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Questione
187
Le
cose che son lecite ai religiosi
Veniamo quindi a considerare le cose che son lecite ai religiosi.
Sull'argomento
si pongono sei quesiti: 1. Se ad essi sia lecito insegnare,
predicare, e compiere altre cose del genere; 2. Se sia
loro lecito occuparsi di negozi secolari; 3. Se siano obbligati al
lavoro manuale; 4. Se sia loro lecito vivere di elemosine; 5, Se
sia loro permesso mendicare; 6. Se possano usare abiti più vili
degli altri.
ARTICOLO
1
Se sia lecito ai religiosi insegnare, predicare e compiere
altre cose del genere
SEMBRA che ai religiosi non sia lecito insegnare, predicare e
compiere altre cose del genere. Infatti:
1. In un canone di un Concilio
Costantinopolitano si legge:
"La vita monastica dice sottomissione e tirocinio; non già insegnamento,
governo o ufficio pastorale". E S. Girolamo scrive: "Il monaco ha l'ufficio di penitente, non
d'insegnante". E anche
S. Leone I afferma: "All'infuori dei sacerdoti nessuno, per quanto
sia grande la fama del suo sapere, presume di predicare, sia egli
monaco o laico". Ora, non è lecito passar sopra i limiti del proprio
ufficio e le norme della Chiesa. Perciò ai religiosi non è
lecito insegnare, predicare e fare altre cose del genere.
2. In un decreto del Concilio di Nicea si legge:
"Ordiniamo
categoricamente che nessun monaco assolva dai peccati, se non
si tratta di un altro monaco, come è giusto. E non dia sepoltura
che ai monaci dimoranti nel suo monastero, e agli altri che
eventualmente ivi venissero a morte". Ora, questi compiti spettano
all'ufficio dei chierici, come predicare e insegnare. E siccome,
a detta di S. Girolamo, "il compito del monaco è diverso
da quello del chierico", è chiaro che ai religiosi non è lecito predicare,
insegnare e compiere altre cose del genere.
3. S. Gregorio afferma:
"Nessuno può disimpegnare gli uffici
ecclesiastici e vivere a dovere la regola monastica". Ora, i monaci
son tenuti a vivere con impegno la propria regola. Dunque non
possono disimpegnare gli uffici ecclesiastici. Ma insegnare e predicare
sono uffici ecclesiastici. Quindi ai monaci non è lecito
predicare, insegnare o fare altre cose del genere.
IN CONTRARIO: S. Gregorio dichiara nel medesimo canone:
"In virtù di questo decreto, che noi emaniamo con
l'autorità
apostolica e per il bene della religione, concediamo ai sacerdoti
monaci, che riproducono la figura degli Apostoli, di predicare,
di battezzare, di dare la comunione, di pregare per i peccatori,
d'imporre la penitenza, e di assolvere i peccati".
RISPONDO: In due modi un compito può non esser lecito a
una persona. Primo, perché in lei si trova qualche cosa che è
incompatibile con la cosa da farsi: a nessun uomo, p. es., è lecito
peccare, perché ogni uomo ha in sé la ragione e l'obbligo di
osservare la legge di Dio, che sono dati incompatibili al peccato.
Ebbene, si dice che a un uomo non è lecito predicare, insegnare
o compiere qualche cosa di simile in codesto senso, quando c'è
in lui qualche cosa di incompatibile con tali incombenze: o per
una legge, come nel caso dell'irregolarità, la quale impedisce, per
disposizione della Chiesa, di ascendere agli ordini sacri; oppure
per i peccati personali, secondo le parole del Salmista: "E al
malvagio dice Dio: Perché vai tu parlando dei miei precetti?".
Ora, ai religiosi non è proibito in tal senso di predicare, d'insegnare
e di fare altre cose del genere. Sia perché i loro voti o i
precetti della regola non li obbligano ad astenersene. - Sia perché
non sono resi meno idonei a sostenere questi incarichi da qualche
peccato: ma sono anzi resi più idonei dal tirocinio di santità che
hanno intrapreso.
Infatti sarebbe una stoltezza affermare che uno con il crescere
nella santità diviene meno adatto a esercitare uffici spirituali.
Perciò è un'affermazione stolta quella di coloro i quali affermano
che lo stato religioso è per se stesso un impedimento all'esercizio
di tali funzioni. Il Papa Bonifacio IV così condanna il loro errore: "Ci sono alcuni i quali, animati da uno zelo amaro più che dalla
carità, asseriscono, senza alcun fondamento, che i monaci non
possono esercitare degnamente l'ufficio sacerdotale, perché sono
morti al mondo per vivere a Dio. Costoro decisamente s'ingannano".
E lo dimostra in primo luogo ricordando che ciò non è
contro la regola: "Infatti S. Benedetto, il grande legislatore dei
monaci, in nessun modo lo ha proibito". In secondo luogo egli
condanna l'errore suddetto per l'attitudine dei monaci, concludendo: "Quanto più
uno è perfetto, tanto è più idoneo a tali incarichi", cioè agli uffici di ordine spirituale.
Secondo, un compito può non esser lecito a una persona non
perché c'è in lei qualche cosa d'incompatibile, ma perché le mancano le facoltà per assolverlo: a un diacono, p. es., non è lecito
celebrare la messa, perché non ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale;
e un prete non può pronunziare una sentenza, perché privo
del potere episcopale. Qui però è necessario distinguere. Poiché
le funzioni proprie dell'ordine sacro non si possono delegare se
non a chi è ordinato: al diacono, p. es., non si può dare l'incombenza
di celebrare la messa, senza che diventi sacerdote. Invece
gli atti di giurisdizione possono essere affidati anche a coloro che
non hanno la giurisdizione ordinaria. Così il vescovo può delegare
un semplice sacerdote a pronunziare una sentenza.
Ed è in tal senso che ai monaci e agli altri religiosi non è lecito
predicare, insegnare e compiere altri uffici del genere: poiché lo
stato religioso non conferisce loro tali poteri. Però essi possono
esercitare quei compiti, se ricevono l'ordine, o la giurisdizione
ordinaria: oppure se vengono delegati a compiere atti di giurisdizione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi dimostrano che
i monaci non hanno il potere di assolvere quei compiti per il fatto
che son monaci; non già che i monaci sono negati come tali alle
incombenze suddette.
2. Anche quel decreto del Concilio di Nicea comanda che i
monaci non si arroghino il potere di compiere quelle funzioni per
il fatto che son monaci. Ma esso non proibisce che si possano
loro affidare tali incarichi.
3. Non sono certo compatibili tra loro la cura ordinaria di un
ufficio ecclesiastico e l'osservanza di una regola monastica in un
monastero. Questo però non esclude che i monaci e gli altri religiosi
possano essere impiegati talora in uffici ecclesiastici, per
incarico dei prelati che ne hanno la cura ordinaria: e specialmente
quei religiosi i cui istituti sono stati fondati per questo,
come vedremo.
ARTICOLO
2
Se sia lecito ai religiosi trattare negozi secolari
SEMBRA che ai religiosi non sia lecito trattare negozi secolari.
Infatti:
1. Nel decreto ricordato di Papa Bonifacio IV si legge, che
"S. Benedetto ordinò che i monaci si astenessero dai negozi
secolari. E questo vien comandato negli scritti apostolici, e in tutte
le disposizioni dei Santi Padri, non solo ai monaci, ma anche a
tutti i canonici"; stando a quelle parole di S. Paolo: "Nessuno
che si è arruolato nell'esercito di Dio, s'interessa dei negozi secolari".
Ora, tutti i religiosi sono arruolati nell'esercito di Dio.
Dunque ad essi non è lecito trattare negozi secolari.
2. L'Apostolo scriveva ai Tessalonicesi:
"Mettetevi d'impegno
a vivere in pace, occupandovi delle cose vostre", cioè, come dice
la Glossa: "Lasciando da parte i negozi altrui, lavorate a emendare
la vostra vita". Ma i religiosi prendono l'impegno speciale
di emendare la loro vita. Essi dunque non devono trattare negozi
secolari.
3. Commentando quel passo di S. Matteo,
"Ecco, quelli che
vestono mollemente sono nei palazzi dei re", S. Girolamo afferma: "Mostra così che la vita integra e la predicazione austera devono
evitare i palazzi dei re, e fuggire i palazzi delle persone raffinate".
Ma dovendo trattare gli affari secolareschi, nasce la necessità di
frequentare i palazzi dei re. Quindi ai religiosi non sono leciti
questi affari.
IN CONTRARIO: Ai Romani S. Paolo scriveva:
"Vi raccomando
Febe, nostra sorella... E assistetela in tutti i negozi in cui avrà
bisogno di voi".
RISPONDO: Lo stato religioso, come abbiamo visto, è ordinato
a raggiungere la perfezione della carità. E questa principalmente
consiste nell'amore di Dio, ma secondariamente nell'amore del
prossimo. Perciò i religiosi devono attendere soprattutto alle
cose di Dio. Quando però la necessità del prossimo lo esige, essi
devono trattare per carità anche i suoi affari, secondo le parole
di S. Paolo: "Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete
perfettamente la legge di Cristo"; poiché servendo il prossimo
per il Signore non si fa che assecondare l'amore di Dio. Di qui
le parole di S. Giacomo: "Religione pura e immacolata, agli
occhi di Dio e del Padre, è questa: visitare gli orfani e le vedove
nelle loro tribolazioni"; "Cioè", come dice la Glossa, "soccorrere
in caso di necessità quelli che son privi di aiuto".
Si deve quindi concludere che né ai monaci, né ai chierici è
lecito trattare negozi secolari per cupidigia. Possono invece interessarsene
moderatamente per motivi di carità, e con il permesso
dei superiori, accettando sia compiti esecutivi, sia compiti direttivi.
Nei Canoni infatti si legge: "Il santo Concilio ordina che
in avvenire nessun chierico possa amministrare i fondi, o immischiarsi
in negozi secolari, se non per assistere i minorenni, gli
orfani e le vedove: o nel caso che il vescovo lo incarichi di amministrare
i beni ecclesiastici". Questa disposizione vale sia per
i religiosi che per i chierici: perché agli uni e agli altri sono ugualmente
proibiti i negozi secolareschi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ai monaci è proibito trattare
i negozi del secolo per cupidigia: non già per motivi di carità.
2. Non è curiosità, ma carità, cacciarsi negli affari quando è
necessario.
3. Non è da religiosi
frequentare i palazzi dei re per il lusso,
per la gloria, o per la cupidigia: essi però son chiamati a entrarvi
per cause pie. Si legge infatti che (il profeta) Eliseo disse alla
Sunamita: "Hai tu qualche affare per cui possa parlare al re,
o al capo dell'esercito?". Così pure è lecito ai religiosi entrare
nei palazzi dei re per rimproverarli, o per consigliarli: come si
legge di S. Giovanni Battista che rimproverò Erode.
ARTICOLO
3
Se i religiosi siano obbligati al lavoro manuale
SEMBRA che i religiosi siano obbligati al lavoro manuale. Infatti:
1. I religiosi non sono dispensati dall'osservanza dei precetti.
Ora, il lavoro manuale è di precetto, secondo l'ammonizione di
S. Paolo: "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo comandato".
Di qui le parole di S. Agostino: "Chi potrebbe tollerare
che questi ribelli", cioè i religiosi i quali si rifiutano di
lavorare, "resistendo agli ammonimenti dell'Apostolo, siano non tanto
sopportati come deboli, ma addirittura esaltati come più santi?".
Dunque i religiosi son tenuti al lavoro manuale.
2. A commento di quel testo paolino:
"Chi non lavora non
mangi", la Glossa afferma: "Alcuni dicono che l'Apostolo parla
qui di opere spirituali, e non del lavoro corporale dei contadini
e degli operai"; e aggiunge: "Costoro però cercano invano di
confondere se stessi e gli altri, non solo per non compiere ciò che
la carità comanda, ma per non intenderlo neppure". "L'Apostolo",
continua poco dopo, "vuole che i servi di Dio col lavoro corporale
si guadagnino da vivere". Ora, propriamente parlando, come
spiega Dionigi, "servi di Dio" sono i religiosi, che si son consacrati
totalmente al suo servizio. Essi dunque son tenuti al lavoro manuale.
3. S. Agostino ha scritto:
"Desidero sapere che cosa fanno
quelli che rifiutano di lavorare corporalmente. Ci esercitiamo, si
risponde, nella preghiera, nel cantare salmi, nella lettura e nella predicazione". Ma egli dimostra che nessuno di questi esercizi
li dispensa dal lavorare. Infatti a proposito della preghiera egli
dice: "È più esaudita una preghiera sola di chi ubbidisce, che
diecimila di chi disobbedisce"; cioè di chi non vuol lavorare con
le sue mani. Secondo, a proposito della lode divina scrive: "Le
lodi di Dio si possono cantare facilmente anche lavorando". Terzo,
a proposito della lettura si domanda: "Quelli che dicono di
attendere alla lettura, non troveranno subito quello che comanda
l'Apostolo? E che perversità è questa, di non voler mettere in
pratica quello che si pretende di leggere?". Quarto, a proposito
della predicazione scrive: "Se uno per preparare un discorso, che
da lui si richiede, è così occupato da non poter attendere al lavoro
manuale; ma che forse nel monastero tutti son capaci di farlo?
E siccome non tutti ne son capaci, perché tutti pretendono, con
il pretesto della predicazione, di dispensarsi dal lavoro? Se poi
tutti ne fossero capaci, dovrebbero farlo un po' l'uno un po' l'altro;
non solo perché gli altri attendessero ai lavori necessari,
ma anche perché per molti uditori basta che parli uno solo".
È chiaro, quindi che i religiosi non devono dispensarsi dal lavoro
manuale per attendere a queste opere spirituali.
4. A commento di quel passo evangelico,
"Vendete i vostri
beni, ecc.", la Glossa afferma: "Non vi contentate di spartire ai
poveri il vostro cibo, ma vendete i vostri possedimenti; cosicché
disprezzando una volta per sempre tutti i vostri beni per il Signore,
prendiate a lavorare con le vostre mani, per vivere e per
fare elemosine". Ora, è proprio dei religiosi abbandonare tutti
i loro beni. Dunque è anche loro compito specifico vivere e fare
elemosine con il proprio lavoro manuale.
5. I religiosi specialmente son tenuti a imitare la vita degli
Apostoli, avendo abbracciato lo stato di perfezione. Ma gli Apostoli,
come dice S. Paolo, lavoravano con le proprie mani: "Fatichiamo
lavorando con le nostre mani". Perciò i religiosi son
tenuti al lavoro manuale.
IN CONTRARIO: I precetti comuni a tutti devono essere osservati
allo stesso modo dai religiosi e dai secolari. Ora, il precetto
del lavoro manuale è dato a tutti, com'è evidente dalle parole
di S. Paolo ai Tessalonicesi: "Tenetevi lontani da qualunque
fratello che si conduca disordinatamente, ecc." (e qui chiama
fratello qualsiasi cristiano, come nella lettera ai Corinzi: "Se
un fratello ha una moglie infedele, ecc."); e continua dicendo: "Se uno non vuol lavorare, non deve mangiare". Dunque i religiosi
non son tenuti al lavoro manuale più dei secolari.
RISPONDO: Il lavoro manuale può essere indirizzato a quattro
scopi. In primo luogo e principalmente ad assicurarsi il vitto.
Di qui le parole rivolte al primo uomo: "Mangerai il pane col
sudore della tua fronte". E nei Salmi si legge: "Delle fatiche
delle tue mani tu mangerai, ecc.". - Secondo, il lavoro è ordinato
a combattere l'ozio, da cui nascono tanti mali. Di qui le parole
dell'Ecclesiastico: "Immergi il tuo servo nel lavoro, che non stia
ozioso; perché di molto male l'ozio è maestro". - Terzo, è ordinato
a frenare la concupiscenza, con la mortificazione del corpo.
Scrive infatti S. Paolo: "Tra le fatiche, i digiuni, le veglie, e
nella castità". - Quarto, il lavoro può essere ordinato a fare
l'elemosina, come si rileva dalla lettera agli Efesini: "Chi rubava
non rubi più, ma piuttosto s'affatichi facendo con le proprie mani
qualcosa di buono, per avere di che far parte a chi ha bisogno".
In quanto è ordinato ad assicurare il vitto, il lavoro manuale
ha necessità di precetto nella misura che è necessario codesto
fine: infatti ciò che è ordinato a un fine prende da questo la
sua necessità, essendo necessario nella misura in cui si richiede
per il fine stesso. Perciò chi non ha altro mezzo per poter vivere,
qualunque sia la sua condizione, è tenuto al lavoro manuale.
È questo il senso delle parole dell'Apostolo: "Chi non vuol lavorare,
non mangi"; come se dicesse: "Si è tenuti così strettamente a lavorare
con le proprie mani, come si è costretti a mangiare".
Se uno quindi potesse vivere senza mangiare, non sarebbe tenuto
al lavoro manuale. Lo stesso si dica di chi ha di che vivere
lecitamente in altro modo. Poiché se non fosse lecito fare, non
sarebbe un poter fare. Infatti l'Apostolo comanda il lavoro manuale
solo per escludere il peccato di coloro che si guadagnano da
vivere in maniera illecita. Innanzi tutto per evitare il furto: "Chi rubava non rubi più; ma piuttosto s'affatichi lavorando
con le proprie mani!". E in secondo luogo per evitare la brama
della roba altrui: "Lavorate con le vostre mani, come vi abbiamo
inculcato; affinché viviate in modo decoroso rispetto a
quei di fuori". In terzo luogo per evitare gli affari loschi, con i
quali certuni si procuravano il vitto: "Quando eravamo presso
di voi, questo precetto vi davamo, che se uno non vuol lavorare,
neppure deve mangiare. Ma sentiamo dire che alcuni fra voi si
conducono disordinatamente, non facendo nulla, solo occupati in
vane curiosità ("procurandosi il necessario con mezzi vergognosi",
spiega la Glossa). Ora, a siffatta gente noi prescriviamo e scongiuriamo
che mangino il loro pane lavorando tranquillamente".
E S. Girolamo afferma, che l'Apostolo ha scritto tali cose "più
per correggere i vizi dei pagani, che per insegnare". - Si noti
però che per lavoro manuale qui s'intendono tutte le occupazioni
con le quali gli uomini guadagnano lecitamente da vivere, sia
che esse si compiono con le mani, o con i piedi, o con la lingua:
infatti le guardie, i corrieri e altri professionisti del genere, che
vivono del loro lavoro, sono tra quelli che vivono con l'opera
delle loro mani. Essendo infatti la mano, "lo strumento degli strumenti", per lavoro manuale s'intende qualsiasi lavoro con il
quale uno può guadagnarsi lecitamente da vivere.
Se poi consideriamo il lavoro manuale come rimedio contro
l'ozio, o come macerazione del corpo, allora in se stesso considerato,
esso non ricade in una necessità di precetto: perché si può
mortificare il corpo e fuggire l'ozio in molte altre maniere. Il
corpo infatti si può mortificare con i digiuni e con le veglie. E
l'ozio si può fuggire con la meditazione della Sacra Scrittura e
con la lode divina; ed ecco perché a proposito di quel detto dei
Salmi, "languirono i miei occhi per le tue parole", la Glossa spiega:
"Non è ozioso chi si applica unicamente alla parola di Dio: e
chi lavora materialmente non fa di più di chi si consacra allo
studio della verità". Perciò da questo lato né i religiosi né i
secolari son tenuti al lavoro manuale: a meno che non vi siano
obbligati dalle costituzioni del loro ordine, come accenna
S. Girolamo: "I monasteri egiziani hanno la consuetudine di non ricevere
nessuno senza imporgli un lavoro: e questo non tanto per
provvedere al vitto, quanto per il bene dell'anima, perché non
si abbandoni ai cattivi pensieri".
In quanto poi il lavoro manuale è ordinato all'elemosina non
cade sotto l'obbligo di precetto: eccettuato forse qualche caso,
in cui si è strettamente tenuti a fare l'elemosina, e non ci sia altro
modo di soccorrere i poveri. In tal caso i religiosi son tenuti
al lavoro manuale come i secolari.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il precetto formulato dall'Apostolo è
di legge naturale. Infatti, a commento di quel testo, "Tenetevi
lontani da qualunque fratello si conduca disordinatamente",
la Glossa spiega: "cioè diversamente da come esige l'ordine naturale": e là
si parla di coloro che si astenevano dal lavoro manuale.
La natura infatti ha dato all'uomo le mani al posto delle
armi e delle pellicce concesse agli altri animali; affinché con
esse egli si procacciasse tutto il necessario. È evidente perciò
che a tale precetto son tenuti tutti ugualmente, religiosi e secolari,
come a tutti gli altri precetti di legge naturale.
Però non è detto che chiunque non lavora con le mani faccia
peccato. Perché alle leggi naturali volte al bene collettivo non
sono tenuti i singoli individui, ma basta che gli uni attendano a
tale ufficio, mentre altri svolgono altre funzioni: è necessario,
cioè, che alcuni siano operai, altri agricoltori, altri giudici, altri
insegnanti, e così via, conforme alle parole dell'Apostolo: "Se
tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? e se tutto udito,
dove l'odorato?".
2. La Glossa riferita è presa da S. Agostino, il quale parla
contro quei monaci i quali insegnavano che ai servi di Dio non
è lecito lavorare, perché il Signore ha detto: "Non siate solleciti
per la vostra vita, di quel che mangerete". Tuttavia le parole
del Santo non impongono ai religiosi il lavoro manuale, nel caso
che abbiano di che vivere in altro modo. Ciò è evidente da
quello che aggiunge: "L'Apostolo vuole che i servi di Dio si
procaccino da vivere con il lavoro". Ma questo non s'impone
ai religiosi più che ai secolari. E ciò risulta da due considerazioni.
Primo, dall'esame stesso delle parole usate dall'Apostolo: "Tenetevi
lontani da qualunque fratello si conduca disordinatamente".
Per fratelli infatti s'intendono tutti i cristiani; perché allora non
esistevano ancora gli ordini religiosi. - Secondo, perché i religiosi,
all'infuori della regola professata, non son tenuti che a quanto
sono obbligati anche i secolari. Perciò, se la loro regola non prescrive
il lavoro manuale, essi non vi sono obbligati più dei secolari.
3. In due maniere si può attendere alle opere spirituali di cui
parla S. Agostino: primo, a comune utilità; secondo, per un
vantaggio personale. Coloro che vi attendono per un'utilità
pubblica, sono dispensati dal lavoro manuale, per due motivi.
Primo, perché sono assorbiti totalmente dalle opere suddette. - Secondo,
perché a chi vi si dedica deve essere corrisposto il vitto
da parte di coloro a cui servono.
Quelli invece che si dedicano a tali opere non per un'utilità
pubblica, ma privata, non sono dispensati necessariamente dal
lavoro manuale: e neppure hanno diritto a vivere a carico dei
fedeli. Ed è proprio di costoro che parla S. Agostino. Infatti
quando egli dice che "possono cantare le lodi divine facendo il
lavoro manuale", a imitazione degli operai, "che cantano le storie
mentre lavorano", è chiaro che non può trattarsi delle ore canoniche
che si cantano in chiesa; ma dei salmi e degl'inni che si
recitano in privato. - Così pure quanto egli dice della lettura e
della preghiera, va inteso delle preghiere e delle letture private,
che usano fare talora anche i laici: ma non tratta di coloro che
fanno le preghiere pubbliche in chiesa, o che leggono, o insegnano
nella scuola. Ecco perché egli non scrive: "Quelli che dicono
di attendere all'insegnamento o all'istruzione"; ma, "Quelli che
dicono di attendere alla lettura". - Così pure egli non parla della
predicazione che si fa pubblicamente al popolo; ma di quella
che si fa come un'ammonizione privata a uno solo, o a poche persone.
Ecco perché egli dice: "Se uno per preparare un discorso
che da lui si richiede..."; poiché, come spiega la Glossa, "il discorso
è quello che si fa in privato, la predicazione è pubblica".
4. Quelli che abbandonano tutto per il Signore son tenuti al
lavoro manuale quando non hanno altrimenti di che vivere, e di
che fare l'elemosina, nei casi cui essa è di precetto; non già
negli altri casi, come si è visto. Ed è in tal senso che va spiegata
la Glossa.
5. Il lavoro manuale degli Apostoli in certi casi fu compiuto per
necessità, e in altri fu opera supererogatoria. Fu imposto dalla
necessità, quando essi non potevano ottenere il vitto dagli altri:
ecco perché a commento di quel testo paolino, "Fatichiamo lavorando
con le nostre mani", la Glossa aggiunge: "Perché nessuno
ci dà nulla". E fu opera di supererogazione, com'è evidente, là
dove l'Apostolo spiega, che "egli non usò della facoltà che aveva
di vivere del Vangelo".
E l'Apostolo ricorse a quest'opera supererogatoria per tre
motivi. Primo, per impedire la predicazione dei falsi apostoli,
i quali predicavano solo per i beni temporali: "Quel che faccio
lo farò ancora per troncare il pretesto a coloro, ecc.". - Secondo,
per non essere a carico di coloro cui predicava: "In che cosa
siete stati da meno in confronto alle altre chiese, se non in questo,
che io non vi sono stato d'aggravio?". - Terzo, per dare l'esempio
di operosità agli oziosi: "Abbiamo lavorato notte e giorno... per
darvi un esempio da imitare". - L'Apostolo però non faceva
in questo modo, come nota S. Agostino, nei luoghi dove poteva
predicare ogni giorno, p. es., ad Atene.
Ora, i religiosi non son tenuti a imitare l'Apostolo anche in
questo; non essendo tenuti a tutte le opere supererogatorie.
Infatti neppure gli altri apostoli praticavano il lavoro manuale.
ARTICOLO 4
Se sia lecito ai religiosi vivere di elemosine
SEMBRA che ai religiosi non sia lecito vivere di elemosine. Infatti:
1. L'Apostolo comanda che le vedove, le quali possono sostentarsi
diversamente non vivano con le elemosine della Chiesa, "affinché la Chiesa possa soccorrere le vedove
abbandonate".
E S. Girolamo afferma, che "se coloro, i quali possono sostentarsi
con i beni paterni, prendono quello che è dei poveri, commettono
un sacrilegio, e abusandone mangiano e bevono la propria condanna".
Ma i religiosi, se sono validi, possono sostentarsi col
proprio lavoro. Dunque essi peccano vivendo con le elemosine dei poveri.
2. Vivere con le offerte dei fedeli è un salario concesso ai predicatori
del Vangelo per il loro lavoro, secondo le parole
evangeliche: "L'operaio è degno del suo nutrimento". Ma non spetta
ai religiosi predicare il Vangelo, bensì ai prelati, che sono pastori
e dottori. Perciò i religiosi non possono vivere lecitamente con
le elemosine dei fedeli.
3. I religiosi sono in
stato di perfezione. Ora, è cosa più perfetta
dare l'elemosina che riceverla; poiché sta scritto: "È cosa
più felice dare che ricevere". Essi dunque non devono vivere di
elemosine, ma piuttosto beneficare con il frutto del proprio lavoro
manuale.
4. È proprio dei religiosi evitare gli ostacoli della virtù e le
occasioni di peccato. Ma il ricevere l'elemosina è occasione di
peccato e ostacola l'esercizio della virtù. Infatti a proposito di
quel testo paolino: "Per darvi un esempio da imitare, ecc.",
la Glossa afferma: "Chi mangia spesso alla mensa altrui, abbandonandosi
all'ozio, è costretto ad adulare chi lo aiuta". Nell'Esodo
poi si legge: "Non ricevere donativi, che accecano anche i prudenti
e sovvertono le parole dei giusti". E nei Proverbi: "Chi
toglie a prestito è schiavo di chi presta", il che è incompatibile
con la religione; poiché a commento del detto paolino già citato,
la Glossa afferma: "La nostra religione chiama gli uomini alla
libertà". Dunque i religiosi non devono vivere di elemosine.
5. I religiosi specialmente son tenuti a imitare la perfezione
degli Apostoli; ecco infatti le parole di S. Paolo: "Quanti siamo
perfetti nutriamo questi sentimenti". Ora, l'Apostolo non voleva
vivere con le offerte dei fedeli, per impedire, com'egli dice, la
predicazione dei falsi apostoli, e per non scandalizzare i deboli.
Perciò anche i religiosi son tenuti ad astenersi dal vivere di elemosine.
Scrive infatti S. Agostino: "Togliete le occasioni di
turpi traffici, che compromettono il vostro buon nome, e sono
di scandalo ai deboli: e mostrate agli uomini che non cercate
una vita facile ed oziosa, ma che camminate verso il regno di Dio
per la via più faticosa".
IN CONTRARIO: S. Gregorio racconta che S. Benedetto, dopo
aver abbandonato la casa e la famiglia, stette per tre anni in
una grotta, rifornito dal monaco Romano. E tuttavia, pur essendo
valido al lavoro, non si legge che si guadagnasse da vivere
con le sue mani. Dunque i religiosi possono vivere lecitamente
di elemosine.
RISPONDO: Ognuno ha diritto a vivere di ciò che gli appartiene,
o che gli è dovuto. Ora, una cosa può appartenerci per la liberalità
di un donatore. Ecco perché i religiosi e i chierici i cui monasteri,
o chiese, sono dotati di rendite dalla munificenza dei principi,
o di altri fedeli, che ne assicurano il sostentamento, possono
vivere lecitamente di esse, senza attendere al lavoro manuale.
E tuttavia è certo che essi vivono di elemosine. Parimente quindi,
se ai religiosi vengono date dai fedeli dei beni mobili, essi possono
vivere lecitamente di questi: è stolto infatti affermare che
uno può ricevere in elemosina grandi possedimenti, e non il pane,
o un po' di danaro. - Siccome però questa beneficenza vien fatta
ai religiosi perché essi attendano con più libertà agli atti di religione,
di cui gli oblatori vogliono essere partecipi, l'uso di detti
beni verrebbe ad essere illecito, se i religiosi desistessero da questi
atti di culto: poiché in tal modo verrebbero a frustrare, per quanto
dipende da essi, l'attesa dei benefattori.
Inoltre una cosa può essere dovuta a una persona per due motivi.
Primo, per la sua necessità, la quale a detta di S. Ambrogio
rende comune ogni cosa. Perciò i religiosi che sono in necessità
possono vivere di elemosina. E tale necessità può derivare:
primo, dall'infermità corporale, che impedisce di provvedersi il
vitto con il lavoro manuale. - Secondo, dal fatto che il lavoro
manuale non è sufficiente a provvedere il vitto. Ecco perché
S. Agostino afferma, che "ai servi di Dio i quali lavoravano con
le loro mani non può mancare l'aiuto dei fedeli, affinché non
siano oppressi dall'indigenza per quelle ore che impiegano nell'attendere
all'anima, così da non potersi occupare delle faccende materiali". - Terzo, può derivare dalla condizione precedente,
che escludeva l'abitudine del lavoro manuale. Scrive infatti
S. Agostino: "Se essi nel secolo avevano abbondantemente di
che sostentare la vita senza lavorare, e una volta convertitisi a
Dio l'hanno distribuito ai poveri, la loro infermità va creduta e
tollerata. Infatti costoro, educati con delicatezza, non sono in
grado di reggere al lavoro corporale".
Secondo, una cosa può esser dovuta a una persona come compenso
del bene spirituale, o temporale che essa fa; S. Paolo
infatti scriveva: "Se noi vi abbiamo seminato le cose spirituali,
sarà forse un gran che se mieteremo le cose materiali?". E sotto
quest'aspetto i religiosi in quattro casi possono vivere di elemosine,
come di cose loro dovute. Primo, se con l'autorizzazione
dei prelati si danno alla predicazione. - Secondo, se sono ministri
dell'altare. Poiché, come dice S. Paolo, "quelli che servono all'altare
hanno parte all'altare; così il Signore ha ordinato a
quelli che annunziano il Vangelo, di vivere del Vangelo". E
S. Agostino ha scritto: "Se predicano il Vangelo, affermo che
hanno diritto a vivere delle offerte dei fedeli; e se sono ministri
dell'altare e dispensatori dei sacramenti, non usurpano questo
diritto, ma rivendicano una loro facoltà". Questo perché il sacramento
dell'altare, dovunque si amministri, è un bene comune a
tutto il popolo fedele. - Terzo, se attendono allo studio della Sacra Scrittura a vantaggio di tutta la Chiesa. Scriveva infatti
S. Girolamo: "È costume in Giudea, osservato fino ad oggi non
solo presso di noi, ma anche presso gli ebrei, che quanti meditano
giorno e notte la legge del Signore, e non hanno sulla terra altro
padre che Dio, siano assistiti dalla beneficenza di tutto il mondo". - Quarto,
se hanno dato al monastero i beni che avevano, possono vivere
delle elemosine che si fanno al monastero. Di qui le parole
di S. Agostino: "A coloro che dopo aver lasciato o distribuito
la loro fortuna, grande o piccola, han voluto con pia e salutare
umiltà essere annoverati tra i poveri di Cristo, la carità fraterna
e i beni della comunità devono assicurare il sostentamento. Essi
sono da lodare se si dedicano al lavoro manuale. Ma se non si
adattano, chi oserebbe costringerli?". "E neppure si deve badare", aggiunge il Santo,
"in quali monasteri, o in quale regione
uno abbia dato ai poveri ciò che aveva: poiché tutti i cristiani
non formano che un solo stato".
Se però ci sono dei religiosi che vogliono vivere delle elemosine
date ai poveri, senza essere in necessità e senza offrire nessun vantaggio,
questo non è lecito. Scrive infatti S. Agostino: "Spesso
si consacrano al servizio di Dio con la professione religiosa persone
che vengono dalla condizione servile, o dalla vita dei campi, o
dal mondo operaio, e non si sa neppure se siano venuti col proposito
di servire Dio, o con quello di fuggire una vita di sacrificio,
le quali pretendono di mangiare e vestire senza lavorare, e di essere
onorate da coloro che avrebbero potuto disprezzarle e maltrattarle.
Costoro non possono pretendere la dispensa dal lavoro
per la debolezza del corpo: poiché la vita precedente li contraddice".
E poco dopo aggiunge: "Se costoro non vogliono lavorare,
non mangino. Poiché i ricchi non devono umiliarsi, affinché
i poveri diventino superbi: non è infatti tollerabile che mentre
i senatori diventano laboriosi, gli operai si abbandonino all'ozio;
e là dove i padroni dei possessi vengono dopo aver abbandonato
ogni cosa, i contadini diventino delicati".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi si riferiscono ai
momenti di grave bisogno, quando altrimenti non è possibile
soccorrere i poveri. Infatti allora i religiosi son tenuti non solo
a desistere dall'accettare le elemosine, ma a dare per il sostentamento
dei poveri la loro roba, se ne hanno.
2. Ai prelati la predicazione appartiene d'ufficio: ma ai religiosi
può competere per delegazione. E quindi se essi lavorano
nel campo del Signore, possono anche vivere di essa, secondo
le parole di S. Paolo: "Il contadino che lavora bisogna che abbia
per primo la sua parte di frutti"; e la Glossa commenta: "Si
tratta del predicatore, che con la zappa della parola di Dio coltiva
i cuori degli uditori".
Inoltre possono vivere di elemosina quelli che servono i predicatori.
Ecco perché, annotando quel testo di S. Paolo, "Se i
gentili sono stati fatti partecipi delle cose spirituali, devono anche
nelle cose materiali aiutarli", la Glossa spiega: "cioè aiutare i
Giudei, i quali da Gerusalemme avevano inviato i predicatori".
Tuttavia ci sono anche altri motivi, come abbiamo visto, per
cui si ha il diritto a vivere con le offerte dei fedeli.
3. A parità di condizioni, dare è meglio che ricevere. Tuttavia
dare, o abbandonare ogni cosa per amore di Cristo, per ricevere
quel poco che è indispensabile per vivere, è meglio che dare ogni
tanto qualche cosa ai poveri, com'è evidente da quanto abbiamo
detto.
4. Può essere occasione di peccato ricevere offerte per arricchire,
o ricevere il mangiare da altri senza motivi e senza necessità.
Ma questo non è il caso dei religiosi, come sopra abbiamo visto.
5. Quando la necessità o il motivo per cui certi religiosi vivono
di elemosine senza il lavoro manuale è evidente, non i deboli si
scandalizzano, ma i malvagi, alla maniera dei Farisei, del cui
scandalo, come insegna il Signore, non si deve far caso. Se invece
la necessità o il motivo non è evidente, i deboli potrebbero scandalizzarsi:
e questo va evitato. Ma il medesimo scandalo può
insorgere anche per quei religiosi che vivono, senza lavorare, a
carico della comunità.
ARTICOLO 5
Se ai religiosi sia lecito mendicare
SEMBRA che ai religiosi non sia lecito mendicare. Infatti:
1. Scrive S. Agostino:
"Il nemico astutissimo ha diffuso un
gran numero di ipocriti in vesti monacali a vagabondare per le province"; e aggiunge:
"Tutti chiedono, tutti esigono o le rendite
di una lucrosa povertà, o la paga di una santità simulata".
Dunque la vita dei religiosi mendicanti è riprovevole.
2. S. Paolo comanda:
"Lavorate con le vostre mani, come vi
abbiamo inculcato, affinché viviate in modo decoroso rispetto
a quelli di fuori, e non abbiate bisogno di nessuno"; e la Glossa
spiega: "Si deve lavorare e non stare in ozio, perché è onesto,
ed è come una luce per gli infedeli: così non desidererete la roba
altrui, non chiederete e non prenderete nulla". E a proposito di
quel detto paolino, "Se uno non vuol lavorare, ecc.", la Glossa
commenta: "Egli vuole che i servi di Dio attendano al lavoro
manuale per vivere, affinché dalla povertà non siano costretti
a chiedere". Ma questo è precisamente mendicare. Quindi è illecito
mendicare, trascurando il lavoro manuale.
3. Ciò che è proibito dalla legge e contrario alla giustizia non
può essere conveniente per dei religiosi. Ora, mendicare è proibito
dalla legge di Dio; si legge infatti nel Deuteronomio: "Non
vi sia tra voi nessuno del tutto indigente e mendicante"; e nei
Salmi si dice: "Non ho mai visto il giusto abbandonato, né la
sua prole mendicare il pane". Inoltre la legge civile punisce i
mendicanti validi. Dunque ai religiosi non si addice mendicare.
4. A detta del Damasceno,
"la vergogna si prova per le cose vergognose". Ma S. Ambrogio
scrive, che "la vergogna nel chiedere
rivela la nobiltà dei natali". Perciò mendicare è cosa vergognosa.
E quindi non si addice ai religiosi.
5. Vivere di elemosine spetta, secondo la volontà del Signore,
specialmente ai predicatori del Vangelo, come sopra abbiamo
visto. Ad essi però non spetta di mendicare; poiché la Glossa
afferma, a commento di un testo paolino: "L'Apostolo vuol far
capire ai predicatori del Vangelo che ricevere il necessario da
coloro presso i quali si lavora non è un atto di mendicità, ma
è un diritto". Dunque ai religiosi non si addice di mendicare.
IN CONTRARIO: È giusto che i religiosi vivano a imitazione di
Cristo. Ma Cristo fu mendicante, secondo le parole dei Salmi: "Io son mendico e
poverello", che la Glossa così commenta: "Cristo questo lo dice di se stesso nel suo aspetto di
servo"; e
poco dopo aggiunge: "È mendico chi chiede ad altri, ed è povero
chi non basta a se stesso". E in un altro Salmo si legge: "Io sono indigente e
povero"; parole che la Glossa così spiega: "Io sono indigente, cioè mendicante; e povero cioè incapace di
bastare a me stesso, perché non ho ricchezze mondane". E S. Girolamo
ammonisce: "Guardati dall'ammassare ricchezze, mentre il
tuo Signore", cioè il Cristo, "è un mendicante". Perciò ai religiosi
si addice di mendicare.
RISPONDO: Nella mendicità si possono considerare due aspetti.
In primo luogo si può considerare l'atto stesso del mendicare,
il quale implica una certa abiezione: infatti gli uomini che sembrano
più abietti son quelli che non solo son poveri, ma sono
così indigenti da aver bisogno di ricevere dagli altri il proprio
sostentamento. Ecco perché alcuni si prestano virtuosamente a
mendicare per esercitarsi nell'umiltà: come accettano ogni altra
cosa che implica abiezione, quale efficacissima medicina contro
la superbia, che vogliono combattere in se stessi, o negli altri,
con il loro esempio. Infatti come le malattie che derivano da un
eccesso di calore sono efficacissimamente combattute con i rimedi
che eccedono in frigidità; così l'inclinazione della superbia viene
curata con somma efficacia mediante le cose che sembrano più
abiette. Di qui l'affermazione del Decreto (Di Graziano): "È
esercizio di umiltà accettare gli uffici più umili e prestarsi ai servizi
più modesti; è così infatti che si può curare il vizio dell'arroganza umana".
Ecco perché S. Girolamo loda Fabiola per il
fatto che "essa desiderava, dopo aver distribuito per Cristo tutti
i suoi beni, di vivere di elemosine". Ed è quanto fece appunto
S. Alessio, il quale, dopo aver rinunziato a tutti i suoi beni per
Cristo, godeva di ricevere l'elemosina anche dai suoi schiavi.
E di S. Arsenio si legge che ringraziò il Signore di essere stato
costretto dalla necessità a chiedere l'elemosina. Ed ecco perché
per certe gravi colpe s'impone per penitenza di andare in pellegrinaggio chiedendo l'elemosina. Siccome però l'umiltà, al pari
delle altre virtù, non deve mancare di discrezione, nel mendicare
per esercizio di umiltà si deve essere così discreti, da evitare ogni
taccia di cupidigia e di qualsiasi altro vizio.
In secondo luogo si può considerare nella mendicità quello che
uno acquista col mendicare. E da questo lato uno può essere
indotto a mendicare da due motivi. Primo, dal desiderio di acquistare
ricchezze o sostentamento, senza lavorare. E tale mendicità è
illecita. - Secondo, uno può esservi indotto dalla necessità,
o da un giusto motivo. Dalla necessità, quando non può procurarsi
il sostentamento in altra maniera. Da un giusto motivo,
quando mira a compiere qualche cosa di utile che è impossibile
compiere, senza le elemosine dei fedeli: è così, p. es., che si chiedono
elemosine per la costruzione di un ponte, di una chiesa, o
di qualsiasi altra opera di pubblica utilità; e così fanno gli studenti,
per poter attendere allo studio della sapienza. E in tal
senso la mendicità è lecita ai religiosi come ai secolari.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo S. Agostino
parla espressamente di coloro che mendicavano per cupidigia.
2. La prima Glossa parla della mendicità che si fa per cupidigia,
come risulta dalle parole dell'Apostolo. - La seconda invece parla
di coloro che chiedono il necessario per vivere senza lavorare, e
senza nessuna utilità. Infatti non vive in ozio chi in qualsiasi
modo si rende utile.
3. Quel precetto della legge divina non proibisce di mendicare;
ma proibisce ai ricchi di essere così avari da indurre gli altri a
mendicare per il bisogno. - La legge civile poi punisce i mendicanti
validi, che non chiedono per un giusto motivo o per necessità.
4. Ci sono due tipi di vergogna: la prima è di ordine morale;
la seconda nasce da un difetto esterno, come è vergognoso per
un uomo essere infermo o povero. Ed è così che è vergognosa la
mendicità. Perciò essa non ha affinità con la colpa: mentre può
averla con l'umiltà, come abbiamo spiegato.
5. I predicatori hanno diritto al sostentamento da parte di
coloro ai quali predicano. Se però essi vogliono chiederlo mendicando,
non come cosa debita, ma come cosa gratuita, è segno di
un'umiltà più grande.
ARTICOLO 6
Se i religiosi possano usare vesti più vili degli altri
SEMBRA che ai religiosi non sia lecito usare vesti più vili degli
altri. Infatti:
1. Come ammonisce S. Paolo, dobbiamo
"astenerci da ogni
parvenza di male". Ora, la volgarità delle vesti ha parvenza di
male. Infatti il Signore ha detto: "Guardatevi dai falsi profeti,
che vengono a voi travestiti da pecore". E a commento di quel
passo dell'Apocalisse: "Ecco un cavallo pallido, ecc.", la Glossa
afferma: "Vedendo il diavolo che non riusciva a prevalere né
con aperte tribolazioni, né con aperte eresie, suscita falsi fratelli,
che sotto le vesti della religione si trasformano nei cavalli nero
e baio, pervertendo la fede". Dunque i religiosi non devono
usare vesti vili.
2. Scrive S.
Girolamo: "Evita le vesti scure", ossia nere,
"come quelle candide. Sono ugualmente da fuggire la ricercatezza
e la cialtroneria: poiché la prima sa di mollezza, la seconda
di vanagloria". Perciò siccome la vanagloria è un peccato più
grave della mollezza, è chiaro che i religiosi, chiamati alla perfezione,
devono evitare più le vesti vili che quelle preziose.
3. I religiosi devono attendere soprattutto ad opere di penitenza.
Ma nelle opere di penitenza, a detta del Signore, non si
devono usare segni esterni di tristezza, bensì di letizia: "Quando
digiunate non prendete un'aria malinconica come gli ipocriti... Ma tu
quando digiuni profumati il capo e lavati la faccia". E
S. Agostino spiega: "A questo proposito si deve notare che può
insinuarsi la superbia non solo nello splendore e nella pompa delle
cose materiali, ma anche nelle vesti di penitenza: ed è tanto
più pericolosa in quanto inganna sotto pretesto di religione".
Dunque è chiaro che i religiosi non devono vestirsi di abiti vili.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma:
"Andarono in giro in pelli
di pecore, e di capra", "come Elia ed altri", aggiunge la Glossa.
E nel Decreto (di Graziano) si legge: "Siano castigati coloro che
deridono quelli che vestono abiti vili e religiosi. Infatti nei tempi
antichi tutte le persone consacrate a Dio usavano vesti povere
e vili".
RISPONDO: Come dice S. Agostino, in tutte le cose esterne
"non
è peccato il loro uso, ma l'intenzione di chi ne usa". E per distinguere
la natura di tale intenzione si noti che l'abito vile e dimesso
si può considerare sotto due aspetti. Primo, in quanto è un
segno di una disposizione o di uno stato; poiché come dice la
Scrittura, "il vestito di un uomo dà conto di lui". E sotto tale
aspetto la povertà dell'abito è talora segno di dolore. Infatti le
persone che sono nel dolore sogliono vestire dimessamente: come
al contrario nei momenti di solennità e di gioia usano vesti più
ricercate. Ecco perché i penitenti usano vesti grossolane come
fece il re (di Ninive) che "si vestì di sacco"; e Acab, il quale
"si coprì il corpo col cilicio". - Talora invece è segno di disprezzo
per le ricchezze e per il fasto. Infatti S. Girolamo scrive: "La
sporcizia delle vesti è segno della purezza dell'anima; la tonaca
vile dimostra il disprezzo del mondo. Purché l'animo non si
insuperbisca, e la bocca non contraddica l'abito". E sotto entrambi
gli aspetti ai religiosi si addice la grossolanità delle vesti:
poiché la vita religiosa è uno stato di penitenza e di disprezzo
della gloria mondana.
A manifestare poi questi sentimenti
agli altri si può essere spinti da tre motivi. Primo, per procurare la propria umiliazione:
infatti come dallo splendore delle vesti l'animo s'inorgoglisce, così
dalla loro umiltà viene portato ad umiliarsi. Infatti parlando del
re Acab il quale "aveva coperto il suo corpo col cilicio", il Signore
disse ad Elia: "Hai tu visto Acab umiliato dinanzi a me?". - Secondo,
per dare l'esempio agli altri. Ecco perché a commento
di quel testo evangelico, "Indossava un vestito di peli di cammello, ecc.",
la Glossa afferma: "Colui che predicava la penitenza,
vestiva un abito di penitenza". - Terzo, per vanagloria:
poiché a detta di S. Agostino, "anche nelle vesti di penitenza si
può nascondere la superbia". - Perciò è cosa lodevole usare
vesti vili per i due primi motivi; mentre farlo per il terzo è
cosa peccaminosa.
Inoltre si può considerare l'abito vile e trascurato come dovuto
all'avarizia e alla negligenza. E da questo lato è cosa riprovevole.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La grossolanità delle vesti
di suo non ha apparenza di male, ma piuttosto di bene, e cioè
indica disprezzo della gloria mondana. Ecco perché i cattivi
nascondono la loro malvagità sotto l'umiltà del vestito. Scrive
però S. Agostino che "le pecore non devono odiare le loro vesti,
per il fatto che spesso i lupi si nascondono in esse".
2. S. Girolamo parla in quel testo delle vesti misere che sono
portate per vanagloria.
3. Secondo l'insegnamento del Signore, gli uomini nel compiere
le opere buone non devono far nulla per apparire. Il che
avviene specialmente quando si fa qualche cosa di nuovo, o di
originale. Di qui le parole del Crisostomo: "Chi prega non faccia
niente di originale che attiri l'attenzione della gente, gridando,
battendosi il petto, o alzando le mani"; poiché la novità attira
l'attenzione. Però non ogni novità del genere è reprensibile.
Perché può esser compiuta, o bene, o male. S. Agostino infatti
scrive, che "quando volontariamente e non per necessità uno
attira l'attenzione della gente con insolito squallore e grossolanità
di vesti per un motivo religioso, si può conoscere dalle altre sue
opere, se lo fa per disprezzare il lusso superfluo, o per ambizione".
Ora, è evidente al massimo che i religiosi, portando un abito vile
in segno della loro professione, che consiste nel disprezzo del mondo,
non lo fanno per ambizione.
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