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Questione
180
La
vita contemplativa
Passiamo così a trattare della vita contemplativa.
Sull'argomento svilupperemo otto articoli:
1. Se la vita contemplativa interessi solo l'intelletto, oppure anche la volontà;
2. Se nella vita contemplativa rientrino anche le virtù morali; 3. Se la vita contemplativa consista in una o in più operazioni;
4. Se nella vita contemplativa rientri la considerazione di qualsiasi verità; 5. Se nello stato presente la vita contemplativa
dell'uomo possa elevarsi fino alla visione di Dio; 6. I (tre) moti
della contemplazione descritti da Dionigi; 7. Le gioie della contemplazione; 8. La sua durata.
ARTICOLO
1
Se la vita contemplativa non interessi affatto la volontà,
ma solo l'intelletto
SEMBRA che la vita contemplativa non interessi affatto la
volontà, ma solo l'intelletto. Infatti:
1. Il Filosofo afferma, che
"fine della contemplazione è la
verità". Ma la verità appartiene interamente all'intelletto. Dunque
la vita contemplativa si esaurisce totalmente nell'intelletto.
2. S. Gregorio scrive, che
"Rachele, il cui nome significa principio visivo, è figura della vita contemplativa". Ora, la visione
dei principii appartiene esclusivamente all'intelletto. Perciò la
vita contemplativa propriamente appartiene all'intelletto.
3. S. Gregorio insegna che è proprio della vita contemplativa
"cessare dall'attività esterna". Invece le facoltà affettive o appetitive spingono agli atti esterni. Quindi la vita contemplativa in
nessun modo riguarda le facoltà appetitive.
IN CONTRARIO: S. Gregorio scrive, che
"la vita contemplativa
consiste nel custodire con tutta l'anima l'amore di Dio e del
prossimo, aderendo col desiderio solo al Creatore". Ma il desiderio e
l'amore appartengono alle facoltà affettive o appetitive, come
sopra abbiamo visto. Perciò la vita contemplativa riguarda pure
le facoltà affettive, o appetitive.
RISPONDO: La vita contemplativa, come sopra abbiamo visto,
è quella di coloro che tendono principalmente alla contemplazione
della verità. Ma il tendere è un atto della volontà, come sopra
abbiamo detto, poiché si tende verso il fine, che è oggetto della
volontà. Perciò la vita contemplativa, considerando l'essenza del
suo atto, appartiene all'intelletto: ma se si considera il movente
di esso appartiene alla volontà, la quale muove tutte le altre potenze, compreso l'intelletto, ai rispettivi atti, come sopra abbiamo
spiegato.
Ora, la volontà spinge a conoscere qualche cosa con i sensi,
o con l'intelligenza, talora per l'amore che porta a tale oggetto,
poiché, come dice il Vangelo, "dove è il tuo tesoro, là è pure il
tuo cuore"; talora invece per l'amore della conoscenza stessa che
risulta dall'indagine. Ecco perché S. Gregorio ripone l'essenza
della vita contemplativa nella "carità verso Dio", poiché dall'amore di Dio uno è infiammato a contemplarne la bellezza. E
poiché dal conseguire ciò che si ama nasce la gioia, la vita contemplativa termina nel godimento, il quale risiede nella volontà;
e questo a sua volta accresce l'amore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La verità si presenta come
un bene appetibile, amabile e dilettevole per il fatto che è il fine
della contemplazione. E sotto quest'aspetto è oggetto della volontà.
2. Alla visione o contemplazione del primo principio, cioè di
Dio, siamo spinti dall'amore per lui. Ecco perché S. Gregorio
afferma, che "la vita contemplativa, disprezzando ogni altra
occupazione, acuisce il desiderio di vedere la faccia del Creatore".
3. La volontà, come abbiamo detto, muove non soltanto le
membra del corpo a compiere le azioni esterne, ma anche l'intelletto a compiere gli atti della contemplazione.
ARTICOLO
2
Se le virtù morali rientrino nella vita contemplativa
SEMBRA che le virtù morali rientrino nella vita contemplativa.
Infatti:
1. S. Gregorio afferma, che
"la vita contemplativa consiste
nel custodire con tutta l'anima la carità di Dio e del prossimo".
Ma tutte le virtù morali, i cui atti sono oggetto della legge, si
riducono all'amore di Dio e del prossimo: poiché, a detta di S. Paolo, "La pienezza della legge è
l'amore". Dunque le virtù morali appartengono alla vita contemplativa.
2. La vita
contemplativa è ordinata soprattutto alla contemplazione di Dio: infatti S.
Gregorio insegna che essa,
"disprezzando
ogni altra occupazione, acuisce il desiderio di vedere la faccia del Creatore". Ora, nessuno può arrivare a questo, se non mediante
la purezza, prodotta da una virtù morale; poiché nel Vangelo
si legge: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio"; e S. Paolo
raccomanda: "Cercate sempre la pace con tutti, e la santità,
senza la quale nessuno vedrà il Signore". Perciò le virtù morali
rientrano nella vita contemplativa.
3. S. Gregorio scrive, che
"la vita contemplativa ha la sua
bellezza nell'anima": infatti essa viene figurata da Rachele, di
cui si legge che era "di bell'aspetto". Ma la bellezza dell'animo
consiste nelle virtù morali, specialmente nella temperanza, come
nota S. Ambrogio. Dunque le virtù morali rientrano nella vita
contemplativa.
IN CONTRARIO: Le virtù morali sono ordinate agli atti esterni.
Invece S. Gregorio afferma che alla vita contemplativa spetta "cessare dall'attività
esterna". Quindi le virtù morali non rientrano nella vita contemplativa.
RISPONDO: Una
virtù può appartenere alla vita contemplativa
in due maniere: primo, essenzialmente; secondo, quale predisposizione. Ebbene, le virtù morali non rientrano nella vita
contemplativa essenzialmente; poiché il fine di questa è la
considerazione della verità. Invece, come scrive il Filosofo, sulle virtù
morali "il sapere ha scarsa importanza". Infatti egli afferma che
le virtù morali rientrano nella felicità della vita attiva, non in
quella della contemplativa.
Invece le virtù morali rientrano nella vita contemplativa come
predisposizioni. Poiché l'atto della contemplazione, in cui essenzialmente consiste tale vita, viene impedito dalla violenza delle
passioni, che richiamano l'attenzione dell'anima dalle cose intelligibili a quelle sensibili; e dall'esterno tumulto. Ora, le virtù
morali eliminano la violenza delle passioni, e calmano il tumulto
delle occupazioni esterne. Perciò le virtù morali appartengono
come predisposizioni alla vita contemplativa.
SOLUZIONE DELLE
DIFFICOLTÀ: 1. La vita contemplativa, come
abbiamo visto sopra, è sotto la mozione della volontà: ed è per
questo che essa richiede l'amore di Dio e del prossimo. Ma le
cause moventi non rientrano nell'essenza di una cosa, bensì predispongono
ad essa e ne sono il coronamento. Perciò non segue
che le virtù morali appartengano essenzialmente alla vita contemplativa.
2. La santità, o innocenza, è prodotta dalle virtù riguardanti
le passioni che impediscono la purezza dell'anima. La pace invece
è prodotta dalla giustizia, che ha per oggetto le operazioni esterne,
secondo le parole di Isaia: "Opera della giustizia sarà la pace";
poiché chi si astiene dalle ingiurie toglie le occasioni alle liti e
ai tumulti. E quindi le virtù morali predispongono alla vita
contemplativa causando la pace e la purezza.
3. La bellezza consiste, come abbiamo spiegato in
precedenza, in un certo splendore e nella debita proporzione. E queste
due cose radicalmente si riscontrano nella ragione, appartenendo
ad essa la luce della conoscenza e il compito di ordinare le debite
proporzioni in ogni altra operazione. Perciò nella vita contemplativa, che consiste in un atto della ragione, la bellezza vi si trova
formalmente ed essenzialmente. Infatti parlando della contemplazione della sapienza il Savio afferma:
"Sono innamorato della
sua bellezza".
La bellezza si trova invece solo per partecipazione nelle virtù
morali, in quanto esse partecipano l'ordine della ragione: e specialmente si riscontra nella temperanza, la quale reprime le
concupiscenze che oscurano maggiormente la luce della ragione.
Ecco perché la virtù della castità è quella che più d'ogni altra
rende idonei alla contemplazione: poiché i piaceri venerei son
quelli che più immergono l'anima nelle cose sensibili, come insegna
S. Agostino.
ARTICOLO
3
Se la vita contemplativa abbracci diversi atti
SEMBRA che la vita contemplativa debba abbracciare diversi
atti. Infatti:
1. Riccardo di S. Vittore distingue tra
"contemplazione, meditazione e cogitazione". Ma questi tre atti appartengono alla vita
contemplativa. Dunque molteplici sono gli atti della vita contemplativa.
2. L'Apostolo scrive:
"Noi tutti col viso scoperto speculando
la gloria del Signore, ci trasformiamo nella stessa immagine".
Ora, questo appartiene alla vita contemplativa. Perciò alle tre
funzioni precedenti va aggiunta la speculazione.
3. S. Bernardo
afferma, che "la prima e la più alta contemplazione è l'ammirazione della maestà".
L'ammirazione però, a
detta del Damasceno, è una specie del timore. Dunque per la
vita contemplativa si richiedono molteplici atti.
4. C'è chi dice che nella vita contemplativa rientrano
"l'orazione, la lettura e la meditazione". Inoltre vi rientra anche
"l'atto
di udire": infatti nel Vangelo si legge che Maria, la quale sta a
significare la vita contemplativa, "seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola". Perciò per la vita contemplativa si
richiedono molti atti.
IN CONTRARIO: Vita qui sta per l'operazione cui l'uomo attende
di preferenza. Quindi, se gli atti della vita contemplativa fossero
molteplici, essa non sarebbe una vita unica, ma ci sarebbero più
vite contemplative.
RISPONDO: Parliamo qui della vita contemplativa propria
dell'uomo. Poiché, a detta di Dionigi, la differenza dell'uomo
dall'angelo sta in questo, che l'angelo intuisce la verità mediante una
semplice apprensione, l'uomo invece arriva all'intuizione di essa
progressivamente mediante molteplici operazioni. Perciò la vita
contemplativa ha un atto unico nel quale in definitiva si compie,
cioè la contemplazione della verità, e da cui riceve la sua unità:
però molti sono gli atti con i quali giunge a quest'atto conclusivo.
Di essi alcuni riguardano la percezione dei principii dai quali
si procede alla contemplazione della verità; altri riguardano la
deduzione da tali principii; e l'ultimo atto conclusivo è la
contemplazione stessa della verità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. "La cogitazione" per Riccardo di S. Vittore consiste nell'osservazione di cose molteplici,
dalle quali si mira a raggiungere una verità semplice. Quindi per
cogitazione si possono intendere le percezioni dei sensi per conoscere un dato effetto; gli atti dell'immaginativa; e i
procedimenti della ragione mediante le parole, o le nozioni, per giungere
alla conoscenza di una data verità. Sebbene per S. Agostino possa
dirsi cogitazione qualsiasi operazione attuale dell'intelletto. - "La
meditazione" invece si riferisce al processo della ragione che raggiunge la contemplazione di una verità partendo dai principi.
A ciò si riduce anche "la considerazione" di S. Bernardo.
Sebbene secondo il Filosofo qualsiasi atto intellettivo possa
chiamarsi "considerazione" - "La contemplazione" poi si riferisce
alla semplice intuizione della verità.
Ecco perché lo stesso Riccardo di S. Vittore afferma, che
"la
contemplazione è l'intuizione perspicace e libera dell'animo sull'oggetto; la meditazione è l'intuizione dell'animo occupato nella
ricerca della verità; e la cogitazione è la vigilanza sull'animo che
tende a distrarsi".
2. Come spiega S.
Agostino, "speculare qui viene da specchio (speculum) e non da specula". Ora, vedere una cosa attraverso
lo specchio equivale a vedere la causa dagli effetti, in cui si riflette un'immagine di essa.
Perciò "la speculazione" si riduce alla
meditazione.
3. L'ammirazione, o meraviglia, è una forma di timore prodotta
in noi dall'apprendere una cosa che supera le nostre capacità.
Perciò "l'ammirazione" è un atto che segue la contemplazione
di una verità superiore. Sopra infatti abbiamo spiegato che la
contemplazione termina nella parte affettiva.
4. Un uomo può raggiungere la conoscenza della verità in due
maniere. Primo, ricevendola da altri. E rispetto a ciò che si
riceve da Dio è necessaria "la preghiera", secondo l'esempio del
Savio: "Invocai e venne in me lo spirito di sapienza". Rispetto
poi a ciò che si riceve dall'uomo è necessario "udire", se si riceve
dalla viva voce: ed è necessaria "la lettura", se si riceve attraverso gli scritti. - Secondo, è necessario applicarsi alla ricerca
personale. E allora si ha "la meditazione".
ARTICOLO 4
Se la vita contemplativa consista unicamente nella contemplazione
di Dio, oppure nella considerazione di qualsiasi verità
SEMBRA che la vita contemplativa non consista soltanto nella
contemplazione di Dio, ma anche nella considerazione di qualsiasi
verità. Infatti:
1. Così il Salmista pregava:
"Mirabili sono le tue opere, e
l'anima mia le conoscerà perfettamente". Ma la conoscenza delle
opere di Dio si compie con una contemplazione della verità.
Dunque alla vita contemplativa appartiene non solo la verità divina,
ma la contemplazione di qualsiasi verità.
2. Scrive S. Bernardo, che
"il primo grado di contemplazione
è esaminare la maestà (di Dio); il secondo considerare i giudizi
di Dio; il terzo ricordare i suoi benefici; e il quarto le sue promesse". Ma di tutti e quattro solo il primo riguarda la verità
divina, mentre gli altri riguardano le sue opere. Perciò la vita
contemplativa non consiste soltanto nella considerazione della
verità divina, ma anche nella considerazione della verità insita
nelle opere di Dio.
3. Riccardo di S. Vittore distingue sei tipi di contemplazione:
il primo si svolge "mediante la sola immaginativa", quando consideriamo gli esseri materiali; il secondo si attua
"nell'immaginativa conforme alla ragione" in quanto consideriamo l'ordine
e la disposizione delle cose sensibili; il terzo si attua "nella ragione
seguendo l'immaginativa", e si ha quando dalla vista delle cose
sensibili ci solleviamo a quelle invisibili; il quarto si attua "nella
ragione seguendo la ragione", quando l'animo mira alle cose invisibili che l'immaginativa non può conoscere; il quinto è
"superiore
alla ragione", e si ha quando per rivelazione divina conosciamo
cose che non sono comprensibili con la ragione umana; il sesto
finalmente è "superiore alla ragione e al di là della ragione", e si
ha quando conosciamo per divina illuminazione cose che sembrano
ripugnare alla ragione umana, come quelle riguardanti il mistero
della Trinità. Ora, soltanto l'ultimo di questi sei tipi di contemplazione riguarda la verità divina. Perciò la contemplazione
riguarda non soltanto le verità divine, ma anche quelle relative
alle creature.
4. Nella vita contemplativa la contemplazione si cerca in quanto
perfezione dell'uomo. Ma qualsiasi verità è una perfezione dell'intelletto umano. Dunque la vita contemplativa consiste nella
contemplazione di una verità qualsiasi.
IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna, che
"nella contemplazione
si cerca il principio, che è Dio".
RISPONDO: Come abbiamo già visto, una cosa può appartenere
alla vita contemplativa in due maniere: primo, come elemento
primario; secondo, come elemento secondario, ossia come predisposizione. Ebbene, come elemento primario appartiene alla vita
contemplativa la contemplazione della verità divina: poiché tale
contemplazione è il fine di tutta la vita umana. Infatti S. Agostino afferma, che
"a noi viene promessa la contemplazione di
Dio, fine di ogni atto, ed eterna perfezione di gioia". Essa sarà
perfetta nella vita futura, quando vedremo Dio "faccia a faccia",
rendendoci perfettamente felici. Ora invece la contemplazione
della verità è possibile imperfettamente, cioè "attraverso uno
specchio, e in enigma", dandoci un inizio di beatitudine, la quale
comincia in questa vita, per completarsi nell'altra. Infatti anche
il Filosofo pone l'ultima felicità dell'uomo nella contemplazione
dell'intelligibile supremo.
Siccome però noi siamo condotti come per mano alla
contemplazione di Dio dalle opere divine, secondo l'espressione di S. Paolo:
"Le perfezioni invisibili di Dio si comprendono dalle cose fatte",
anche la contemplazione delle opere divine appartiene quale elemento secondario alla vita contemplativa, in quanto con
essa
l'uomo viene guidato alla conoscenza di Dio. Ecco perché S. Agostino afferma, che
"nella considerazione delle creature non si
deve esercitare una vana e futile curiosità, ma farne un gradino
per salire alle cose immortali ed imperiture".
Perciò, stando a quel che abbiamo detto fin qui, alla vita
contemplativa appartengono in un certo ordine queste quattro cose:
primo, le virtù morali; secondo, gli atti dispositivi alla contemplazione; terzo, la contemplazione delle opere di Dio; quarto,
la contemplazione diretta della verità divina.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. David desiderava la conoscenza delle opere di Dio, per essere guidato da esse al
Signore.
Altrove infatti egli scrive: "Medito su tutte le tue opere, i fatti
delle tue mani ripenso: stendo le mie mani verso di te".
2. Dalla considerazione dei giudizi di Dio l'uomo viene indotto
a contemplare la divina giustizia, mentre dalla considerazione dei
benefici e delle promesse di Dio è portato a conoscere la divina
misericordia o bontà, trattandosi di opere di Dio, o prodotte, o da
prodursi.
3. I sei tipi di contemplazione ricordati designano i gradini con
i quali si sale alla contemplazione di Dio attraverso le creature.
Infatti nel primo si ha la percezione stessa delle cose sensibili;
nel secondo il passaggio dalle cose sensibili a quelle intelligibili;
nel terzo il giudizio intellettivo sulla realtà sensibile; nel quarto
troviamo la considerazione astratta e assoluta degli intelligibili
cui si giunge mediante le cose sensibili; nel quinto la contemplazione delle realtà di ordine intellettivo che non si possono
raggiungere mediante le cose sensibili, ma che si possono comprendere
con la ragione; nel sesto troviamo la considerazione delle verità
di ordine intelligibile che la ragione non può né scoprire, né comprendere, e che appartengono alla più alta contemplazione della
verità divina, in cui la contemplazione ha il suo coronamento.
4. La perfezione ultima dell'intelletto umano è la verità divina:
le altre verità invece lo perfezionano in ordine a tale verità.
ARTICOLO 5
Se in questa vita la contemplazione possa raggiungere
la visione dell'essenza divina
SEMBRA che in questa vita la contemplazione possa raggiungere
la visione dell'essenza divina. Infatti:
1. Giacobbe, come narra la Genesi, affermò:
"Ho visto Dio
faccia a faccia, eppure sono rimasto vivo". Ma la visione faciale
non è che la visione dell'essenza divina. Dunque nella vita presente mediante la contemplazione qualcuno può giungere a vedere
Dio per essenza.
2. A detta di S. Gregorio, i contemplativi
"si concentrano così
in se stessi nel meditare le cose corporee, da non portarsi dietro
le ombre delle cose corporee, o da allontanarle con la mano della discrezione: ma, desiderosi di vedere la luce senza limiti,
eliminano tutte le immagini della loro limitatezza, e in colui che
bramano raggiungere sopra di sé, vincono quello che
sono". Ora,
l'uomo è impedito dalla visione dell'essenza divina, che è la luce
senza limiti, solo dal fatto che è costretto a servirsi di immagini
corporee. Perciò la contemplazione della vita presente può estendersi alla visione per essenza della luce infinita.
3. S. Gregorio inoltre afferma:
"Qualsiasi creatura è angusta
per l'anima che vede il Creatore. Ecco perché l'uomo di Dio",
cioè S. Benedetto, "il quale da una torre vide un globo di fuoco
e gli angeli che risalivano al cielo, non ha potuto vedere queste
cose se non nella luce di Dio". Ma allora S. Benedetto viveva
ancora in questo mondo. Dunque la contemplazione nella vita
presente può giungere a vedere l'essenza di Dio.
IN CONTRARIO: S. Gregario ha scritto:
"Finché si vive in questa
carne mortale, nessuno va tanto in alto nel contemplare da fissare
gli occhi della mente nel raggio stesso della luce infinita".
RISPONDO: Come dice S. Agostino,
"nessuno che veda Dio
vive questa vita in cui si vive da mortali soggetti ai sensi del corpo:
e non ci si eleva a quella visione, se in qualche modo non si muore
a questa vita, o uscendo dal corpo, o astraendosi dai sensi corporei".
Ma di questo abbiamo trattato più ampiamente sopra a proposito
del rapimento, e nella Prima Parte a proposito della conoscibilità
di Dio. Perciò dobbiamo premettere che uno può trovarsi nella
vita presente in due maniere. Primo, rispetto alla sua operazione
attuale: cioè in quanto si serve attualmente dei sensi del corpo.
E in tal modo la contemplazione nella vita presente non può mai
giungere alla visione dell'essenza divina. - Secondo, uno può
essere in questa vita rispetto alle sue potenze e non ai loro atti:
cioè in quanto la sua anima è unita come forma a un corpo mortale, però senza servirsi dei sensi corporei, o della immaginativa,
come avviene nel rapimento. E in tal modo la contemplazione
di questa vita può raggiungere la visione dell'essenza divina. Perciò
il grado supremo di contemplazione in questa vita è quello che
ebbe S. Paolo nel suo rapimento, il quale lo pose in condizione
intermedia tra lo stato della vita presente e quello della vita futura.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Come scrive Dionigi, "se uno
vedendo Dio capì quello che vide, non vide lui, ma qualcuno dei
suoi attributi". E S. Gregorio afferma, che "non si percepisce
affatto Dio onnipotente nella sua luce: ma l'anima intravede
qualche cosa di inferiore, che le permette di progredire nel bene
e di giungere finalmente alla gloria della visione di Dio". Perciò
quando Giacobbe disse: "Ho visto Dio faccia a faccia", si deve
intendere che vide non l'essenza di Dio, ma la figura immaginaria
in cui Dio gli aveva parlato. - Oppure, come spiega S. Gregorio, "chiamò faccia di Dio la conoscenza di lui, poiché noi
conosciamo tutti dalla faccia".
2. La contemplazione umana nella vita presente non può fare
a meno dei fantasmi; poiché è connaturale per l'uomo vedere le
specie intelligibili nei fantasmi, come spiega il Filosofo. La conoscenza intellettiva però non si ferma ai fantasmi, ma in essi
contempla la verità intelligibile nella sua purezza. E questo avviene
non solo nella conoscenza naturale, ma anche nelle cose che conosciamo per rivelazione: infatti Dionigi afferma, che
"la luce
divina ci manifesta le gerarchie angeliche mediante simboli e figure", mediante i quali si ricompone
"il semplice raggio", ossia
la conoscenza semplice della verità intelligibile. E in tal senso
va spiegata l'affermazione di S. Gregorio, che i contemplativi "non si portano dietro le ombre delle cose
corporee", poiché la
loro contemplazione non si ferma a questo, mirando alla verità
intelligibile.
3. Con quelle parole S. Gregorio non intese affermare che S.
Benedetto in quella visione vide Dio per essenza: ma dimostrare
che alla luce di Dio si possono conoscere facilmente tutte le cose, "poiché a chi vede il Creatore è angusta qualsiasi
creatura". Egli
infatti aggiunge: "Per poco che uno sia rischiarato dalla luce del
Creatore, tutto il creato gli diventa meschino".
ARTICOLO 6
Se le funzioni del contemplare siano ben distinte nei tre generi
del moto: circolare, retto ed elicoidale
SEMBRA che le funzioni del contemplare non siano ben distinte
nei tre generi del moto, "circolare, retto ed elicoidale", di cui
parla Dionigi. Infatti:
1. La contemplazione, a detta della Sapienza, consiste nella
quiete: "Rientrando in casa, mi riposo presso di lei". Ma la
quiete è il contrario del moto. Dunque le funzioni della vita
contemplativa non devono esser definite come dei moti.
2. Le funzioni della vita contemplativa appartengono all'intelletto,
che gli uomini hanno in comune con gli angeli. Ora,
Dionigi attribuisce questi moti agli angeli in maniera diversa che
all'anima. Scrive infatti che il moto circolare dell'angelo si
concepisce come "illuminazione della bellezza e della bontà". Mentre
il moto circolare dell'anima lo fa consistere in molti elementi.
Il primo dei quali è "il rientrare dell'anima in se stessa dalle cose
esterne"; il secondo è "una concentrazione delle proprie potenze",
per cui si libera "dall'errore e dalle occupazioni esterne"; il terzo
è "la sua unione alle cose che la trascendono". - Parimente egli
ne spiega diversamente il moto retto. Poiché mentre afferma che
il moto retto dell'angelo sta nel "provvedere agli esseri inferiori";
fa consistere quello dell'anima in due cose: primo, "nel voigersi
alle cose che la circondano"; secondo, "nell'elevarsi alla
contemplazione semplice partendo dalle cose esterne". - Inoltre egli ne
spiega diversamente anche il moto elicoidale. Infatti negli angeli
lo fa consistere nel fatto che "mentre esercitano la loro
provvidenza su quelli che ne hanno bisogno, rimangono identici in
rapporto a Dio". Nell'anima invece il moto elicoidale sta in questo,
che "l'anima viene illuminata dalla conoscenza divina con
procedimenti razionali e discorsivi". - Perciò non è giusto descrivere
le funzioni contemplative nel modo suddetto.
3. Riccardo di S. Vittore enumera molte altre varietà di moti,
richiamandosi al volo degli uccelli. "Certi uccelli ora s'innalzano
al cielo, ed ora s'inabissano verso il basso, ripetendo spesso questo
movimento; altri volano spesso ora a destra e ora a sinistra; altri vanno spesso avanti e indietro; altri roteano in giri ora più
larghi ora più stretti; e altri rimangono come sospesi nel
medesimo punto". Dunque non sono tre soli i moti della
contemplazione.
IN CONTRARIO: Possiamo citare il testo di Dionigi.
RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, l'atto intellettivo, che
costituisce essenzialmente la contemplazione, può denominarsi
moto solo in quanto designa "l'atto di un essere perfetto", secondo
l'espressione del Filosofo. Siccome però noi arriviamo alla
conoscenza delle cose intelligibili da quelle sensibili, e gli atti di ordine
sensitivo non si compiono senza moto, descriviamo anche le
funzioni di ordine intellettivo come dei moti, e designamo le loro
differenze secondo le loro diversità. Ora, tra i moti di ordine
corporeo il primo e il più perfetto è il moto locale, come
Aristotele dimostra. Ecco perché le funzioni intellettive vengono
descritte specialmente ricorrendo ad esso. Ebbene, in questo
moto si riscontrano tre differenze: c'è infatti un moto circolare,
consistente nel muoversi di una cosa in maniera uniforme intorno
a un unico centro; il secondo è il moto rettilineo, che va
direttamente da un punto a un altro; il terzo è quello elicoidale, quasi
combinazione dei due precedenti. Perciò nelle funzioni
intellettive quelle che hanno una perfetta uniformità vanno attribuite al
moto circolare; quelle in cui si procede da una cosa a un'altra
vanno attribuite al moto retto; quelle poi che hanno una certa
uniformità unita al procedimento verso altre cose, vanno
attribuite al moto elicoidale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. Alla quiete della
contemplazione, che è l'assenza di occupazioni esterne, si contrappongono
i moti corporei esteriori. Ma i moti delle funzioni intellettive
rientrano nella quiete contemplativa.
2. L'uomo per l'intelletto ha con
l'angelo una comunanza nel
genere, ma la facoltà intellettiva nell'angelo è molto superiore a
quella dell'uomo. Perciò è giusto assegnare i moti suddetti in
maniera diversa alle anime e agli angeli, secondo il diverso loro
rapporto all'uniformità. Infatti l'intelletto dell'angelo ha una
conoscenza uniforme per due motivi: primo, perché non riceve la
verità intelligibile dalla varietà delle cose composte; secondo,
perché non intende in maniera discorsiva, ma mediante la
semplice intuizione. Invece l'intelletto umano riceve la verità
intelligibile dalle cose sensibili; e l'intende mediante il procedimento
discorsivo della ragione.
Ecco perché Dionigi attribuisce il moto circolare agli angeli per
il fatto che con uniformità e di continuo, senza principio e fine,
vedono Dio: cioè come il moto circolare, senza principio e fine,
è uniforme rispetto a un unico centro. - Invece nell'anima, prima
di giungere a questa uniformità, bisogna rimuovere due difformità.
Prima di tutto quella dovuta alla varietà delle cose esterne,
appartandosi da esse. Ed è quanto Dionigi mette al primo posto
nel moto circolare dell'anima, cioè "il rientrare dell'anima in se
stessa dalle cose esterne". - In secondo luogo bisogna rimuovere
la seconda difformità, dovuta al procedimento discorsivo della
ragione. E questo avviene col ridurre tutte le funzioni dell'anima
alla semplice contemplazione della verità di ordine intellettivo.
È quanto egli dice affermando che è necessaria "l'uniforme
concentrazione delle potenze intellettive": cosicché, cessato il procedimento discorsivo, si fissi lo sguardo nella contemplazione
dell'unica semplice verità. E in quest'operazione dell'anima non
c'è errore, come non c'è errore nella conoscenza dei primi principii,
che conosciamo con una semplice intuizione. - E dopo queste
due premesse, in terzo luogo si parla dell'uniformità simile a quella
degli angeli, nella quale, lasciando ogni altra cosa, si insiste nella
sola contemplazione di Dio: "Resa quindi uniforme", o conforme, "con
l'unione delle sue potenze, viene condotta a contemplare la
bellezza e la bontà".
Inoltre negli angeli il moto rettilineo non può consistere nel
procedere da una cosa all'altra nelle funzioni conoscitive: ma solo
nel fatto che gli angeli superiori nelle loro funzioni di ministero
illuminano gli inferiori attraverso quelli intermedi. Ecco perché
Dionigi scrive, che gli angeli "sono mossi in linea retta quando
provvedono ai loro inferiori passando rettamente attraverso tutti",
cioè osservando l'ordine retto prestabilito. - Invece il moto retto
dell'anima egli lo fa consistere nel fatto che essa dalle cose esterne
sensibili passa alla conoscenza di quelle intelligibili.
Finalmente il moto elicoidale, combinazione del rettilineo e del
circolare, negli angeli lo fa consistere nel provvedere alle
intelligenze inferiori in ordine alla contemplazione di Dio. - Invece
nell'anima lo fa consistere nel fatto che essa ricorre alla rivelazione
divina valendosi del raziocinio.
3. Tutte queste varietà di moti verso l'alto e verso il basso,
verso destra e verso sinistra, avanti e indietro, in giri ampi o
ristretti sono incluse nel moto rettilineo o in quello elicoidale.
Esse infatti non indicano che il processo discorsivo della ragione.
Il quale, come espone lo stesso autore, se va dal genere alla specie,
o dal tutto alle parti, va dall'alto al basso. Se invece va da un
opposto al suo contrario, è un moto da destra a sinistra. Se va
dalla causa agli effetti, è nel senso di avanti e indietro. Se poi
si procede dagli accidenti che circondano più o meno da vicino
una cosa, il moto è circolare. Invece il processo discorsivo della
ragione, quando va dalle cose sensibili a quelle intelligibili secondo
l'ordine naturale, rientra nel moto rettilineo; quando al contrario
procede secondo la rivelazione divina, rientra nel moto elicoidale,
come abbiamo già spiegato. - Invece al moto circolare appartiene
la sola immobilità di cui egli parla.
È evidente quindi che Dionigi ha descritto i moti della
contemplazione in maniera più adeguata e profonda.
ARTICOLO
7
Se la contemplazione sia accompagnata dal godimento
SEMBRA che la contemplazione non sia accompagnata dal
godimento. Infatti:
1. Il godimento appartiene alle facoltà appetitive. La
contemplazione invece si attua principalmente nell'intelletto. Dunque il
godimento non accompagna la contemplazione.
2. Lo sforzo e la lotta impediscono sempre il godimento. Ora,
nella contemplazione c'è sforzo e c'è lotta; poiché, a detta di
S. Gregorio, "quando l'anima si sforza di contemplare Dio,
trovandosi come in un combattimento, a volte trionfa, riuscendo a
capire e a gustare qualche cosa della luce infinita; a volte
soccombe perché si dissipa di nuovo dopo averlo gustato". Dunque
la vita contemplativa non è accompagnata dalla gioia.
3. Il godimento, come insegna il Filosofo, accompagna
l'operazione perfetta. Ma la contemplazione di questa vita è
imperfetta, come dice S. Paolo: "Adesso noi vediamo attraverso uno
specchio in enigma". Quindi la vita contemplativa non implica
godimento.
4. Le lesioni del corpo impediscono di godere. Ora, la
contemplazione produce delle lesioni corporali; infatti Giacobbe, dopo
aver detto: "Ho visto il Signore faccia a faccia", "andava
zoppicando da un piede, perché (Dio) gli aveva toccato il nervo della
coscia e gli era rimasto impedito". Dunque nella vita
contemplativa non c'è godimento.
IN CONTRARIO: A proposito della contemplazione della sapienza
nella Scrittura si legge: "Non ha amarezza la sua conversazione,
né tedio il conviver con lei, ma letizia e gioia". E S. Gregorio
afferma, che "la vita contemplativa è una dolcezza molto gustosa".
RISPONDO: La contemplazione può essere gradevole per due
motivi. Primo, per il suo atto medesimo: poiché ognuno trova
gradevole l'operazione che gli è propria, o secondo natura, o
secondo l'abito. Ora, la contemplazione della verità si addice
all'uomo secondo la sua natura, essendo un animale ragionevole.
Ed è per questo che "tutti gli uomini per natura desiderano di
conoscere"; e quindi godono nel conoscere la verità. E questo
è anche più gradito a chi possiede l'abito della sapienza o della scienza, poiché con esso uno può contemplare senza difficoltà.
Secondo, la contemplazione può essere piacevole a motivo
dell'oggetto, in quanto uno contempla ciò che ama: ed è quanto avviene anche nella visione materiale, in cui si ha il piacere non
solo perché il vedere stesso è piacevole, ma anche perché uno vede
la persona amata. Perciò, siccome la vita contemplativa consiste
soprattutto nella contemplazione di Dio, alla quale siamo spinti
dalla carità; nella vita contemplativa si ha il godimento non solo
a motivo della contemplazione stessa, ma a motivo dell'amore
verso Dio.
E da tutti e due i punti di vista il suo godimento sorpassa
qualsiasi gioia umana. Infatti già il godimento spirituale è superiore
a quello carnale, come sopra abbiamo visto nel trattato delle
passioni: inoltre l'amore di carità verso Dio supera ogni altro amore.
Ecco perché nei Salmi si legge: "Gustate e vedete com'è soave
il Signore".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1. La vita contemplativa,
sebbene consista essenzialmente nell'intelletto, tuttavia ha il suo
principio nella volontà: per il fatto che si è spinti alla
contemplazione dall'amore di Dio. E poiché il fine corrisponde al
principio, anche il termine finale della vita contemplativa si ha nella
volontà: per il fatto che uno gode alla vista di ciò che ama,
mentre il godimento stesso della sua vista ne eccita maggiormente
l'amore. Di qui le parole di S. Gregorio: "Quando uno vede
colui che ama, s'infiamma di più nell'amore di lui". E questa è
la perfezione ultima della vita contemplativa: avere cioè non la
sola visione della verità divina, ma anche l'amore di essa.
2. Lo sforzo, o la lotta che è provocata da un oggetto esterno,
impedisce di godere di quest'ultimo: nessuno infatti gode della
cosa contro la quale combatte. Della cosa invece per la quale
si combatte si gode maggiormente, a parità di condizioni, una
volta che si possieda; poiché, come dice S. Agostino, "quanto
maggiore fu il pericolo nella lotta, tanto maggiore è la gioia del trionfo". Ora, lo sforzo e la lotta nella contemplazione non
dipendono da qualche ripugnanza della verità contemplata; ma dalle deficienze del nostro intelletto, e dal nostro corpo corruttibile,
che ci trascina a cose più basse, secondo le parole della Sapienza: "Il corpo corruttibile aggrava l'anima; e il tabernacolo terreno
opprime la mente agitata da molti pensieri". Ecco perché l'uomo,
quando giunge a contemplare la verità, l'ama con più ardore,
e odia maggiormente le deficienze derivanti dal corpo corruttibile, così da ripetere con l'Apostolo:
"Disgraziato che io sono!
Chi mi libererà da questo corpo di morte?". E S. Gregorio
afferma: "Quando Dio viene ad essere conosciuto con il desiderio
e con l'intelletto, dissecca ogni piacere della carne".
3. La contemplazione di Dio in questa vita è imperfetta
rispetto alla contemplazione della patria celeste: parimente ne è
imperfetta la gioia in rapporto a quella della patria, di cui il
Salmista afferma: "Al torrente della tua delizia li disseterai". La
contemplazione però delle cose divine che si può avere nella vita
presente, sebbene imperfetta, è tuttavia più deliziosa di ogni altra
contemplazione per quanto si voglia perfetta, data la superiorità
dell'oggetto contemplato. Scrive infatti il Filosofo: "Capita che
in rapporto a queste sublimi e divine realtà noi non possediamo
che delle idee inadeguate. Ma per quanto poco noi le conosciamo,
solo per l'onore di conoscerle ci producono più soddisfazione di
tutto il resto che è alla nostra portata". Anche S. Gregorio così
si esprime: "La vita contemplativa è una dolcezza così attraente,
che rapisce l'anima a se stessa, apre i segreti celesti, e mostra
agli occhi della mente tesori spirituali".
4. Giacobbe dopo la contemplazione zoppicava da un piede,
perché, come spiega S. Gregorio, "è necessario crescere nell'amore
di Dio, dopo aver fiaccato l'amore del mondo. E quindi dopo
aver gustato la soavità di Dio, in noi rimane sano un piede solo,
e l'altro zoppica. Infatti chi è zoppo da un piede, si appoggia
unicamente a quello sano".
ARTICOLO
8
Se la vita contemplativa sia duratura
SEMBRA che la vita contemplativa non sia duratura. Infatti:
1. La vita contemplativa consiste essenzialmente in atti di
ordine intellettivo. Ora, tutte le perfezioni di ordine intellettivo
proprie della vita presente devono cessare, come dice S. Paolo: "Le profezie termineranno, le lingue cesseranno, la scienza finirà
in nulla". Dunque la vita contemplativa è destinata a finire.
2. L'uomo assaggia la dolcezza della contemplazione a momenti
e come di passaggio. Di qui le parole di S. Agostino: "Talora tu
mi fai entrare in un sentimento quanto mai insolito, in una non
so quale dolcezza,... ma il peso delle mie miserie mi fa ricadere
nello stato usuale". E S. Gregorio, commentando quelle parole
di Giacobbe, "Passando innanzi a me un alito...",
afferma: "L'anima non rimane a lungo nella dolcezza dell'intima contemplazione;
poiché viene richiamata a se stessa dal riverbero stesso di questa
immensa luce". Perciò la vita contemplativa non è duratura.
3. Ciò che non è connaturale non può essere duraturo per l'uomo.
Ora, a detta del Filosofo, la vita contemplativa "è superiore alla
condizione umana". Dunque la vita contemplativa non è duratura.
IN CONTRARIO:
Il Signore ha affermato: "Maria ha scelto la
parte migliore, che non le sarà tolta". Poiché, come dice
S. Gregorio, "la vita contemplativa comincia qui, per completarsi nella
patria celeste".
RISPONDO: Una cosa può dirsi duratura in due maniere: per
la sua natura, e rispetto a noi. Ora, è evidente che la vita
contemplativa è duratura in se stessa per due motivi. Primo, perché
ha per oggetto cose incorruttibili e immutabili. Secondo, perché
non ha niente di contrario: infatti, come dice Aristotele, "al
piacere del conoscere non c'è niente di contrario".
Ma anche rispetto a noi la vita contemplativa è duratura. Sia
perché ci appartiene per la parte incorruttibile dell'anima, cioè
per l'intelletto: e quindi può durare anche dopo questa vita.
Sia perché nelle funzioni della vita contemplativa non si fatica
corporalmente: e quindi, come insegna il Filosofo, possiamo
persistere più a lungo in queste funzioni
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La nostra maniera di
contemplare non è identica a quella della patria celeste: però si dice
che la vita contemplativa perdura a motivo della carità, che ne
è il principio e la fine. Di qui le parole di S. Gregorio: "La vita
contemplativa comincia qui, per completarsi nella patria celeste;
poiché il fuoco dell'amore che qui comincia ad ardere, nel vedere
colui che ama si accenderà di amore più grande verso di lui".
2. Nessuna operazione può durare a lungo nella sua tensione
più acuta. Ora, il colmo della contemplazione secondo Dionigi,
sta nel raggiungere l'uniformità nella contemplazione di Dio,
come sopra abbiamo spiegato. Quindi anche se essa non può
durare a lungo in questo esercizio, tuttavia può durare rispetto
alle altre funzioni.
3. Il Filosofo dice che la vita contemplativa è sovrumana,
perché ci appartiene "in quanto in noi c'è qualche cosa di divino",
cioè l'intelletto. E quest'ultimo per sua natura è incorruttibile
ed impassibile: e quindi il suo esercizio può essere più duraturo.
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