Il Santo Rosario
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Questione 167

La curiosità

E veniamo a parlare della curiosità.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se il vizio della curiosità possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva; 2. Se possa insinuarsi nella conoscenza sensitiva.

ARTICOLO 1

Se la curiosità possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva

SEMBRA che la curiosità non possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva. Infatti:
1. Come insegna il Filosofo, nelle cose che sono di suo buone o cattive non c'è posto per (la scelta virtuosa tra) il giusto mezzo e i due estremi. Ora, la conoscenza intellettiva di suo è buona: poiché la perfezione di un uomo consiste nell'attuazione della sua intelligenza, il che avviene con la conoscenza della verità. E Dionigi afferma, che "il bene per l'anima umana sta nell'essere conforme alla ragione", la quale si perfeziona con la cognizione della verità. Dunque nella conoscenza intellettiva non può insinuarsi il vizio della curiosità.
2. Ciò che ci rende simili a Dio e che ci viene da Dio non può essere mai cattivo. Ora, ogni grado di conoscenza viene da Dio; poiché sta scritto: "Ogni sapienza viene dal Signore Iddio". E ancora: "È lui che m'ha dato la scienza vera delle cose: sì da conoscere la compagine del mondo, e la virtù degli elementi, ecc.". Inoltre è con la conoscenza della verità che l'uomo è reso simile a Dio: poiché, come dice S. Paolo, "tutto è nudo e palese davanti a lui". E per questo sta scritto, che "il Signore è il Dio delle scienze". Perciò la conoscenza della verità per quanto sia grande non è mai cattiva, ma buona. Quindi nella conoscenza intellettiva non può mai riscontrarsi il vizio della curiosità.
3. Se il vizio della curiosità può insinuarsi in una conoscenza di ordine intellettivo, ciò dovrebbe accadere specialmente nelle discipline filosofiche. Ma attendere ad esse non è peccaminoso. Scrive infatti S. Girolamo: "Coloro che non vollero cibarsi con le vivande e col vino del re, mai avrebbero acconsentito a imparare la sapienza e la dottrina dei Babilonesi, se l'avessero considerato un peccato". E S. Agostino afferma, che "se i filosofi han detto delle cose vere, noi dobbiamo rivendicarle a nostro uso, quasi strappandole a possessori abusivi". Perciò nella conoscenza intellettiva non può insinuarsi il vizio della curiosità.

IN CONTRARIO: S. Girolamo si domanda: "Non vi pare che abbiano dei sentimenti di vanità e una mente poco illuminata il dialettico che si arrovella giorno e notte, e il naturalista che vuol mettere gli occhi al di là del cielo?". Ma la vanità e l'oscurità della mente sono peccaminose. Dunque il vizio della curiosità può insinuarsi nella conoscenza intellettiva.

RISPONDO: La studiosità, come abbiamo visto sopra, non riguarda direttamente la conoscenza, ma la brama di essa e lo studio per acquistarla. Ora, non è identico il giudizio da darsi sulla conoscenza della verità e sulla brama o ricerca per acquistarla. Infatti la conoscenza della verità è per se stessa buona. E può esser cattiva solo per accidens, cioè per qualche sua conseguenza: ossia perché qualcuno, come nota S. Paolo, se ne insuperbisce: "La scienza gonfia" ; oppure, perché l'uomo se ne serve per peccare.
Invece la brama o la ricerca della conoscenza può esser buona, ma anche (in se stessa) può esser cattiva. Primo, perché si tende a conoscere la verità includendo indirettamente nel proprio studio un motivo vizioso: così fanno, p. es., coloro che si applicano alla conoscenza della verità per insuperbirsene. Di qui le parole di S. Agostino: "Ci sono delle persone che, disprezzando la virtù e senza conoscere chi è Dio e la maestà della realtà immutabile, credono di fare una gran cosa con l'investigare con sommo ardore e curiosità questa massa corporea che chiamiamo mondo. E montano in tanta superbia, da sembrare che abitino in quei cieli di cui spesso discutono". - Parimenti è peccaminoso lo studio di coloro che, come dice Geremia, cercano di conoscere per fare del male: "Hanno ammaestrato la loro lingua a parlar falso, s'industriano a mal fare".
Secondo, lo studio può essere cattivo per il disordine della stessa ricerca conoscitiva. E questo può avvenire in quattro maniere. Primo, perché uno studio meno utile può distogliere da uno studio di dovere. Di qui le parole di S. Girolamo: "Noi vediamo dei sacerdoti che, lasciando da parte i Vangeli e i Profeti, leggono commedie, e cantano i versi lascivi delle bucoliche". - Secondo, perché si cerca di conoscere da chi non si deve: ed è il caso di coloro, p. es., che cercano di conoscere il futuro dai demoni con curiosità superstiziosa. Scrive in proposito S. Agostino: "Non escludo che i filosofi siano stati impediti dall'abbracciar la fede per il vizio della curiosità nel consultare i demoni". - Terzo, quando uno desidera di conoscere le creature, senza indirizzarle al debito fine, cioè alla conoscenza di Dio. Ecco perché S. Agostino ammonisce che "nello studio delle creature non si deve esercitare una vana ed effimera curiosità, ma cercare in esse un gradino per salire alle realtà immortali ed immutabili". - Quarto, quando si cerca di conoscere cose superiori alla capacità del proprio ingegno: perché allora facilmente si cade nell'errore. Di qui l'ammonimento della Scrittura: "Non cercare quello che è sopra di te, e non scrutare ciò che sorpassa le tue forze, e non essere curioso delle molteplici opere di Dio... Molti sedusse la propria opinione, e nella vanità li ritenne il loro sentimento".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo trova il suo bene nella conoscenza della verità; però il sommo bene dell'uomo non consiste nella conoscenza di una verità qualsiasi, ma nella perfetta conoscenza della somma verità, come spiega il Filosofo. Perciò nella conoscenza di certe verità può esserci un vizio, in quanto tale ricerca non è debitamente ordinata alla conoscenza della somma verità, in cui consiste la felicità perfetta.
2. Il secondo argomento dimostra che la conoscenza della verità è in se stessa buona: però ciò non esclude che uno possa abusarne per un fine cattivo, o possa desiderarla in modo disordinato; poiché anche il desiderio del bene deve essere debitamente regolato.
3. Lo studio della filosofia di suo è lecito e lodevole per le verità che i filosofi, illuminati da Dio, come dice S. Paolo, riuscirono a conoscere. Siccome però alcuni filosofi abusano della loro scienza per combattere la fede, l'Apostolo ammonisce: "Badate che nessuno vi seduca per mezzo della filosofia e di un vuoto inganno, secondo la tradizione degli uomini, e non secondo Cristo". E Dionigi, a proposito di certi filosofi, afferma che "si servono con perfidia delle cose divine contro Dio, tentando di distruggere con la scienza di Dio il culto di Dio".

ARTICOLO 2

Se il vizio della curiosità possa insinuarsi nella conoscenza sensitiva

SEMBRA che il vizio della curiosità non possa insinuarsi nella conoscenza sensitiva. Infatti:
1. Non si conosce solo con il senso della vista, ma anche con quelli del tatto e del gusto. Ora, rispetto alle cose tangibili e gustabili non c'è il vizio della curiosità; ma piuttosto quelli della lussuria e della gola. Perciò il vizio della curiosità non c'è neppure per le cose che si conoscono con la vista.
2. La curiosità dovrebbe riscontrarsi nell'assistenza agli spettacoli: a questo proposito S. Agostino racconta, che "Alipio in una fase del combattimento, al grido imponente di tutti gli spettatori, vinto dalla curiosità aprì gli occhi". Ma assistere ai giochi non è peccaminoso: poiché lo spettacolo è piacevole per la rappresentazione, di cui l'uomo per natura si diletta, come dice il Filosofo. Perciò il vizio della curiosità non riguarda la conoscenza delle cose sensibili.
3. Alla curiosità, come dice S. Beda, sembra appartenere l'interessamento ai fatti del prossimo. Ma interessarsi dei fatti degli altri non è peccaminoso: poiché, come dice la Scrittura, "a ciascuno Dio ha imposto di aver cura del suo prossimo". Dunque il vizio della curiosità non può insinuarsi nella conoscenza di questi fatti particolari e sensibili.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma, che "la concupiscenza degli occhi rende gli uomini curiosi". Ora, a detta di S. Beda, "la concupiscenza degli occhi non consiste solo nello studio della magia", ma anche "nel vedere spettacoli, e nell'esaminare e nel rilevare i difetti del prossimo": tutte cose che sono di ordine sensibile. Poiché, quindi, "la concupiscenza degli occhi" è un vizio come "la superbia della vita" e "la concupiscenza della carne", alle quali viene accomunata da S. Giovanni; è chiaro che nella conoscenza sensitiva può riscontrarsi il vizio della curiosità.

RISPONDO: La conoscenza sensitiva è ordinata a due cose. Primo, è ordinata, sia negli animali che nell'uomo, alla conservazione del corpo; poiché con essa si evitano le cose nocive, e si cercano quelle necessarie al sostentamento. Secondo, nell'uomo essa è ordinata alla conoscenza intellettiva, sia speculativa che pratica. Applicarsi quindi a conoscere le cose sensibili può essere peccaminoso per due motivi. Primo, perché la conoscenza sensitiva non è ordinata a cose utili, ma piuttosto a distogliere da qualche utile considerazione. Scrive a questo proposito S. Agostino: "Ormai io non vado più al circo per vedere un cane che rincorre la lepre. Però se questo capita mentre passo per i campi mi distrae da qualche importante considerazione, e quella scena di caccia mi attrae: e se tu non mi riprendi subito, mostrandomi la mia fragilità, istupidisco nella frivolezza". - Secondo, perché la conoscenza sensitiva viene ordinata al male: così il guardare una donna può essere ordinato alla concupiscenza; e l'interessamento ai fatti degli altri può essere ordinato alla mormorazione.
Se invece uno si applica con ordine alla conoscenza sensitiva, o per sovvenire ai bisogni materiali, oppure per conoscere la verità, la sua è una studiosità virtuosa nel campo della conoscenza sensitiva.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La lussuria e la gola hanno per oggetto i piaceri che nascono dall'uso delle cose tangibili. Invece la curiosità ha per oggetto il piacere della cognizione di tutti i sensi. "Esso viene denominato concupiscenza degli occhi", spiega S. Agostino, "perché gli occhi sono gli organi principali della conoscenza, cosicché il termine vedere si applica a tutte le sensazioni". E il Santo continua a spiegare: "Si può discernere facilmente se i sensi agiscono per voluttà o per curiosità, per il fatto che la voluttà cerca le cose belle, dolci, melodiose, gustose, morbide; mentre la curiosità vuol provare anche quelle ad esse contrarie, non per sentirne il disgusto, ma per la brama di provare e di conoscere".
2. La visione degli spettacoli è resa peccaminosa perché in essi uno viene spinto alla lussuria o alla crudeltà per quello che vi si rappresenta. Ecco perché il Crisostomo afferma, che "questi spettacoli rendono adulteri e licenziosi".
3. Considerare i fatti degli altri con animo buono, o a proprio vantaggio, e cioè per essere spronati al bene dalla bontà altrui, oppure a vantaggio del prossimo stesso, e cioè per correggerne i difetti secondo le regole della carità e il dovere d'ufficio, è cosa lodevole; seguendo così l'esortazione di S. Paolo: "A vicenda usiamoci vigilanza, per eccitarci all'amore e alle opere buone". Ma è peccaminoso attendere a considerare i difetti del prossimo per disprezzarlo o per screditarlo, oppure semplicemente per molestarlo. Si legge infatti nei Proverbi: "Non insidiare la casa del giusto, e non turbare la sua quiete".