalla necessità a chiedere l'elemosina. Ed ecco perché per certe gravi colpe s'impone per penitenza di andare in pellegrinaggio chiedendo l'elemosina. Siccome però l'umiltà, al pari delle altre virtù, non deve mancare di discrezione, nel mendicare per esercizio di umiltà si deve essere così discreti, da evitare ogni taccia di cupidigia e di qualsiasi altro vizio.
In secondo luogo si può considerare nella mendicità quello che uno acquista col mendicare. E da questo lato uno può essere indotto a mendicare da due motivi. Primo, dal desiderio di acquistare ricchezze o sostentamento, senza lavorare. E tale mendicità è illecita. - Secondo, uno può esservi indotto dalla necessità, o da un giusto motivo. Dalla necessità, quando non può procurarsi il sostentamento in altra maniera. Da un giusto motivo, quando mira a compiere qualche cosa di utile che è impossibile compiere, senza le elemosine dei fedeli: è così, p. es., che si chiedono elemosine per la costruzione di un ponte, di una chiesa, o di qualsiasi altra opera di pubblica utilità; e così fanno gli studenti, per poter attendere allo studio della sapienza. E in tal senso la mendicità è lecita ai religiosi come ai secolari.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo S. Agostino parla espressamente di coloro che mendicavano per cupidigia.
2. La prima Glossa parla della mendicità che si fa per cupidigia, come risulta dalle parole dell'Apostolo. - La seconda invece parla di coloro che chiedono il necessario per vivere senza lavorare, e senza nessuna utilità. Infatti non vive in ozio chi in qualsiasi modo si rende utile.
3. Quel precetto della legge divina non proibisce di mendicare; ma proibisce ai ricchi di essere così avari da indurre gli altri a mendicare per il bisogno. - La legge civile poi punisce i mendicanti validi, che non chiedono per un giusto motivo o per necessità.
4. Ci sono due tipi di vergogna: la prima è di ordine morale; la seconda nasce da un difetto esterno, come è vergognoso per un uomo essere infermo o povero. Ed è così che è vergognosa la mendicità. Perciò essa non ha affinità con la colpa: mentre può averla con l'umiltà, come abbiamo spiegato.
5. I predicatori hanno diritto al sostentamento da parte di coloro ai quali predicano. Se però essi vogliono chiederlo mendicando, non come cosa debita, ma come cosa gratuita, è segno di un'umiltà più grande.

ARTICOLO 6

Se i religiosi possano usare vesti più vili degli altri

SEMBRA che ai religiosi non sia lecito usare vesti più vili degli altri. Infatti:
1. Come ammonisce S. Paolo, dobbiamo "astenerci da ogni parvenza di male". Ora, la volgarità delle vesti ha parvenza di male. Infatti il Signore ha detto: "Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi travestiti da pecore". E a commento di quel passo dell'Apocalisse: "Ecco un cavallo pallido, ecc.", la Glossa afferma: "Vedendo il diavolo che non riusciva a prevalere né con aperte tribolazioni, né con aperte eresie, suscita falsi fratelli, che sotto le vesti della religione si trasformano nei cavalli nero e baio, pervertendo la fede". Dunque i religiosi non devono usare vesti vili.
2. Scrive S. Girolamo: "Evita le vesti scure", ossia nere, "come quelle candide. Sono ugualmente da fuggire la ricercatezza e la cialtroneria: poiché la prima sa di mollezza, la seconda di vanagloria". Perciò siccome la vanagloria è un peccato più grave della mollezza, è chiaro che i religiosi, chiamati alla perfezione, devono evitare più le vesti vili che quelle preziose.
3. I religiosi devono attendere soprattutto ad opere di penitenza. Ma nelle opere di penitenza, a detta del Signore, non si devono usare segni esterni di tristezza, bensì di letizia: "Quando digiunate non prendete un'aria malinconica come gli ipocriti... Ma tu quando digiuni profumati il capo e lavati la faccia". E S. Agostino spiega: "A questo proposito si deve notare che può insinuarsi la superbia non solo nello splendore e nella pompa delle cose materiali, ma anche nelle vesti di penitenza: ed è tanto più pericolosa in quanto inganna sotto pretesto di religione". Dunque è chiaro che i religiosi non devono vestirsi di abiti vili.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma: "Andarono in giro in pelli di pecore, e di capra", "come Elia ed altri", aggiunge la Glossa. E nel Decreto (di Graziano) si legge: "Siano castigati coloro che deridono quelli che vestono abiti vili e religiosi. Infatti nei tempi antichi tutte le persone consacrate a Dio usavano vesti povere e vili".

RISPONDO: Come dice S. Agostino, in tutte le cose esterne "non è peccato il loro uso, ma l'intenzione di chi ne usa". E per distinguere la natura di tale intenzione si noti che l'abito vile e dimesso si può considerare sotto due aspetti. Primo, in quanto è un segno di una disposizione o di uno stato; poiché come dice la Scrittura, "il vestito di un uomo dà conto di lui". E sotto tale aspetto la povertà dell'abito è talora segno di dolore. Infatti le persone che sono nel dolore sogliono vestire dimessamente: come al contrario nei momenti di solennità e di gioia usano vesti più ricercate. Ecco perché i penitenti usano vesti grossolane come fece il re (di Ninive) che "si vestì di sacco"; e Acab, il quale "si coprì il corpo col cilicio". - Talora invece è segno di disprezzo per le ricchezze e per il fasto. Infatti S. Girolamo scrive: "La sporcizia delle vesti è segno della purezza dell'anima; la tonaca vile dimostra il disprezzo del mondo. Purché l'animo non si insuperbisca, e la bocca non contraddica l'abito". E sotto entrambi gli aspetti ai religiosi si addice la grossolanità delle vesti: poiché la vita religiosa è uno stato di penitenza e di disprezzo della gloria mondana.
A manifestare poi questi sentimenti agli altri si può essere spinti da tre motivi. Primo, per procurare la propria umiliazione: infatti come dallo splendore delle vesti l'animo s'inorgoglisce, così dalla loro umiltà viene portato ad umiliarsi. Infatti parlando del re Acab il quale "aveva coperto il suo corpo col cilicio", il Signore disse ad Elia: "Hai tu visto Acab umiliato dinanzi a me?". - Secondo, per dare l'esempio agli altri. Ecco perché a commento di quel testo evangelico, "Indossava un vestito di peli di cammello, ecc.", la Glossa afferma: "Colui che predicava la penitenza, vestiva un abito di penitenza". - Terzo, per vanagloria: poiché a detta di S. Agostino, "anche nelle vesti di penitenza si può nascondere la superbia". - Perciò è cosa lodevole usare vesti vili per i due primi motivi; mentre farlo per il terzo è cosa peccaminosa.

Inoltre si può considerare l'abito vile e trascurato come dovuto all'avarizia e alla negligenza. E da questo lato è cosa riprovevole.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La grossolanità delle vesti di suo non ha apparenza di male, ma piuttosto di bene, e cioè indica disprezzo della gloria mondana. Ecco perché i cattivi nascondono la loro malvagità sotto l'umiltà del vestito. Scrive però S. Agostino che "le pecore non devono odiare le loro vesti, per il fatto che spesso i lupi si nascondono in esse".
2. S. Girolamo parla in quel testo delle vesti misere che sono portate per vanagloria.
3. Secondo l'insegnamento del Signore, gli uomini nel compiere le opere buone non devono far nulla per apparire. Il che avviene specialmente quando si fa qualche cosa di nuovo, o di originale. Di qui le parole del Crisostomo: "Chi prega non faccia niente di originale che attiri l'attenzione della gente, gridando, battendosi il petto, o alzando le mani"; poiché la novità attira l'attenzione. Però non ogni novità del genere è reprensibile. Perché può esser compiuta, o bene, o male. S. Agostino infatti scrive, che "quando volontariamente e non per necessità uno attira l'attenzione della gente con insolito squallore e grossolanità di vesti per un motivo religioso, si può conoscere dalle altre sue opere, se lo fa per disprezzare il lusso superfluo, o per ambizione". Ora, è evidente al massimo che i religiosi, portando un abito vile in segno della loro professione, che consiste nel disprezzo del mondo, non lo fanno per ambizione.