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Questione
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La
curiosità
E veniamo a parlare della curiosità.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se il vizio della curiosità
possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva; 2. Se possa insinuarsi
nella conoscenza sensitiva.
ARTICOLO
1
Se la curiosità possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva
SEMBRA che la curiosità non possa insinuarsi nella conoscenza
intellettiva. Infatti:
1. Come insegna il Filosofo, nelle cose che sono di suo buone
o cattive non c'è posto per (la scelta virtuosa tra) il giusto mezzo
e i due estremi. Ora, la conoscenza intellettiva di suo è buona:
poiché la perfezione di un uomo consiste nell'attuazione della sua
intelligenza, il che avviene con la conoscenza della verità. E Dionigi
afferma, che "il bene per l'anima umana sta nell'essere conforme
alla ragione", la quale si perfeziona con la cognizione della
verità. Dunque nella conoscenza intellettiva non può insinuarsi
il vizio della curiosità.
2. Ciò che ci rende simili a Dio e che ci viene da Dio non può
essere mai cattivo. Ora, ogni grado di conoscenza viene da Dio;
poiché sta scritto: "Ogni sapienza viene dal Signore Iddio".
E ancora: "È lui che m'ha dato la scienza vera delle cose: sì
da conoscere la compagine del mondo, e la virtù degli elementi, ecc.". Inoltre è con la conoscenza della verità che l'uomo è reso
simile a Dio: poiché, come dice S. Paolo, "tutto è nudo e palese
davanti a lui". E per questo sta scritto, che "il Signore è il Dio
delle scienze". Perciò la conoscenza della verità per quanto sia
grande non è mai cattiva, ma buona. Quindi nella conoscenza
intellettiva non può mai riscontrarsi il vizio della curiosità.
3. Se il vizio della curiosità può insinuarsi in una conoscenza
di ordine intellettivo, ciò dovrebbe accadere specialmente nelle
discipline filosofiche. Ma attendere ad esse non è peccaminoso.
Scrive infatti S. Girolamo: "Coloro che non vollero cibarsi con
le vivande e col vino del re, mai avrebbero acconsentito a imparare
la sapienza e la dottrina dei Babilonesi, se l'avessero considerato
un peccato". E S. Agostino afferma, che "se i filosofi han detto
delle cose vere, noi dobbiamo rivendicarle a nostro uso, quasi strappandole
a possessori abusivi". Perciò nella conoscenza intellettiva
non può insinuarsi il vizio della curiosità.
IN CONTRARIO: S. Girolamo si domanda:
"Non vi pare che
abbiano dei sentimenti di vanità e una mente poco illuminata il
dialettico che si arrovella giorno e notte, e il naturalista che vuol
mettere gli occhi al di là del cielo?". Ma la vanità e l'oscurità
della mente sono peccaminose. Dunque il vizio della curiosità
può insinuarsi nella conoscenza intellettiva.
RISPONDO: La studiosità, come abbiamo visto sopra, non riguarda
direttamente la conoscenza, ma la brama di essa e lo studio
per acquistarla. Ora, non è identico il giudizio da darsi sulla
conoscenza della verità e sulla brama o ricerca per acquistarla.
Infatti la conoscenza della verità è per se stessa buona. E può
esser cattiva solo per accidens, cioè per qualche sua conseguenza:
ossia perché qualcuno, come nota S. Paolo, se ne insuperbisce: "La scienza
gonfia" ; oppure, perché l'uomo se ne serve per peccare.
Invece la brama o la ricerca della conoscenza può esser buona,
ma anche (in se stessa) può esser cattiva. Primo, perché si tende
a conoscere la verità includendo indirettamente nel proprio studio
un motivo vizioso: così fanno, p. es., coloro che si applicano alla
conoscenza della verità per insuperbirsene. Di qui le parole di
S. Agostino: "Ci sono delle persone che, disprezzando la virtù e
senza conoscere chi è Dio e la maestà della realtà immutabile,
credono di fare una gran cosa con l'investigare con sommo ardore
e curiosità questa massa corporea che chiamiamo mondo. E montano
in tanta superbia, da sembrare che abitino in quei cieli di
cui spesso discutono". - Parimenti è peccaminoso lo studio di
coloro che, come dice Geremia, cercano di conoscere per fare del
male: "Hanno ammaestrato la loro lingua a parlar falso, s'industriano
a mal fare".
Secondo, lo studio può essere cattivo per il disordine della stessa
ricerca conoscitiva. E questo può avvenire in quattro maniere.
Primo, perché uno studio meno utile può distogliere da uno studio
di dovere. Di qui le parole di S. Girolamo: "Noi vediamo dei
sacerdoti che, lasciando da parte i Vangeli e i Profeti, leggono
commedie, e cantano i versi lascivi delle bucoliche". - Secondo,
perché si cerca di conoscere da chi non si deve: ed è il caso di
coloro, p. es., che cercano di conoscere il futuro dai demoni con
curiosità superstiziosa. Scrive in proposito S. Agostino: "Non
escludo che i filosofi siano stati impediti dall'abbracciar la fede
per il vizio della curiosità nel consultare i demoni". - Terzo, quando
uno desidera di conoscere le creature, senza indirizzarle al
debito fine, cioè alla conoscenza di Dio. Ecco perché S. Agostino
ammonisce che "nello studio delle creature non si deve esercitare
una vana ed effimera curiosità, ma cercare in esse un gradino
per salire alle realtà immortali ed immutabili". - Quarto, quando
si cerca di conoscere cose superiori alla capacità del proprio ingegno: perché
allora facilmente si cade nell'errore. Di qui l'ammonimento della
Scrittura: "Non cercare quello che è sopra di te,
e non scrutare ciò che sorpassa le tue forze, e non essere curioso
delle molteplici opere di Dio... Molti sedusse la propria opinione,
e nella vanità li ritenne il loro sentimento".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo trova il suo bene
nella conoscenza della verità; però il sommo bene dell'uomo non
consiste nella conoscenza di una verità qualsiasi, ma nella perfetta
conoscenza della somma verità, come spiega il Filosofo. Perciò
nella conoscenza di certe verità può esserci un vizio, in quanto
tale ricerca non è debitamente ordinata alla conoscenza della
somma verità, in cui consiste la felicità perfetta.
2. Il secondo argomento dimostra che la conoscenza della verità
è in se stessa buona: però ciò non esclude che uno possa abusarne
per un fine cattivo, o possa desiderarla in modo disordinato;
poiché anche il desiderio del bene deve essere debitamente regolato.
3. Lo studio della filosofia di suo è lecito e lodevole per le verità
che i filosofi, illuminati da Dio, come dice S. Paolo, riuscirono
a conoscere. Siccome però alcuni filosofi abusano della loro scienza
per combattere la fede, l'Apostolo ammonisce: "Badate che nessuno
vi seduca per mezzo della filosofia e di un vuoto inganno,
secondo la tradizione degli uomini, e non secondo Cristo". E Dionigi,
a proposito di certi filosofi, afferma che "si servono con perfidia
delle cose divine contro Dio, tentando di distruggere con la
scienza di Dio il culto di Dio".
ARTICOLO
2
Se il vizio della curiosità possa insinuarsi
nella conoscenza sensitiva
SEMBRA che il vizio della curiosità non possa insinuarsi nella
conoscenza sensitiva. Infatti:
1. Non si conosce solo con il senso della vista, ma anche con
quelli del tatto e del gusto. Ora, rispetto alle cose tangibili e gustabili
non c'è il vizio della curiosità; ma piuttosto quelli della
lussuria e della gola. Perciò il vizio della curiosità non c'è neppure
per le cose che si conoscono con la vista.
2. La curiosità dovrebbe riscontrarsi nell'assistenza agli spettacoli: a questo
proposito S. Agostino racconta, che "Alipio in
una fase del combattimento, al grido imponente di tutti gli spettatori,
vinto dalla curiosità aprì gli occhi". Ma assistere ai giochi
non è peccaminoso: poiché lo spettacolo è piacevole per la rappresentazione,
di cui l'uomo per natura si diletta, come dice il
Filosofo. Perciò il vizio della curiosità non riguarda la conoscenza
delle cose sensibili.
3. Alla curiosità, come dice S. Beda, sembra appartenere l'interessamento
ai fatti del prossimo. Ma interessarsi dei fatti degli
altri non è peccaminoso: poiché, come dice la Scrittura, "a ciascuno
Dio ha imposto di aver cura del suo prossimo". Dunque
il vizio della curiosità non può insinuarsi nella conoscenza di questi
fatti particolari e sensibili.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma, che
"la concupiscenza degli
occhi rende gli uomini curiosi". Ora, a detta di S. Beda, "la
concupiscenza degli occhi non consiste solo nello studio della magia",
ma anche "nel vedere spettacoli, e nell'esaminare e nel rilevare
i difetti del prossimo": tutte cose che sono di ordine sensibile.
Poiché, quindi, "la concupiscenza degli occhi" è un vizio
come "la superbia della vita" e "la concupiscenza della carne", alle quali
viene accomunata da S. Giovanni; è chiaro che nella conoscenza
sensitiva può riscontrarsi il vizio della curiosità.
RISPONDO: La conoscenza sensitiva è ordinata a due cose.
Primo, è ordinata, sia negli animali che nell'uomo, alla conservazione
del corpo; poiché con essa si evitano le cose nocive, e si
cercano quelle necessarie al sostentamento. Secondo, nell'uomo
essa è ordinata alla conoscenza intellettiva, sia speculativa che
pratica. Applicarsi quindi a conoscere le cose sensibili può essere
peccaminoso per due motivi. Primo, perché la conoscenza sensitiva
non è ordinata a cose utili, ma piuttosto a distogliere da
qualche utile considerazione. Scrive a questo proposito S. Agostino: "Ormai
io non vado più al circo per vedere un cane che
rincorre la lepre. Però se questo capita mentre passo per i campi
mi distrae da qualche importante considerazione, e quella scena
di caccia mi attrae: e se tu non mi riprendi subito, mostrandomi
la mia fragilità, istupidisco nella frivolezza". - Secondo, perché la
conoscenza sensitiva viene ordinata al male: così il guardare una
donna può essere ordinato alla concupiscenza; e l'interessamento
ai fatti degli altri può essere ordinato alla mormorazione.
Se invece uno si applica con ordine alla conoscenza sensitiva,
o per sovvenire ai bisogni materiali, oppure per conoscere la verità,
la sua è una studiosità virtuosa nel campo della conoscenza sensitiva.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La lussuria e la gola hanno
per oggetto i piaceri che nascono dall'uso delle cose tangibili.
Invece la curiosità ha per oggetto il piacere della cognizione di
tutti i sensi. "Esso viene denominato concupiscenza degli occhi",
spiega S. Agostino, "perché gli occhi sono gli organi principali
della conoscenza, cosicché il termine vedere si applica a tutte le
sensazioni". E il Santo continua a spiegare: "Si può discernere
facilmente se i sensi agiscono per voluttà o per curiosità, per il
fatto che la voluttà cerca le cose belle, dolci, melodiose, gustose,
morbide; mentre la curiosità vuol provare anche quelle ad esse
contrarie, non per sentirne il disgusto, ma per la brama di provare
e di conoscere".
2. La visione degli spettacoli è resa peccaminosa perché in essi
uno viene spinto alla lussuria o alla crudeltà per quello che vi si
rappresenta. Ecco perché il Crisostomo afferma, che "questi spettacoli
rendono adulteri e licenziosi".
3. Considerare i fatti degli altri con animo buono, o a proprio
vantaggio, e cioè per essere spronati al bene dalla bontà altrui,
oppure a vantaggio del prossimo stesso, e cioè per correggerne i
difetti secondo le regole della carità e il dovere d'ufficio, è cosa
lodevole; seguendo così l'esortazione di S. Paolo: "A vicenda usiamoci
vigilanza, per eccitarci all'amore e alle opere buone". Ma è
peccaminoso attendere a considerare i difetti del prossimo per
disprezzarlo o per screditarlo, oppure semplicemente per molestarlo.
Si legge infatti nei Proverbi: "Non insidiare la casa del
giusto, e non turbare la sua quiete".
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