|
Questione
166
La
studiosità
Passiamo ora a trattare della studiosità e del suo contrario che
è la curiosità.
A proposito della studiosità si pongono due quesiti: 1. Quale
sia la materia della studiosità; 2. Se essa sia tra le parti della
temperanza.
ARTICOLO
1
Se materia della studiosità sia propriamente la conoscenza
SEMBRA che materia della studiosità non sia propriamente la
conoscenza. Infatti:
1. Si dice che
è uno studioso per il fatto che mette dello studio
nel fare qualche cosa. Ma un uomo deve mettere studio in tutti
i campi, per far bene quello che deve fare. Perciò materia speciale
della studiosità non è la conoscenza.
2. La studiosità è il contrario della curiosità. Ma la curiosità,
che deriva da cura, può riferirsi al vestito, e ad altre cose riguardanti
il corpo, come si accenna in quel testo paolino: "Non abbiate
cura della carne sì da subirne i desideri". Perciò la studiosità
non riguarda solo la conoscenza.
3. In Geremia si legge:
"Tutti, dal minore al maggiore si applicano
studiosamente all'avarizia". Ora, l'avarizia non riguarda
la conoscenza, bensì il possesso delle ricchezze, come sopra abbiamo
visto. Dunque la studiosità non riguarda propriamente la conoscenza.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Applicati, o figliolo, allo studio
della sapienza, e rallegrami il cuore, affinché tu possa rispondere".
Ora, la studiosità che viene lodata come virtù è identica a quella
raccomandata dalla legge di Dio. Perciò la studiosità propriamente
riguarda la conoscenza.
RISPONDO: Lo studio implica soprattutto forte applicazione dell'anima
a qualche cosa. Ora, l'anima non si applica a qualche
cosa, se non la conosce. Perciò prima di tutto l'anima si applica
alla conoscenza: secondariamente si applica a quegli atti cui l'uomo
viene indirizzato dalla cognizione. Quindi lo studio riguarda
innanzi tutto la conoscenza; e in secondo luogo tutte le altre attività
nelle quali abbiamo bisogno di essere diretti dalla cognizione.
Le virtù però hanno come materia propria quello che forma
il loro oggetto primario e principale: per la fortezza, p. es., oggetto
sono i pericoli di morte; e per la temperanza i piaceri del
tatto. Dunque la studiosità propriamente riguarda la conoscenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In altri campi non è possibile
compiere cosa alcuna con accuratezza, se non in quanto l'opera
viene guidata dalla conoscenza. Perciò la studiosità riguarda
innanzi tutto la conoscenza, qualunque sia la materia cui ci si
voglia applicare.
2. L'affetto porta la mente dell'uomo a considerare con attenzione
le cose che premono, secondo le parole evangeliche: "Dov'è
il tuo tesoro, là v'è anche il tuo cuore". E poiché l'uomo è attaccatissimo
alle cose che giovano alla carne, ne segue che il pensiero
dell'uomo si occupa principalmente di esse: egli cioè s'industria
per provvedere nel miglior modo alla propria carne. È in tal senso
che si parla di curiosità rispetto alle cose della carne, in quanto
vi è interessata la conoscenza.
3. L'avarizia aspira al guadagno, per il quale è sommamente
necessaria una certa esperienza, o conoscenza delle cose terrene.
E in tal senso si parla di studio nelle cose riguardanti l'avarizia.
ARTICOLO
2
Se la studiosità sia parte (potenziale) della temperanza
SEMBRA che la studiosità non sia parte (potenziale) della temperanza.
Infatti:
1. Per la studiosità si è chiamati studiosi. Ma qualsiasi persona
virtuosa può essere così denominata: come dimostra il Filosofo,
usando spesso il termine studioso per virtuoso.
Dunque la studiosità è virtù in genere e non parte della temperanza.
2. Studiosità si riferisce, come abbiamo detto, alla conoscenza.
Ma la conoscenza non appartiene alle virtù morali, che risiedono
nella parte appetitiva dell'anima, bensì alle virtù intellettuali, che
risiedono nella parte conoscitiva; infatti anche la sollecitudine è
un atto della prudenza, come sopra abbiamo visto. Perciò la
studiosità non è parte (potenziale) della temperanza.
3. Una virtù che è tra le parti di qualche virtù principale deve
somigliare a quella nel modo di agire. Invece la studiosità in
questo non somiglia alla temperanza. Poiché temperanza dice
freno: e quindi si contrappone maggiormente al vizio contrario
per eccesso. Invece il termine studiosità deriva dall'applicazione
dell'anima a qualche cosa: e quindi sembra opporsi di più al vizio
contrario per difetto, cioè alla negligenza nello studio, che alla
curiosità, la quale è vizio contrario per eccesso. Anzi la sua somiglianza
con quest'ultima fa dire a S. Isidoro che "studioso" deriva
da "studiis curiosus" (curioso nello studio). Quindi la studiosità
non è parte della temperanza.
IN
CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "Ci è proibito di essere
curiosi: e ciò si ottiene con una grande temperanza". Ma la
curiosità è esclusa da una studiosità moderata. Dunque la studiosità è tra
le parti della temperanza.
RISPONDO: Come abbiamo già notato, la temperanza ha il compito
di moderare i moti dell'appetito, perché non ecceda nel tendere
verso ciò che naturalmente si desidera. Ora, l'uomo, come
brama istintivamente con la sua natura corporea i piaceri venerei
e gastronomici, così con la sua anima desidera naturalmente di
conoscere, secondo l'affermazione del Filosofo: "Tutti gli uomini
per natura desiderano di conoscere". Ebbene, la moderazione di
codesto desiderio appartiene alla virtù della studiosità. Quindi la
studiosità è parte potenziale della temperanza, quale virtù annessa
di detta virtù cardinale. E rientra nella modestia, come sopra
abbiamo spiegato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prudenza è il coronamento
di tutte le virtù morali, a detta di Aristotele. Ora, come il discernimento
della prudenza rientra in tutte le virtù, così può applicarsi
a tutte il termine studiosità, il quale riguarda appunto la conoscenza.
2. Gli atti delle potenze conoscitive possono essere imperati
dalla facoltà appetitiva, la quale, come abbiamo visto, può muovere
tutte le nostre facoltà. Perciò nella conoscenza si possono
distinguere due tipi di bontà. La prima riguarda l'atto stesso
della conoscenza. E tale bontà è proprio delle virtù intellettuali: p. es., che
su ogni cosa si sappia la verità. - L'altro tipo di bontà
riguarda l'atto delle potenze appetitive; e cioè che si abbia la
volontà retta di applicare le facoltà conoscitive in un modo o in
un altro, a una cosa o ad un'altra. E questo spetta alla virtù
della studiosità. Perciò quest'ultima viene enumerata tra le virtù
morali.
3. Come dice il Filosofo, perché un uomo sia virtuoso, si richiede
che si guardi da ciò cui tende maggiormente per natura. Infatti,
siccome la natura inclina specialmente a temere i pericoli di morte
e a seguire i piaceri della carne, ecco che il valore della fortezza
consiste in una certa fermezza di fronte a questi pericoli, e il valore
della temperanza sta nel tenere a freno le attrattive della
carne. Ma rispetto alla conoscenza ci sono nell'uomo due tendenze
contrastanti. Poiché per parte dell'anima l'uomo è inclinato
a desiderare la conoscenza delle cose: e da questo lato deve
tenere a freno tale desiderio, per non cercare sregolatamente la
conoscenza. Invece per parte della natura corporea l'uomo è
incline ad evitare la fatica per l'acquisto della scienza. Perciò
rispetto alla prima di queste tendenze la studiosità è un freno:
e per questo è tra le parti della temperanza. Invece rispetto alla
seconda il valore di questa virtù sta in una certa forza di applicazione
nell'acquisto della scienza: e da essa prende il nome. La
prima però di tali tendenze è più essenziale della seconda in questa
virtù. Infatti il desiderio di conoscere è essenziale alla conoscenza,
cui la studiosità è ordinata. Invece la fatica dello studio è un ostacolo
alla conoscenza; e quindi è una cosa accidentale per questa
virtù, che ha in essa una difficoltà da superare.
|