Il Santo Rosario
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Questione 181

La vita attiva

Ed eccoci a esaminare la vita attiva.
Su questo tema tratteremo quattro argomenti: 1. Se alla vita attiva appartengano tutti gli atti delle virtù morali; 2. Se le appartenga la prudenza; 3. Se alla vita attiva appartenga l'insegnamento; 4. La durata della vita attiva.

ARTICOLO 1

Se alla vita attiva appartengano tutti gli atti delle virtù morali

SEMBRA che non tutti gli atti delle virtù morali appartengano alla vita attiva. Infatti:
1. Pare che la vita attiva consista solo nei compiti relativi agli altri; poiché S. Gregorio scrive, che "la vita attiva sta nel dare il pane agli affamati"; e dopo aver enumerato molte opere del genere conclude: "... e nel dare a ciascuno quello che si richiede". Ora, non tutti gli atti delle virtù morali ci ordinano al prossimo, ma solo quelli di giustizia e delle virtù annesse, come sopra abbiamo visto. Dunque alla vita attiva non appartengono gli atti di tutte le virtù morali.

2. S. Gregorio afferma che Lia, cisposa ma feconda, sta a indicare la vita attiva: la quale, "mentre attende alle opere, vede di meno; però con l'accendere il prossimo alla propria imitazione, sia con le parole, che con l'esempio, genera al ben vivere molti figli". Ora, questo appartiene più alla carità verso il prossimo, che alle virtù morali. Dunque gli atti delle virtù morali non appartengono alla vita attiva.
3. Le virtù morali, come sopra abbiamo detto, predispongono alla vita contemplativa. Ma predisposizione e perfezione correlativa appartengono allo stesso genere. Perciò le virtù morali non appartengono alla vita attiva.

IN CONTRARIO: S. Isidoro scrive: "Prima si devono estirpare tutti i vizi nella vita attiva con l'esercizio delle opere buone, per poter poi passare a contemplare Dio con l'occhio della mente purificato nella vita contemplativa". Ora, i vizi non vengono estirpati che dagli atti delle virtù morali. Dunque gli atti delle virtù morali appartengono alla vita attiva.

RISPONDO: La vita attiva e contemplativa, come sopra abbiamo detto, si distinguono tra di loro secondo la diversità dei compiti nel tendere a due fini diversi, quali la contemplazione della verità, fine della vita contemplativa, e l'azione esterna, cui è ordinata la vita attiva. Ora, è evidente che le virtù morali non mirano principalmente alla contemplazione della verità, ma all'azione: infatti il Filosofo afferma, che "per la virtù il sapere importa poco o nulla". Perciò è chiaro che le virtù morali appartengono alla vita attiva. Cosicché il Filosofo ordina le virtù morali alla felicità attiva.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tra le virtù morali la prima è la giustizia, che ci ordina ad altri, come spiega il Filosofo. Ecco perché la vita attiva viene definita in rapporto ai doveri verso gli altri: non già perché consiste in essi soltanto, ma perché consiste principalmente in essi.
2. Uno può guidare al bene il prossimo con il suo esempio mediante gli atti di tutte le virtù morali; e questo, come aggiunge S. Gregorio nel passo citato, appartiene alla vita attiva.

3. Come la virtù che è ordinata al fine di un'altra passa in qualche modo alla specie di quest'ultima; così quando uno si serve delle funzioni della vita attiva solo in quanto predispongono alla contemplazione, allora esse rientrano nella vita contemplativa. Invece in coloro che attendono agli atti delle virtù morali come a cose buone in se stesse, e non in quanto dispongono alla vita contemplativa, tali virtù appartengono alla vita attiva. - Ma si può anche rispondere che (di suo) la vita attiva è predisposizione alla vita contemplativa.

ARTICOLO 2

Se la prudenza appartenga alla vita attiva

SEMBRA che la prudenza non appartenga alla vita attiva. Infatti:
1. Come la vita contemplativa riguarda le facoltà conoscitive, così la vita attiva riguarda quelle appetitive. Ora, la prudenza non appartiene alle facoltà appetitive, ma a quelle conoscitive. Dunque la prudenza non appartiene alla vita attiva.

2. S. Gregorio afferma, che "la vita attiva, nell'attendere alle varie occupazioni, vede di meno"; ecco perché viene prefigurata da Lia, che aveva gli occhi cisposi. Invece la prudenza richiede occhi acuti, perché l'uomo possa ben giudicare il da farsi. Perciò la prudenza non appartiene alla vita attiva.
3. La prudenza sta tra le virtù morali e quelle intellettuali. Ora, come le virtù morali, stando alle spiegazioni date, appartengono alla vita attiva, quelle intellettuali appartengono alla contemplativa. Quindi la prudenza non appartiene né alla vita attiva, né a quella contemplativa, ma a quel genere di vita intermedio, di cui parla S. Agostino.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la prudenza appartiene alla felicità attiva, cui appartengono le virtù morali.

RISPONDO: Abbiamo già detto che, in morale specialmente, quanto è ordinato a un'altra cosa come a suo fine rientra nella specie di ciò cui è ordinato: così, a detta del Filosofo, "chi commette adulterio per rubare, è più ladro che adultero". Ora, è evidente che il sapere della prudenza è ordinato agli atti delle virtù morali: essa infatti, come insegna Aristotele, è "la retta ragione dell'agire". Cosicché i fini delle virtù morali sono "i principii della prudenza", a detta del medesimo. Perciò, come le virtù morali in colui che le ordina alla quiete della contemplazione appartengono, secondo le spiegazioni date, alla vita contemplativa; così il sapere della prudenza, che di suo è ordinato agli atti delle virtù morali, direttamente appartiene alla vita attiva. Se però si prende la prudenza in senso proprio, nel senso cioè in cui ne parla il Filosofo. Se invece si prende in senso generico, per qualsiasi tipo di conoscenza umana, allora la prudenza in parte rientra nella vita contemplativa: e in tal senso Cicerone può dire, che "si suol ritenere giustamente per prudentissimo e sapientissimo colui che con la massima acutezza e celerità è in grado di percepire la verità e di spiegarla".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli atti morali, come sopra abbiamo visto, sono specificati dal fine. Perciò appartiene alla vita contemplativa quel sapere che ha di mira la conoscenza della verità: invece il sapere della prudenza, che ha il suo fine principalmente negli atti delle facoltà appetitive, appartiene alla vita attiva.
2. Le occupazioni esterne, fanno sì che l'uomo veda di meno nelle cose di ordine intellettivo, le quali trascendono quelle sensibili cui si applicano le opere della vita attiva. Però l'occupazione esterna della vita attiva fa sì che l'uomo veda più chiaramente nel giudizio sulle cose da compiere, che appartiene alla prudenza. E questo, sia per l'esperienza, sia per l'attenzione della mente: poiché, come dice Sallustio, "dove ti applichi, là si rafforza l'ingegno".
3. Si dice che la prudenza sta tra le virtù intellettuali e quelle morali in questo senso, che è intellettiva per il subietto, e morale per l'oggetto. Invece quel terzo genere di vita sta tra la vita attiva e quella contemplativa rispetto alle cose di cui si occupa: poiché talora attende alla contemplazione della verità, e talora alle occupazioni esterne.

ARTICOLO 3

Se insegnare sia un atto della vita attiva, o di quella contemplativa

SEMBRA che insegnare non sia un atto della vita attiva, ma di quella contemplativa. Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che "i perfetti comunicano ai fratelli i beni celesti che hanno potuto contemplare, e ne eccitano gli animi all'amore della luce interiore". Ma questo rientra nell'insegnamento. Dunque insegnare è un atto della vita contemplativa.
2. L'atto e l'abito correlativo rientrano nel medesimo genere di vita. Ora, l'insegnamento è un atto della virtù della sapienza: infatti il Filosofo scrive, che "poter insegnare è segno di scienza". Ma dal momento che la sapienza e la scienza appartengono alla vita contemplativa, è chiaro che appartiene a quest'ultima anche l'insegnamento.
3. La preghiera è un atto della vita contemplativa come la contemplazione. Ma la preghiera che si fa per gli altri non cessa di appartenere alla vita contemplativa. Perciò il fatto che uno comunica ad altri, con l'insegnamento, la verità meditata rientra anch'esso nella vita contemplativa.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna: "La vita attiva consiste nel dare il pane agli affamati, e nell'insegnare parole di sapienza agli ignoranti".

RISPONDO: L'atto dell'insegnare ha due oggetti: poiché l'insegnamento si fa con la parola; e la parola è l'espressione del pensiero. Perciò il primo oggetto dell'insegnamento è la materia, ossia l'oggetto del pensiero interiore. E rispetto a tale oggetto l'insegnamento appartiene ora alla vita attiva, ora a quella contemplativa: all'attiva quando si concepisce interiormente una verità per ben guidarsi nell'azione esterna; e alla contemplativa quando si concepisce una verità di ordine intellettivo, per godere nel considerarla e nell'amarla. Di qui le parole di S. Agostino: "Scelgano per sé la parte migliore", cioè la vita contemplativa, "si applichino alla parola, sospirino alla dolcezza dell'insegnamento, si occupino della scienza salutare". E qui evidentemente l'insegnamento appartiene alla vita contemplativa.
Il secondo oggetto dell'insegnamento è da ricercarsi nella parola esterna. E da questo lato oggetto dell'insegnamento è colui che ascolta. E rispetto a tale oggetto qualsiasi insegnamento appartiene alla vita attiva, come tutti gli atti esterni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo si parla espressamente dell'insegnamento rispetto alla materia di esso, che consiste nella considerazione e nell'amore della verità.
2. Abito ed atto hanno il medesimo oggetto. Perciò il secondo argomento è valido solo per la materia del pensiero interiore. Infatti chi è dotato di sapienza o di scienza intanto ha la capacità di insegnare, in quanto ha quella di esprimere il pensiero interiore con la parola, per indurre altri a conoscere la verità.
3. Chi prega per un altro non agisce affatto sulla persona per cui prega, ma solo presso Dio, che è verità di ordine intelligibile. Invece chi insegna ad altri agisce su di essi con atti esterni. E quindi il paragone non regge.

ARTICOLO 4

Se la vita attiva perduri dopo la vita presente

SEMBRA che la vita attiva debba durare dopo la vita presente. Infatti:
1. Alla vita attiva, come sopra abbiamo visto, appartengono gli atti delle virtù morali. Ma le virtù morali, a detta di S. Agostino, rimangono dopo questa vita. Dunque rimane anche la vita attiva.
2. Insegnare agli altri, abbiamo detto, appartiene alla vita attiva. Ma nella vita futura, in cui "saremo simili agli angeli", potrà esserci l'insegnamento, come appunto c'è negli angeli: poiché, come insegna Dionigi, tra gli angeli si ha "comunicazione di scienza", in quanto l'uno "illumina, purifica e perfeziona" l'altro. Perciò la vita attiva rimane anche dopo la vita presente.
3. Ciò che di suo è più duraturo è più facile che rimanga dopo la vita presente. Ora, la vita attiva di suo è più duratura: dice infatti S. Gregorio, che "nella vita attiva possiamo rimanere stabilmente, mentre in quella contemplativa non siamo in grado di prolungare molto l'attenzione della mente". Dunque la vita attiva può durare dopo la morte assai meglio di quella contemplativa.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna: "La vita attiva cesserà con il tempo presente; invece la contemplativa germoglia qui per fiorire nella patria celeste".

RISPONDO: La vita attiva, come abbiamo visto, ha di mira gli atti esterni: i quali, se vengono riferiti alla quiete della contemplazione, appartengono alla vita contemplativa. Ma nella vita futura dei beati cesserà ogni occupazione di opere esterne: e anche se ci sono atti esterni verranno riferiti al fine della contemplazione. Infatti, come scrive S. Agostino, "là ci riposeremo e vedremo; vedremo ed ameremo; ameremo e loderemo". E poco prima aveva scritto, che là Dio "sarà veduto senza fine, sarà amato senza noia, sarà lodato senza stanchezza. Tutti avranno questo dono, questo sentimento, questa occupazione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù morali, come abbiamo detto sopra, non rimarranno per i loro atti relativi ai mezzi, ma solo per quelli relativi al fine. E codesti atti costituiscouo appunto la quiete della contemplazione, che S. Agostino chiama "riposo"; e che non va concepita solo in rapporto ai tumulti esterni, ma anche in rapporto agl'interni turbamenti delle passioni.
2. La vita contemplativa, secondo le spiegazioni date, consiste principalmente nella contemplazione di Dio. E in questo un angelo non può insegnare all'altro; poiché a proposito degli "angeli dei bambini", i quali sono dell'ordine più basso, il Vangelo afferma, che "vedono sempre il volto del Padre". E quindi anche gli uomini nella vita futura non potranno istruirsi l'un l'altro su Dio, ma tutti "lo vedremo così come egli è", secondo le parole di S. Giovanni. Si avvererà così la predizione di Geremia: "Non si ammaestreranno più l'un l'altro dicendo: Riconosci il Signore; perché tutti mi riconosceranno, dal più piccolo al più grande".
Invece un angelo insegna all'altro purificando, illuminando e perfezionando, nelle cose riguardanti "il compimento del loro ministero divino". E da questo lato essi partecipano qualche cosa della vita attiva finché dura il mondo, perché attendono al governo delle creature inferiori. E ciò viene indicato dal fatto che Giacobbe vide nella scala angeli "che salivano", per la contemplazione, e "che scendevano", per l'azione. Ma, come dice S. Gregorio, "essi non escono fuori della visione di Dio in modo da perdere la gioia dell'interna contemplazione". Perciò in essi la vita attiva non è distinta da quella contemplativa, come avviene per noi, che le opere della vita attiva distolgono dalla contemplazione.
Del resto a noi fu promessa la somiglianza con gli angeli non nel governo delle creature inferiori, che a noi non spetta per natura come agli angeli, ma solo nella visione di Dio.
3. La durata della vita attiva che qui in terra è superiore a quella della vita contemplativa non deriva dalla natura di entrambe le vite considerate in se stesse, ma dalla miseria di noi uomini, che il gravame del corpo ritrae dalle altezze della contemplazione. Ecco perché S. Gregorio aggiunge, che "respinto per la sua stessa infermità dalla sublimità di un'altezza così grande, l'animo ricade su se stesso".