Il Santo Rosario
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Questione 158

L'iracondia

Passiamo così a trattare dei vizi contrari. Primo, dell'iracondia, che è il contrario della mansuetudine; secondo, della crudeltà, che è il contrario della clemenza.
Sull'iracondia si pongono otto quesiti: 1. Se qualche volta sia lecito adirarsi; 2. Se l'ira sia peccato; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se sia il più grave dei peccati; 5. Quali siano le specie dell'ira; 6. Se l'ira sia un vizio capitale; 7. Quali siano le sue figlie; 8. Se essa abbia un vizio contrario.

ARTICOLO 1

Se possa esser lecito adirarsi

SEMBRA. che non possa mai esser lecito adirarsi. Infatti:
1. S. Girolamo nell'esporre quel testo di S. Matteo: "Chi s'adira col suo fratello, ecc.", afferma: "In alcuni codici c'è l'aggiunta: "senza motivo"; però nei migliori l'affermazione è categorica, e l'ira è del tutto proibita". Dunque in nessun modo è lecito adirarsi.
2. A detta di Dionigi, "il male dell'anima sta nell'agire senza ragione". Ma l'ira è sempre priva di ragione; poiché il Filosofo insegna che "l'ira non ascolta perfettamente la ragione". Inoltre S. Gregorio scrive, che "quando l'ira turba la tranquillità dell'anima, in qualche modo la sbrana e la spezza". E Cassiano: "Qualunque sia la causa del divampare dell'ira, essa acceca l'occhio del cuore". Perciò adirarsi è sempre peccato.
3. Come dice la Glossa, "l'ira è il desiderio della vendetta". Ora, desiderare la vendetta non è lecito, ché essa va lasciata a Dio, secondo le parole del Deuteronomio: "A me la vendetta". Quindi adirarsi è sempre peccato.
4. Tutto ciò che ci rende dissimili a Dio è peccaminoso. Ma l'ira ci rende sempre dissimili a Dio: perché Dio, come dice la Scrittura, "giudica con tranquillità". Dunque adirarsi è sempre peccato.

IN CONTRARIO: Il Crisostomo afferma: "Chi si adira senza ragione è colpevole; ma non chi si adira con ragione. Infatti senza l'ira l'insegnamento non riesce, la giustizia non si pronunzia, e i delitti non vengono repressi". Perciò l'ira non sempre è peccaminosa.

RISPONDO: Propriamente parlando, l'ira è una passione dell'appetito sensitivo, dalla quale prende nome la facoltà dell'irascibile, come abbiamo detto nel trattato delle passioni. Ora, nelle passioni il peccato può trovarsi in due maniere. Primo, per la natura stessa di una passione, natura che si desume dal suo oggetto. L'invidia, p. es., per sua natura implica un peccato, essendo il dispiacere per un bene altrui, dispiacere che per se stesso ripugna alla ragione. Perciò, come dice il Filosofo, l'invidia "nel suo nome indica qualche cosa di peccaminoso". Ma questo non è il caso dell'ira, che è brama di vendetta: poiché il desiderio di vendicarsi può essere buono o cattivo.
Secondo, il peccato si può riscontrare in una passione per l'intensità di essa, cioè per i suoi eccessi o per la sua debolezza. E da questo lato nell'ira è possibile riscontrare il peccato: cioè quando uno si adira di più o di meno di quel che esige la retta ragione. Se invece uno si adira conforme alla retta ragione, allora l'ira è lodevole.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli Stoici consideravano l'ira e ogni altra passione affetti estranei all'ordine della ragione, e quindi le ritenevano cattive. E in tal senso parla dell'ira S. Girolamo: poiché egli parla dell'ira verso il prossimo come se questa tendesse al male del medesimo. - Invece secondo i Peripatetici, la cui dottrina S. Agostino considera più giusta, l'ira e le altre passioni dell'anima sono moti dell'appetito sensitivo, regolate o meno dalla ragione. E quindi l'ira non sempre è peccaminosa.
2. Due possono essere i rapporti dell'ira con la ragione. Primo, l'ira può essere antecedente. E allora essa svia la ragione dalla sua rettitudine e quindi è peccaminosa. Secondo, può essere conseguente: in quanto l'appetito sensitivo viene mosso contro i vizi secondo l'ordine della ragione. L'ira in tal senso è buona ed è chiamata zelo. Ecco in proposito le parole di S. Gregorio: "Si deve soprattutto badare a che l'ira, di cui ci si serve come di uno strumento della virtù, non domini l'animo affinché non vada innanzi da padrona, ma sia soggetta come serva, e le tenga sempre dietro". E sebbene quest'ira nell'esecuzione dell'atto ostacoli in qualche modo il giudizio della ragione, tuttavia non ne compromette la rettitudine. Di qui le parole di S. Gregorio: "L'ira dello zelo turba l'occhio della ragione; mentre l'ira del peccato l'acceca". Ora, non è contro la virtù interrompere la funzione del deliberare nel mettere in esecuzione le deliberazioni della ragione. Poiché l'arte stessa sarebbe impedita nei suoi atti, se quando deve agire volesse ancora deliberare sul da farsi.
3. Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è cosa illecita. Ma desiderarla per la soppressione dei vizi e per conservare il bene della giustizia è cosa lodevole. E l'appetito sensitivo può tendere a questo sotto la mozione della ragione. Inoltre quando la vendetta è fatta secondo giustizia, viene da Dio, di cui l'autorità che punisce è ministra, come dice S. Paolo.
4. Noi possiamo e dobbiamo rassomigliare a Dio nel desiderio del bene: ma nel modo non possiamo somigliarlo del tutto; poiché in Dio non c'è come in noi, l'appetito sensitivo, i cui moti devono seguire la ragione. S. Gregorio infatti afferma: che "la ragione allora si erge con più forza contro i vizi, quando è accompagnata e assecondata dall'ira".

ARTICOLO 2

Se l'ira sia peccato

SEMBRA che l'ira non sia peccato. Infatti:
1. Peccando noi demeritiamo. Ora, a detta di Aristotele, "con le passioni noi non acquistiamo né merito né biasimo". Perciò nessuna passione è peccato. Ma l'ira è una passione, come abbiamo visto nel trattato delle passioni. Dunque l'ira non è peccato.
2. In ogni peccato abbiamo la ricerca di un bene creato. Ma con l'ira non si cerca il bene creato, bensì il male di qualcuno. Quindi l'ira non è peccato.
3. Come nota S. Agostino, "nessuno pecca per delle cose inevitabili". Ma l'ira è inevitabile; poiché a proposito di quel detto dei Salmi, "adiratevi, ma senza peccare", la Glossa afferma che "il moto dell'ira non è in nostro potere". Inoltre il Filosofo scrive che "l'adirato agisce con tristezza": e la tristezza è contro voglia. Dunque l'ira non è peccato.
4. Il peccato, come dice il Damasceno, "è contro natura". Invece l'ira non è contro la natura dell'uomo, essendo un atto naturale dell'irascibile. Cosicché S. Girolamo afferma, che "adirarsi è proprio dell'uomo". Perciò l'ira non è peccato.

IN CONTRARIO: L'Apostolo comanda: "Cessi tra voi ogni ira ed indignazione".

RISPONDO: Propriamente l'ira, come sopra abbiamo detto, indica una passione. Ora, una passione dell'appetito sensitivo in tanto è buona in quanto è regolata dalla ragione: se invece esclude l'ordine della ragione, allora è cattiva. Ebbene, l'ordine della ragione interessa l'ira sotto due aspetti. Primo, in rapporto a ciò che con essa si desidera, ossia alla vendetta. Cosicché se uno desidera che si faccia vendetta secondo l'ordine della ragione, allora l'ira è lodevole, e si denomina zelo. - Se invece uno desidera che si faccia vendetta in qualsiasi modo contro l'ordine della ragione, p. es., che sia punito chi non lo merita, o che uno venga punito più di quanto si merita, ovvero non secondo l'ordine legittimo, o non per il fine dovuto, che è la conservazione della giustizia e la correzione della colpa, allora l'ira è peccaminosa. E abbiamo il vizio dell'ira.
Secondo, l'ordine della ragione interessa l'ira per il modo di adirarsi: il divampare dell'ira, cioè, non deve essere eccessivo né internamente né esternamente. Se non si bada a questo, l'ira non sarà senza peccato, anche se uno desidera la giusta vendetta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una passione può essere o non essere regolata dalla ragione, e quindi assolutamente considerata non implica né merito né demerito, ossia né lode né biasimo. Ma in quanto essa è regolata dalla ragione, può avere l'aspetto di cosa meritoria, o lodevole; oppure, in quanto non è così regolata, può essere demeritoria e biasimevole. Infatti il Filosofo aggiunge, che "è lodato o vituperato chi si adira in un certo modo".
2. L'adirato desidera il male altrui non per se stesso, ma per la vendetta, che il suo appetito brama come un bene creato.
3. L'uomo è padrone dei suoi atti con il libero arbitrio della ragione. Perciò i moti che prevengono il giudizio della ragione non sono universalmente soggetti all'uomo, cioè in modo che nessuno di essi insorga: sebbene la ragione uno per uno possa impedirli. In tal senso si può affermare che il moto dell'ira non è in potere dell'uomo, cioè al punto d'impedite che qualcuno ne insorga. Ma poiché esso in qualche modo è in potere dell'uomo, non perde del tutto l'aspetto di peccato, quando è disordinato. - L'affermazione poi del Filosofo, "l'adirato agisce con tristezza", non va intesa nel senso che egli si duole di adirarsi: ma che si duole dell'ingiuria che pensa di aver ricevuto, e da tale tristezza è mosso a bramare la vendetta.
4. L'irascibile dell'uomo è per natura sottoposto alla ragione. Perciò i suoi atti in tanto sono naturali nell'uomo in quanto sono conformi alla ragione: ma in quanto non rispettano l'ordine della ragione essi sono contro la natura dell'uomo.

ARTICOLO 3

Se l'ira sia sempre peccato mortale

SEMBRA che l'ira sia sempre peccato mortale. Infatti:
1. In Giobbe si legge: "Lo stolto l'uccide la rabbia"; e si parla della morte spirituale da cui prende nome il peccato mortale. Perciò l'ira è peccato mortale.
2. Solo il peccato mortale merita la dannazione eterna. Ma l'ira merita la dannazione eterna poiché il Signore afferma: "Chiunque si adira contro il suo fratello è reo di giudizio"; e la Glossa spiega che "con le tre cose ricordate in quel passo evangelico", cioè "col giudizio, col sinedrio e con la geenna vengono indicate le diverse dimore nella sede dei dannati, secondo la gravità del peccato". Dunque l'ira è peccato mortale.
3. Ciò che è contrario alla carità è peccato mortale. Ma l'ira è contraria alla carità del prossimo, com'è evidente dal commento di S. Girolamo a quel passo evangelico: "Chi si adira contro il suo fratello, ecc.". Quindi l'ira è peccato mortale.

IN CONTRARIO: Nel commentare l'esortazione del Salmista, "Adiratevi pure, ma non peccate", la Glossa insegna: "L'ira che non passa all'atto è peccato veniale".

RISPONDO: Come abbiamo visto sopra, i moti dell'ira possono essere disordinati e peccaminosi in due maniere. Primo, a motivo di ciò che si desidera: come quando uno brama una vendetta ingiusta. E allora l'ira nel suo genere è peccato mortale: perché è in contrasto con la carità e la giustizia. Tuttavia può darsi che tale desiderio sia peccato veniale per l'imperfezione dell'atto. Imperfezione che può essere, o da parte del soggetto, come nel caso in cui il moto dell'ira previene il giudizio della ragione; oppure da parte dell'oggetto, come quando uno brama vendicarsi in cose da poco, e insignificanti, che non sarebbe peccato mortale neppure mettere in esecuzione; come tirare un po' per i capelli un ragazzo o altre cose del genere.
Secondo, i moti dell'ira possono essere disordinati per la maniera di adirarsi: cioè se uno eccede nell'ardore interno dell'ira o nelle manifestazioni esterne di essa. E da questo lato di suo l'ira non è peccato mortale. Tuttavia può diventarlo; quando, uno, cioè, per la violenza dell'ira manca alla carità verso Dio o verso il prossimo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Da quel testo non si rileva che l'ira è sempre peccato mortale, ma che gli stolti vengono uccisi dall'ira: poiché essi non frenandone i moti con la ragione, cadono in qualche peccato mortale, cioè in bestemmie contro Dio, o in ingiustizie contro il prossimo.
2. Il Signore con quelle parole sull'ira intese integrare quel testo della legge: "Chi uccide è reo di giudizio". Perciò egli parla di quei moti dell'ira nei quali si brama l'uccisione del prossimo, o qualsiasi altro malanno: e questo desiderio, se è accompagnato dal consenso della ragione, senza dubbio è peccato mortale.
3. Nel caso in cui l'ira è incompatibile con la carità è peccato mortale: ma questo, come abbiamo spiegato, non avviene in tutti i casi.

ARTICOLO 4

Se l'ira sia il più grave dei peccati

SEMBRA che l'ira sia il più grave dei peccati. Infatti:
1. Il Crisostomo afferma, che "niente è più orribile di un uomo adirato, niente è più deforme del suo viso rabbioso, e più ancora della sua anima". Dunque l'ira è il più grave dei peccati.
2. Un peccato è tanto più grave quanto più è nocivo: poiché, a detta di S. Agostino, "cattivo sta a indicare ciò che nuoce". Ma la cosa che più nuoce è appunto l'ira perché toglie all'uomo la ragione, mediante la quale è padrone di se stesso; infatti il Crisostomo afferma, che "tra l'ira e la follia non c'è differenza, ma l'ira è un demone passeggero, però più indomabile che quello di un ossesso". Quindi l'ira è il più grave dei peccati.
3. I sentimenti interni si giudicano dai loro effetti esterni. Ora, effetto dell'ira è l'omicidio, che è un peccato gravissimo. Perciò anche l'ira è un peccato gravissimo.

IN CONTRARIO: L'ira da S. Agostino viene paragonata all'odio come la pagliuzza alla trave: "Che l'ira non diventi odio, e di una pagliuzza non se ne faccia una trave". Dunque l'ira non è il più grave dei peccati.

RISPONDO: Il disordine dell'ira può dipendere, come abbiamo visto, da due cose, cioè: da ciò che con essa si desidera, e dal modo di adirarsi. Ora, per l'oggetto che l'irato desidera, l'ira è tra i peccati più piccoli. L'ira infatti desidera il male fisico di una persona sotto l'aspetto di bene, e cioè della vendetta. Perciò da questo lato l'ira fa parte di quei peccati che desiderano il male del prossimo, insieme all'invidia e all'odio: mentre però l'odio brama il male di una persona direttamente in quanto male; e l'invidioso lo brama per il desiderio della propria gloria; l'adirato vuole il male altrui sotto l'aspetto di giusta vendetta. Da ciò è evidente che l'odio è più grave dell'invidia, e l'invidia è più grave dell'ira: perché desiderare il male sotto l'aspetto di male è peggio che desiderarlo sotto l'aspetto di bene; e desiderare il male in quanto bene esterno, ossia come onore, o come gloria, è peggio che desiderarlo sotto l'aspetto di giustizia.
L'ira però, quale desiderio di un male sotto l'aspetto di bene, si affianca ai peccati di concupiscenza, che hanno di mira un bene. E anche da questo lato, assolutamente parlando, il peccato d'ira è meno grave dei peccati di concupiscenza; e cioè nella misura in cui il bene della giustizia, bramato da chi si adira, è superiore al bene dilettevole, o utile, bramato con la concupiscenza. Ecco perché il Filosofo afferma, che "è più vergognosa l'incontinenza nella concupiscenza che l'incontinenza nell'ira".
Ma rispetto al disordine dovuto al modo di adirarsi, l'ira ha un certo primato per la violenza e l'immediatezza dei suoi moti, come accenna la Scrittura: "L'ira non ha misericordia, né il furore impetuoso; e chi potrà reggere all'impeto di un uomo concitato?". Di qui le parole di S. Gregorio: "Acceso dall'impeto dell'ira, il cuore palpita, il corpo trema, la lingua s'inceppa, la faccia s'infiamma, gli occhi si stravolgono, e non si riconoscono le persone; con la bocca uno forma delle grida, ma non capisce più il senso di ciò che dice".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Crisostomo parla della deformità relativa agli atteggiamenti esterni provocati dall'ira.
2. La seconda difficoltà tratta del disordine provocato dalla violenza dei moti dell'ira, di cui abbiamo già parlato.
3. L'omicidio, oltre che dall'ira, deriva pure dall'odio e dall'invidia. L'ira però è meno grave, poiché essa, come abbiamo notato, ha di mira un motivo di giustizia.

ARTICOLO 5

Se le specie dell'ira siano ben determinate dal Filosofo

SEMBRA che dal Filosofo non siano ben determinate le specie dell'ira, là dove dice che tra gli iracondi alcuni sono "acuti", altri "amari", e altri "difficili", o "implacabili". Infatti:
1. Secondo lui "amari sono quelli la cui ira stenta a placarsi e rimangono adirati per molto tempo". Ma questo rientra nella circostanza del tempo. E quindi anche dalle altre circostanze si possono desumere altre specie dell'ira.
2. Inoltre egli chiama "difficili, o implacabili quelli che non si placano se non dopo aver castigato o punito". Ma anche questo rientra nella durata dell'ira. Perciò difficili e amari s'identificano.
3. Il Signore indica tre gradi dell'ira con quelle tre espressioni evangeliche: "Chi si adira contro il suo fratello"; "Chi dice al suo fratello: Raca"; "Chi dice al suo fratello: Pazzo". Ma questi tre gradi non combinano con le specie indicate. Dunque la suddetta divisione dell'ira non è accettabile.

IN CONTRARIO: S. Gregorio Nisseno afferma, che "tre sono le specie della collera", e cioè: "l'ira biliosa"; "la mania", o insania; e "il furore". E queste coincidono con le tre sopra indicate: poiché egli scrive che "l'ira biliosa è quella contraddistinta dal principio e dal moto", e che dal Filosofo è attribuita "agli acuti"; per "mania" egli intende "l'ira persistente e inveterata", che il Filosofo attribuisce "agli amari". E per "furore" intende "l'ira che aspetta il momento per colpire", e che il Filosofo attribuisce "ai difficili". La stessa divisione è ammessa dal Damasceno. Dunque la distinzione del Filosofo è ben fondata.

RISPONDO: La suddetta distinzione si può applicare, o alla passione, o al peccato di ira. Come essa si applichi alla passione dell'ira l'abbiamo già visto sopra nel trattato delle passioni. E così specialmente parlano di essa Gregorio Nisseno e il Damasceno. Ma ora bisogna applicare la distinzione di quelle specie al peccato di ira, come fa il Filosofo.
Ebbene, il disordine dell'ira può derivare da due cose. Primo, dal suo modo di nascere. E ciò si riferisce agli acuti, i quali si adirano troppo presto, e per ogni sciocchezza. - Secondo, dalla durata dell'ira, cioè dal fatto che dura troppo a lungo. E questo può avvenire in due modi. In primo luogo per il fatto che la causa dell'ira, cioè l'ingiuria subita rimane troppo nella memoria: e da ciò alcuni concepiscono una tristezza persistente; cosicché costoro sono a se stessi gravi ed amari. - In secondo luogo ciò può avvenire in rapporto alla vendetta, che alcuni bramano con ostinazione. E questo si riferisce ai difficili, o implacabili, che non depongono l'ira finché non si son vendicati.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle specie suddette non si considera direttamente il tempo; ma la facilità ad adirarsi, o l'ostinazione nell'ira.
2. Sia gli amari che gli implacabili hanno un'ira persistente, ma per cause diverse. Poiché gli amari hanno quest'ira persistente per la persistenza della tristezza, che essi tengono chiusa nel loro interno: e siccome non mostrano segni esterni di collera, non possono essere dissuasi dagli altri; e da se stessi non desistono dall'ira, se non perché il passare del tempo toglie la tristezza. - Ma negli implacabili l'ira è persistente per un forte desiderio di vendetta. Perciò essa non si esaurisce col tempo, ma solo con la punizione.
3. I gradi dell'ira cui accenna il Signore non riguardano le varie specie di essa, ma sono desunti dal procedere dell'atto umano. In questo prima si concepisce qualche cosa nel cuore. E a ciò si riferiscono quelle parole: "Chi si adira contro il suo fratello". - In secondo luogo si manifesta esternamente con dei segni, prima ancora di passare all'atto. E a ciò si riferiscono le parole: "Chi dice al suo fratello: Raca", che è un'interiezione di rabbia. - Il terzo grado si ha quando il peccato concepito interiormente si produce nei suoi effetti. Ora, effetto dell'ira è il danno altrui sotto l'aspetto di vendetta. E il danno minimo è quello che si produce con la lingua soltanto. A ciò si riferiscono le parole evangeliche: "Chi dice al suo fratello: Pazzo".
È evidente quindi che il secondo è più del primo, e il terzo è più grave di entrambi. Perciò se quel primo moto, nel caso di cui parla il Signore, è peccato mortale, molto più lo sono gli altri due. E quindi per ciascuno di essi vengono indicate le rispettive condanne. In rapporto al primo si ha "il giudizio", che è meno grave: poiché, come nota S. Agostino, "nel giudizio è ancora ammessa la difesa". In rapporto al secondo si ha "il concilio": nel quale "i giudici si consultano sulla pena da infliggere". In rapporto al terzo si ha "la geenna del fuoco": che è "condanna irreparabile".

ARTICOLO 6

Se l'ira debba porsi tra i vizi capitali

SEMBRA che l'ira non debba porsi tra i vizi capitali. Infatti:
1. L'ira nasce dalla tristezza. Ma la tristezza è un vizio capitale, denominato accidia. Dunque l'ira non va posta tra i vizi capitali.
2. L'odio è un peccato più grave dell'ira. Dunque esso più dell'ira dovrebbe esser posto tra i vizi capitali.
3. A commento di quel passo dei Proverbi: "L'uomo collerico attizza le contese", la Glossa afferma: "La collera è la porta di tutti i vizi: tenendola chiusa stanno in pace tutte le virtù; tenendola aperta l'animo è pronto ad ogni delitto". Ora, nessun vizio capitale è principio di tutti i peccati, ma solo di alcuni. Perciò l'ira non va posta tra i vizi capitali.

IN CONTRARIO: S. Gregorio colloca l'ira tra i vizi capitali.

RISPONDO: Vizio capitale è quello da cui derivano molti altri vizi, come sopra abbiamo visto. Ma l'ira per due motivi è in condizione di produrre molti altri vizi. Primo, per il suo oggetto, che è assai desiderabile: poiché la vendetta viene bramata come cosa giusta ed onesta, attirando così per la sua apparente bontà, come abbiamo notato sopra. Secondo, per la sua violenza, che trascina l'anima a compiere qualsiasi disordine. Perciò è evidente che l'ira è un vizio capitale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La tristezza, da cui nasce l'ira, ordinariamente non è quella dell'accidia, ma è la passione della tristezza che deriva da un'ingiuria subita.
2. Come abbiamo già notato sopra, perché un vizio possa dirsi capitale si richiede che abbia un fine molto appetibile, cosicché per la brama di esso si commettono molti altri peccati. Ebbene, l'ira, la quale desidera un male sotto l'aspetto di bene, ha un fine più appetibile dell'odio, che invece desidera il male in quanto male. Ecco perché l'ira è vizio capitale a preferenza dell'odio.
3. L'ira "è la porta dei vizi" solo indirettamente, cioè quale removens prohibens, ossia perché impedisce l'uso della ragione, che ritrae l'uomo dai peccati. Ma direttamente ed essenzialmente essa è causa di alcuni specifici peccati, che sono le sue figlie.

ARTICOLO 7

Se siano ben determinate le sei figlie dell'ira

SEMBRA che non siano ben determinate le sei figlie dell'ira, che sono "rissa, tracotanza, insulto, clamore, indignazione, bestemmia". Infatti:
1. La bestemmia è posta da S. Isidoro tra le figlie della superbia. Perciò essa non è figlia dell'ira.
2. Come dice S. Agostino nella Regola, dall'ira nasce l'odio. Quindi quest'ultimo va enumerato tra le figlie dell'ira.
3. La tracotanza sembra che si identifichi con la superbia. Ma la superbia non è figlia di altri vizi, bensì "madre di tutti i vizi", come dice S. Gregorio. Dunque la tracotanza non va enumerata tra le figlie dell'ira.

IN CONTRARIO: S. Gregorio assegna all'ira queste figlie.

RISPONDO: L'ira si può considerare sotto tre aspetti: Primo, in quanto è nel cuore. E così nascono da essa due vizi. L'uno in rapporto alla persona contro la quale ci si adira, reputandoci immeritevoli di subire un affronto da essa. E allora si ha l'indignazione. - L'altro in rapporto a se stessi: in quanto chi si adira pensa ai vari modi di vendicarsi, riempiendo di essi il proprio animo, secondo l'accenno della Scrittura: "Che forse il sapiente riempirà di vento infuocato il suo petto?". E così abbiamo la tracotanza.
Secondo, l'ira può essere considerata in quanto è sulla bocca. E allora dall'ira nascono due disordini. Il primo per il fatto che uno mostra di essere adirato col modo di parlare: come abbiamo detto a proposito di "chi dice al suo fratello: Raca". E così abbiamo il clamore: che è un parlare disordinato e confuso. - Il secondo invece sta nel fatto che uno esce in parole ingiuriose. Se queste sono contro Dio si avrà la bestemmia; se invece sono contro il prossimo si avrà l'insulto.

In terzo luogo l'ira può essere considerata negli atti esterni. E allora dall'ira nascono le risse: in cui sono compresi tutti i danni che si possono procurare al prossimo per via di fatto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La bestemmia che si pronunzia con piena deliberazione deriva dalla superbia di un uomo che si ribella contro Dio: poiché, come dice la Scrittura, "il principio della superbia umana è l'apostatare da Dio", e cioè l'abbandono del suo culto è la parte principale della superbia, dalla quale nasce la bestemmia. Ma la bestemmia che viene dal turbamento dell'animo nasce dall'ira.
2. Sebbene l'odio nasca talora dall'ira, tuttavia esso ha una causa più profonda da cui nasce direttamente, e cioè la tristezza, o dolore: come, al contrario, l'amore nasce dal piacere. Infatti da un dispiacere ricevuto c'è chi è spinto all'ira, e chi è spinto all'odio. Perciò è giusto che l'odio sia stato fatto derivare più dall'accidia che dall'ira.
3. La tracotanza qui non è sinonimo di superbia; ma sta a indicare la tensione, ovvero l'audacia di chi mira alla vendetta. E l'audacia è un vizio che si contrappone alla fortezza.

ARTICOLO 8

Se esista un vizio contrario all'iracondia per difetto d'ira

SEMBRA che non esista un vizio opposto all'iracondia per difetto d'ira. Infatti:
1. Non può essere viziosa una cosa che rende l'uomo simile a Dio. Ma la totale privazione dell'ira rende l'uomo simile a Dio, il quale "giudica con tranquillità". Perciò non è peccaminosa l'assenza totale dell'ira.

2. La mancanza di ciò che non serve a nulla non è un vizio. Ma il moto dell'ira non serve a nulla, come Seneca dimostra. Quindi la mancanza d'ira non è un vizio.
3. A detta di Dionigi, il male per l'uomo sta "nell'agire prescindendo dalla ragione". Ora, eliminato ogni moto d'ira rimane integro il giudizio della ragione. Perciò nessuna mancanza d'ira può costituire un vizio.

IN CONTRARIO: Il Crisostomo insegna: "Chi non si adira quando c'è motivo di farlo, pecca. Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni".

RISPONDO: Col termine ira si possono intendere due cose. Primo, il semplice moto della volontà col quale uno infligge un castigo, non per passione, ma per un giudizio della ragione. E la mancanza d'ira in questo senso è indubbiamente peccato. E così ne parla il Crisostomo là dove dice: "L'iracondia motivata non è ira, ma atto di giustizia. Infatti per iracondia propriamente s'intende un turbamento passionale: invece se uno si adira per un giusto motivo, la sua ira non deriva dalla passione. Perciò si dirà che egli giudica, non già che si adira".
Secondo, per ira si può intendere un moto dell'appetito sensitivo accompagnato da una passione e da una trasmutazione corporale. E questo moto accompagna necessariamente nell'uomo l'atto della volontà: poiché per natura l'appetito inferiore segue il moto dell'appetito superiore, salvo particolari ripugnanze. Perciò nell'appetito sensitivo non può mancare del tutto il moto dell'ira, se non per la carenza, o per la debolezza dell'atto volitivo. Perciò indirettamente anche la mancanza della passione dell'ira è un vizio: come lo è la mancanza dell'atto punitivo della volontà, richiesto dal giudizio della ragione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi non si adira affatto quando dovrebbe, imita Dio nel mancare di passione; ma non lo imita nel punire secondo il giusto giudizio.
2. La passione dell'ira, come tutti gli altri moti dell'appetito sensitivo, serve a rendere l'uomo più pronto nell'eseguire ciò che detta la ragione. Altrimenti l'appetito sensitivo sarebbe inutile: mentre "la natura non fa niente di inutile".
3. In chi agisce con ordine il giudizio della ragione non è causa solo dell'atto della volontà, ma anche delle passioni dell'appetito sensitivo, secondo le spiegazioni date. Perciò come l'assenza degli effetti indica l'assenza della causa, così la mancanza dell'ira indica la mancanza del giudizio della ragione.