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Questione
168
La modestia negli atteggiamenti esterni del corpo
Veniamo ora a considerare la modestia negli atteggiamenti esterni del corpo.
A questo proposito esamineremo quattro cose: 1. Se gli atteggiamenti
seri esterni del corpo possano essere oggetto di virtù
o di vizi; 2. Se possa esserci una virtù nelle azioni giocose; 3. Il
peccato che per eccesso si compie nel gioco; 4. Il peccato che
si compie nel gioco per difetto.
ARTICOLO
1
Se gli atteggiamenti esterni del corpo siano oggetto di qualche virtù
SEMBRA che gli atteggiamenti esterni del corpo non siano oggetto
di nessuna virtù. Infatti:
1. Tutte le virtù rientrano nella bellezza spirituale dell'anima,
a proposito della quale si legge: "Tutta la gloria di lei, figlia del
re, è all'interno", "ossia nella coscienza", spiega la Glossa. Ora,
gli atteggiamenti del corpo non sono interni, ma esterni. Dunque
codesti atteggiamenti non possono essere oggetto di virtù.
2. Come Aristotele insegna,
"le virtù non sono in noi per natura". Invece i moti esterni del corpo sono dovuti alla natura:
cosicché alcuni sono più veloci, altri più lenti; e lo stesso si dica
delle altre proprietà di questi moti. Perciò tali moti non sono
oggetto di virtù.
3. Tutte le virtù morali, o riguardano gli atti
esterni che si
riferiscono al prossimo, come la giustizia; oppure le passioni, come
la temperanza e la fortezza. Ora, i moti esterni del corpo non
servono agli altri e non riguardano le passioni. Dunque non sono
oggetto di nessuna virtù.
4. Ogni atto virtuoso esige una certa cura, come sopra abbiamo
visto. Invece aver cura degli atteggiamenti esterni è riprovevole:
scrive infatti S. Ambrogio: "C'è un incedere degno di approvazione
e che denota autorità, gravità, tranquillità; però senza
cura ricercata o affettazione, ma un atteggiamento schietto e spontaneo".
Perciò non c'è nessuna virtù riguardo all'atteggiamento esterno.
IN CONTRARIO: La bellezza dell'onestà è propria della virtù.
Ora, la compostezza degli atteggiamenti esterni rientra in tale
bellezza; scrive infatti S. Ambrogio: "Come non approvo nella
voce e nel gesto niente di svenevole e di languido, così non approvo
niente di rozzo e di villano... Imitiamo la natura, che è
esempio di disciplina e modello di onestà". Dunque la compostezza
degli atteggiamenti esterni è oggetto di virtù.
RISPONDO: La virtù morale consiste nel regolare con la ragione
gli atti umani. Ora, è evidente che gli atteggiamenti esterni dell'uomo
sono ordinabili dalla ragione: poiché le membra esterne
sono mosse dal comando di essa. Perciò è evidente che codesti
moti sono oggetto di una virtù morale.
Ora, l'ordine di questi moti deve badare a due cose: primo,
al decoro personale; secondo, alle attenzioni dovute ad altre persone,
a cose, o a luoghi. Di qui le parole di Andronico: "Vivere
in bellezza è rispettare le convenienze di ogni sesso e di ogni persona...
Ecco il miglior modo di agire; ecco l'ornamento più indicato di ogni nostra
azione".
Ed ecco perché egli nomina due disposizioni a proposito di questi
moti esterni. "Il decoro" che riguarda la persona interessata; e
che a suo dire è "la scienza delle buone creanze e nel moto e
nell'atteggiamento"; e "il buon ordine", che riguarda le attenzioni
dovute ai negozi che si trattano o alle circostanze; e che a suo
dire è "l'esperienza del discernimento", consiste cioè nel distinguere
tra un'azione e l'altra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli atteggiamenti esterni sono
l'indice delle disposizioni interne; poiché sta scritto: "Il vestire
del corpo, e il riso dei denti, e il camminare d'un uomo dan conto
di lui". E S. Ambrogio afferma, che "le disposizioni dell'anima
si scorgono nell'atteggiamento del corpo"; e che "i moti del corpo
sono un'espressione dell'animo".
2. Sebbene l'uomo sia per natura predisposto a questo o a quell'altro
atteggiamento esterno, tuttavia si può supplire con la ragione
a quello che manca alla natura. Di qui le parole di S. Ambrogio: "I moti
siano informati alla natura: ma se nella natura
c'è un vizio si corregga con l'educazione".
3. I moti esterni sono, come abbiamo detto, l'indice delle disposizioni
interiori, che sono determinate soprattutto dalle passioni.
Perciò la disciplina dei moti esterni richiede la disciplina delle
passioni interne. S. Ambrogio anzi afferma, che da questo, cioè
dai moti esteriori, "si conosce se il nostro uomo interiore è leggero,
superbo, o agitato; oppure se è grave, costante, illibato e maturo".
Inoltre dai moti esterni siamo giudicati dagli altri uomini, secondo
le parole dell'Ecclesiastico: "Dall'aspetto si conosce l'uomo,
e dal come una persona si presenta si conosce il saggio". Perciò
la disciplina dei moti esterni in qualche modo è ordinata agli altri,
come accenna S. Agostino nella Regola: "In tutto il vostro comportamento
non fate nulla che offenda l'altrui sguardo, ma sia
conforme alla vostra santità".
Ecco
perché la disciplina dei moti esteriori si può ridurre alle
due virtù di cui parla il Filosofo nel quarto libro dell'Etica. Questi
moti esterni in quanto ordinano i nostri rapporti con gli altri
sono oggetto dell'"amicizia o affabilità", la quale ha il compito di
partecipare con le parole e con i fatti alle gioie e ai dolori delle
persone con le quali si convive. Invece in quanto sono i segni
delle disposizioni interiori essi sono oggetto della "veracità", o
sincerità, con la quale uno si mostra a parole e a fatti qual è interiormente.
4. Nella compostezza dei moti esterni viene biasimata quella
cura con la quale uno arriva a travisare con essi le disposizioni
interiori. Tuttavia bisogna metterci quella cura che è necessaria
per correggerne i difetti. Di qui l'ammonizione di S. Ambrogio: "Si elimini l'artificio, ma non manchi la
correzione".
ARTICOLO
2
Se il gioco possa essere oggetto di virtù
SEMBRA che il gioco non possa essere oggetto di virtù. Infatti:
1. S. Ambrogio
scrive: "Il Signore ha detto: "Guai a voi che
ora ridete, perché piangerete".
Perciò io penso che si debbano
evitare non solo i giochi smodati, ma tutti i giochi". Ora, ciò che
si può compiere in modo virtuoso non è da evitarsi totalmente.
Dunque il gioco non può essere oggetto di virtù.
2. La virtù, come sopra abbiamo detto,
"viene prodotta in noi
dal Signore, senza di noi". Ora, il Crisostomo afferma: "Non
Dio ma il diavolo ispira il gioco. Ascolta quello che capitò ai
giocatori: "Il popolo sedette per mangiare e bere, e poi alzatisi
si misero a giocare"". Quindi non può esserci una virtù riguardante il gioco.
3. Il Filosofo insegna, che
"i giochi non sono ordinati ad altro fine". Invece per la virtù si richiede
"che si agisca per un fine",
com'egli dice. Perciò il gioco non può essere oggetto di nessuna virtù.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"Voglio inoltre che tu abbia
compassione di te stesso; poiché è bene che il savio allenti la
tensione dell'animo". Ora, il rilassamento dell'animo dal lavoro
si compie con parole e con atti scherzosi. Dunque alla persona
sapiente e virtuosa spetta ogni tanto ricorrere a queste cose. - Inoltre
il Filosofo a proposito del gioco parla dell'eutrapelia,
che noi potremmo denominare giovialità.
RISPONDO: L'uomo, come ha bisogno del riposo fisico per ritemprare
il corpo, il quale non può lavorare di continuo per la limitazione
delle sue energie, così ne ha bisogno per l'anima, le cui
forze sono adeguate solo per determinati impieghi. Perciò quando
l'animo si occupa oltre le sue forze in qualche lavoro, sente lo
sforzo e la fatica: specialmente perché nelle attività dell'anima
collabora anche il corpo; poiché anche l'anima intellettiva si serve
di facoltà che agiscono mediante organi corporei. Ora, ci sono
dei beni sensibili connaturali all'uomo. Perciò quando l'anima
occupata in attività di ordine razionale, sia in campo pratico che
speculativo, si eleva al di sopra delle cose sensibili, ne risente una
fatica. Fatica però che è più grande se attende all'attività contemplativa,
perché allora è più astratta dai sensi: sebbene la
fatica del corpo in certe attività della ragione pratica sia maggiore.
Tuttavia, sia nel primo che nel secondo caso, uno si affatica tanto
di più, quanto è più grande l'impegno col quale attende alla sua
attività razionale. Ebbene, come la fatica fisica si smaltisce col
riposo del corpo, così la fatica dell'anima deve smaltirsi con il
riposo dell'anima. Ora, il riposo dell'anima è il piacere, come
abbiamo detto sopra nel trattato delle passioni. Perciò per lenire
la fatica dell'anima bisogna ricorrere a un piacere, interrompendo
la fatica delle occupazioni di ordine razionale. Nelle Collationes
Patrum si narra che S. Giovanni Evangelista, poiché alcuni si
scandalizzavano per averlo trovato mentre giocava con i suoi
discepoli, comandasse a uno di loro, armato di arco di lanciare una
freccia. E avendo costui fatto questo più volte, gli domandò se
poteva ripetere di continuo quel gesto. L'arcere rispose che in tal
caso l'arco si sarebbe spezzato. E allora S. Giovanni replicò che
anche l'animo si spezzerebbe, se mai gli fosse concesso un po' di riposo.
Ora, le parole e gli esercizi in cui si cerca soltanto la distensione
dell'animo, si denominano appunto scherzosi, o giocosi. Quindi è
necessario ricorrere ad essi a ristoro dell'anima. Ecco perché il
Filosofo afferma, che "nel corso della vita si ha un riposo nel gioco":
e quindi talora bisogna ricorrervi.
Però in proposito si deve badare specialmente a tre cose. Prima
di tutto che questo piacere non si cerchi mai in atti, o in parole
turpi o dannose. Cicerone scrive in proposito, che "c'è un tipo
di gioco scortese, insolente, delittuoso ed osceno". - La seconda
cosa da badare è che l'anima non abbandoni del tutto la sua gravità.
Di qui le parole di S. Ambrogio: "Nel rilassare l'animo
badiamo a non sconcertare tutta la melodia e l'armonia delle
opere buone". E Cicerone scrive, che "come ai fanciulli non
diamo ogni libertà nel gioco, ma solo quella che non si scosta
dall'onestà; così anche nel nostro gioco deve brillare la luce dell'animo
retto". - In terzo luogo si deve badare, come in tutte le
altre azioni umane, a che il divertimento sia adatto alle persone,
al tempo, al luogo e a tutte le altre debite circostanze: e cioè,
come dice Cicerone, a che "sia degno del tempo e dell'uomo".
Ora, tutte queste norme sono ordinate dalla ragione. Ma un
abito che agisce in conformità con la ragione è una virtù. Quindi
il gioco può essere oggetto di una virtù, che il Filosofo chiama "eutrapelia". E si dice che uno è eutrapelos da buona girata:
poiché sa volger bene in scherzo fatti e parole. E siccome questa
virtù fa evitare gli eccessi nel gioco, essa rientra nella modestia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Lo scherzo deve essere adatto,
come abbiamo spiegato, alle cose e alle persone. Ecco perché
Cicerone scrive, che quando gli uditori sono stanchi, "può essere
utile all'oratore rifarsi a qualche cosa di nuovo e di ridicolo: purché
la gravità dell'argomento non escluda la possibilità di scherzare".
Ora, l'insegnamento sacro verte sulle cose più importanti,
secondo le parole della Sapienza: "Udite, perché sto parlando di
cose grandi". Perciò S. Ambrogio non esclude totalmente il gioco
dal vivere umano, ma dall'insegnamento sacro. Aveva infatti già
detto in precedenza: "Sebbene talora lo scherzo sia onesto e gradito,
tuttavia esso non è compatibile con la disciplina ecclesiastica:
e come noi oseremo introdurre quello che non si riscontra nella
sacra Scrittura?".
2. Le parole del Crisostomo si riferiscono a quelli che abusano
del gioco: e specialmente a coloro che mettono nel piacere del
gioco il loro ultimo fine; come quelli di cui parla la Scrittura: "Pensano
che la nostra vita sia un gioco". Contro di essi Cicerone
afferma: "Non siamo stati generati dalla natura per il gioco
e il divertimento; ma piuttosto per le cose serie, e per degli impegni
più gravi e più importanti".
3. I giochi secondo la loro natura non sono ordinati a un fine.
Ma il piacere che procurano è ordinato alla ricreazione e al riposo
dell'anima. E per questo è lecito servirsene, se si praticano con
moderazione. Scrive infatti Cicerone: "È lecito anche il gioco e
il divertimento; ma solo dopo aver soddisfatto gli impegni gravi
e seri, cioè come è lecito il sonno e ogni altro riposo".
ARTICOLO
3
Se nel gioco si possa peccare per eccesso
SEMBRA che nel gioco non si possa peccare per eccesso. Infatti:
1. Ciò
che può scusare da un peccato non può essere un peccato.
Ora, il gioco talora scusa dal peccato: poiché ci sono molte cose
che se fossero compiute seriamente, sarebbero gravi peccati; fatte
invece per gioco sono peccati leggeri o non lo sono affatto. Dunque
nel gioco non si può peccare per eccesso.
2. Tutti gli altri vizi si riducono ai sette capitali, come insegna
S. Gregorio. Ma eccedere nel gioco non si riduce a nessuno dei
vizi capitali. Quindi non è peccato.
3. Chi più eccede nel
gioco sono i giocolieri, i quali ordinano
al gioco tutta la loro vita. Ora, se l'eccesso nel gioco fosse peccato,
tutti i giocolieri sarebbero in peccato. E peccherebbero,
come fautori del vizio, tutti quelli che se ne servono, o che fanno
loro qualche elargizione. Il che evidentemente è falso. Infatti si
legge nelle Vitae Patrum che al (monaco) S. Pafnuzio fu rivelato
che un giocoliere sarebbe stato con lui alla pari nella vita futura.
IN CONTRARIO: A proposito di quel testo dei Proverbi:
"Il riso
sarà mescolato col dolore, e all'estremità della gioia succederà il
lutto", la Glossa aggiunge: "il lutto perpetuo". Ora, l'eccesso
del gioco implica riso smodato e gioia scomposta. Dunque tale
eccesso è peccato mortale, cui è riservato il lutto perpetuo.
RISPONDO: In tutto ciò che può essere regolato dalla ragione
si ha un eccesso quando si supera la norma della ragione, e si ha
un difetto quando non si raggiunge tale norma. Ora, sopra abbiamo
visto che le parole e gli atti scherzosi possono essere regolati
dalla ragione. Perciò l'eccesso del gioco sta nel non rispettare
la regola della ragione. E questo può avvenire in due modi. Primo,
a motivo della natura stessa delle azioni, nelle quali si cerca
il divertimento; ed è appunto questo tipo di divertimento che
Cicerone chiama "scortese, insolente, delittuoso ed osceno": poiché
per gioco si ricorre a parole e ad atti turpi, oppure a cose
che fanno male al prossimo, e che sono peccati mortali. E allora
è evidente che l'eccesso nel gioco è peccato mortale.
Secondo, l'eccesso nel
gioco può avvenire, perché non si rispettano
le circostanze debite: quando, p. es., si insiste nel gioco nei
tempi e nei luoghi non adatti, oppure non si rispettano le convenienze
delle cose e delle persone. E anche questo talora può
essere peccato mortale, per l'attaccamento dell'affetto al gioco,
fino al punto di preferire il piacere di un divertimento all'amore
di Dio, o da agire contro la legge di Dio e della Chiesa per non
rinunziare a un gioco. Talora invece è peccato veniale: quando
cioè non si è così attaccati al gioco da voler commettere per
questo qualche cosa contro la legge di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Certe cose son peccato solo
per l'intenzione cattiva, cioè perché son fatte a spregio di qualcuno:
e il gioco esclude appunto questa intenzione, perché mira
al divertimento e non all'ingiuria altrui. E in questi casi il gioco
scusa dal peccato, o lo diminuisce. - Ci sono invece delle cose
che per loro natura sono peccati: come l'omicidio, la fornicazione
e simili. E queste non sono scusate dal gioco: anzi a motivo
di esse il gioco diviene "delittuoso ed osceno".
2. L'eccesso nel
gioco rientra nella sciocca allegria, che S. Gregorio
mette tra le figlie della gola. Infatti nell'Esodo si legge: "Il popolo
sedette per mangiare e bere, e poi alzatisi si misero a giocare".
3. Il gioco, come abbiamo detto, è un'esigenza della vita umana.
Ora, per ciascuna di queste esigenze può essere deputato un
mestiere corrispondente. Perciò anche l'arte dei giocolieri, che è
ordinata a divertire gli uomini, di suo non è illecita, ed essi non
sono in stato di peccato: purché non abusino del gioco, ricorrendo
a parole e ad atti illeciti, o non badando alle circostanze
e al tempo che non lo permettono. E sebbene costoro nella società
non abbiano altre mansioni, tuttavia rispetto a Dio e a se
stessi esercitano anche altre funzioni serie e virtuose: ossia pregano,
regolano le loro passioni e i loro atti, e talora fanno anche
l'elemosina ai poveri. Perciò quelli che moderatamente li sovvenzionano
non fanno peccato, ma un atto di giustizia, dando
loro la mercede che si meritano.
Pecca invece chi sperpera i suoi beni per questi giocolieri, oppure
sostenta quelli che fanno dei giochi illeciti, perché così li
incoraggia a peccare. Ecco quindi perché S. Agostino afferma, che "regalare
i propri beni agli istrioni è un vizio mostruoso". A meno
che un giocoliere simile non sia in estrema necessità: ché allora
bisogna sempre soccorrerlo. Dice infatti S. Ambrogio: "Nutri chi
muore di fame. Ché se tu, chiunque sia, puoi salvare un uomo
sfamandolo, e non lo sfami, l'uccidi".
ARTICOLO
4
Se nel gioco si possa peccare per difetto
SEMBRA che nel
gioco non si possa peccare per difetto. Infatti:
1. Ai penitenti
non può essere raccomandato nessun peccato.
Ora, S. Agostino scrive: "Si astenga dai divertimenti e dagli
spettacoli del secolo, chi vuol conseguire perfettamente la grazia
del perdono". Dunque nel divertimento non si può mai peccare per difetto.
2. Nessun peccato può essere inserito tra le lodi dei Santi. Ora,
a lode di certi Santi si legge che si astennero dal gioco. Geremia,
p. es., dice di se stesso: "Io non sedetti a brigata con quelli che
si sollazzavano"; e in Tobia si leggono queste parole (di Sara): "Non mi son mai mescolata con quelli che scherzano, né ho preso
parte con quelli che operano alla leggera". Perciò nel fuggire il
divertimento non ci può mai essere peccato.
3.
Andronico, enumerando tra le virtù "l'austerità", dice che
"essa è l'abito per il quale alcuni non offrono e non ricevono da
altri il piacere della conversazione". Ma questa è mancanza assoluta
di divertimento. Dunque nel divertimento non si può mai peccare per difetto.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che nel gioco si può peccare per difetto.
RISPONDO: Nelle cose umane tutto quello che va contro la
ragione è peccaminoso. Ora, è contro la ragione essere di peso
agli altri col non mostrarsi mai piacevoli, o con l'impedire il divertimento
altrui. Di qui l'ammonimento di Seneca: "Comportati
con tale saggezza da non mostrarti intrattabile con nessuno, da
non essere mai volgare". Ora, quelli che rispetto al gioco peccano
per difetto "non dicono mai niente da ridere; e non tollerano
che altri lo facciano"; perché non accettano gli scherzi degli
altri. Essi quindi sono in difetto: e dal Filosofo sono denominati "rustici".
Siccome però il gioco è ordinato al divertimento e al riposo,
e queste due cose non vanno cercate per se stesse nella vita umana,
ma "per la (normale) attività", come dice Aristotele, peccare
per difetto è nel gioco meno grave che peccare per eccesso. Per
questo il Filosofo afferma, che "pochi devono essere gli amici nel
divertimento";
perché basta poco divertimento come per dar sapore
alla vita; cioè come nel cibo basta un po' di sale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Ai penitenti è imposta l'afflizione
per i peccati commessi, e quindi è loro proibito il divertimento.
Ma ciò non è peccaminoso: perché nel loro caso ridurre
il divertimento è secondo ragione.
2. Geremia nel passo citato si riferisce a un particolare momento,
che richiedeva piuttosto le lacrime. Egli infatti così prosegue: "Sedevo
solitario; perché tu mi avevi riempito l'animo d'amarezza". - Il testo
di Tobia invece vuole escludere il divertimento
esagerato, come si rileva dalle ultime parole: "Né ho preso parte
con quelli che operano alla leggera".
3. La virtù dell'austerità non esclude tutti i divertimenti, ma
solo quelli esagerati e disordinati. Essa quindi rientra nell'affabilità,
che il Filosofo denomina amicizia: oppure rientra nell'eutrapelia, o giovialità.
Andronico però la denomina e la definisce come
virtù affine alla temperanza, che ha il compito di moderare il piacere.
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