|
Questione
184
Lo
stato di perfezione in generale
Fermiamoci qui a trattare dello stato di perfezione, al quale
gli altri stati sono ordinati. Lo studio infatti relativo agli uffici
appartiene ai giuristi, per le funzioni profane; mentre per i ministeri
sacri appartiene al trattato dell'ordine, che svolgeremo nella
Terza Parte.
A proposito dello stato di perfezione dovremo esaminare tre
cose: primo, lo stato di perfezione in generale; secondo, la perfezione
propria dei vescovi; terzo, la perfezione dei religiosi.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti:
1. Se la perfezione
si misuri dalla carità; 2. Se la perfezione si possa raggiungere
in questa vita; 3. Se la perfezione della vita presente consista
principalmente nei consigli, o nei precetti; 4. Se tutti i
perfetti siano in stato di perfezione; 5. Se i prelati e i religiosi
si trovino in modo speciale in stato di perfezione; 6. Se tutti i
prelati siano in stato di perfezione; 7. Se sia più perfetto lo
stato dei religiosi, o quello dei vescovi; 8. Confronto dei religiosi
con i pievani e gli arcidiaconi.
ARTICOLO
1
Se la perfezione della vita cristiana si
misuri specialmente
dalla carità
SEMBRA che la perfezione della vita cristiana non si misuri
specialmente dalla carità. Infatti:
1. L'Apostolo scrive:
"Per la malizia siate bambini, ma siate
perfetti nel (buon) senso". Ora, la carità non va attribuita al
senso, ma alla volontà. Perciò la perfezione della vita cristiana
non consiste principalmente nella carità.
2. Lo stesso così scriveva agli Efesini:
"Prendete l'armatura
di Dio affinché possiate resistere nel giorno cattivo, ed essere
perfetti in tutto". E a proposito dell'armatura: "State in piedi
cingendo i vostri lombi nella verità, e indossando la corazza della
giustizia, impugnando ogni momento lo scudo della fede". Dunque
la perfezione della vita cristiana non si desume solo dalla
carità, ma anche dalle altre virtù.
3. Le virtù, come tutti gli abiti, sono specificate dagli atti.
Ma S. Giacomo afferma, che "la pazienza rende l'opera perfetta".
Dunque lo stato di perfezione è costituito piuttosto dalla pazienza.
IN CONTRARIO: S. Paolo ammonisce:
"Soprattutto abbiate la
carità, che è il vincolo della perfezione"; poiché in qualche modo
unisce tutte le altre virtù in una perfetta unità.
RISPONDO: Ogni cosa si dice perfetta in quanto raggiunge il
proprio fine, che è la sua ultima perfezione. Ora, è proprio la
carità a unirci a Dio, che è l'ultimo fine dell'anima umana: poiché,
come dice il Vangelo, "chi dimora nella carità dimora in Dio, e
Dio in lui". Perciò la perfezione della vita cristiana consiste
specialmente nella carità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La perfezione dei sensi umani
consiste principalmente nella loro unificazione nella verità,
secondo l'esortazione paolina: "Siate perfetti nello stesso senso e
nello stesso sentimento". Ma questo è effetto della carità, che
produce il consenso tra gli uomini. Dunque la perfezione del
sentire ha la sua radice nella perfezione della carità.
2. Uno può dirsi perfetto in due maniere. Primo, in senso
assoluto: e questa perfezione consiste in ciò che fa parte della
natura stessa di una cosa; come quando si dice che è perfetto
un animale al quale non manca nulla nella disposizione delle
membra o negli altri elementi propri della vita di esso. Secondo, una
cosa può dirsi perfetta in senso relativo; e tale perfezione è
desunta da elementi estrinseci e accidentali, come il colore bianco
o nero, e da altre cose del genere. Ora, la vita cristiana consiste
essenzialmente nella carità, e solo relativamente nelle altre virtù;
poiché S. Giovanni ha scritto: "Chi non ama rimane nella morte".
Perciò la perfezione della vita cristiana in senso assoluto
(simpliciter) va desunta dalla carità, e in senso relativo dalle altre virtù.
E poiché ciò che è simpliciter, o in senso assoluto, è primo e
principale rispetto agli altri elementi, è chiaro che la perfezione
della carità è principale rispetto alla perfezione derivante dalle
altre virtù.
3. Si dice che la pazienza rende l'opera perfetta in ordine alla
carità: cioè in quanto l'abbondanza della carità fa sì che uno
tolleri pazientemente le avversità, secondo le parole dell'Apostolo: "Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione? o
l'angoscia? ecc.".
ARTICOLO
2
Se si possa essere perfetti in questa vita
SEMBRA che nessuno possa essere perfetto in questa vita. Infatti:
1. L'Apostolo
scrive: "Quando venga ciò che è perfetto il
parzialmente finirà". Ma in questa vita il parzialmente non
finisce: poiché adesso rimangono la fede e la speranza, che
appartengono al parzialmente. Dunque in questa vita nessuno può
essere perfetto.
2. A detta del Filosofo,
"perfetto è ciò cui niente manca".
Ora, in questa vita non c'è nessuno cui non manchi qualche cosa;
infatti S. Giacomo afferma: "Tutti manchiamo in molte cose";
e il Salmista confessa: "I tuoi occhi hanno visto la mia imperfezione". Perciò in questa vita nessuno può essere perfetto.
3. La perfezione della vita cristiana consiste, come abbiamo
detto, nella carità, che abbraccia l'amore di Dio e del prossimo.
Ma rispetto all'amore di Dio non si può avere la carità perfetta
in questa vita; perché, come dice S. Gregorio, "il fuoco della
carità che qui comincia a bruciare, quando vedrà colui che ama
divamperà in un amore più grande verso di lui". E neppure si
può averla perfetta rispetto all'amore del prossimo: perché in
questa vita non possiamo amare tutti in maniera attuale, pur
amandoli in maniera abituale; ora, l'amore abituale è imperfetto.
Dunque nessuno in questa vita può essere perfetto.
IN CONTRARIO: La legge divina non comanda cose impossibili.
Ma essa obbliga alla perfezione, poiché si legge nel Vangelo: "Siate
perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli". Perciò
nella vita presente si può essere perfetti.
RISPONDO: La perfezione della vita cristiana consiste, come
abbiamo visto, nella carità. Ora, la perfezione implica una certa
universalità; poiché, a detta di Aristotele, "perfetto è ciò cui
non manca niente". Quindi la perfezione può essere di tre tipi.
La prima è la perfezione assoluta: e in essa la carità è totale
non solo rispetto a chi ama, ma anche rispetto all'oggetto da
amarsi, cosicché Dio è tanto amato, quanto merita di esserlo.
E tale perfezione è impossibile a qualsiasi creatura, ma è proprio
di Dio, nel quale la bontà si trova in maniera integrale ed
essenziale.
Il secondo tipo di perfezione risulta dalla totalità assoluta da
parte di chi ama: in quanto l'affetto con tutto il suo potere tende
sempre attualmente verso Dio. Questa perfezione non è possibile
in questa vita, ma lo sarà nella patria.
Il terzo tipo di perfezione non risulta né dalla totalità da parte
di chi ama, né dalla totalità da parte della cosa amata, nel senso
che si ami sempre Dio attualmente: ma dall'esclusione di quanto
ripugna all'amore verso Dio. Poiché, come dice S. Agostino: "Veleno della carità è la cupidigia, e sua perfezione è l'assenza
di qualsiasi cupidigia". E tale perfezione si può avere anche in
questa vita, in due maniere. Primo, escludendo dall'affetto umano
tutto ciò che è incompatibile con la carità, cioè il peccato mortale.
Senza tale perfezione la carità non potrebbe esistere. Essa perciò
è necessaria per salvarsi. - Secondo, escludendo dall'affetto umano
non solo ciò che è incompatibile con la carità, ma tutto ciò che
impedisce all'anima di volgersi totalmente a Dio. La carità può
esistere anche senza questa perfezione: come avviene nei principianti
e nei proficienti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo l'Apostolo parla
della perfezione della patria celeste, che in questa vita è impossibile.
2. Si dice che in questa vita i perfetti mancano in molte cose,
per i peccati veniali, che derivano dall'infermità della vita presente.
E in questo essi hanno delle imperfezioni rispetto alla
perfezione della patria.
3. La condizione della vita presente come non permette all'uomo
di essere sempre teso attualmente verso Dio, così non
permette l'amore attuale di tutti gli uomini in particolare: ma
basta che uno ami tutti in generale, e in particolare che le singole
persone le ami tutte in maniera abituale e in preparazione d'animo.
Ma anche nella carità verso il prossimo si possono distinguere,
come nell'amore di Dio, due tipi di perfezione. La prima, senza
la quale la carità non può sussistere, e consiste nell'escludere
dall'affetto quanto è contrario all'amore del prossimo.
La seconda, senza la quale la carità può ancora esistere, e si
può considerare da tre punti di vista. Primo, rispetto all'estensione
dell'amore: sicché non solo si amino gli amici e i conoscenti,
ma anche gli estranei, e persino i nemici. Questo infatti,
come dice S. Agostino, "è proprio dei perfetti figli di Dio". - Secondo,
rispetto all'intensità dell'amore: e questa si rivela da
ciò che si sacrifica per il prossimo; arrivando a disprezzare per
il prossimo non solo i beni esterni, ma i patimenti del corpo, e
persino la morte, secondo le parole evangeliche: "Nessuno ha
un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici". - Terzo,
rispetto agli effetti di questo amore: in quanto l'uomo offre al
suo prossimo non solo dei benefici temporali, ma anche spirituali,
e finalmente se stesso, secondo l'esempio dell'Apostolo: "Ed io
ben volentieri spenderò, e io stesso sarò speso tutto per le anime vostre".
ARTICOLO
3
Se la perfezione nella vita presente
consista nell'osservanza dei precetti o dei consigli
SEMBRA che la perfezione nella vita presente non consista nell'osservanza
dei precetti, ma dei consigli. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge:
"Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto
ciò che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi". Ma questo
è un consiglio. Dunque la perfezione consiste nei consigli e non
nei precetti.
2. All'osservanza dei comandamenti son tenuti tutti, essendo
essi necessari per salvarsi. Perciò, se la perfezione della vita
cristiana consistesse nell'osservare i comandamenti, anch'essa
sarebbe necessaria per salvarsi, e tutti vi sarebbero tenuti. Il
che è falso.
3. La perfezione della vita cristiana consiste nella carità, come
abbiamo visto. Ma la perfezione della carità non consiste nell'osservanza
dei comandamenti; poiché la perfezione della carità
è preceduta dal suo inizio e dal suo aumento, come dimostra S. Agostino;
ma la carità non può iniziare prima dell'osservanza dei
comandamenti, poiché nel Vangelo si legge: "Se uno mi ama,
osserverà la mia parola". Dunque la perfezione non consiste nell'osservanza
dei comandamenti, bensì dei consigli.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel Deuteronomio:
"Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il tuo cuore". E nel Levitico: "Amerai il
prossimo tuo come te stesso". Ora, a proposito di questi due
precetti il Signore afferma: "Su questi due comandamenti si
fondano la Legge e i Profeti". Ma la perfezione della carità, che
rende perfetta la vita cristiana, consiste nell'amare Dio con tutto
il cuore e il prossimo come noi stessi. Perciò la perfezione consiste
nell'osservanza dei comandamenti.
RISPONDO: In due sensi si può dire che la perfezione consiste
in una data cosa: essenzialmente e accidentalmente. Essenzialmente
la perfezione della vita cristiana consiste nella carità: in
maniera principale nell'amore di Dio, e in maniera secondaria
nell'amore del prossimo, su cui vengono dati i principali comandamenti
della legge divina, come sopra abbiamo visto. Ora,
l'amore di Dio e del prossimo non sono comandati secondo una
certa misura, così da lasciare il di più come consiglio; e ciò risulta
dalla stessa formulazione del precetto, che mira alla perfezione: "Amerai
il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore", - infatti,
a detta del Filosofo, "tutto e perfetto sono la stessa cosa"; oppure:
"Amerai
il prossimo tuo come te stesso", poiché ciascuno ama se stesso in grado sommo.
E questo perché,
come dice S. Paolo, "il fine del precetto è la carità": e la misura
non si applica al fine, bensì ai mezzi, secondo l'insegnamento del
Filosofo. Il medico, p. es., non misura la guarigione da produrre,
ma la medicina e la dieta da usarsi per la guarigione. È chiaro
quindi che la perfezione essenzialmente consiste nei precetti.
Ecco perché S. Agostino insegna: "Perché non comandare all'uomo
questa perfezione, sebbene nessuno la possieda in questa vita?".
Ma secondariamente e strumentalmente la perfezione consiste
nei consigli. I quali, come gli stessi precetti, sono ordinati alla
carità, ma in maniera diversa. Infatti i precetti in parte sono
ordinati a togliere le cose incompatibili con la carità; invece i
consigli sono ordinati a togliere quegli ostacoli all'esercizio della
carità che non sono incompatibili con essa, come il matrimonio,
le occupazione scolaresche, e altre cose del genere. Di qui le
parole di S. Agostino: "Tutto ciò che Dio comanda, come "Non
commettere adulterio"; e tutto ciò che consiglia senza imposizione,
come "È bene per l'uomo non toccar donna", viene osservato
a dovere quando è riferito all'amore di Dio, o all'amore del
prossimo in ordine a Dio, sia nella vita presente, che in quella futura". E l'Abate Mosé diceva:
"I digiuni, le veglie, la meditazione
delle Scritture, la nudità, la privazione di tutti gli agi non
sono la perfezione, ma strumenti di essa: poiché non consiste
in essi il fine del loro esercizio, ma con essi si raggiunge il fine".
E sopra aveva detto, che "noi cerchiamo di salire alla perfezione
della carità con questi gradini".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quelle parole del Signore
bisogna distinguere due parti: la prima indica il cammino che
mena alla perfezione, espresso con la frase: "Va', vendi tutto ciò
che hai, e dallo ai poveri"; e la successiva, che forma il costitutivo
della perfezione: "E seguimi". Infatti S. Girolamo afferma,
che "non essendo sufficiente abbandonare, Pietro aggiunge ciò
che è perfetto", cioè: "Ti abbiamo seguito". E S. Ambrogio
spiegando quell'espressione evangelica scrive: "Comanda di seguirlo
non con i passi del corpo, ma con l'affetto dell'anima",
cioè con la carità. Perciò dalla stessa espressione evangelica appare
che i consigli sono dei mezzi per giungere alla perfezione: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi,
ecc.", come se dicesse: "Facendo
questo, raggiungerai questo fine".
2. Come nota S. Agostino, nella vita presente all'uomo è comandata
la perfezione, perché "non si può correr bene, se non si
conosce la meta. E come potrebbe conoscersi, se non venisse
mostrata da nessun precetto?". Ma poiché quanto è di precetto
si può compiere in più modi, uno non diventa trasgressore per il
fatto che non l'osserva nel migliore dei modi: ma basta che l'osservi
in qualche maniera. Ora, la perfezione dell'amore di Dio
cade sotto il precetto in tutta la sua estensione, così da includere
la perfezione stessa della patria, come nota S. Agostino: ma evita
la trasgressione di esso chiunque in qualche modo raggiunga la
perfezione della carità verso Dio. Ebbene, il grado più basso
dell'amore di Dio consiste nel non amare nulla più di lui,
o contro di lui, o al pari di lui: e chi non raggiunge questo grado
di perfezione in nessun modo osserva il precetto. C'è poi un
grado di carità così perfetto, che in questa vita non è possibile
raggiungere, come sopra abbiamo detto: e chi non lo raggiunge
è chiaro che non trasgredisce il precetto. Parimente non lo
trasgredisce chi non raggiunge i gradi intermedi della perfezione,
purché raggiunga il grado infimo.
3. Come l'uomo fin dalla nascita ha una certa perfezione della
propria natura, che è essenziale alla specie, e quindi una seconda
perfezione a cui giunge col crescere; così esiste una perfezione
della carità che ne costituisce la specie, e che consiste nell'amare
Dio sopra tutte le cose, senza amar nulla di contrario a lui; e c'è
una seconda perfezione della carità, anche nella vita presente,
a cui si giunge con una crescita spirituale, come quando uno si
astiene anche da certe cose lecite, per attendere più liberamente
al servizio di Dio.
ARTICOLO 4
Se i perfetti siano tutti in stato di perfezione
SEMBRA che i perfetti siano tutti in stato di perfezione. Infatti:
1. Come con la crescita materiale si raggiunge la perfezione del
corpo, così con la crescita spirituale si raggiunge la perfezione
dello spirito, come sopra abbiamo detto. Ma dopo la crescita
materiale si dice che uno è nello stato dell'età perfetta. Perciò
dopo la crescita spirituale, avendo uno raggiunto la perfezione,
è nello stato di perfezione.
2. Se è un moto il passare
"da uno dei contrari al suo termine opposto", è un moto anche passare
"dal meno al più", come nota Aristotele. Ma quando uno passa dal peccato alla grazia, muta
il suo stato; poiché lo stato di colpa è distinto dallo stato di grazia.
E quindi, per lo stesso motivo, quando uno progredisce da una
grazia minore a una grazia più grande, fino a raggiungere la perfezione,
acquista lo stato di perfezione.
3. Uno acquista un nuovo stato per il fatto che è liberato dalla
schiavitù. Ma con la carità si è liberati dalla schiavitù del peccato:
poiché, a detta dei Proverbi, "la carità ricopre tutti i peccati".
Ora, uno si dice perfetto per la carità, come abbiamo
spiegato. Perciò chiunque abbia la perfezione, per ciò stesso ha
lo stato di perfezione.
IN CONTRARIO: Nello stato di perfezione ci sono alcuni privi
totalmente di carità e di grazia: come i cattivi vescovi e i cattivi
religiosi. È chiaro quindi che viceversa alcuni hanno perfezione
di vita, senza avere perfezione di stato.
RISPONDO: Lo stato, come abbiamo detto, si concepisce in
rapporto alla condizione di libertà o di schiavitù. Ora, libertà
e schiavitù si possono considerare nell'uomo sotto due aspetti:
primo, dall'interno; secondo, dall'esterno. E poiché, a detta della
Scrittura, "gli uomini guardano all'apparenza, mentre il Signore
vede il cuore", lo stato spirituale di un uomo rispetto alle disposizioni
interiori è oggetto del giudizio divino; mentre lo stato
spirituale dell'uomo rispetto alla Chiesa si desume dagli atti esterni.
E qui noi parliamo degli stati in questo senso, cioè in quanto dalla
varietà degli stati la Chiesa acquista una certa bellezza.
Ora, si deve notare che per acquistare uno stato di libertà, o
di schiavitù, si richiede innanzi tutto un obbligo o un'esenzione.
Infatti perché uno diventi schiavo, non basta che serva una persona;
poiché servono anche le persone libere, secondo l'esortazione
di S. Paolo: "Per la carità dello spirito servitevi l'un l'altro".
Né per il fatto che uno cessa di servire diventa libero: com'è evidente
nel caso degli schiavi fuggitivi. Uno schiavo propriamente
è colui che è obbligato a servire: ed è libero chi è esente da
quest'obbligo. In secondo luogo si richiede che questa obbligazione
rivesta una certa solennità: come si usa in tutte le cose
che tra gli uomini ottengono una perpetua stabilità.
Perciò si dice propriamente che uno si trova in stato di perfezione
non perché l'atto della sua carità è perfetto, ma perché egli
si obbliga in perpetuo, con una solennità, a ciò che riguarda la
perfezione. Capita però che alcuni si obblighino senza osservare
le opere promesse, mentre altri le osservano, senza essersi
obbligati, secondo la parabola evangelica dei due figli; il primo dei
quali al padre che gli comandava: "Va' a lavorare nella vigna",
rispose: "Non vado, e poi andò"; l'altro invece rispose: "Vado,
e non andò". Perciò niente impedisce che ci siano dei perfetti
i quali non sono in stato di perfezione: e che nello stato di perfezione
ci siano alcuni che non sono perfetti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Con la crescita del corpo si
progredisce nelle funzioni appartenenti alla natura, e quindi uno
acquista lo stato perfetto della sua natura: specialmente perché "quanto è secondo natura è in qualche modo
immutabile", essendo
la natura determinata a una sola cosa. Così pure con la
crescita spirituale uno acquista interiormente uno stato di perfezione
rispetto al giudizio di Dio. Ma rispetto alla distinzione degli
stati caratteristici della Chiesa non si acquista lo stato di perfezione,
se non mediante la crescita implicita in certe azioni esterne.
2. La seconda difficoltà argomenta anch'essa dallo stato interiore.
Tuttavia quando uno passa dal peccato alla grazia, passa
realmente dalla schiavitù alla libertà: ma questo non avviene
con il semplice progresso nella grazia, se non quando uno si obbliga
alle opere perfette di essa.
3. Anche il terzo argomento vale per lo stato interiore. Però
sebbene la carità cambi la condizione di schiavitù in quella di
libertà, questo non è in grado di farlo il solo aumento di essa.
ARTICOLO 5
Se i prelati e i religiosi siano in stato di perfezione
SEMBRA che i prelati e i religiosi non siano in stato di
perfezione. Infatti:
1. Lo stato di perfezione si distingue in opposizione allo stato
dei principianti e dei proficienti. Ora, non ci sono categorie di
uomini deputate espressamente allo stato dei proficienti, o dei
principianti. Dunque non ci devono essere neppure categorie di
uomini deputati allo stato di perfezione.
2. Lo stato esteriore deve corrispondere a quello interiore:
altrimenti si cade nella menzogna, la quale, come dice S. Ambrogio, "non consiste solo in parole, ma anche in opere
simulate".
Ora, ci sono molti prelati e religiosi, i quali non hanno la
perfezione interiore della carità. Quindi, se tutti i religiosi e i prelati
fossero nello stato di perfezione, ne seguirebbe che quanti tra
loro non sono perfetti sono in peccato mortale, come simulatori
e bugiardi.
3. La perfezione, come abbiamo visto, consiste nella carità.
Ma la carità più perfetta si trova nei martiri; poiché, come dice
il Vangelo, "nessuno ha un amore più grande di questo, di uno
che dà la vita per i suoi amici". E spiegando quel passo paolino, "Non avete ancora resistito fino al
sangue", la Glossa afferma: "In questa vita non c'è una perfezione più grande di quella cui
giunsero i martiri, i quali lottarono fino al sangue contro il peccato". Perciò lo stato di perfezione va attribuito piuttosto ai
martiri, che ai religiosi e ai vescovi.
IN CONTRARIO: Dionigi attribuisce la perfezione ai vescovi,
quali "perfezionatori". L'attribuisce poi anche ai religiosi, che
egli chiama "monaci", o "terapeuti", cioè "servitori di
Dio",
in qualità di "perfetti".
RISPONDO: Come abbiamo già visto, per lo stato di perfezione
si richiede un'obbligazione perpetua alle pratiche della perfezione,
contratta mediante una certa solennità. Ora, queste due
cose appartengono e ai religiosi e ai vescovi. Infatti i religiosi
si obbligano con voto ad astenersi dai beni del mondo, che
avrebbero potuto usare lecitamente, per attendere a Dio con più libertà:
e in ciò consiste la perfezione della vita presente. Perciò Dionigi
afferma, parlando dei religiosi: "Alcuni li chiamano terapeuti",
cioè servi, "perché consacrati al servizio e al culto di Dio; altri
li chiamano monaci per la vita singolare che li unisce in sante
e indivisibili convoluzioni", o contemplazioni, "alla deiforme unità
e all'amabile perfezione divina". Inoltre la loro obbligazione è
fatta con la solennità della professione e della benedizione. Dionigi
infatti aggiunge: "Per questo la santa legislazione, nel concedere
loro la grazia perfetta, li degna di una invocazione santificante".
Parimente anche i vescovi si obbligano alle pratiche della perfezione,
con l'assumere l'ufficio pastorale, il quale esige che "il
pastore dia la vita per le sue pecore", come dice il Vangelo. Di
qui le parole di S. Paolo a Timoteo: "Tu hai fatto quella bella
professione di fede in presenza di molti testimoni", cioè "nella
tua ordinazione", come spiega la Glossa. E a questa professione
è unita la solennità della consacrazione, cui accennano le altre
parole dell'Apostolo: "Ravviva la grazia di Dio che è in te per
l'imposizione delle mie mani"; grazia che a dire della Glossa è "la grazia episcopale". E Dionigi afferma che
"il sommo sacerdote",
cioè il vescovo, "nella sua ordinazione riceve sul capo la
santissima imposizione delle Scritture, per indicare che egli
partecipa integralmente di tutto il potere gerarchico, e che egli non
solo deve illuminare tutti su ciò che riguarda i libri e i riti santi, ma deve anche trasmetterli ad altri".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il principio e la crescita non
si cercano per se stessi, ma per la perfezione. Ecco perché
determinati uomini vengono deputati solo per lo stato di perfezione,
mediante un'obbligazione speciale e una certa solennità.
2. Gli uomini abbracciano lo stato di perfezione, non per
affermare di essere perfetti, ma come per dichiarare che tendono alla
perfezione. L'Apostolo infatti scriveva: "Non che io l'abbia già
raggiunto, o che già sia perfetto; ma sto dietro se mai riesca a
raggiungere lo scopo". E poco dopo: "Quanti dunque siamo
perfetti nutriamo questi sentimenti". Perciò uno non cade nella
menzogna, o nella simulazione, perché senza essere perfetto
abbraccia lo stato di perfezione: ma solo se poi desiste dal tendere
ad essa.
3. Il martirio consiste in un atto perfettissimo di carità. Un
atto perfetto però non basta, come abbiamo spiegato, a costituire
lo stato di perfezione.
ARTICOLO 6
Se tutti i prelati ecclesiastici siano in stato di perfezione
SEMBRA che i prelati ecclesiastici siano tutti in stato di
perfezione. Infatti:
1. S. Girolamo scrive:
"Un tempo presbitero e vescovo erano
la stessa cosa"; e conclude: "Perciò come i sacerdoti, o presbiteri,
sanno di essere sudditi per consuetudine ecclesiastica a colui che
li presiede; così i vescovi sappiano che sono superiori ai sacerdoti
più per una consuetudine, che per una vera disposizione del Signore,
e che devono in comune governare la Chiesa". Ma i vescovi
sono in stato di perfezione. Dunque anche i sacerdoti in cura d'anime.
2. Anche i sacerdoti parroci ricevono la cura delle anime, come
i vescovi, mediante una consacrazione; così pure gli arcidiaconi,
cui si applicano le parole della Scrittura: "Sceglietevi, o fratelli,
sette uomini di buona reputazione, ecc.", che la Glossa così
commenta: "Gli Apostoli decisero così di costituire nella Chiesa sette
diaconi di grado più alto, e come colonne attorno all'altare".
Perciò anch'essi sono in stato di perfezione.
3. Come i vescovi sono obbligati a
"dare la vita per le loro pecore", così lo sono pure i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi.
Ma questo è un atto che appartiene alla perfezione della carità.
Dunque anche i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi sono in stato
di perfezione.
IN CONTRARIO: Dionigi insegna:
"L'ordine dei pontefici ha il
compito di completare e perfezionare; quello dei sacerdoti illumina
e rischiara; e quello dei ministri purifica e vaglia". Perciò
è evidente che la perfezione va attribuita solo ai vescovi.
RISPONDO: Nei sacerdoti e nei diaconi in cura d'anime si possono
distinguere due cose: l'ordine sacro e la cura d'anime. Ebbene,
il loro ordine si riferisce ad atti particolari nell'ambito degli
uffici divini: e per questo sopra abbiamo detto che la distinzione
degli ordini dipende dalla distinzione degli uffici. Per il fatto
quindi che uno riceve un ordine sacro, riceve il potere di compiere
delle funzioni sacre: ma con questo egli non si obbliga alle
pratiche della perfezione, sebbene nella Chiesa Occidentale nel
ricevere gli ordini sacri si emetta il voto di continenza, che è una
delle pratiche relative alla perfezione, come vedremo. Quindi
per il fatto che uno riceve un ordine sacro, non viene posto nello
stato di perfezione; anche se per esercitarne degnamente gli atti,
si richieda la perfezione interiore.
E neppure si è posti in tale stato con l'accettazione della cura
d'anime. Infatti i parroci non si obbligano col vincolo di un voto
perpetuo al governo delle anime, ma possono lasciarlo: o passando
alla vita religiosa, anche senza il permesso del loro vescovo,
come dice il Decreto (di Graziano); oppure col permesso
del vescovo si può lasciare l'arcidiaconato o la parrocchia, per
una semplice prebenda senza cura d'anime. E questo non sarebbe
mai permesso, se uno fosse in stato di perfezione; poiché il Vangelo
afferma: "Chiunque dopo aver messo mano all'aratro si
volge indietro, non è adatto al regno di Dio". I vescovi invece,
essendo in stato di perfezione, non possono lasciare l'incarico
pastorale, se non per cause ben determinate, come vedremo, e
per una dispensa del Sommo Pontefice, il quale ha la facoltà di
dispensare anche i voti perpetui.
Perciò è evidente che non tutti i prelati sono in stato di perfezione,
ma solo i vescovi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Del vescovo e del presbitero
possiamo parlare da due punti di vista. Primo, rispetto al nome.
E così una volta vescovi e presbiteri non si distinguevano. Infatti
il termine vescovo viene da "soprintendere", come dice S. Agostino;
e presbiteri in greco equivale ad anziani. Ecco perché
l'Apostolo usa promiscuamente il termine "presbiteri" per gli
uni e per gli altri, quando scrive: "I presbiteri che si comportano
bene nell'ufficio di capi siano fatti degni di doppio onore". E così
fa col termine "vescovi", parlando ai sacerdoti della Chiesa di
Efeso: "Badate dunque a voi stessi, badate al gregge di cui lo
Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la Chiesa di Dio".
Ma di fatto ci fu sempre distinzione tra loro, anche al tempo
degli Apostoli, come Dionigi dimostra. E commentando quel
passo di S. Luca, "Dopo queste cose il Signore scelse, ecc.", la
Glossa afferma: "Come gli apostoli sono il tipo dei vescovi, così
i settantadue discepoli sono il tipo dei sacerdoti del secondo ordine".
Dopo però, per evitare scismi, fu necessario distinguerli anche
di nome: chiamando vescovi i superiori, e presbiteri gli inferiori.
Dire che i presbiteri non differiscono dai vescovi, è un errore
che S. Agostino enumera tra le eresie, riferendo che gli Ariani
insegnano "non doversi il sacerdote distinguere in nulla dal vescovo".
2. Ai vescovi è affidata direttamente la cura principale di tutti
i loro diocesani; mentre i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi hanno
incarichi subordinati sotto l'autorità dei vescovi. Ecco perché,
spiegando quel testo paolino, "Alcuni hanno il dono di assistere,
altri di governare", la Glossa afferma: "L'assistenza è il compito
di quelli che aiutano i superiori, come Tito fece con S. Paolo, e
gli arcidiaconi fanno con i vescovi. Il governare poi di cui si
parla è quello dei prelati inferiori, cioè dei preti, i quali insegnano
al popolo". E Dionigi afferma: "Come la gerarchia universale
culmina in Gesù, così ogni gerarchia particolare culmina nel proprio
divino gerarca", cioè nel vescovo.
E nel Decreto (di Graziano) si legge:
"Tutti i sacerdoti e i diaconi
stiano attenti a non far nulla senza il permesso del proprio
vescovo". È chiaro quindi che costoro stanno al vescovo come
i magistrati e i ministri stanno al re. Perciò, come tra le autorità
civili il re soltanto riceve una solenne benedizione, mentre gli
altri vengono istituiti con la semplice designazione: così in campo
ecclesiastico l'episcopato viene imposto con una solenne consacrazione,
ma l'arcidiaconato, o la cura parrocchiale vengono imposti
con un semplice comando. - Questi prelati però vengono
consacrati nel conferimento dcgli ordini, prima però di ottenere
la cura d'anime.
3. I parroci e gli arcidiaconi, come non hanno la cura principale
del gregge, ma un incarico da parte del vescovo, così non
hanno in maniera diretta e principale, né l'officio di pastori, né l'obbligo
di esporre la vita per il gregge; ma l'hanno in quanto
partecipi di tale cura. Essi quindi non raggiungono lo stato di
perfezione, ma hanno piuttosto un ufficio che è connesso con la
perfezione.
ARTICOLO
7
Se lo stato dei religiosi sia più perfetto di quello dei vescovi
SEMBRA che lo stato dei religiosi sia più perfetto di quello dei
vescovi. Infatti:
1. Il Signore consiglia:
"Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò
che hai e donalo ai poveri"; e così fanno i religiosi. Ma i vescovi
a ciò non sono tenuti, poiché si legge nel Decreto (di Graziano): "I vescovi lascino ai propri eredi i beni propri o quelli acquistati,
oppure quanto loro personalmente possiedono". Dunque i religiosi
sono in uno stato più perfetto dei vescovi.
2. La perfezione consiste più nell'amore di Dio, che nell'amore
del prossimo. Ma lo stato dei religiosi è ordinato direttamente
all'amore di Dio: cosicché "essi devono il loro nome al culto
e al servizio di Dio", come nota Dionigi. Invece lo stato dei
vescovi è ordinato all'amore del prossimo, cui essi "sopraintendono",
come dice il loro nome secondo la spiegazione di S. Agostino.
Perciò lo stato religioso è più perfetto dello stato episcopale.
3. Lo stato dei religiosi è ordinato alla vita contemplativa, la
quale è superiore alla vita attiva cui è ordinato lo stato dei vescovi.
Infatti S. Gregorio scrive, che "Isaia desiderando di essere
utile al prossimo con la vita attiva, chiese l'ufficio della predicazione;
Geremia invece desiderando di unirsi più intimamente al
Creatore, si peritava di accettare la predicazione". Dunque lo
stato dei religiosi è più perfetto di quello dei vescovi.
IN CONTRARIO: A nessuno è lecito passare da uno stato superiore
a uno stato inferiore: il che equivarrebbe a "volgersi indietro".
Si può invece passare dallo stato religioso allo stato
episcopale: poiché nel Decreto (di Graziano) si legge che "la sacra
ordinazione fa di un monaco un vescovo". Perciò lo stato dei
vescovi è più perfetto dello stato religioso.
RISPONDO: A detta di S. Agostino,
"l'agente è sempre superiore
al paziente". Ora, in fatto di perfezione i vescovi sono dei "perfezionatori". Come nota Dionigi, mentre i religiosi sono dei
"perfezionati": indicando così azione e passione. Perciò è evidente
che lo stato di perfezione si riscontra più nei vescovi che
nei religiosi.
SOLUZIONE DELLE DIFFlCOLTÀ: 1. La rinunzia ai propri beni
si può concepire in due modi. Primo, come rinunzia di fatto.
E questo non costituisce essenzialmente la perfezione, ma è un
mezzo di perfezione, come sopra abbiamo spiegato. Perciò niente
impedisce che si abbia lo stato di perfezione, senza la rinunzia
alle proprie sostanze. E lo stesso si dica delle altre osservanze esterne.
Secondo, la rinunzia si può concepire come disposizione d'animo:
in modo cioè che uno sia pronto, se fosse necessario, ad abbandonare
o a distribuire ogni cosa. E questo appartiene direttamente
alla perfezione. Di qui le parole di S. Agostino: "Il Signore
spiega che i figli della sapienza comprendono non consistere la
giustizia nel digiunare, o nel mangiare; ma nel soffrire la fame
con pazienza". Perciò l'Apostolo scriveva: "So esser ricco, e so
esser povero". Ora, i vescovi soprattutto sono tenuti a disprezzare
all'occorrenza tutte le loro ricchezze, per l'onore di Dio e per la
salvezza del loro gregge, o distribuendole ai poveri, o "sopportando
con gioia la spogliazione dei loro beni".
2. Il fatto che i vescovi attendono alle opere riguardanti l'amore
del prossimo, deve dipendere dall'abbondanza del loro amore
verso Dio. Ecco perché a Pietro il Signore prima chiese se lo
amava, e poi gli affidò la cura del gregge. E S. Gregorio scrive: "Se la cura pastorale è una prova di amore, chiunque, avendone
la capacità, si rifiuta di pascere il gregge di Dio, dimostra di non
amare il Supremo Pastore". Infatti dà una prova più grande
d'amore chi per un amico è pronto a servire una terza persona,
che colui il quale vuol servire solo l'amico.
3. Come dice S. Gregorio:
"Il vescovo sia il primo nell'azione,
e più d'ogni altro assorto nella contemplazione"; perché i vescovi
son tenuti a contemplare non solo per sé, ma anche per l'istruzione
degli altri. Ecco perché egli scrive, che "ai perfetti, reduci
dalla contemplazione, si applicano le parole della Scrittura: "Proclameranno
il ricordo della tua dolcezza"".
ARTICOLO
8
Se i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi siano più perfetti
dei religiosi
SEMBRA che i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi siano più perfetti
dei religiosi. Infatti:
1. Il Crisostomo scrive:
"Anche se tu mi presenti un monaco
che sia, per modo di dire, un altro Elia, non è da paragonarsi a
colui, che dedicatosi al popolo, e costretto a portare i peccati di
molti, persevera immobile e forte". E poco dopo aggiunge: "Se
mi si proponesse di scegliere tra accontentare Dio nell'ufficio
sacerdotale e la solitudine monastica, senza dubitare affatto sceglierei
il primo partito". E nel medesimo libro si legge: "Se si
confrontano al sacerdozio bene amministrato i travagli della
professione monastica, si troverà che distano tra loro quanto un
re da una persona privata". Dunque i sacerdoti in cura d'anime
sono più perfetti dei religiosi.
2. S. Agostino così scriveva a S. Valerio:
"Consideri la tua
religiosa prudenza che in questa vita, e specialmente ai nostri
tempi, non c'è nulla di più difficile, penoso e laborioso dell'ufficio
di vescovo, di sacerdote, o di diacono: ma presso Dio non c'è
niente di più splendido, se si combatte come comanda il nostro capitano". Perciò i religiosi non sono più perfetti dei sacerdoti,
o dei diaconi.
3. S. Agostino inoltre
afferma: "Sarebbe molto deplorevole
esporre i monaci a una perniciosa superbia, e imporre ai chierici
un grave affronto", se si dicesse che "un cattivo monaco equivale
a un buon chierico"; "poiché anche un buon monaco difficilmente
arriva a fare un buon chierico". E poco prima aveva detto,
che "non si deve dare occasione ai servi di Dio", cioè ai monaci,
"di pensare che essi saranno scelti più facilmente a una cosa
migliore",
cioè al chiericato, "diventando peggiori", con l'abbandono
della vita monastica. Quindi chi è nello stato clericale è più perfetto
dei religiosi..
4. Non è mai lecito passare da uno stato superiore a quello
inferiore. Ma dallo stato religioso è lecito passare all'ufficio di
sacerdote in cura d'anime, come appare dal decreto di Papa Gelasio: "Se
un monaco, venerabile per i suoi meriti, appare degno
del sacerdozio, e l'Abate, sotto il cui comando combatte per Cristo,
chiede che diventi sacerdote; il vescovo dovrà chiamarlo, e ordinarlo dove crederà
opportuno". E S. Girolamo scrive al
monaco Rustico: "Nel monastero vivi in modo da meritarti di
diventare chierico". Dunque i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi
sono più perfetti dei religiosi.
5. I vescovi come abbiamo dimostrato, sono in uno stato più
perfetto dei religiosi. Ma i sacerdoti parroci e gli arcidiaconi,
per il fatto che sono in cura d'anime, somigliano ai vescovi più
dei religiosi. Quindi sono più perfetti di costoro.
6. A detta di Aristotele,
"la virtù ha per oggetto il bene arduo".
Ora, è cosa più ardua viver bene nell'ufficio di parroco o di arcidiacono,
che nello stato religioso. Perciò i parroci e gli arcidiaconi
hanno una virtù più perfetta dei religiosi.
IN CONTRARIO: Nel Decreto (di Graziano) si legge:
"Se uno
che regge un popolo, sotto l'autorità del vescovo, vivendo da
secolare, mosso dallo Spirito Santo vuole salvare se stesso in un
monastero o tra i canonici regolari; essendo guidato da una
legge personale, nessun diritto può esigere che venga costretto
dalla legge pubblica". Ora, uno non può esser mosso dalla legge
dello Spirito Santo, che qui è chiamata "personale", se non a
qualche cosa di più perfetto. Dunque i religiosi sono più perfetti
degli arcidiaconi e dei parroci.
RISPONDO: La superiorità di una cosa sull'altra non risulta
da ciò che esse hanno in comune, ma da ciò che le differenzia. Ora, nei parroci e negli arcidiaconi si devono considerare tre cose:
lo stato, l'ordine e l'ufficio. Per lo stato essi sono secolari; per
l'ordine sono sacerdoti o diaconi; per l'ufficio sono in cura d'anime.
Ora, se ad essi confrontiamo dei religiosi, che siano diaconi o
sacerdoti e in cura d'anime, come lo sono certi monaci e canonici
regolari: questi ultimi son superiori per lo stato e alla pari per
il resto. - Se invece questi ultimi differiscono dai primi per lo
stato e per l'ufficio, e convengono nell'ordine, come i religiosi
sacerdoti e diaconi che non sono in cura d'anime: allora è evidente
che i secondi rispetto ai primi sono superiori nello stato,
inferiori nell'ufficio, ed eguali nell'ordine. - Perciò bisogna considerare
quale preminenza sia più importante: se quella di stato,
o quella d'ufficio.
In proposito si deve tener conto di due cose: della bontà e della
difficoltà. Se si confrontano per la bontà, allora lo stato religioso
va preferito all'ufficio di parroco o di arcidiacono: poiché il religioso
impegna tutta la sua vita all'acquisto della perfezione;
invece il sacerdote parroco e l'arcidiacono non impegnano tutta
la loro vita alla cura delle anime, come fa il vescovo; e neppure
ne hanno, come i vescovi, l'incombenza diretta o principale; ma
al loro ufficio spettano solo delle mansioni particolari relative alla
cura delle anime, come sopra abbiamo spiegato. Perciò lo stato
religioso si trova ad essere, nei confronti del loro ufficio, come un
universale rispetto al particolare; o come l'olocausto rispetto al
sacrificio, che, stando alle spiegazioni di S. Gregorio, è inferiore
all'olocausto. Di qui la prescrizione dei Canoni: "Il vescovo è
tenuto a concedere la libertà di entrare in monastero ai chierici
che lo desiderano, perché costoro vogliono seguire una vita migliore". - Però
questa superiorità va intesa rispetto al genere
delle opere. Poiché rispetto alla carità degli operanti talora capita
che un'opera la quale è inferiore per il suo genere, sia più meritoria,
perché è fatta con maggiore carità.
Se invece si considera la difficoltà di menare una vita santa in
religione e in cura d'anime, allora è più difficile viver bene in
cura d'anime, dati i pericoli esterni; sebbene la vita religiosa sia
più difficile per la natura dei suoi atti, dato il rigore dell'osservanza
regolare.
Se però i religiosi sono senza ordini sacri, come nel caso dei
conversi, allora è evidente che la superiorità degli ordini eccelle
in dignità: poiché con l'ordine sacro uno viene consacrato a ministeri
nobilissimi, con i quali si serve a Cristo medesimo nel Sacramento
dell'altare, per cui si richiede maggiore santità di quanto
non ne richieda lo stato religioso; poiché come insegna Dionigi, "l'ordine monastico deve seguire gli ordini sacerdotali, e a loro
imitazione elevarsi alle cose divine". Perciò a parità di condizioni,
nel compiere un atto incompatibile con la santità, pecca più gravemente
un chierico ordinato, che un religioso privo di ordini
sacri: sebbene il religioso laico sia tenuto alle osservanze regolari,
cui non è tenuto il chierico suddetto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A proposito di quei testi del
Crisostomo si potrebbe rispondere brevemente, che egli non parla
del sacerdote parroco, ma del vescovo, denominato da lui "sommo
sacerdote". E ciò in tono col fine del suo libro, in cui intendeva
consolare se stesso e Basilio, per essere stati eletti vescovi.
A parte questo, bisogna rispondere che egli fa questione di difficoltà.
Infatti poco prima aveva scritto: "Quando il pilota, trovandosi
in mezzo ai flutti, è capace di campare la nave dalla tempesta,
allora merita da parte di tutti il titolo di perfetto pilota".
E conclude con le parole riportate, relative al monaco, il quale "non è da paragonare a colui che dedicatosi al popolo, persevera
immobile"; e porta la ragione: "perché sa governare se stesso
nella tempesta, come nella calma". Ora, da questo non si può
arguire se non che è più pericoloso lo stato di chi è in cura d'anime
che lo stato religioso: poiché conservarsi onesto nel pericolo è
indizio di maggiore virtù. Ma è indizio di grande virtù anche entrare
in religione per evitare i pericoli. Perciò egli non dice che "preferirebbe essere nell'ufficio sacerdotale piuttosto che nella
solitudine monastica", ma che "preferirebbe accontentare (Dio)"
in tale ufficio, perché ciò è indizio di maggiore virtù.
2. Anche quel testo di S. Agostino si riferisce alla difficoltà,
o arduità, la quale è indizio di maggiore virtù in coloro che la
sanno superare, come abbiamo spiegato.
3. S. Agostino in quel testo paragona i monaci ai chierici per
la differenza degli ordini sacri, e non per la differenza tra stato
religioso e vita secolare.
4. Coloro che sono assunti alla cura delle anime dallo stato
religioso, essendo già ordinati, acquistano qualche cosa che prima
non avevano, cioè il nuovo ufficio: ma non lasciano quello che
avevano di già, e cioè lo stato religioso; infatti nel Decreto (di
Graziano) si legge: "Se un monaco dopo aver vissuto a lungo nel
monastero, diventa chierico assumendo gli ordini sacri, ordiniamo
che non abbandoni il proposito precedente". Invece i preti parroci
e gli arcidiaconi, quando entrano in religione depongono il
loro ufficio per conseguire lo stato di perfezione. E ciò dimostra
la superiorità della vita religiosa.
Quando poi dei religiosi laici vengono assunti agli ordini sacri,
è chiaro che sono promossi a cose superiori, come abbiamo detto.
E questo si desume anche dalle parole di S. Girolamo: "Nel
monastero vivi in modo da meritarti di diventare chierico".
5. I parroci e gli arcidiaconi sono più dei religiosi simili ai
vescovi in qualche cosa, cioè nella cura delle anime loro affidata
in modo subordinato. Ma per l'obbligo perpetuo richiesto dallo
stato di perfezione somigliano di più ai vescovi i religiosi, come
abbiamo già dimostrato.
6. Le difficoltà dovute all'arduità di un'opera contribuiscono
alla grandezza della virtù. Invece le difficoltà provenienti dagli impedimenti
esterni talora ne diminuiscono l'eccellenza; come quando
uno non ama la virtù fino a evitarne gli ostacoli, secondo le parole
di S. Paolo: "Tutti i lottatori si sottomettono ad ogni sorta di
astinenze". Talora invece l'esistenza delle difficoltà è indizio di
perfetta virtù; per es., quando uno nei casi imprevisti e per cause
inevitabili incontra ostacoli alla virtù, e non l'abbandona. Però
nello stato religioso vi sono maggiori difficoltà per l'eccellenza
delle opere da praticare: ma per quelli che vivono nel mondo in
qualsiasi modo la maggiore difficoltà nasce da ostacoli alla virtù,
che i religiosi prudentemente hanno provvisto a evitare.
|