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Questione
185
Lo
stato dei vescovi
Veniamo ora a trattare dello stato dei vescovi.
In proposito si pongono otto quesiti: 1. Se sia lecito desiderare
l'episcopato; 2. Se sia lecito ricusarlo in modo assoluto; 3. Se
all'episcopato si debbano eleggere i migliori; 4. Se un vescovo
possa farsi religioso; 5. Se gli sia lecito abbandonare fisicamente
i propri sudditi; 6. Se gli sia lecito possedere; 7. Se pecchi mortalmente non erogando ai poveri i beni della
chiesa; 8. Se i
religiosi promossi all'episcopato siano tenuti alle osservanze regolari.
ARTICOLO
1
Se sia lecito desiderare l'episcopato
Sembra che sia lecito desiderare l'episcopato. Infatti:
1. S. Paolo ha scritto:
"Se qualcuno aspira all'episcopato,
desidera un incarico buono". Ma desiderare un incarico buono
è lecito e lodevole. Dunque è cosa lodevole desiderare l'episcopato.
2. Lo stato dei vescovi è più perfetto dello stato religioso, come
sopra abbiamo visto. Ora, desiderare lo stato religioso è cosa
lodevole. Quindi è lodevole anche il desiderio di essere promosso
all'episcopato.
3. Nei Proverbi si legge:
"Chi nasconde il grano sarà maledetto
dalla gente; la benedizione invece sul capo di quei che lo vendono".
Ma chi per virtù e scienza è idoneo all'episcopato, se ad
esso si sottrae, nasconde il grano spirituale: mentre accettando
l'episcopato si mette in grado di distribuirlo. Perciò è cosa lodevole
desiderare l'episcopato, mentre è riprovevole ricusarlo.
4. I fatti dei santi raccontati dalla Scrittura ci vengono proposti
come esempi, stando alle parole di S. Paolo: "Tutto quello che
fu scritto, fu scritto per nostro ammaestramento". Ora, nella
Scrittura si legge che Isaia si offrì per predicare, che è l'ufficio
più attinente ai vescovi. Dunque desiderare l'episcopato è cosa
lodevole.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto:
"Questa preminenza,
che è indispensabile per il governo del popolo, anche se si esercita
come si deve, non è bello desiderarla".
RISPONDO: Nell'episcopato si possono distinguere tre cose. La
prima, che è principale ed ha valore di fine, è il ministero proprio
del vescovo, che mira all'utilità del prossimo, secondo il comando
evangelico: "Pasci le mie pecorelle". - La seconda è l'altezza
della dignità, essendo il vescovo superiore agli altri, conforme alle
parole del Vangelo: "Il servo fedele e prudente, che il padrone
ha messo a capo alla sua famiglia". - La terza cosa poi deriva
dalle due precedenti, ed è il rispetto e l'onore, con l'abbondanza
dei beni terreni, secondo le parole di S. Paolo: "Gli anziani che
ben governano siano fatti degni di doppio onore".
Desiderare quindi l'episcopato per questi beni accessori è chiaramente
illecito, ed è effetto della cupidigia e dell'ambizione. Di
qui le parole del Signore contro i Farisei: "Amano i primi posti
nei conviti e i primi seggi nelle sinagoghe, e i saluti nelle piazze,
e d'esser chiamati dalla gente Rabbi".
Desiderarlo per la seconda cosa, cioè per l'eccellenza del grado,
è un atto di presunzione. Così infatti il Signore rimprovera i
discepoli che cercavano i primi posti: "Voi sapete che i principi
delle nazioni le signoreggiano..."; e il Crisostomo spiega: "Egli
vuol mostrare che la brama dei primi posti è da pagani; e così
confrontandoli ai pagani volge altrove gli ardori della loro anima".
Desiderare invece di giovare al prossimo di suo è cosa lodevole
e virtuosa. Siccome però il ministero episcopale implica l'eccellenza
del grado, è un atto di presunzione desiderare il superiorato
al fine di giovare ai sudditi, senza esservi costretti da un'evidente
necessità: ecco perché S. Gregorio scrive, che "era cosa lodevole
desiderare l'episcopato, quando con esso indubbiamente si dovevano
affrontare i più grandi supplizi", e quindi non era facile trovare
chi assumesse quel peso; anche perché a ciò non si è mossi
che dallo zelo della carità infusa da Dio, come nel caso di Isaia, "il
quale desiderò lodevolmente l'ufficio di predicare, per fare del
bene al prossimo". - Tuttavia si può desiderare senza presunzione
di compiere tali ministeri, se capitasse di essere in quel dato
ufficio; oppure desiderare di essere degni di eseguire detti uffici,
in modo cioè da desiderare non la preminenza di dignità, ma le
opere buone. Di qui le parole del Crisostomo: "Desiderare le
opere buone è cosa buona: ma bramare un primato di onore è
vanità. Poiché il primato suddetto cerca coloro che lo fuggono,
e fugge coloro che lo cercano".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Gregorio,
"nel
tempo in cui l'Apostolo faceva quell'affermazione colui che era
a capo di una chiesa era il primo a subire il martirio": e quindi
nell'episcopato non si desiderava altro che le opere buone da
compiere. Ecco perché S. Agostino scrive, che l'Apostolo nel dire: "Chi aspira all'episcopato desidera un incarico buono",
"volle
chiarire che cosa è l'episcopato; poiché è un termine che dice
incarico e non onore. Infatti scopos significa attenzione. E quindi
episcopein equivale al latino superintendere (cioè sovrintendere):
cosicché è vescovo non chi vuole stare sopra gli altri, ma chi vuole
giovare ad essi". "Poiché", come aveva scritto poco sopra,
"nell'agire
in questa vita non si deve cercare l'onore o la potenza,
essendo vane tutte le cose che sono sotto il sole: ma il ministero
stesso che si esercita con tale onore o con tale potenza". Tuttavia,
come nota S. Gregorio, l'Apostolo "dopo aver lodato il desiderio
di quell'opera buona, subito ne fa oggetto di timore, aggiungendo: "È necessario che il vescovo sia irreprensibile"; come dicesse:
"Lodo il vostro desiderio, ma considerate bene quello che cercate"".
2. Desiderare lo stato episcopale non è come desiderare lo stato
religioso, per due motivi. Primo, perché l'episcopato presuppone
la perfezione: come è evidente dal fatto che il Signore prima di
affidare a Pietro l'ufficio di pastore, gli chiese se lo amava più
degli altri. Invece lo stato religioso non presuppone la perfezione,
ma è la via che ad essa conduce. Il Signore infatti non disse: "Se
sei perfetto, va' e vendi tutto ciò che hai"; ma: "Se vuoi essere
perfetto...". Questo perché, come dice Dionigi, al vescovo la
perfezione appartiene all'attivo in quanto "perfezionatore"; al
monaco invece appartiene al passivo, in quanto "perfezionato".
Ora, perché uno possa condurre a perfezione gli altri si richiede
che sia perfetto; il che non si richiede da chi deve essere condotto
alla perfezione. E mentre è da presuntuosi considerarsi
perfetti: non è presunzione tendere alla perfezione.
Secondo, perché chi abbraccia lo stato religioso si sottomette
spiritualmente ad altri: e questo è lecito a chiunque. Di qui
le parole di S. Agostino: "A nessuno è proibito attendere alla
conoscenza della verità, che costituisce un compito lodevole".
Chi invece è assunto allo stato episcopale, è innalzato allo scopo
di provvedere agli altri. Ora, nessuno deve arrogarsi questo compito,
secondo le parole di S. Paolo: "Nessuno assume da sé questa
dignità, ma chi vi è chiamato da Dio". E il Crisostomo scrive: "Non è né giusto né utile desiderare la preminenza nella Chiesa.
Chi è infatti quel savio che voglia esporsi a tale schiavitù e pericolo
di dover render ragione di tutta la Chiesa; a meno che
egli non sfidi il giudizio di Dio, abusando della dignità
ecclesiastica in modo secolaresco, cioè trasformandola in potere secolare?".
3. La distribuzione del grano spirituale non è da farsi ad arbitrio
di chiunque; ma principalmente secondo la volontà di Dio;
e secondariamente secondo la volontà dei prelati maggiori, a cui
si riferiscono quelle parole: "Noi ci si deve considerare come servitori
di Cristo e come amministratori dei misteri di Dio". Perciò
non può dirsi che nasconde il grano spirituale colui che non attende
a correggere e a governare gli altri, non essendovi obbligato per
ufficio, o per incarico dei superiori: ma solo nel caso in cui uno
trascura di farlo quando vi è tenuto per ufficio, oppure se ricusa
con pertinacia di accettare l'ufficio quando gli è imposto. Ecco
in proposito le parole di S. Agostino: "L'amore della verità aspira
ad un santo riposo; ma la necessità della carità accetta un incarico giusto.
Se nessuno impone questo peso si deve attendere
a contemplare la verità. Se invece esso viene imposto, bisogna
portarlo per la necessità della carità".
4. Come spiega S. Gregorio,
"Isaia, prima di desiderare la sua
missione era stato purificato dal fuoco dell'altare; perché nessuno
accetti dei sacri ministeri, senza essere stato purificato. E poiché
è molto difficile avere la certezza di essere purificati, è più sicuro
rifiutare l'ufficio della predicazione".
ARTICOLO
2
Se sia lecito ricusare in modo assoluto
l'imposizione dell'episcopato
Sembra che sia lecito ricusare in modo assoluto l'imposizione
dell'episcopato. Infatti:
1. S. Gregorio
scrive, che "Isaia, desiderando di giovare al
prossimo con la vita attiva, chiese l'ufficio della predicazione:
mentre Geremia desiderando di unirsi maggiormente al Creatore,
si schermì da tale incarico". Ora, nessuno pecca col non voler
abbandonare un bene maggiore per un bene minore. E poiché
l'amore di Dio è superiore all'amore del prossimo, e la vita contemplativa
alla vita attiva, com'è evidente da quanto abbiamo
detto: è chiaro che non pecca chi ricusa l'episcopato in modo
assoluto.
2. Come dice S. Gregorio,
"è molto difficile avere la certezza
di essere purificati: e nessuno deve accettare ministeri sacri
senza essere purificato". Quindi se uno sente di non essere purificato,
per quanto gli venga imposto, è tenuto a non accettare l'episcopato.
3. S. Girolamo narra che S. Marco
"dopo aver abbracciato la
fede si sarebbe amputato il dito pollice, per essere escluso dal
sacerdozio". Parimente alcuni fanno il voto di non accettare
l'episcopato. Ora, mettere un impedimento ad una determinata
cosa è come ricusarla in modo assoluto. Dunque uno può, senza
colpa, ricusare in modo assoluto l'episcopato.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Se la santa madre Chiesa
esige una vostra cooperazione, non dovete né accogliere la richiesta
con avidità orgogliosa, né respingerla per pigrizia". E aggiunge
poco dopo: "Non anteponete la vostra tranquillità alle necessità
della Chiesa; poiché senza l'aiuto dei buoni che l'assistano nel
parto, voi stessi non avreste potuto nascere".
RISPONDO: Nel considerare l'accettazione dell'episcopato si devono
tener presenti due cose: primo, che cosa l'uomo debba desiderare
di volontà propria; secondo, in che cosa uno debba sottomettersi
alla volontà altrui. Rispetto alla propria volontà, è
giusto che uno attenda soprattutto alla propria salvezza; mentre
l'attendere alla salvezza degli altri conviene all'uomo per le disposizioni
di altri che hanno in mano il potere, com'è evidente da
quanto sopra abbiamo detto. Perciò com'è un disordine della
volontà aspirare al governo altrui di proprio arbitrio; così è
un disordine che uno rifiuti recisamente l'ufficio di governare,
contro l'imposizione del superiore. E questo per due motivi.
Primo, perché ciò è incompatibile con la carità verso il prossimo,
per il cui bene uno deve esporre se stesso secondo l'opportunità
di tempo e di luogo. Ecco perché S. Agostino afferma, che "la
necessità della carità accetta un incarico giusto". - Secondo,
perché è incompatibile con l'umiltà, che fa sottomettere al comando
dei superiori. Cosicché S. Gregorio scrive, che "l'umiltà
vera dinanzi a Dio si ha quando non si è pertinaci nel rifiutare
quello che viene imposto per il bene altrui".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sebbene assolutamente parlando
la vita contemplativa sia superiore all'attiva, e l'amore di
Dio sia superiore all'amore del prossimo, tuttavia il bene del popolo
va preferito al bene personale. Di qui le parole di S. Agostino: "Non anteponete
la vostra tranquillità alle necessità della Chiesa". Tanto più che
la stessa cura pastorale dell'ovile di Cristo
rientra nell'amore di Dio. Infatti S. Agostino, a proposito di
quel passo evangelico: "Pasci le mie pecorelle", ha scritto: "Sia
un ministero d'amore pascere il gregge del Signore; come era
stato un segno di timore rinnegare il Pastore". - Inoltre i prelati
non vengono immessi nella vita attiva così da abbandonare quella
contemplativa. S. Agostino infatti afferma, che "se viene imposto
il peso dell'ufficio pastorale, non si deve però tralasciare il godimento
della verità", che si ha appunto nella contemplazione.
2. Nessuno è tenuto ad ubbidire al superiore in cose illecite:
come è evidente da quanto abbiamo detto a proposito dell'obbedienza.
Però può capitare che colui al quale è imposta una prelatura
riscontri in se stesso qualche cosa che gliene rende illecita
l'accettazione. E tale impedimento talora può essere rimosso da
colui stesso cui è imposto l'ufficio: se, p. es., avesse il proposito
di peccare, può egli stesso abbandonarlo. E in questo caso egli
non viene scusato dall'obbligo di ubbidire in definitiva al superiore
che gli impone di accettare.
Talora invece egli non può da se stesso eliminare l'impedimento
che rende illecita l'accettazione, ma può farlo il prelato che gliela
impone: come nel caso che uno fosse colpito da irregolarità o da
scomunica. E allora egli è tenuto a manifestare la cosa al prelato
che gli impone l'ufficio; e se questi preferisce togliere l'impedimento,
egli è tenuto a ubbidire umilmente. Si legge infatti nella
Scrittura che avendo detto Mosè: "Ti prego, Signore, io non ero
di parola facile nemmeno per l'innanzi", il Signore gli rispose: "Io sono nella tua bocca e t'insegnerò quello che dovrai
dire".
Talora poi l'impedimento non può essere rimosso né da chi
impone l'ufficio, né da chi dovrebbe riceverlo: come nel caso in
cui un arcivescovo non potesse dispensare l'irregolarità incorsa.
Allora il suddito colpito d'irregolarità non è tenuto a ubbidirgli
accettando l'episcopato, o gli ordini sacri.
3. Ricevere l'episcopato di suo non è necessario per salvarsi,
ma diventa tale per il comando di un superiore. Ora, alle cose
che sono necessarie in questa seconda maniera uno può mettere
lecitamente un ostacolo prima che intervenga il precetto: altrimenti
uno non potrebbe passare a seconde nozze, per non essere
impedito di ricevere l'episcopato o gli ordini sacri. Questo invece
non si può fare per le cose che sono di necessità per la salvezza.
Perciò S. Marco non agì contro nessun precetto amputandosi il
dito: sebbene si debba credere che egli abbia agito per ispirazione
dello Spirito Santo, senza la quale a nessuno è lecito infliggersi
una menomazione.
Ora,
chi fa voto di non accettare l'episcopato, se intende obbligarsi
a non sottostare per questo all'obbedienza di un prelato
più alto, fa un voto illecito. Se invece intende di obbligarsi a
non accettare l'episcopato, nel senso di non desiderarlo per quanto
sta in lui, e a non accettarlo, se non costretto dalla necessità,
allora il voto è lecito, perché egli promette di fare quello che un
uomo è tenuto a fare.
ARTICOLO
3
Se chi è assunto all'episcopato debba essere migliore
di tutti gli altri
SEMBRA che chi è assunto all'episcopato debba essere migliore
di tutti gli altri. Infatti:
1. A S. Pietro, cui stava per affidare l'ufficio di pastore, il Signore
chiese se lo amava più degli altri. Ora, uno è migliore proprio
per il fatto che ama di più Iddio. Dunque non si deve assumere
all'episcopato, se non chi è migliore di tutti gli altri.
2. Il Papa Simmaco afferma:
"Deve ritenersi come il più vile
chi eccelle in dignità, se non si distingue per scienza e santità".
Ma chi si distingue per scienza e santità è migliore. Quindi uno
non deve essere assunto all'episcopato, se non è migliore di tutti
gli altri.
3. In ogni genere di cose quelle inferiori sono governate da
quelle superiori: gli esseri corporei sono retti da quelli spirituali,
e i corpi inferiori da quelli superiori, come nota S. Agostino. Ora,
il vescovo è deputato al governo degli altri. Dunque egli deve
essere migliore di tutti.
IN CONTRARIO: Le Decretali affermano che basta eleggere un
idoneo, e non è necessario eleggere il migliore.
RISPONDO: A proposito dell'assunzione di una persona all'episcopato,
altro è il dovere di chi viene assunto e altro quello di
chi assume. Da parte di chi assume, o con l'elezione, o con l'istituzione
si richiede che amministri fedelmente i ministeri sacri.
I quali devono essere conferiti a vantaggio della Chiesa, secondo
l'espressione paolina: "Per l'edificazione della Chiesa cercate di
averne in abbondanza"; e non vanno conferiti come un premio,
poiché questo si deve attendere nella vita futura. Perciò chi deve
eleggere o istituire un vescovo non è tenuto a scegliere il migliore
in senso assoluto, il che dipende dalla carità; ma il migliore per
il governo di una chiesa, che cioè sia capace di istruirla, di difenderla,
e di governarla pacificamente. Di qui il rimprovero di
S. Girolamo contro coloro che "non cercano di erigere nella Chiesa
quelle colonne che più potrebbero giovarle; ma quelli che essi
amano, o che sono ad essi devoti; o che sono più raccomandati
da persone influenti, oppure, per tacere motivi più ignobili, quelli
che ottennero di diventare chierici con i regali". Ora, questo
rientra nell'accettazione di persone, che nel caso è peccato mortale.
Infatti S. Agostino, spiegando quel passo di S. Giacomo, "Fratelli
miei, non abbiate riguardi personali", ha scritto: "Se queste differenze
tra stare in piedi e stare seduti si riferiscono alle dignità ecclesiastiche,
non si creda che l'accettazione di persone in ciò che
riguarda la fede del Signore della gloria sia peccato veniale.
Chi infatti può tollerare che sia dato al ricco un posto onorifico
nella Chiesa, disprezzando il povero più istruito e più santo".
Da parte poi di chi viene assunto all'episcopato non si richiede
davvero che si consideri migliore degli altri; perché questo sarebbe
un atto di superbia e di presunzione: ma basta che non riscontri
in se stesso niente che possa rendergli illecita l'accettazione dell'ufficio.
Pietro infatti, pur essendo interrogato dal Signore, se
lo amava più degli altri, nella sua risposta non si mise al di sopra
degli altri, ma rispose semplicemente che lo amava.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore sapeva che Pietro,
per sua concessione, era idoneo a quel compito anche per le altre
doti richieste nel governo della Chiesa. Perciò egli lo interrogò
sull'intensità del suo amore, per insegnare che, quando per il resto
uno è idoneo al governo della Chiesa, si deve considerare in lui
specialmente la grandezza dell'amore di Dio.
2. Le parole riferite riguardano l'impegno di chi è costituito
in dignità: egli infatti deve fare in modo da esser superiore agli
altri in scienza e santità. Infatti S. Gregorio scrive: "La condotta
del vescovo deve essere superiore a quella del popolo quanto
la vita di un pastore è superiore a quella del gregge". Ma a lui
non si può rimproverare di non essere stato migliore prima dell'episcopato,
e quindi non si può per questo considerare il più vile.
3. Come dice S. Paolo,
"ci sono differenze di carismi, di ministeri,
e di operazioni". Perciò niente impedisce che sia più idoneo
all'ufficio di governare uno che non emerge nella santità. Diverso
invece è il caso della subordinazione nell'ordine naturale in cui
l'essere che è superiore per natura ha per ciò stesso una maggiore
capacità di influire sugli esseri inferiori.
ARTICOLO 4
Se un vescovo possa lecitamente abbandonare l'incarico pastorale,
per entrare in religione
SEMBRA che un vescovo non possa abbandonare lecitamente
l'incarico pastorale per entrare in religione. Infatti:
1. Non è lecito a nessuno passare a uno stato meno perfetto
da uno stato più perfetto; poiché questo sarebbe "volgersi indietro",
meritando la condanna del Signore: "Chiunque dopo
aver messo mano all'aratro volge indietro lo sguardo non è adatto
al regno di Dio". Ora, lo stato episcopale è più perfetto dello
stato religioso, come sopra abbiamo visto. Perciò, come non è
lecito dallo stato religioso tornare al secolo, così non è lecito
dallo stato episcopale passare alla vita religiosa.
2. L'ordine della grazia è più armonico dell'ordine della natura.
Ebbene, nell'ordine della natura un identico essere non si muove
verso direzioni opposte: se la pietra, p. es., si muove per natura
verso il basso, non può per natura ritornare in alto. Ma nell'ordine
della grazia è lecito passare dallo stato religioso all'episcopato.
Dunque non è lecito passare inversamente dall'episcopato allo
stato religioso.
3. Nelle opere della grazia non ci deve essere niente di inutile.
Ora, chi una volta è stato consacrato vescovo, conserva in perpetuo
il potere di conferire gli ordini, e di compiere altre funzioni
del genere proprie dell'ufficio episcopale: ma questo potere diviene
inutile in colui che abbandona la cura pastorale. Perciò il vescovo
non può abbandonare la cura pastorale entrando nella vita religiosa.
IN CONTRARIO: Nessuno può essere costretto a compiere una
cosa per se stessa illecita. Ora, quelli che chiedono di essere esonerati
dall'episcopato sono costretti dai canoni a rinunziarvi.
Dunque rinunziare alla cura pastorale non è cosa illecita.
RISPONDO: La perfezione dello stato episcopale consiste nel
fatto che uno per amore di Dio si obbliga ad attendere alla salvezza
delle anime. Perciò uno è obbligato a conservare la cura
pastorale, fino a che è in grado di giovare alla salvezza delle anime
a lui affidate. Compito questo che egli non deve trascurare neppure
per attendere alla contemplazione di Dio; poiché l'Apostolo
per il bene dei fedeli tollerava con pazienza persino il differimento
della contemplazione della vita futura. Così infatti scriveva ai
Filippesi: "Che cosa io debba preferire non so, son messo alle
strette dalle due parti: avendo il desiderio di andarmene e d'essere
con Cristo, che è molto meglio; ma il rimanere nella carne è
necessario per voi. E in questa fiducia so che rimarrò". E neppure
deve abbandonare il suo ufficio per evitare avversità di qualsiasi
genere, o per altri vantaggi; poiché, come dice il Vangelo, "il buon Pastore dà la sua vita per le sue pecorelle".
Talora però può capitare che a un vescovo, in una maniera o
nell'altra, venga impedito di procurare il bene dei suoi sudditi.
Qualche volta per un difetto personale o di ordine morale, come
in caso di omicidio, o di simonia; o di ordine corporale, come in
caso di vecchiaia e di infermità; o di scienza, nel caso che risultasse
insufficiente per il governo delle anime; ovvero a motivo
di qualche irregolarità, come nel caso di bigamia. - Talora invece
l'impedimento può nascere da un difetto dei sudditi, ai quali non
è piu in grado di fare del bene. Di qui le parole di S. Gregorio: "È giusto sopportare i cattivi là dove ci sono dei buoni che è
possibile aiutare. Ma dove manchi ogni frutto nei buoni, il travaglio
che si subisce dai cattivi diventa inutile. Ecco perché
talora i perfetti, considerando la sterilità dei loro sforzi, pensano
di andare altrove, per lavorare con frutto in altri luoghi". - Talora
poi l'impedimento può derivare da terze persone: come quando
l'elezione di un individuo suscita gravi scandali. L'Apostolo infatti
diceva: "Se il cibo è di scandalo a un mio fratello, piuttosto
non voglio mangiare più carne in perpetuo". Purché lo scandalo
non sia dovuto alla malizia di chi vuole osteggiare la fede o i
diritti della Chiesa. In tal caso lo scandalo non deve far deporre
la cura pastorale, sull'esempio di Cristo, il quale a proposito
di chi si scandalizzava della verità del suo insegnamento diceva: "Lasciateli stare: sono ciechi e guide di
ciechi".
È sempre necessario però che uno, come riceve l'incarico da
un prelato superiore, così nei casi indicati lo deponga con la sua
autorizzazione. Di qui le parole di Innocenzo III: "Se anche hai
le ali per tentare il volo verso la solitudine, tuttavia esse sono così
legate dai precetti da non poterlo fare liberamente, senza il nostro permesso". Infatti il Papa soltanto ha la facoltà di dispensare
il voto perpetuo, con il quale il vescovo si è obbligato alla cura
dei suoi sudditi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La perfezione dei religiosi
e quella dei vescovi non si desumono dalle stesse cose. Infatti la
perfezione religiosa è costituita dall'impegno personale a curare
la propria salvezza. Invece la perfezione dello stato episcopale
implica la cura della salvezza del prossimo. Perciò fino a che
un vescovo può essere utile alla salvezza del prossimo si volgerebbe indietro, se volesse entrare nello stato religioso per attendere
solo alla propria salvezza, dopo essersi obbligato a procurare
anche quella degli altri. Ecco perché Innocenzo III ha scritto
che "è più facile permettere a un monaco di salire all'episcopato,
che a un vescovo di discendere allo stato monastico: se però
egli non è più in grado di procurare la salvezza degli altri, è
bene che tenda alla propria salvezza".
2. Nessun ostacolo può impedire a un uomo di attendere alla
propria salvezza, che è il fine dello stato religioso. Invece possono
esserci ostacoli nel procurare la salvezza altrui. E quindi
un religioso può essere assunto all'episcopato, in cui è sempre
in grado di curare la propria salvezza. Così pure un vescovo, se
è impedito di attendere alla salvezza altrui, può passare alla vita
religiosa. Venuto poi a cessare l'impedimento, uno può essere
assunto di nuovo all'episcopato: nel caso, p. es., di resipiscenza
dei sudditi, di cessazione dello scandalo, di guarigione dalla propria
infermità, o di acquisto della scienza sufficiente. Nel caso
poi che uno sia passato alla vita religiosa per essere stato promosso
con simonia a propria insaputa, può essere di nuovo promosso
a un'altra sede episcopale. - Se invece uno è stato deposto
per colpa propria e chiuso in un monastero a far penitenza, non
può essere di nuovo promosso all'episcopato. Infatti nel Decreto
(di Graziano) si legge: "Il santo Concilio ordina che chiunque dalla
dignità episcopale è stato ridotto per punizione allo stato monacale,
non sia mai più assunto all'episcopato".
3. Anche nell'ordine naturale ci sono delle facoltà che rimangono
prive del loro atto col sopraggiungere di qualche impedimento;
la malattia dell'occhio, p. es., può impedire l'atto della vista.
E quindi niente impedisce che il potere episcopale rimanga inoperoso
col sopraggiungere di un ostacolo esterno.
ARTICOLO 5
Se al vescovo sia lecito per una persecuzione
abbandonare fisicamente il gregge a lui affidato
SEMBRA che al vescovo non sia lecito, per una persecuzione,
abbandonare fisicamente il gregge a lui affidato. Infatti:
1. Il Signore afferma, che
"è mercenario, e non vero pastore,
colui che vedendo venire il lupo, lascia le pecore e fugge". E S.
Gregorio spiega, che "viene il lupo addosso alle pecore, quando
un iniquo o un predone qualsiasi opprime gli umili e i fedeli".
Perciò se un vescovo per la persecuzione di un tiranno abbandona
fisicamente il proprio gregge è "mercenario e non pastore".
2. Nei Proverbi si legge:
"Figliuolo, se ti sei fatto garante per
un amico, sei venuto in potere di un estraneo". E continuando: "Va', corri, affrettati, scuoti il tuo
amico". E S. Gregorio commenta: "Farsi
garante per un amico significa esporre al pericolo
la propria vita per quella di un altro. Ora, chi è proposto all'altrui
esempio viene esortato a vigilare non solo su se stesso, ma anche
sugli amici". Ora, questo non si può fare abbandonando corporalmente
il gregge. Dunque il vescovo per una persecuzione non
deve abbandonare il gregge.
3. La perfezione dello stato episcopale implica la cura spirituale
del prossimo. Ora, a chi professa uno stato di perfezione non è
lecito abbandonare del tutto le pratiche della perfezione. Perciò
al vescovo non è lecito sottrarsi fisicamente all'esercizio del proprio
ufficio: se non per dedicarsi alle pratiche della perfezione
in un monastero.
IN CONTRARIO: Il Signore agli Apostoli, di cui i vescovi sono
i successori, diede questo comando: "Se vi perseguitano in una
città, fuggite in un'altra".
RISPONDO: In qualsiasi obbligazione si deve considerare soprattutto
il fine di essa. Ora, i vescovi si obbligano ad esercitare
l'ufficio pastorale per il bene dei sudditi. Perciò quando il bene
dei sudditi esige la presenza del pastore, questi non deve abbandonare
fisicamente il gregge, né per un vantaggio temporale, né
per un pericolo personale imminente: poiché "il buon pastore è
tenuto a dare la vita per le sue pecorelle". Se invece si può provvedere
efficacemente al bene dei sudditi con altre persone, in
assenza del pastore, allora questi può lasciare fisicamente il gregge,
sia per un vantaggio della chiesa, che per sfuggire un pericolo
personale. Di qui le parole di S. Agostino: "I servi di Cristo
fuggano da una città all'altra, quando uno di loro in particolare
è cercato dai persecutori: in modo però che la chiesa non sia
abbandonata dagli altri che non sono perseguitati personalmente.
Quando invece il pericolo è generale, chi è in necessità non deve
essere abbandonato da chi ha il dovere di assisterlo". Infatti il
Papa Niccolò I ha scritto: "Se è pericoloso che il pilota abbandoni la
nave nella bonaccia, lo è tanto maggiormente durante la tempesta".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Fugge come mercenario chi
antepone un vantaggio temporale, o la vita del corpo al bene
spirituale del prossimo. Scrive infatti S. Gregorio: "È incapace
di rimanere in mezzo al pericolo del gregge colui che non ama
le pecore, ma cerca un guadagno terreno" e quindi "teme di
affrontare il pericolo, per non perdere ciò che ama". Chi invece
per evitare il pericolo si allontana, senza danno per il gregge, non
fugge come un mercenario.
2. Chi si fa garante per una persona, se non può corrispondere
da se stesso, basta che corrisponda all'impegno mediante un altro.
Perciò se un prelato è impedito di attendere personalmente alla
cura dei suoi sudditi, si disimpegna se provvede con dei sostituti.
3. Chi è assunto all'episcopato s'impegna allo stato di perfezione
secondo un dato genere di perfezione: e se è impedito di
attuare questo genere, non è tenuto a un altro tipo di perfezione,
così da essere costretto a entrare nello stato religioso. Egli però
ha l'obbligo di conservare l'intenzione di attendere alla salvezza
spirituale del prossimo, se le condizioni lo permettono e la necessità
lo richiede.
ARTICOLO 6
Se al vescovo sia lecito possedere personalmente
qualche cosa
SEMBRA che al vescovo non sia lecito possedere personalmente
qualche cosa. Infatti:
1. Il Signore ha detto:
"Se vuoi essere perfetto, va', vendi
quanto hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". E da ciò
sembra che la povertà volontaria sia richiesta dalla perfezione.
Ma i vescovi sono chiamati allo stato di perfezione. Dunque ad
essi non è lecito possedere dei beni propri.
2. Nella Chiesa i vescovi occupano i posto degli Apostoli, come
dice la Glossa. Ma agli Apostoli il Signore comandò di non possedere
nulla di proprio: "Non portate né oro, né argento, né monete
nelle vostre cinture". E S. Pietro poté dire di sé e degli altri
Apostoli: "Ecco noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito".
Dunque i vescovi son tenuti a osservare questo precetto di non
avere niente di proprio.
3. S. Girolamo afferma:
"Cleros è parola che in latino equivale
a sorte. E i chierici sono così chiamati perché formano l'eredità
del Signore: oppure perché il Signore stesso è l'eredità di essi,
cioè dei chierici. Ora, chi possiede il Signore non può avere nulla
fuori che lui. Se invece uno possiede oro, argento, poderi e svariate
suppellettili, il Signore non si degna di essere annoverato
tra le parti a lui spettanti". Perciò non solo i vescovi, ma persino
i chierici devono fare a meno di possedere in proprio.
IN CONTRARIO: Il Decreto (di Graziano) stabilisce:
"Il vescovo
può lasciare ai suoi eredi i beni propri, quelli acquistati, o quelli
posseduti in proprio".
RISPONDO: Nessuno è obbligato alle opere supererogatorie, se
non si è legato con un voto ad osservarle. Scrive infatti S. Agostino: "Dal
momento che hai fatto il voto, ti sei obbligato e non
ti è più lecito fare altrimenti. Prima che tu fossi legato dal voto
eri libero di essere meno perfetto". Ora, è evidente che vivere
senza possedere è cosa supererogatoria: poiché non è di precetto,
ma di consiglio. Ecco perché il Signore, dopo aver detto
al giovane: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti"
aggiunge: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quanto hai e dallo
ai poveri". Ma i vescovi nella loro ordinazione non si obbligano
a vivere senza una proprietà personale: e neppure ciò è richiesto
strettamente dall'ufficio pastorale, cui essi si consacrano. Perciò
i vescovi non sono tenuti a vivere senza possedere in proprio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La perfezione della vita cristiana,
come sopra abbiamo visto, non consiste essenzialmente
nella povertà volontaria; ma questa è uno strumento della perfezione.
Perciò non è detto che dove c'è più povertà c'è maggiore
perfezione. Anzi può esserci somma perfezione unita a
una grande ricchezza: infatti Abramo, al quale fu detto (dal
Signore): "Cammina alla mia presenza e sii perfetto", era ricco.
2. Quelle parole del Signore si possono spiegare in tre modi.
Primo, in senso mistico: esortando come spiega S. Girolamo, a
non possedere oro e argento, perché i predicatori non si appoggino
principalmente alla sapienza e all'eloquenza umana.
Secondo, a detta di S. Agostino il Signore avrebbe ciò detto,
non in senso precettivo, ma permissivo. Permise cioè che essi
andassero a predicare senza oro, argento e altri sussidi, perché
ricevessero il sostentamento da coloro cui predicavano. Infatti
egli conclude dicendo: "Perché l'operaio merita il suo nutrimento".
Cosicché se uno nella predicazione del Vangelo spendesse del suo,
farebbe un'opera supererogatoria, come S. Paolo narra di se stesso.
Terzo, secondo l'esposizione del Crisostomo, e cioè nel senso
che il Signore comandò le cose suddette ai discepoli per la loro
missione di predicatori tra i Giudei, per esercitarli a confidare
nel suo aiuto, ché li avrebbe assistiti senza provviste. Ma non
intendeva obbligare né loro né i successori a predicare il Vangelo
facendo a meno di qualsiasi risorsa personale. Infatti si legge
di S. Paolo che quando predicava ai Corinzi riceveva soccorsi da
altre chiese: e quindi possedeva qualche cosa che riceveva da
altri. È stolto infatti affermare che così numerosi e santi pontefici,
come Atanasio, Ambrogio e Agostino, avrebbero trasgredito
un precetto, se avessero creduto di essere obbligati a osservarlo.
3. La parte è minore del tutto. Perciò ammette insieme a
Dio altre parti colui che diminuisce l'impegno per le cose di Dio,
per attendere alle cose del mondo. È in tal senso che i vescovi
e i chierici non devono possedere in proprio; così da trascurare
le cose attinenti al culto di Dio per curare i propri beni.
ARTICOLO
7
Se i vescovi pecchino mortalmente,
non distribuendo ai poveri i beni ecclesiastici che amministrano
SEMBRA che i vescovi pecchino mortalmente, se non distribuiscono
ai poveri i beni ecclesiastici che amministrano. Infatti:
1. S. Ambrogio, spiegando quel passo evangelico,
"Le terre
di un ricco avevano dato abbondante raccolto", afferma: "Nessuno
dica proprio ciò che è di tutti: ciò che supera le proprie
esigenze è una rapina". E aggiunge: "Negare all'indigente quando
sei nell'abbondanza, non è un delitto minore che rubare a chi
possiede". Ora, rubare è peccato mortale. Dunque i vescovi
peccano mortalmente, se non elargiscono ai poveri il sovrappiù.
2. S. Girolamo, spiegando quel testo di Isaia:
"Le spoglie del
povero si trovano nelle vostre case", afferma che i beni della chiesa sono dei poveri. Ma chi si appropria della roba altrui,
o la dà ad altri pecca mortalmente ed è tenuto alla restituzione.
Perciò, se i vescovi ritengono per sé, o elargiscono ai parenti e
agli amici i beni ecclesiastici che loro sopravanzano, sono tenuti
alla restituzione.
3. È molto più ammissibile prendere dai beni ecclesiastici il
necessario, che ammassare il superfluo. Eppure S. Girolamo scrive: "È un dovere sostentare con i beni della
chiesa quei chierici che
non sono assistiti né dai genitori né dalla parentela: quelli invece
che possono essere sostentati dai beni e dalle rendite patrimoniali,
se prendono ciò che è dei poveri, commettono un sacrilegio".
Di qui le parole dell'Apostolo: "Se qualcuno tra i fedeli ha delle
vedove, le assista, perché non siano a carico della chiesa; affinché
si possa aiutare quelle che sono veramente vedove". Quindi a
maggior ragione peccano mortalmente i vescovi, se non distribuiscono
ai poveri il superfluo dei beni ecclesiastici.
IN CONTRARIO: Molti vescovi non
danno ai poveri i beni che
loro sopravanzano, ma li spendono lodevolmente per accrescere
le rendite della loro chiesa.
RISPONDO: La conclusione relativa ai beni personali che i vescovi
possono possedere, è diversa da quella relativa ai beni ecclesiastici.
Essi infatti dei beni propri hanno un vero dominio. E
quindi di suo non sono in obbligo di attribuirli ad altri: ma possono
ritenerli per sé, o distribuirli a proprio arbitrio. Nell'amministrarli
però possono peccare, o per un attaccamento eccessivo,
che li porta a goderne più del bisogno; oppure perché non soccorrono
gli altri come la carità esigerebbe. Tuttavia essi non son
tenuti per questo alla restituzione: perché si tratta di cose di
loro proprietà.
Invece dei beni ecclesiastici essi sono soltanto dispensieri, o
amministratori, come dice S. Agostino: "Se abbiamo dei beni
personali che ci bastano, questi altri non appartengono a noi,
ma a quelli di cui siano di amministratori: e quindi badiamo a
non rivendicarli con una usurpazione riprovevole". Ora, da un
amministratore si richiede la fedeltà, secondo le parole di S. Paolo: "Negli amministratori questo si cerca, che siano riscontrati
fedeli".
I beni ecclesiastici però non sono destinati soltanto ai poveri,
ma anche al culto di Dio e alle necessità dei suoi ministri. "Delle
rendite ecclesiastiche e delle offerte dei fedeli", dice il Decreto
di Graziano, "solo una parte è del vescovo; le altre due devono
essere ripartite dal sacerdote, sotto pena di deposizione, tra i
poveri e gli edifici ecclesiastici; l'ultima va divisa tra i chierici
secondo i meriti di ciascuno".
Perciò se i beni destinati al vescovo sono distinti da quelli destinati
ai poveri, ai ministri e al culto, e il vescovo ritiene per sé
cose da erogarsi per tali scopi, non c'è dubbio che agisce contro
la fedeltà di amministratore, pecca mortalmente ed è tenuto alla
restituzione. Invece rispetto ai beni destinati espressamente a lui,
vale la conclusione stabilita rispetto ai beni personali: e quindi
il vescovo pecca, se per un attaccamento e per un impiego eccessivo,
se ne riserva più del giusto, e non aiuta gli altri come lo
esige la carità.
Se invece i beni suddetti non sono distinti, la loro distribuzione
è affidata alla sua onestà. E se in questo sbaglia di poco, in più
o in meno, può darsi che non intacchi la fedeltà: poiché in queste
faccende non è possibile per l'uomo determinare ciò che si deve
con assoluta esattezza. Se però l'eccesso è considerevole, non può
essere inavvertito: e quindi è incompatibile con l'onestà. E allora
non è senza peccato mortale, come traspare da quel passo
evangelico: "Se un servo cattivo dice dentro di sé: "Il mio
padrone tarda a venire"", disprezzando così il giudizio di Dio;
"e comincia a picchiare i suoi conservi", macchiandosi di superbia;
"e
prende a mangiare e a bere con gli ubriaconi", abbandonandosi
alla lussuria: "verrà il padrone di quel servo nel giorno
che men se l'aspetta, e lo farà squartare", separandolo dalla compagnia
dei buoni, "e gli assegnerà la sorte degli ipocriti", nell'inferno.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quelle parole di S. Ambrogio
non si riferiscono solo all'amministrazione dei beni ecclesiastici,
ma a quella di ogni altro bene che uno è tenuto a dare, per sovvenire
gli indigenti. Ma in questo non si può determinare quando
la necessità obblighi sotto peccato mortale: come non si
possono determinare altri casi particolari relativi agli atti
umani. Poiché queste determinazioni sono lasciate alla prudenza personale.
2. I beni ecclesiastici non vanno impiegati soltanto per i poveri,
ma anche per altri usi, come abbiamo visto. Perciò se un vescovo,
o un chierico si priva di quanto è riservato a suo uso, per darlo
ai parenti o ad altre persone, non commette peccato: purché
lo faccia con moderazione, e cioè in modo da toglierli dall'indigenza
e non da arricchirli. Scrive infatti lo stesso S. Ambrogio: "È una
liberalità degna di approvazione non disprezzare il prossimo
del tuo medesimo sangue, se lo sai in necessità: ma non
il farne un ricco con quanto tu potresti dare ai poveri".
3. I beni ecclesiastici non tutti vanno distribuiti ai poveri:
se non in caso di (estrema) necessità, in cui per redimere i prigionieri
e per gli altri bisogni dei poveri si possono vendere, come
dice S. Ambrogio, anche i vasi destinati al culto divino. E in tale
necessità peccherebbe un chierico il quale volesse vivere con i beni
della chiesa, pur avendo beni patrimoniali sufficienti.
4. I beni ecclesiastici devono servire ai poveri. Perciò se uno,
non essendoci necessità urgente di provvedere ai poveri, impiega
il sovrappiù delle rendite ecclesiastiche per comprare altri beni,
o lo mette in cassa, perché serva in seguito al bene della chiesa
e alle necessità dei poveri, agisce lodevolmente. Se invece urge
la necessità di provvedere ai poveri, è una preoccupazione eccessiva
e disordinata conservare quei beni per l'avvenire; ed è contro
le parole del Signore: "Non vi preoccupate per il domani".
ARTICOLO
8
Se i religiosi promossi all'episcopato siano tenuti
alle osservanze regolari
SEMBRA che i religiosi promossi all'episcopato non siano tenuti
alle osservanze regolari. Infatti:
1. Nei canoni si legge, che
"l'elezione canonica scioglie il monaco
dal giogo della regola monastica, e la sacra ordinazione ne
fa un vescovo". Ora, le osservanze regolari rientrano nel giogo
della regola. Dunque i religiosi che sono assunti all'episcopato
non son tenuti alle osservanze regolari.
2. Chi ascende a un grado superiore non è più tenuto agli
obblighi del grado inferiore: il religioso, p. es., non è tenuto a
osservare i voti fatti nella vita secolare, come sopra abbiamo
visto. Ma il religioso assunto all'episcopato ascende a un grado
superiore, stando alle spiegazioni date. Perciò egli non è più
obbligato alle osservanze dello stato religioso.
3. Gli obblighi più importanti della vita religiosa sono l'obbedienza
e la povertà. Ma i religiosi assunti all'episcopato non sono
più tenuti a ubbidire ai prelati del loro ordine; perché sono
superiori ad essi. E neppure son tenuti alla povertà: perché, come
dice il Decreto (di Graziano), "il monaco creato vescovo dalla
sacra ordinazione, può reclamare a norma di diritto l'eredità
paterna". Inoltre talora ad essi viene concesso di far testamento.
Molto meno, dunque, essi son tenuti alle altre osservanze regolari.
IN CONTRARIO: Nel Decreto (di Graziano) si legge:
"Riguardo
ai monaci, i quali dopo aver vissuto a lungo in monastero sono
stati assunti allo stato clericale, ordiniamo che essi non debbono
recedere dal proposito precedente".
RISPONDO: Secondo le cose già dette, lo stato religioso sta alla
perfezione come via che ad essa conduce; mentre lo stato episcopale sta
alla perfezione come un certo magistero di perfezione.
Perciò lo stato religioso sta allo stato episcopale come il tirocinio
scolastico all'insegnamento, e la disposizione alla perfezione correlativa.
Ma la disposizione non viene eliminata al sopraggiungere
della perfezione: se non in quello che è incompatibile con la
perfezione stessa; mentre in quello che si accorda con la perfezione
si ha piuttosto un potenziamento. Uno studente, p. es.,
quando giunge al magistero non è più tenuto ad andare a scuola;
ma è tenuto a leggere e a meditare, anche più di prima.
Se quindi tra le osservanze regolari ce ne sono alcune che non
impediscono l'ufficio pastorale, ma servono piuttosto a salvaguardare
la perfezione, come la continenza, la povertà, e simili, ad
esse il religioso è tenuto anche dopo l'elezione a vescovo; ed è
obbligato a portare l'abito della sua religione, che è il segno esterno
dell'obbligo suddetto.
Se invece tra le osservanze regolari ce ne sono alcune che sono
incompatibili con l'ufficio pastorale, come la solitudine, il silenzio,
e certe gravi astinenze o vigilie, che rendono il corpo incapace di
attendere al proprio ufficio, il vescovo non è tenuto a tali osservanze.
Tuttavia anche rispetto alle altre osservanze egli può usare
della dispensa, secondo le necessità della sua persona o del suo
ufficio, e la condizione degli uomini con cui vive; come i prelati
dei vari ordini fanno con se stessi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi da monaco è fatto vescovo
viene sciolto dal giogo della professione monastica non in
tutto, ma solo in quello che è incompatibile con l'ufficio pastorale,
come abbiamo spiegato sopra.
2. I voti fatti nella vita secolare stanno ai voti religiosi, secondo
le spiegazioni date, come un singolare sta all'universale.
Invece i voti religiosi stanno alla dignità episcopale come la disposizione
sta alla perfezione. Ora, mentre il singolare viene assorbito
in presenza dell'universale, la disposizione, conseguita la
perfezione, è ancora necessaria.
3. Che i vescovi religiosi non siano tenuti a ubbidire ai prelati
del loro ordine è una cosa accidentale, avendo cessato di essere
sudditi: come del resto gli stessi superiori religiosi. Ma l'obbligazione
del voto virtualmente rimane: cioè nel senso che costoro
sarebbero tenuti a ubbidire, se venisse loro preposto un superiore
legittimo; poiché sono tenuti a ubbidire alle disposizioni della
regola e ai loro superiori nel modo indicato, cioè nel caso che ne
abbiano.
In nessun modo però hanno la facoltà di possedere personalmente.
E non reclamano l'eredità paterna come cosa propria, ma come
un bene della chiesa. Il Decreto infatti aggiunge, che "una volta
ordinato, il vescovo deve restituire all'altare per cui è stato ordinato
quello che avesse potuto acquistare".
In nessun modo poi il vescovo religioso può fare testamento:
poiché a lui è affidata la sola amministrazione dei beni ecclesiastici,
la quale finisce con la morte, da cui comincia a valere il
testamento, come dice l'Apostolo. E se fa testamento per concessione
del Papa, non va inteso come fatto della roba propria,
ma per un privilegio viene esteso il potere della sua amministrazione,
così da valere un suo atto amministrativo dopo la morte.
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