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Questione
186
I
principali elementi che costituiscono lo stato religioso
Eccoci a considerare ciò che riguarda lo stato religioso. In
proposito esamineremo quattro argomenti: primo, gli elementi
principali che costituiscono lo stato religioso; secondo, ciò che
può convenire lecitamente ai religiosi; terzo, la distinzione degli
ordini religiosi; quarto, l'entrata in religione.
Sul primo argomento si pongono dieci quesiti: 1. Se lo stato
religioso sia uno stato di perfezione; 2. Se i religiosi siano tenuti
a tutti i consigli; 3. Se per lo stato religioso si richieda la povertà
volontaria; 4. Se si richieda la castità; 5. Se si richieda l'obbedienza; 6. Se
si richieda che queste cose siano promesse con un
voto; 7. Se questi tre voti siano sufficienti; 8. Il loro confronto
reciproco; 9. Se un religioso pecchi sempre mortalmente quando
trasgredisce una prescrizione della sua regola; 10. Se, a parità
di condizioni, e nel medesimo genere di peccato, il religioso pecchi
più gravemente di un secolare.
ARTICOLO
1
Se la vita religiosa implichi uno stato di perfezione
SEMBRA che la vita religiosa non implichi uno stato di perfezione.
Infatti:
1. Ciò che è indispensabile per salvarsi non è proprio dello stato
di perfezione. Ma la religione è necessaria per salvarsi; poiché
a detta di S. Agostino, è con essa che "ci uniamo all'unico vero
Dio"; ed è ancora con essa che "eleggiamo di nuovo Dio, che
avevamo perduto con le nostre negligenze". Dunque la vita religiosa
non indica uno stato di perfezione.
2. Secondo Cicerone, la religione
"rende culto ed ossequio
alla natura divina". Ora, stando alle cose già dette, rendere a
Dio culto ed ossequio appartiene più ai ministri degli ordini sacri,
che ai vari stati di vita. Quindi la religione non indica uno stato
di perfezione.
3. Lo stato di perfezione si contrappone allo stato
degli incipienti
e a quello dei proficienti. Ma anche nella religione ci sono degli incipienti e dei proficienti. Dunque la vita religiosa non
implica uno stato di perfezione.
4. La vita religiosa è un luogo di penitenza; poiché nel Decreto
(di Graziano) si legge: "Il sacro Concilio comanda che il vescovo
il quale dalla dignità vescovile è disceso alla vita monastica e
penitenziale, non sia mai più assunto all'episcopato". Ora, lo
stato dei penitenti è il contrario dello stato di perfezione: infatti
Dionigi mette i penitenti all'ultimo posto, cioè tra "quelli che
devono purificarsi". Perciò la vita religiosa non è uno stato di
perfezione.
IN CONTRARIO: Nelle Collationes Patrum si leggono queste
parole dell'Abate Mosè: "Dobbiamo ricordare che siamo tenuti
ad abbracciare l'inedia dei digiuni, le veglie, i travagli, la nudità
del corpo, le letture e tutte le altre virtù, per poter salire con questi
gradini alla perfezione della carità". Ora, quanto si riferisce agli
atti umani riceve specie e nome dal fine cui tende. Dunque i
religiosi rientrano in uno stato di perfezione.
Inoltre Dionigi afferma, che
"i servi di Dio si uniscono all'amabile
perfezione mediante il culto e il servizio di Dio".
RISPONDO: Come abbiamo già notato ciò che pure è comune
a più cose per antonomasia viene attribuito a quella cui conviene
per eccellenza: la fortezza, p. es., viene attribuita a quella virtù
che custodisce la fermezza dell'animo nei casi più difficili; e la
temperanza costituisce il nome di quella virtù che tempera, o modera
i piaceri più violenti. Ora, la religione, come sopra abbiamo
spiegato, è la virtù con la quale si offre qualche cosa per il culto
e il servizio di Dio. Perciò si dicono religiosi per antonomasia
coloro che si consacrano totalmente al divino servizio, offrendosi
a Dio come in olocausto. Di qui le parole di S. Gregorio: "Ci
sono alcuni che non si riservano niente per sé; ma immolano
a Dio onnipotente il pensiero, la lingua, la vita e tutti i beni ricevuti".
Ora, la perfezione dell'uomo consiste nell'unione totale
con Dio, come sopra abbiamo visto. Quindi la vita religiosa sta
a indicare uno stato di perfezione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Offrire qualche cosa al culto
di Dio è necessario per salvarsi: ma che uno si consacri totalmente
al culto divino è proprio della perfezione.
2. Come abbiamo già visto trattando della virtù di religione,
a questa virtù non solo appartengono le offerte di sacrifici e altri
atti propri della religione, ma anche gli atti di ogni altra virtù;
in quanto vengono fatti a onore e a servizio di Dio, diventando
così atti di religione. Per questo se uno dedica tutta la sua vita
al servizio di Dio, tutta la sua vita appartiene alla religione. E
in tal senso quelli che sono nello stato di perfezione sono detti
religiosi, per la vita religiosa che essi conducono.
3. La vita religiosa, come abbiamo accennato, sta a indicare
uno stato di perfezione per il fine cui tende. Perciò non è necessario
che chi è in religione sia già perfetto; ma che tenda alla
perfezione. Ecco perché Origene, a proposito di quel passo evangelico: "Se vuoi
essere perfetto, ecc.", nota che "colui il quale
ha abbandonato le ricchezze con la povertà per essere perfetto,
non diventa del tutto perfetto nel momento in cui dà i suoi beni
ai poveri: ma da quel giorno la contemplazione di Dio comincia
a disporlo ad ogni virtù". Ed ecco perché nella vita religiosa non
tutti sono perfetti, ma alcuni sono incipienti ed altri proficienti.
4. Lo stato religioso fu istituito principalmente per acquistare
la perfezione, mediante pratiche atte a eliminare gli ostacoli che
si oppongono alla carità perfetta. Ma eliminando detti ostacoli,
anche più radicalmente vengono escluse le occasioni del peccato,
che distrugge totalmente la carità. Ora avendo i penitenti il
compito di togliere le cause dei peccati, ne segue che lo stato religioso è
quello più indicato per far penitenza. Infatti nel Decreto
(di Graziano) si consiglia di entrare in monastero a uno che abbia
ucciso la moglie, dicendo che si tratta di "cosa migliore e più facile" della penitenza pubblica, fatta rimanendo nel secolo.
ARTICOLO
2
Se ogni religioso sia tenuto a osservare tutti i consigli
SEMBRA che
ogni religioso sia tenuto a osservare tutti i consigli.
Infatti:
1. Chi professa uno stato di vita è tenuto agli obblighi propri
di tale stato. Ora, qualsiasi religioso professa lo stato di perfezione.
Dunque qualsiasi religioso è tenuto a tutti i consigli che
sono propri dello stato di perfezione.
2. S. Gregorio afferma, che
"chi abbandona il secolo e compie
il bene che può fare, somiglia a chi, dopo aver lasciato l'Egitto,
sacrifica nel deserto". Ma abbandonare il secolo è proprio dei
religiosi. Perciò è anche loro dovere speciale compiere tutto il
bene che possono. E quindi ciascuno di loro è tenuto a osservare
tutti i consigli.
3. Se lo stato di perfezione non esige che si osservino tutti i
consigli, basterà che se ne osservino solo alcuni. Ma questo è
falso: perché nella vita secolare sono molti quelli che osservano
alcuni consigli, com'è evidente per la continenza. Perciò tutti
i religiosi, che sono in stato di perfezione, son tenuti a tutto ciò
che è proprio della perfezione, e quindi a tutti i consigli.
IN CONTRARIO: Nessuno è tenuto alle opere supererogatorie,
se non per un'obbligazione personale. Ora, ciascun religioso si
obbliga a determinate cose: chi a queste, e chi a quelle. Dunque
non tutti sono tenuti a tutte.
RISPONDO: Una cosa può appartenere alla perfezione in tre maniere.
Primo, in maniera essenziale. Appartiene così alla perfezione,
come sopra abbiamo visto, la perfetta osservanza dei
precetti della carità. - Secondo, una cosa può appartenere alla
perfezione come conseguenza, cioè come atto derivante dalla
perfezione della carità: è il caso di chi essendo maledetto benedice,
e compie così altre opere del genere. I quali atti, sebbene siano di precetto come predisposizioni d'animo, in quanto c'é
l'obbligo di compierli quando la necessità lo esige, tuttavia la
loro esecuzione fuori dei casi di necessità si deve alla sovreminenza
della carità. - Terzo, una cosa può appartenere alla perfezione
in maniera strumentale e dispositiva: come la povertà, la castità,
l'astinenza, e altre cose del genere.
Ora, sopra noi abbiamo detto che la perfezione della carità è
il fine dello stato religioso: e lo stato religioso è come un tirocinio,
o esercizio per giungere alla perfezione. Ma a tale scopo i vari
gruppi cercano di giungere con esercizi diversi: come un medico
per guarire un malato può usare diversi medicamenti. È evidente
però che chi agisce in vista di un fine non è detto che lo
abbia già raggiunto: ma si richiede che tenda verso di esso attraverso
una qualche via. Perciò chi abbraccia lo stato religioso non
è tenuto ad avere la carità perfetta, ma solo a tendere e ad agire
per averla. - Per lo stesso motivo egli non è tenuto a compiere
quanto deriva come conseguenza dalla perfezione della carità:
è tenuto però a desiderare di compierlo, il che è incompatibile
col disprezzo. Perciò egli non pecca se non l'osserva; ma solo
se lo disprezza. - Parimente egli non è tenuto a tutte le pratiche
escogitate per giungere alla perfezione: ma solo a quelle determinate
dalla regola che ha professato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi entra in religione non
professa di essere perfetto, ma di impiegarsi a raggiungere la
perfezione: come chi va a scuola non professa di sapere, ma si
professa studente per acquistare la scienza. S. Agostino racconta
in proposito che Pitagora non volle chiamarsi sapiente, ma "amante
della sapienza". Perciò il religioso non contraddice la sua professione
se non è perfetto: ma solo se trascura di tendere alla perfezione.
2. Come tutti son tenuti ad
amare Dio con tutto il cuore, e
tuttavia c'è una totalità che non si può trascurare senza peccato
mentre c'è una totalità che si può trascurare senza peccato, purché, come abbiamo già notato, non ci sia il disprezzo; così tutti,
sia religiosi che secolari, son tenuti a fare tutto il bene che possono; poiché a tutti sono rivolte le parole della Scrittura:
"Tutto
quello che la tua mano può fare, fallo prontamente"; c'è però
un limite nell'adempimento di questo precetto, per cui si evita il
peccato, facendo cioè quello che si può fare secondo la condizione
del proprio stato; purché non ci sia verso il meglio quel disprezzo
che chiude l'animo al progresso spirituale.
3. L'inosservanza di certi consigli assorbe tutta la vita nelle
faccende secolaresche: è questo il caso dei possessi personali, del
matrimonio o di altre cose del genere, che sono incompatibili con
gli obblighi essenziali della vita religiosa. Perciò i religiosi son
tenuti a osservare tutti questi consigli. Ma ce ne sono altri che
riguardano atti migliori particolari, i quali possono non essere
osservati, senza che la vita di un uomo sia assorbita dalle faccende
secolaresche. E quindi non è necessario che i religiosi siano
obbligati a tutti questi consigli.
ARTICOLO
3
Se per la perfezione religiosa si richieda la povertà
SEMBRA che la povertà non sia indispensabile per la perfezione
religiosa. Infatti:
1. Non può essere richiesto per lo stato di perfezione ciò che
è illecito. Ora, non è lecito che l'uomo lasci tutti i suoi beni;
infatti l'Apostolo così insegna ai fedeli riguardo al modo di fare
l'elemosina: "Se vi è la pronta volontà, è bene accetta secondo
che uno ha", - "cioè in modo da ritenere il necessario"; e
aggiunge: "Non si tratta di dare ad altri sollievo e a voi afflizione",
"cioè povertà", spiega la Glossa. E a proposito di quell'altro testo
paolino, "Avendo da mangiare e da vestire...", la Glossa
commenta: "Sebbene niente si sia portato in questo mondo, e niente
si sia per togliere da esso, tuttavia non sono da disprezzarsi del
tutto i beni temporali". Dunque la povertà volontaria non è
indispensabile per la perfezione religiosa.
2. Chi si espone al pericolo fa peccato. Ma chi, lasciati tutti
i suoi beni, pratica la povertà volontaria si espone al pericolo:
sia al pericolo spirituale, poiché nella Scrittura si legge: "Affinché...
spinto dal bisogno non rubi, e non imprechi al nome del mio
Dio", e ancora: "Per la miseria peccaron molti"; sia al pericolo
corporale, poiché sta scritto: "Come protegge la sapienza, protegge
anche il danaro". E il Filosofo afferma, che "La perdita
delle ricchezze è come la perdita dell'uomo stesso, perché con
esse egli si sostenta". Dunque la povertà volontaria non è richiesta
per la perfezione della vita religiosa.
3. La virtù consiste in un giusto mezzo, come insegna Aristotele.
Invece chi abbandona tutto con la povertà volontaria non
sta nel giusto mezzo, ma va piuttosto a un estremo. Egli quindi
non agisce in maniera virtuosa. Dunque ciò non appartiene alla
perfezione della vita.
4. L'ultima perfezione dell'uomo consiste nella beatitudine. Ora,
le ricchezze contribuiscono alla beatitudine; poiché nella Scrittura
si legge: "Beato il ricco che è trovato senza macchia". E il
Filosofo insegna che le ricchezze servono "organicamente", ossia
strumentalmente, alla felicità. Dunque la povertà volontaria non
è richiesta dalla perfezione della vita religiosa.
5. Lo stato episcopale è più perfetto dello stato religioso. Ma
i vescovi possono possedere, come sopra abbiamo visto. Quindi
anche i religiosi.
6. Fare l'elemosina è un'opera graditissima a Dio: anzi, a
detta del Crisostomo, "essa è il rimedio più efficace nella penitenza".
Ora, la povertà impedisce l'elargizione dell'elemosina.
Dunque la povertà non è richiesta dalla perfezione della vita
religiosa.
IN CONTRARIO: S. Gregorio scrive:
"Ci sono dei giusti i quali si
preparano a scalare la cima della perfezione abbandonando tutti
i beni esterni, per il desiderio dei beni interiori tanto più eccelsi".
Ora, disporsi a salire la vetta della perfezione è proprio dei religiosi,
come sopra abbiamo detto. Dunque è indispensabile per
essi abbandonare tutti i beni esterni con la povertà volontaria.
RISPONDO: Lo stato religioso, come abbiamo già detto, è un
esercizio o tirocinio per giungere alla perfezione della carità. E
per questo è indispensabile che uno distolga totalmente il proprio
affetto dalle cose del mondo. Ecco infatti come S. Agostino
si rivolge a Dio: "Poco ti ama chi ama con te qualche cosa che
non ama per te". E altrove egli dice che "è nutrimento della
carità la diminuzione della cupidigia; e sua perfezione l'assenza
di ogni cupidigia". Ma per il fatto che si possiedono i beni terreni,
l'animo si lascia invischiare da essi. Scrive infatti S. Agostino
che "i beni terreni posseduti sono più amati di quelli che
sono desiderati. E in verità perché quel giovane si allontanò triste, se non perché aveva grandi ricchezze? Poiché altra cosa
è non voler incorporare ciò che non si ha, e altra dover svellere ciò
che è incorporato: quello infatti è un elemento estraneo che si
ripudia, questo è come un membro che si recide". E il Crisostomo
afferma, che "il possesso delle ricchezze accende una fiamma
più grande, e la cupidigia si fa più violenta". Ecco quindi che
per acquistare la perfezione della carità è indispensabile come
primo fondamento la povertà volontaria, per cui si vive senza
alcuna proprietà personale, secondo le parole del Signore: "Se
vuoi essere perfetto, va', vendi quanto hai e dallo ai poveri, e
poi vieni e seguimi".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come spiega bene la Glossa,
"L'Apostolo scrisse quelle parole ("non si tratta di dare
afflizione
a voi...") non per indicare ciò che era più perfetto: ma, temendo
per i deboli nella fede, esorta a dare in modo da non esporsi al bisogno". - Così l'altro testo della Glossa non va inteso nel senso
che è proibito disfarsi di tutti i beni temporali: ma nel senso
che ciò non è indispensabile in modo assoluto.
Di qui le parole di S. Agostino:
"Il Signore non vuole", per
necessità di precetto, "che le ricchezze siano date tutte in una
volta, ma che siano distribuite: a meno che uno non voglia imitare
Eliseo, il quale uccise i suoi buoi, e sfamò i poveri con le sue
sostanze, per liberarsi da ogni cura domestica".
2. Chi abbandona ogni cosa per Cristo non si espone a nessun
pericolo, né spirituale né corporale. Dalla povertà infatti deriva
un pericolo spirituale quando essa non è volontaria: perché l'uomo
cade in molti peccati per il desiderio di arricchire, che è proprio
dei poveri involontari; secondo le parole di S. Paolo: "Quelli
che vogliono arricchire cadono nella tentazione e nel laccio del
diavolo". Ma questa brama viene deposta da coloro che abbracciano
la povertà volontaria: mentre domina in coloro che possiedono
le ricchezze, com'è evidente da quanto si è detto.
E neppure esiste un pericolo corporale per coloro che abbandonano
tutto per seguire Cristo, perché si affidano alla divina provvidenza.
Di qui le parole di S. Agostino: "Chi cerca il regno di
Dio e la sua giustizia non deve avere la preoccupazione che gli
manchi il necessario".
3. Il giusto mezzo della virtù va misurato, a detta del Filosofo,
"secondo la retta ragione", e non materialmente. Perciò quanto
secondo la retta ragione merita d'esser fatto, non è peccaminoso
per la sua grandezza, ma è semmai più virtuoso. Ora, sarebbe
certo contro la retta ragione, se uno sperperasse tutti i suoi beni
nei bagordi, o senza utilità. Ma che uno si disfaccia delle ricchezze
per attendere alla contemplazione della sapienza è secondo la
retta ragione: e si legge che così han fatto anche alcuni filosofi.
Scrive infatti S. Girolamo: "Il tebano Cratete, che un tempo
era ricchissimo, dirigendosi verso Atene per attendere alla filosofia,
gettò via una gran quantità d'oro, pensando di non poter possedere
insieme la virtù e la ricchezza". Molto più dunque è conforme
alla retta ragione che uno abbandoni ogni cosa per seguire perfettamente
Cristo. Di qui l'esortazione di S. Girolamo: "Segui
nudo Cristo nudo".
4. Ci sono due tipi di beatitudine, o felicità: la prima è la felicità
perfetta che attendiamo nella vita futura; la seconda è imperfetta,
ed è quella per cui chiamiamo felici alcuni uomini in
questa vita. Ora, la felicità della vita presente, come spiega il
Filosofo, è anch'essa di due specie: la prima è propria della vita
attiva, la seconda accompagna la vita contemplativa. Ebbene,
alla felicità della vita attiva, che si esplica nelle azioni esterne,
cooperano strumentalmente anche le ricchezze, come scrive il
Filosofo: "Noi compiamo molte cose per mezzo degli amici, delle
ricchezze, e del potere civile, come servendoci di strumenti".
Esse però non giovano molto nella vita contemplativa: ma sono
piuttosto d'impedimento, poiché con le loro preoccupazioni disturbano
la quiete dell'animo, che è sommamente necessaria ai contemplativi. Ecco perché il Filosofo
scrive, che "per l'azione si
richiedono molte cose; ma per la speculazione niente di tutto questo", cioè dei beni esterni,
"è necessario; anzi è d'impedimento
alla speculazione".
Alla beatitudine futura poi l'uomo viene ordinato dalla carità.
E poiché la povertà volontaria è un tirocinio efficace per giungere
alla perfetta carità, essa è un mezzo importante per conseguire
la celeste beatitudine. Di qui le parole del Signore: "Va', vendi
quanto hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo". Invece
le ricchezze che si possiedono di suo tendono a impedire la perfezione
della carità, principalmente con l'attaccamento e la dissipazione
dell'animo. Infatti nel Vangelo si legge, che "le sollecitudini
del secolo e la seduzione delle ricchezze soffocano la parola
di Dio"; poiché, come dice S. Gregorio, "non permettendo ai
desideri buoni di entrare nel cuore, chiudono la via alla linfa vitale".
Perciò è difficile conservare la carità in mezzo alle ricchezze.
Infatti il Signore afferma, che "un ricco difficilmente
entrerà nel regno dei cieli". Il che è da intendersi di chi possiede
attualmente le ricchezze: poiché riguardo a chi mette il suo affetto
nelle ricchezze egli dice che è addirittura impossibile, stando
alla spiegazione che il Crisostomo dà di quelle parole: "È più
facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per
un ricco entrare nel regno dei cieli".
Perciò è detto beato non il ricco in generale, ma quello
"che è
trovato senza macchia, e che dietro all'oro non è andato". E
questo perché si tratta di una cosa difficile; il testo infatti
continua: "Chi è costui, e lo proclameremo beato? Perché ha fatto
meraviglie in vita sua"; è stato cioè tra le ricchezze, senza amare
la ricchezza.
5. Lo stato dei vescovi non è ordinato ad acquistare la perfezione,
bensì a governare gli altri con la perfezione ormai raggiunta,
amministrando non solo i beni spirituali, ma anche quelli
materiali. E questo è un compito della vita attiva in cui capitano
molte cose da compiersi servendosi delle ricchezze, come abbiamo
notato sopra. Perciò dai vescovi che hanno il compito di governare
il gregge di Cristo non si esige la rinunzia alla proprietà,
come si esige dai religiosi, i quali sono impegnati nell'acquisto
della perfezione.
6. La rinunzia ai propri beni sta all'elemosina come l'universale
sta al particolare, o come l'olocausto al sacrificio. Ecco perché
S. Gregorio afferma, che "coloro i quali soccorrono i poveri mediante
il frutto dei loro averi, con il bene che fanno offrono un
sacrificio, perché immolano a Dio qualche cosa, riservandosi una
parte: quelli invece che non si riservano nulla offrono un olocausto,
che è più del sacrificio". Di qui le parole di S. Girolamo
contro Vigilanzio: "Quando egli afferma che fanno un'opera
migliore quelli che usano dei loro beni e spartiscono ai poveri
il frutto dei loro averi, la risposta non la riceve da me, ma da
Dio: "Se vuoi essere perfetto..."". E continua: "Questo che
tu lodi è non il primo, ma il secondo, o il terzo grado: che anche
noi accettiamo, purché si riconosca che il primo va preferito al
secondo e al terzo". Perciò combattendo l'errore di Vigilanzio
egli dichiara: "È cosa buona fare elemosine ai poveri: è però
cosa migliore dare tutto in una volta per seguire il Signore, e,
liberi da ogni preoccupazione, esser poveri con Cristo".
ARTICOLO 4
Se la perfezione religiosa richieda la perpetua continenza
SEMBRA che la perfezione dello stato religioso non richieda la
continenza perpetua. Infatti:
1. Tutta la perfezione della vita cristiana è incominciata dagli
Apostoli di Cristo. Ma sembra che gli Apostoli non abbiano praticato
la continenza: com'è evidente nel caso di S. Pietro, il
quale, come dice il Vangelo, aveva la suocera. Dunque per la
perfezione dello stato religioso non si richiede la continenza perpetua.
2. Il primo modello di perfezione noi lo troviamo in Abramo,
al quale fu detto dal Signore: "Cammina alla mia presenza, e
sii perfetto". Ora, la copia non è necessario che sia superiore al
modello. Perciò la perfezione dello stato religioso non esige la
continenza perpetua.
3. Ciò che è richiesto per la perfezione dello stato religioso deve
riscontrarsi in ogni religione. Ci sono invece dei religiosi che fanno
vita coniugale. Dunque la perfezione religiosa non esige la castità
perfetta.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive:
"Purifichiamoci da ogni
contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione
nel timore di Dio". Ora, la purezza della carne e dello
spirito si custodisce mediante la continenza; poiché sta scritto: "La donna non maritata e la vergine si
danno pensiero delle cose
del Signore, volendo esser sante e di corpo e di spirito". Quindi
la perfezione religiosa richiede la continenza.
RISPONDO: Lo stato religioso esige l'eliminazione di quanto
impedisce all'uomo di attendere interamente al servizio di Dio.
Ora, l'uso della copula carnale in due modi distoglie l'animo dall'applicarsi
totalmente al servizio di Dio. Primo, per la violenza
del piacere: il cui frequente godimento accresce la concupiscenza,
come nota anche il Filosofo. Ecco perché l'uso dei piaceri venerei
distoglie l'anima dal suo impegno totale di tendere a Dio. Di
qui le parole di S. Agostino: "Penso che per espugnare un animo
virile niente sia più efficace delle carezze di una donna, e di quel
contatto carnale, indispensabile nella vita coniugale".
Secondo, per le preoccupazioni che esso implica con il governo
della moglie, dei figliuoli, e dei beni temporali necessari al loro
sostentamento. Scrive infatti l'Apostolo, che "chi è celibe si
preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere a Dio: chi
invece è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere
alla moglie".
Dunque la perfezione religiosa richiede la continenza perpetua,
come esige la povertà volontaria. Perciò come fu condannato
Vigilanzio, il quale mise la ricchezza alla pari della povertà; così
fu condannato Gioviniano, il quale equiparò il matrimonio alla
verginità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non solo la perfezione della
povertà ma anche quella della continenza ebbe inizio da Cristo,
il quale disse: "Ci sono degli eunuchi che si son fatti eunuchi da
sé in vista del regno dei cieli" e aggiunse: "Chi può comprendere,
comprenda". Ma per non togliere a nessuno la speranza di raggiungere
la perfezione, egli chiamò allo stato di perfezione anche
quelli già sposati. Però non si poteva evitare un'ingiustizia, se
i mariti avessero abbandonato le loro mogli: mentre non c'era
ingiustizia nell'abbandonare le ricchezze. Ecco perché il Signore
non separò dalla moglie S. Pietro, che trovò già sposato. Egli
però "distolse dalle nozze" Giovanni, "che voleva sposarsi".
2. Come dice S. Agostino,
"la castità dei celibi è superiore a
quella degli sposati; e di esse Abramo praticò solo la seconda,
pur avendo l'abito di entrambe. Visse infatti nella castità coniugale,
però avrebbe potuto viver casto nel celibato; ma allora non
era opportuno". Tuttavia per il fatto che gli antichi Patriarchi
per la loro grande virtù avevano la perfezione spirituale nonostante
le ricchezze e il matrimonio, le anime più inferme non devono
presumere di avere tanta virtù da raggiungere la perfezione usando
le ricchezze e il matrimonio: come nessuno presume di affrontare
inerme dei nemici, per il fatto che Sansone uccise molti nemici
con la mandibola di un asino. Infatti se allora fosse stato
il momento di osservare la continenza e la povertà, gli antichi
Patriarchi l'avrebbero osservata scrupolosamente.
3. Quei generi di vita, nei quali si permette di usare il matrimonio,
assolutamente parlando non sono istituti religiosi: ma lo
sono in senso lato, in quanto usano certe pratiche, le quali sono
proprie dello stato religioso.
ARTICOLO 5
Se la perfezione religiosa richieda l'obbedienza
SEMBRA che la perfezione religiosa non richieda l'obbedienza.
Infatti:
1. Alla perfezione religiosa appartengono le opere supererogatorie,
alle quali non tutti sono tenuti. Ma a ubbidire ai propri
superiori son tenuti tutti, stando a quelle parole dell'Apostolo: "Ubbidite ai vostri capi e siate loro
sottomessi". Dunque l'obbedienza
non è tra i requisiti della perfezione religiosa.
2. L'obbedienza si addice a quelli che devono essere governati
dal senno altrui, ossia agli scriteriati. Mentre l'Apostolo afferma,
che "il cibo dei perfetti è quello solido, avendo essi esercitato per
la pratica il discernimento del bene e del male". Perciò l'obbedienza
non si addice allo stato di perfezione.
3. Se alla perfezione religiosa si richiedesse l'obbedienza, bisognerebbe
che questa si addicesse a tutti i religiosi. Invece a
tutti non si addice: perché ci sono dei solitari, che non hanno
dei superiori cui ubbidire. E del resto anche i prelati degli istituti
religiosi non son tenuti all'obbedienza. Dunque l'obbedienza non
è richiesta dalla perfezione religiosa.
4. Se il voto di obbedienza fosse richiesto dalla vita religiosa,
i religiosi sarebbero tenuti a ubbidire in tutto ai loro prelati:
come col voto di castità son tenuti ad astenersi da ogni piacere
venereo. Ora, essi non son tenuti a ubbidirli in tutto, come abbiamo
dimostrato sopra nel trattare della virtù dell'obbedienza.
Quindi per la vita religiosa non si richiede il voto di obbedienza.
5. Il servizio più gradito a Dio è quello prestato spontaneamente
e non per necessità, come ammonisce l'Apostolo: "Non
con rincrescimento, né per forza...". Ora, le cose fatte per obbedienza
son fatte in forza del precetto. Perciò sono più lodevoli
le opere buone fatte spontaneamente. E quindi il voto di obbedienza
non si addice alla vita religiosa, con la quale si tende alle
opere migliori.
IN CONTRARIO: La perfezione religiosa consiste soprattutto
nell'imitazione di Cristo, secondo le sue stesse parole: "Se vuoi
essere perfetto, va', vendi quanto hai e dallo ai poveri, poi vieni
e seguimi". Ma la cosa più magnificata in Cristo è l'obbedienza,
come nota S. Paolo: "Si è fatto obbediente sino alla morte".
Dunque l'obbedienza è un requisito della perfezione religiosa.
RISPONDO: Lo stato religioso, come abbiamo notato, è un
tirocinio, o esercizio per raggiungere la perfezione. Ora, chi viene
istruito o esercitato per il conseguimento di un fine, bisogna che
segua la direzione di qualcuno, da cui dipenda nell'istruzione e
nell'esercizio, come un discepolo dal maestro. Perciò è necessario
che i religiosi, in quel che riguarda la vita religiosa, stiano soggetti
all'istruzione e al comando di qualcuno. Nei canoni infatti si
legge: "La vita monastica dice vita di sottomissione e di tirocinio". Ora il comando e l'istruzione si subiscono mediante l'obbedienza.
Dunque l'obbedienza è tra i requisiti della perfezione religiosa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ubbidire ai prelati in quello
che è indispensabile per la virtù non è opera supererogatoria, bensì
un dovere per tutti; ma ubbidire negli esercizi della perfezione
è proprio dei religiosi. E questo secondo tipo di obbedienza sta
alla precedente come l'universale sta al particolare. Poiché chi
vive nel secolo, nel sacrificio che fa a Dio con l'ubbidire ai prelati,
si riserva qualche cosa. Quelli invece che vivono nella religione
offrono totalmente se stessi e le loro cose a Dio, come già abbiamo
detto. Cosicché la loro obbedienza è universale.
2. Come dice il Filosofo, con l'esercizio gli uomini acquistano
gli abiti; acquisiti i quali, si possono compiere i medesimi atti
con la massima facilità. Perciò quelli non ancora perfetti con
l'ubbidire acquistano la perfezione. Mentre quelli che l'hanno
raggiunta sono più pronti all'obbedienza: non perché han bisogno
di essere guidati nell'acquisto della perfezione; ma per mantenersi
in esercizio.
3. La dipendenza dei religiosi va
intesa principalmente rispetto
ai vescovi, che stanno ad essi come i perfezionatori rispetto ai
soggetti da perfezionare, secondo l'insegnamento di Dionigi, il
quale aggiunge, che "l'ordine monastico è soggetto all'influsso
perfezionante dei vescovi, ed è istruito dalle loro divine illuminazioni".
Quindi dall'obbedienza dei vescovi non sono sottratti
neppure gli eremiti e i prelati religiosi. E anche se in tutto, o in
parte essi sono esenti, tuttavia sono tenuti all'obbedienza verso
il Sommo Pontefice, non solo nelle disposizioni generali, ma anche
in quelle riguardanti particolarmente la disciplina religiosa.
4. Il voto religioso di obbedienza si estende a tutta la condotta
della vita umana. Per questo esso ha una certa universalità:
sebbene non si estenda a tutti e singoli gli atti; alcuni perché non
interessano la vita religiosa, poiché non riguardano l'amore di Dio
o del prossimo, come il grattarsi la barba, o raccogliere una pagliuzza,
e quindi non sono oggetto di voto o di obbedienza; e
altri perché sono contrari alla vita religiosa. Ma non è possibile
fare un confronto con il voto di castità, il quale esclude atti del
tutto contrari alla perfezione religiosa.
5. La necessità di coazione rende l'atto involontario, e quindi
indegno di lode e di merito. Ma la necessità che accompagna
l'obbedienza non è una necessità dovuta a coazione, bensì alla
libera volontà, in quanto l'uomo vuole ubbidire: sebbene forse
egli di suo non si sentirebbe di compiere ciò che gli è comandato.
Perciò, siccome l'uomo si sottomette per amor di Dio, mediante
il voto di obbedienza, alla necessità di fare cose che di suo non
gli piacciono, per ciò stesso le cose che egli fa sono più gradite
a Dio, anche se sono meno eccellenti: poiché l'uomo non può
dare a Dio niente di più grande che il sottomettersi per lui alla
volontà di un altro. Infatti nelle Collationes Patrum si legge,
che "i monaci più scadenti sono i Sarabaiti, i quali, preoccupati
delle loro necessità, e liberi dal giogo degli anziani, son liberi di
fare quello che vogliono: sebbene essi si logorino nel lavoro di
giorno e di notte più di quelli che vivono in un monastero".
ARTICOLO 6
Se la perfezione religiosa richieda che
povertà, castità e obbedienza siano consacrate dal voto
SEMBRA che la perfezione religiosa non richieda che le tre cose
suddette, cioè povertà, castità e obbedienza, siano consacrate dal
voto. Infatti:
1. Il modo di avviarsi alla perfezione deriva dall'insegnamento
del Signore. Ora, il Signore nel dare il programma della perfezione,
disse soltanto: "Se vuoi esser perfetto, va', vendi quanto
hai e dallo ai poveri", senza accennare affatto a un voto. Dunque
il voto non è richiesto per il tirocinio della vita religiosa.
2. Il voto consiste in una promessa fatta a Dio; ecco perché
il Savio, dopo aver detto, "Se hai fatto un voto a Dio, non tardare
a compierlo", subito aggiunge: "Perché dispiace a lui la
promessa infedele e stolta". Ma quando la cosa si dà, non si
richiede la promessa. Dunque per la perfezione religiosa basta
che uno osservi povertà, castità e obbedienza, senza bisogno di
un voto.
3. Scrive S. Agostino:
"Tra i nostri servizi i più graditi sono
quelli che, pur essendo lecito non prestare, offriamo tuttavia per amore". Ma le cose che si fanno senza voto è lecito non prestarle;
mentre quelle che si fanno con voto siamo tenuti a farle.
Perciò sarebbe più gradito a Dio che uno osservasse la povertà,
la castità e l'obbedienza, senza farne voto. E quindi il voto non
è richiesto dalla perfezione religiosa.
IN CONTRARIO: Nell'antica legge i Nazarei si santificavano con
un voto, come si legge nella Scrittura: "L'uomo o la donna che
abbian fatto voto di santificarsi, ed abbian voluto consacrarsi
al Signore, ecc.". Ora, essi prefiguravano, come spiega S. Gregorio,
quelli che "raggiungono la vetta della perfezione". Dunque
il voto è richiesto dallo stato di perfezione.
RISPONDO: È proprio dei religiosi, come abbiamo visto, essere
in uno stato di perfezione. Ora, lo stato di perfezione richiede
l'obbligo rispetto alle pratiche della perfezione. E tale obbligo
si contrae con Dio mediante il voto. Ma da quanto abbiamo
detto è evidente che la povertà, la castità e l'obbedienza sono
requisiti della perfezione cristiana. Dunque lo stato religioso esige
che ci si obblighi con voto a queste tre cose. Di qui le parole di
S. Gregorio: "Quando uno promette a Dio onnipotente tutto
il suo avere, tutta la sua vita e tutti i suoi gusti, compie un olocausto"; e aggiunge che ciò è proprio di coloro,
"che abbandonano
il mondo".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore ha detto che la
perfezione consiste nel seguirlo non in una maniera qualsiasi,
ma col proposito di non tornare indietro: "Chi dopo aver messo
mano all'aratro volge indietro lo sguardo, non è adatto al regno
di Dio". E sebbene alcuni dei suoi discepoli siano tornati indietro,
Pietro al Signore che domandava: "Ve ne volete andare
anche voi?", rispose anche a nome degli altri: "Signore, da
chi andremo?...". E S. Agostino ha scritto, che "come narrano
S. Matteo e S. Marco, Pietro e Andrea lo seguirono, dopo aver
portato le navi alla riva; non per ritornare, ma per seguire chi
aveva loro rivolto il comando". Ora, questa stabilità nella sequela
di Cristo viene assicurata dal voto. Perciò il voto è richiesto
dalla perfezione della vita religiosa.
2. A detta di S. Gregorio, la perfezione religiosa richiede che
si offra a Dio "tutta la propria vita". Ma l'uomo non può offrire
a Dio la propria vita tutta in una volta; perché essa non esiste
tutta insieme, bensì in fasi successive. Quindi l'uomo può offrire
a Dio tutta la vita solo con l'obbligazione dei voti.
3. Tra le cose che ci è lecito non prestare c'è anche la propria
libertà, che per un uomo è la cosa più cara. Perciò quando uno
spontaneamente si priva con un voto della libertà di sottrarsi
alle pratiche relative al servizio di Dio, fa una cosa accettissima
al Signore. Di qui l'esortazione di S. Agostino: "Non ti rincresca
di aver fatto i voti: anzi, rallegrati perché non ti è più
lecito quello che avresti potuto fare con tuo danno. Beata questa
necessità che ti costringe a cose migliori".
ARTICOLO
7
Se sia giusto dire che in questi tre voti consiste
la perfezione religiosa
SEMBRA che non sia giusto dire che in questi tre voti consiste
la perfezione religiosa. Infatti:
1. La perfezione va cercata più negli atti interni che in quelli
esterni, secondo le parole di S. Paolo: "Il regno di Dio non è
né cibo né bevanda; ma giustizia e pace e gioia nello Spirito Santo". Ora, con i voti religiosi uno si obbliga alla pratica della
perfezione. Perciò alla religione dovrebbero appartenere più i
voti che si riferiscono agli atti interni, come la contemplazione,
e l'amore di Dio e del prossimo, che il voto di povertà, di castità
e di obbedienza, i quali riguardano atti esterni.
2. Le tre pratiche suddette sono oggetto dei voti religiosi in
quanto costituiscono un tirocinio per raggiungere la perfezione.
Ma i religiosi hanno molti altri esercizi: l'astinenza, p. es., le
veglie e altre cose del genere. Dunque non è giusto affermare
che appartengono essenzialmente allo stato religioso i tre voti
suddetti.
3. Con il voto di obbedienza uno si obbliga a fare tutto ciò
che rientra nell'esercizio della perfezione, secondo il comando dei
superiori. Dunque basta il voto di obbedienza, escludendo gli
altri due.
4. Rientrano nei beni esterni non solo le ricchezze ma anche
gli onori. Se dunque col voto di povertà i religiosi rinunziano
alle ricchezze, dovrebbe esserci anche un altro voto col quale
rinunziare agli onori del mondo.
IN CONTRARIO:
"L'osservanza della castità e
la rinunzia alla proprietà" dice il Decreto (di Graziano),
"sono inseparabili dalla
regola monastica".
RISPONDO: Lo stato religioso si può considerare sotto tre aspetti:
primo, in quanto è un tirocinio per raggiungere la perfezione
della carità; secondo, in quanto quieta l'animo dalle preoccupazioni
esterne, conforme al desiderio di S. Paolo: "Vorrei che voi
foste senza preoccupazioni"; terzo, in quanto è un olocausto, con
il quale uno offre a Dio interamente se stesso e i propri beni.
E sotto questi tre aspetti lo stato religioso risulta dai tre voti
suddetti.
Prima di tutto per un tirocinio di perfezione è indispensabile
che uno si liberi delle cose che possono impedire al suo affetto
di tendere totalmente a Dio, nella quale tendenza consiste la
perfezione della carità. E si tratta di tre cose. La prima è la
cupidigia dei beni esterni. E questa viene eliminata dal voto di
povertà. - La seconda è la concupiscenza dei piaceri sensibili,
tra i quali i più violenti sono i piaceri venerei. E questi vengono
esclusi dal voto di castità. - La terza poi è il disordine della
volontà umana. E questo viene tolto dal voto di obbedienza.
Anche il turbamento delle preoccupazioni secolaresche deriva
nell'uomo da tre cose. Primo, dall'amministrazione dei beni esterni.
E questa preoccupazione viene tolta dal voto di povertà. - Secondo,
dal governo della moglie e dei figliuoli. E questo viene
soppresso dal voto di castità. - Terzo, dal dover decidere della
propria condotta. E questo è eliminato con il voto di obbedienza,
per cui ci si affida alle deliberazioni di un altro.
Parimente,
"l'olocausto si ha", dice S. Gregorio, "quando uno
offre a Dio tutto ciò che possiede". Ebbene, l'uomo è in possesso
di tre beni, come nota il Filosofo. Primo, dei beni esterni.
E questi vengono offerti totalmente a Dio con la povertà volontaria. - Secondo,
dei beni del corpo. E questi vengono offerti
a Dio specialmente con il voto di castità, con cui si rinunzia ai
più grandi piaceri del corpo. - Terzo, dei beni dell'anima. Beni
questi che vengono offerti totalmente a Dio con l'obbedienza,
con la quale si offre la propria volontà, con cui l'uomo comanda
tutte le potenze e gli abiti dell'anima.
Giustamente quindi lo stato religioso risulta dai tre voti suddetti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Lo stato religioso è ordinato,
come abbiamo visto, alla perfezione della carità, cui si riallacciano
tutti gli atti interiori delle virtù, che hanno nella carità
la loro madre, secondo l'affermazione di S. Paolo: "La carità
è paziente, è benigna, ecc.". Perciò gli atti interni di virtù, cioè
di umiltà, di pazienza e simili, non sono oggetto dei voti religiosi,
perché costituiscono il fine stesso di quei voti.
2. Tutte le altre osservanze della vita religiosa sono ordinate
ai suddetti tre voti principali. Quelle infatti che mirano ad assicurare
la sussistenza, come il lavoro o la mendicità sono ordinate
alla povertà, per la cui tutela i religiosi si procurano il vitto nei
modi suddetti. - Quelle invece che son fatte per macerare il
corpo, come le veglie, i digiuni e altre cose del genere, direttamente
sono ordinate alla custodia del voto di castità. - Le altre
osservanze poi che nella vita religiosa riguardano gli atti umani,
con i quali si tende al fine di essa, cioè all'amore di Dio e del
prossimo, come la lettura, la preghiera, la cura degli infermi e
altre opere del genere, rientrano nel voto di obbedienza, che
interessa la volontà, la quale viene così a ordinare i propri atti
al fine secondo le deliberazioni di un altro. - L'abito poi si
riferisce a tutti e tre i voti, quale segno degli obblighi assunti.
Ecco perché l'abito religioso è dato o benedetto nell'atto della
professione.
3. Con l'obbedienza si offre a Dio la propria volontà, alla quale,
pur essendo soggetti tutti gli atti umani, sono però soggetti alcuni
in modo speciale ed esclusivo, vale a dire le azioni esterne: le
passioni, infatti, appartengono anche all'appetito sensitivo. Ecco
perché per reprimere le passioni relative ai piaceri carnali e ai
beni esterni, le quali ostacolano la perfezione, erano necessari
i voti di castità e di povertà: mentre per regolare le azioni esterne
come esige lo stato di perfezione si richiede il voto di obbedienza.
4.
L'onore, come dice il Filosofo, propriamente e realmente
non è dovuto che alla virtù: siccome però i beni esterni servono
strumentalmente a certi atti virtuosi, un certo onore ridonda anche
sulle grandi fortune; specialmente da parte del volgo, il quale
sa apprezzare solo l'esterna grandezza. All'onore quindi che si
presta a Dio e ai santi per la loro virtù, secondo le parole del
Salmista: "Oltremodo onorati sono per me i tuoi amici, o Dio",
i religiosi, che tendono alla perfezione delle virtù, non devono
rinunziare. Mentre all'onore che viene prestato alla grandezza
esteriore essi rinunziano, per il fatto stesso che abbandonano la
vita secolare. E quindi non si richiede un voto speciale per questo.
ARTICOLO
8
Se tra i voti religiosi il principale sia il voto di obbedienza
SEMBRA che tra i voti
religiosi il principale non sia il voto di
obbedienza. Infatti:
1. La perfezione della vita
religiosa ha avuto origine da Cristo.
Ora, Cristo ha dato espressamente il consiglio della povertà: ma
non risulta che abbia dato il consiglio dell'obbedienza. Perciò
il voto di povertà è superiore a quello di obbedienza.
2. Nell'Ecclesiastico si legge, che
"non c'è peso che possa bilanciare
un'anima casta". Ma il voto di una cosa migliore è più
eccellente. Dunque il voto di castità è superiore al voto di obbedienza.
3. Più un voto è superiore più è indispensabile. Ora, i voti di
povertà e di castità, dice una Decretale, "sono così connessi con
la regola monastica, da non poter essere dispensati neppure dal
Sommo Pontefice"; il quale invece ha facoltà di dispensare un
religioso dall'ubbidire al suo superiore. Quindi il voto di obbedienza è
inferiore a quelli di povertà e di castità.
IN CONTRARIO: S. Gregorio afferma:
"L'obbedienza giustamente
viene preferita ai sacrifici; poiché nel sacrificio si offrono
le carni altrui, mentre nell'obbedienza s'immola la propria volontà".
Ma i voti religiosi sono degli olocausti, come sopra abbiamo detto.
Perciò il voto di obbedienza è il principale.
RISPONDO: Il voto di obbedienza è il principale dei tre voti
religiosi. E questo per tre motivi. Primo, perché con esso si
offre a Dio un bene più grande, cioè la volontà, che è superiore
e al proprio corpo, offerto a Dio mediante la castità, e ai beni
esterni, offerti a Dio mediante il voto di povertà. Ecco perché
quanto viene compiuto per obbedienza è a Dio più gradito di
quanto viene compiuto secondo la propria volontà. Di qui l'ammonimento
di S. Girolamo al monaco Rustico: "Le mie parole
vogliono insegnarti a non affidarti al tuo arbitrio"; e aggiunge
poco dopo: "Non fare quello che vuoi: mangia quello che ti è
comandato; accetta quel che ti è concesso; vesti gli abiti che
ti danno". Infatti anche il digiuno non è gradito a Dio, se è fatto
di propria volontà, com'è evidente dalle parole di Isaia: "Ecco
nei giorni del vostro digiuno si riscontra la vostra volontà".
Secondo, il voto di obbedienza abbraccia gli altri due voti,
e non viceversa. Il religioso infatti, pur essendo tenuto a osservare
per un voto speciale la continenza e la povertà, queste
tuttavia rientrano anche nell'obbedienza; la quale abbraccia con
esse molte altre cose.
Terzo, perché il voto di obbedienza si estende propriamente ad
atti più prossimi al fine della vita religiosa. E più una cosa è
prossima al fine più è buona. Ecco perché il voto di obbedienza
è più essenziale allo stato religioso. Se uno infatti osserva anche
con voto la povertà e la castità, ma senza il voto di obbedienza,
non appartiene per questo allo stato religioso: il quale va preferito
alla stessa verginità consacrata dal voto, come afferma
S. Agostino: "Nessuno, per quanto io sappia, ha mai osato preferire
la verginità alla vita monastica".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il consiglio dell'obbedienza
è incluso nell'invito a seguire Cristo: chi infatti ubbidisce segue
la volontà altrui. E quindi esso è connesso con la perfezione più
del voto di povertà; poiché, a detta di S. Girolamo, "Pietro nel
dire: "ti abbiamo seguito", aggiunse ciò che è più perfetto".
2. Da quel testo non si può dedurre che la continenza è superiore
a tutti gli altri atti virtuosi: ma alla castità coniugale;
oppure alle ricchezze esterne di oro e di argento, che si possono
misurare a peso. - Ovvero per continenza s'intende l'astinenza
in generale, cioè da ogni peccato, come sopra abbiamo notato.
3. Il Papa non può dispensare un religioso dal voto di obbedienza,
così da renderlo indipendente da qualsiasi superiore nelle
cose relative alla perfezione religiosa: infatti non può esimerlo
dall'ubbidire a lui stesso. Tuttavia egli può esimerlo dai superiori
immediati. Ma questo non significa dispensarlo dal voto di obbedienza.
ARTICOLO
9
Se un religioso pecchi sempre mortalmente
nel trasgredire le norme della sua regola
SEMBRA che un religioso pecchi sempre mortalmente nel trasgredire
le norme della sua regola. Infatti:
1. Agire contro il voto è peccato grave, com'è evidente da
quanto dice l'Apostolo a proposito delle vedove che vogliono
risposarsi, "esponendosi alla condanna, per aver rotto la prima fede". Ora, i religiosi con i voti della perfezione si sono obbligati
alla loro regola. Dunque essi peccano mortalmente trasgredendone le norme.
2. Al religioso la regola è imposta come una legge. Ma chi
trasgredisce un precetto della legge pecca mortalmente. Quindi
il monaco che trasgredisce le cose di regola pecca mortalmente.
3. Il disprezzo implica un
peccato mortale. Ma chi ripete spesso
ciò che non deve fare mostra di peccare per disprezzo. Perciò se
un religioso trasgredisce spesso le norme della sua regola pecca
mortalmente.
IN CONTRARIO: Lo stato religioso è più sicuro della vita secolare: infatti
S. Gregorio paragona la vita secolare al mare agitato,
e la vita religiosa al porto tranquillo. Ma se qualsiasi trasgressione
delle cose di regola costituisse un peccato mortale, lo stato
religioso sarebbe pericolosissimo, per la molteplicità delle sue
osservanze. Perciò non può essere che qualsiasi trasgressione delle
cose di regola sia peccato mortale.
RISPONDO: Nella regola, come abbiamo accennato sopra, ci
sono due tipi di prescrizioni. Le une sono come il fine della regola
stessa: quelle cioè riguardanti gli atti delle virtù. E la trasgressione di esse,
relativamente a quanto è di precetto per tutti,
è peccato mortale. Relativamente invece a quanto non è di precetto per tutti,
la trasgressione non è peccato mortale, se non
interviene il disprezzo: poiché il religioso, come sopra abbiamo
visto, non è tenuto ad essere perfetto, è tenuto però a tendere
alla perfezione, il che è incompatibile con il disprezzo della perfezione
stessa.
Altre norme sono contenute nella regola come esercizi esteriori:
ed è questo il caso di tutte le osservanze esterne. Tra queste
alcune obbligano il religioso in forza dei voti della sua professione.
Ora, la professione riguarda principalmente i tre voti di povertà,
di castità e di obbedienza: mentre le altre norme sono ordinate
ad essi. Perciò la trasgressione di questi tre voti è peccato mortale.
La trasgressione invece delle altre norme non è mortale
che nei casi seguenti: o per il disprezzo della regola, perché questo
è direttamente contro la professione, con la quale uno si è impegnato
a vivere la vita regolare; o per il precetto dato oralmente dal prelato,
o espresso nella regola, perché questo sarebbe
agire contro il voto di obbedienza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi professa una regola non
si obbliga con voto a osservare tutto ciò che essa contiene: ma
si vota alla vita regolare, che essenzialmente consiste nei tre voti
suddetti. Ecco perché in alcuni istituti si ha la precauzione di
professare non la regola, ma "di vivere secondo la regola": cioè
di applicarsi a conformare la propria condotta alla regola come
a un modello. Ma questo sforzo viene eliminato dal disprezzo.
In altri istituti poi, con una cautela anche maggiore, si professa
"l'obbedienza secondo la regola", cosicché non è contro la
professione se non quanto è incompatibile con i precetti della regola.
La trasgressione invece, o l'omissione, delle altre norme è solo
peccato veniale. Si tratta infatti di cose atte a predisporre, come
abbiamo detto, alla pratica dei voti principali: ora, il peccato
veniale, l'abbiamo visto sopra, predispone al mortale, perché
impedisce le cose che dispongono ad osservare i precetti principali
della legge di Cristo, che sono i precetti della carità.
Invece in qualche istituto, e cioè nell'Ordine dei Frati Predicatori,
tale trasgressione od omissione di suo non implica un
peccato né mortale, né veniale, ma obbliga soltanto a subire la
pena tassata: poiché questi religiosi si obbligano così a queste
osservanze. Essi tuttavia potrebbero peccare venialmente o mortalmente
agendo per negligenza, per capriccio, o per disprezzo.
2. Non tutto nella legge ha valore di precetto, ma certe norme
son date come ordinazioni, oppure come disposizioni che obbligano
a una data pena: come nella legge civile la trasgressione di una
disposizione legale non sempre rende degni della pena di morte.
Così pure nelle leggi ecclesiastiche non tutte le ordinazioni e le
norme obbligano sotto peccato mortale. Lo stesso si dica per le
prescrizioni delle regole monastiche.
3. Allora soltanto uno pecca per disprezzo, quando la sua volontà
si rifiuta di sottomettersi alle prescrizioni della legge, o della
regola, e per questo agisce contro di esse. Quando invece uno
lo fa per qualche altra causa particolare, cioè perché mosso dalla
concupiscenza o dall'ira, non pecca per disprezzo, ma per qualche
altra causa: anche se ricade spesso in peccato per la medesima
causa, o per una consimile. Del resto S. Agostino stesso afferma
che non tutti i peccati sono commessi per il disprezzo della superbia.
Però la frequenza del peccato predispone al disprezzo; poiché
si legge nella Scrittura: "L'empio, quand'è giunto nel profondo
dei peccati, disprezza".
ARTICOLO
10
Se nel medesimo genere di peccato
la colpa di un religioso sia più grave di quella di un secolare
SEMBRA che nel medesimo genere di peccato la colpa di un
religioso non sia più grave di quella di un secolare. Infatti:
1. Nella Scrittura si legge:
"Il Signore nella sua bontà userà
misericordia verso tutti coloro che con tutto il cuore cercano
il Signore Dio dei padri loro, e non imputerà ad essi di non essersi
sufficientemente santificati". Ora, sembra che i religiosi
cerchino il Signore Dio dei loro padri più dei secolari, i quali solo
in parte offrono se stessi e le cose loro a Dio, riservandosene una
parte, come nota S. Gregorio. Perciò se in qualche cosa essi si
scostano dalla santità, pare che debba loro essere imputato meno
(che agli altri).
2. Per il fatto che un peccatore compie opere buone, Dio si
adira meno contro i suoi peccati; così infatti si legge nella
Scrittura: "Tu hai prestato aiuto a un empio, e ti stringesti in amicizia
con quei che odiano il Signore, perciò ti saresti meritata
l'ira del Signore; ma si son trovate in te opere buone". Ora, i
religiosi compiono opere buone più dei secolari. Dunque se fanno
dei peccati, Dio si adira di meno contro di loro.
3. La vita presente non può trascorrere senza peccati, come
dice S. Giacomo: "Tutti manchiamo in molte cose". Quindi se
i peccati dei religiosi fossero più gravi di quelli dei secolari, ne
seguirebbe che la loro condizione è peggiore di quella di chi
rimane nel mondo. E quindi non sarebbe un proposito assennato
quello di entrare in religione.
IN CONTRARIO: È giusto lamentare di più il male più grave.
Ora, i peccati che più si devono lamentare son quelli di coloro
che si trovano nello stato di santità e di perfezione; poiché in
Geremia si legge: "Mi sono sentito schiantare dentro il cuore";
e poco dopo: "Il sacerdote e il profeta si sono contaminati e
nella mia casa stessa ho trovato le loro infamie". Dunque i religiosi
e gli altri che sono in stato di perfezione, a parità di condizioni,
peccano più gravemente.
RISPONDO: In tre modi il peccato dei religiosi può essere più
grave del peccato della medesima specie commesso da un secolare.
Primo, se è contro i voti religiosi, come nel caso della fornicazione,
o del furto: poiché il religioso col fornicare va contro
il voto di castità, e rubando va contro il voto di povertà, e non
soltanto contro i comandamenti di Dio. - Secondo, se si commette
per malizia: poiché così un religioso mostra di essere più
ingrato per i benefici di Dio, da cui era stato innalzato allo stato
di perfezione. Infatti l'Apostolo afferma, che il cristiano "merita
più gravi supplizi", perché peccando "mette sotto i piedi il Figlio
di Dio" col suo disprezzo. Di qui il lamento del Signore: "Che
è questo, che il mio diletto in casa mia ha commesso tante scelleratezze". - Terzo, il peccato di un religioso può essere più
grave per lo scandalo: poiché molti guardano alla sua condotta.
Di qui il suo lamento riferito da Geremia: "Nei profeti di Gerusalemme
ho visto le nefandezze stesse degli adulteri e la strada
della menzogna; hanno avvalorato la mano dei peggiori, sì che
nessuno si converta dalla sua malvagità".
Se invece un religioso, non per disprezzo, ma per fragilità o
per ignoranza commette, senza scandalo, cioè di nascosto, un
peccato che non è contro i voti della sua professione, la sua colpa
è più leggera di quella di un secolare che fa un peccato dello
stesso genere. Poiché il suo peccato, se è veniale, è quasi sommerso
dalle molte opere buone che egli compie. E se è mortale,
risorge più facilmente. Prima di tutto perché la sua intenzione
è orientata verso Dio: e se per un momento devia, torna con
facilità alle disposizioni precedenti. Ecco perché, commentando
quell'espressione dei Salmi, "Se egli cade, non stramazzerà",
Origene ha scritto: "Quando l'iniquo pecca, non se ne pente,
ed è incapace di emendarsi. Il giusto invece sa emendarsi: colui,
p. es., che aveva detto: "Non conosco quell'uomo", poco dopo
a uno sguardo del Signore cominciò a piangere amaramente;
e quegli che da una terrazza aveva visto una donna e aveva ceduto
alla concupiscenza, seppe dire: "Ho peccato, ed ho fatto il
male al tuo cospetto"". - Inoltre il religioso è aiutato a risorgere
dai confratelli, secondo le parole della Scrittura: "Se uno
cade, lo sostiene l'altro. Ma guai a chi è solo; perché cadendo
non ha chi lo sollevi".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo parla di peccati
commessi per fragilità, o per ignoranza: non già di quelli commessi
per disprezzo.
2. Giosafat, al quale sono rivolte quelle parole, non aveva
peccato per malizia, ma per una debolezza nelle sue affezioni
umane.
3. I giusti non commettono facilmente peccati di malizia: ma
talora cadono in peccati di ignoranza, o di fragilità, dai quali
facilmente risorgono. Ma se arrivano a peccare per disprezzo,
diventano le persone più perverse e incorreggibili, secondo la
descrizione di Geremia: "Hai spezzato il mio giogo e infranto
i miei vincoli e hai detto: "Non servirò". Giacché sopra tutti
i prominenti colli e sotto tutte le frondose piante ti adagiasti meretrice". E S. Agostino ha scritto:
"Dacché ho cominciato a
servire Dio, ho sperimentato che come è ben difficile trovare uomini
più santi di quelli perfezionatisi nei monasteri, così è difficile
trovarne peggiori di quelli che nei monasteri si sono pervertiti".
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