Il Santo Rosario
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Questione 157

Clemenza e mansuetudine

Veniamo ora a trattare della clemenza, della mansuetudine e dei vizi contrari.
A proposito delle virtù suddette esamineremo quattro cose: 1. Se clemenza e mansuetudine siano la stessa cosa; 2. Se entrambe siano virtù; 3. Se siano parti (potenziali) della temperanza; 4. Il loro confronto con le altre virtù.

ARTICOLO 1

Se la clemenza e la mansuetudine si identifichino del tutto

SEMBRA che clemenza e mansuetudine si identifichino del tutto. Infatti:
1. La mansuetudine, a detta del Filosofo, ha il compito di moderare l'ira. Ma l'ira è "il desiderio della vendetta". Perciò essendo la clemenza, come si esprime Seneca, "l'indulgenza dei superiori verso gli inferiori nel dare le punizioni"; ed essendo la punizione il mezzo per far vendetta, è chiaro che mansuetudine e clemenza sono la stessa cosa.
2. Cicerone afferma, che "la clemenza è la virtù che trattiene con la benignità un animo eccitato all'odio": dal che si rileva che la clemenza consiste nel moderare l'ira. Ma l'odio, a detta di S. Agostino, è causato dall'ira che è oggetto della mansuetudine. Dunque mansuetudine e clemenza si identificano.
3. L'identico vizio non può essere il contrario di virtù diverse. Ora, l'identico vizio, cioè la crudeltà, si contrappone alla mansuetudine e alla clemenza. Perciò mansuetudine e clemenza si identificano del tutto.

IN CONTRARIO: A detta di Seneca, la clemenza è "l'indulgenza dei superiori verso gli inferiori". La mansuetudine invece non è soltanto dei superiori, ma di chiunque. Perciò mansuetudine e clemenza non si identificano.

RISPONDO: Le virtù morali "riguardano le passioni e gli atti esterni". Ma le passioni sono principi, o cause degli atti esterni, oppure ne sono gli ostacoli. Perciò le virtù che regolano le passioni in qualche modo concorrono al medesimo effetto con le virtù che regolano gli atti esterni, sebbene ne differiscano specificamente. Alla giustizia, p. es., spetta propriamente trattenere l'uomo dal furto, al quale viene spinto dall'amore, o dal desiderio delle ricchezze, tenuto a freno dalla liberalità: la liberalità, quindi, concorre con la giustizia all'astensione dal furto. E questo avviene anche nel caso nostro. Infatti dalla passione dell'ira si è spinti a infliggere un grave castigo. Ma spetta direttamente alla clemenza diminuire il castigo: il che potrebbe essere impedito dall'ira esagerata. Perciò la mansuetudine, col frenare l'impeto dell'ira, concorre al medesimo effetto della clemenza. Esse però differiscono tra loro, perché la clemenza ha il compito di moderare la punizione esterna; mentre la mansuetudine propriamente modera la passione dell'ira.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mansuetudine propriamente ha per oggetto il desiderio della giusta vendetta. Invece la clemenza modera i castighi da adoperarsi esternamente per la vendetta.
2. L'uomo è portato a ridurre le cose che non gli piacciono. Ora, per il fatto che uno ama una persona, prova dispiacere per il suo castigo, che approva solo in ordine ad altro, p. es., in ordine alla giustizia o alla correzione di chi è punito. Perciò deriva dall'amore la prontezza a diminuire i castighi, che è propria della clemenza: l'odio invece impedisce questa diminuzione. Ecco perché Cicerone afferma che "la clemenza trattiene l'animo eccitato all'odio", cioè a punire gravemente, perché non infligga un castigo troppo grave: non perché la clemenza ha il compito di moderare l'odio, ma solo il castigo.
3. Alla mansuetudine, che direttamente riguarda l'ira, a tutto rigore si contrappone il vizio dell'iracondia, che implica un eccesso d'ira. Invece la crudeltà implica un eccesso nella punizione. Infatti Seneca afferma, che "sono chiamati crudeli coloro che hanno ragione di punire, ma non hanno misura". - Coloro invece che godono di far soffrire gli uomini, anche senza ragione, si possono chiamare feroci, perché quasi come le fiere non hanno affetti umani, per cui l'uomo naturalmente ama il suo simile.

ARTICOLO 2

Se tanto la clemenza che la mansuetudine siano virtù

SEMBRA che né la clemenza né la mansuetudine siano virtù. Infatti:
1. Nessuna virtù può opporsi ad altre virtù. Invece queste due disposizioni si oppongono alla severità, che è anch'essa una virtù. Dunque né la clemenza né la mansuetudine sono virtù.
2. "Eccesso e diminuizione distruggono la virtù". Ma sia la clemenza che la mansuetudine consistono in una diminuzione: poiché la clemenza tende a diminuire il castigo, e la mansuetudine a diminuire l'ira. Quindi nessuna delle due è una virtù.
3. La mansuetudine, o mitezza, è posta tra le beatitudini, e tra i frutti. Ora, le virtù differiscono dalle beatitudini e dai frutti. Dunque essa non è inclusa tra le virtù.

IN CONTRARIO: Seneca ha scritto: "Tutti gli uomini da bene mostrano clemenza e mansuetudine". Ma le cose che propriamente appartengono alle persone da bene sono le virtù: poiché, a detta di Aristotele, "è la virtù che rende buono chi la possiede, e le opere che egli compie". Dunque clemenza e mansuetudine sono virtù.

RISPONDO: La virtù morale consiste nella sottomissione degli appetiti alla ragione, come insegna il Filosofo. Ora, questo si riscontra sia nella clemenza che nella mansuetudine: poiché la clemenza nel diminuire i castighi "guarda alla ragione", secondo l'espressione di Seneca; e anche la mansuetudine modera l'ira secondo la retta ragione, a detta di Aristotele. Perciò è evidente che sia la clemenza che la mansuetudine sono virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mansuetudine non si contrappone direttamente alla severità: poiché la mansuetudine ha per oggetto l'ira, la severità invece riguarda i castighi. Perciò quest'ultima potrebbe semmai contrapporsi alla clemenza, che, come abbiamo visto, ha anch'essa per oggetto le punizioni. Ma l'opposizione non c'è, perché entrambe seguono la retta ragione. Infatti la severità è inflessibile nell'applicare il castigo quando la retta ragione lo richiede: e la clemenza tende a diminuirlo sempre secondo la retta ragione, cioè nei casi che lo esigono. Perciò le due virtù non sono contrarie: perché non riguardano gli stessi casi.
2. A detta del Filosofo, "l'abito che osserva il giusto mezzo nell'ira è innominato; perciò la virtù prende nome dall'acquietarsi dell'ira, che viene indicato dal termine mansuetudine": questo perché la virtù è più vicina al meno che al più, essendo per l'uomo più naturale bramare la vendetta delle ingiurie ricevute, che essere in ciò negligente; infatti, come dice Sallustio, "è ben difficile che a qualcuno sembrino piccole le ingiurie da lui subite". Ora, la clemenza tende a diminuire il castigo non rispetto alla misura della retta ragione, ma rispetto alla legge comune, oggetto della giustizia legale: la clemenza, cioè, diminuisce la pena, giudicando che una persona non va punita di più, in base a certe particolari considerazioni. "La clemenza" scrive Seneca, "dichiara che le persone graziate non devono subire nulla oltre quei dati castighi: infatti il perdono è la remissione della pena". Da ciò risulta che la clemenza sta alla severità come l'epicheia sta alla giustizia legale, di cui la severità è appunto una parte, quale applicazione delle pene secondo la legge. La clemenza però è distinta dall'epicheia, come vedremo.
3. Le beatitudini non sono che atti virtuosi, e i frutti non sono che le gioie nate da codesti atti. Perciò niente impedisce di considerare la mansuetudine virtù, beatitudine e frutto.

ARTICOLO 3

Se la clemenza e la mansuetudine siano parti potenziali della temperanza

SEMBRA che le predette virtù non siano parti (potenziali) della temperanza. Infatti:
1. La clemenza tende, come abbiamo visto, a diminuire i castighi. Ma il Filosofo attribuisce questo compito all'epicheia, che fa parte della giustizia, come abbiamo spiegato sopra. Dunque la clemenza non è parte (potenziale) della temperanza.
2. La temperanza ha per oggetto le concupiscenze. La mansuetudine invece e la clemenza non riguardano le concupiscenze, bensì l'ira e la vendetta. Perciò non vanno poste tra le parti della temperanza.
3. Seneca ha scritto: "Possiamo chiamare insania il fatto di provar piacere per la crudeltà". Ora, questo si contrappone alla clemenza e alla mansuetudine. Ma siccome l'insania si contrappone alla prudenza, è chiaro che la clemenza e la mansuetudine sono parti più della prudenza che della temperanza.

IN CONTRARIO: Seneca insegna, che "la clemenza è la temperanza dell'anima nella punizione". Anche Cicerone mette la clemenza tra le parti della temperanza.

RISPONDO: Le virtù annesse vengono assegnate a una virtù principale in quanto la imitano, a proposito di materie secondarie, nel modo da cui dipende il suo valore di virtù, e da cui ha preso il nome: il modo, p. es., e il nome della giustizia si ricava dall'uguaglianza; quello della fortezza dalla stabilità; e quello della temperanza dal contenimento, in quanto, cioè, essa tiene a freno le più violente concupiscenze dei piaceri del tatto. Ora, anche la clemenza e la mansuetudine consistono in un certo contenimento; poiché la clemenza tende a diminuire il castigo, e la mansuetudine l'ira, come sopra abbiamo visto. Perciò clemenza e mansuetudine sono virtù annesse alla temperanza. Ecco perché sono tra le sue parti (potenziali).

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella mitigazione delle pene si devono tener presenti due cose. La prima è che essa sia fatta secondo l'intenzione del legislatore, sebbene non secondo la lettera della legge. E da questo lato la mitigazione rientra nell'epicheia. - La seconda è una certa moderazione degli affetti, cosicché un uomo rinunzi a usare il suo potere di infliggere dei castighi. E questo è proprio il compito della clemenza: ecco perché Seneca scrive che essa è "la temperanza dell'animo nella punizione". Questa moderazione deriva da una certa dolcezza di sentimenti, per cui dispiace di contristare altre persone. Perciò Seneca afferma che la clemenza è una certa "mitezza" d'animo. C'è invece austerità d'animo in chi non esita a contristare gli altri.
2. La connessione delle virtù secondarie con quelle principali dipende più dal modo, che ne è come la forma, che dalla materia. Ora, mansuetudine e clemenza, come abbiamo notato, combinano nel modo con la temperanza, sebbene non combinino nella materia.
3. Insania dice negazione di sanità (non sanitas). Ora, come la sanità corporale viene distrutta dal fatto che il corpo perde la complessione dovuta alla specie umana, così l'insania spirituale dipende dal fatto che l'anima umana perde le disposizioni proprie della specie umana. E questo può avvenire e riguardo alla ragione, come quando uno perde l'uso di essa; oppure riguardo alla potenza appetitiva, come quando uno perde l'affetto umano per cui "un uomo naturalmente ama l'altro uomo", secondo l'espressione di Aristotele. Ora, l'insania che toglie l'uso di ragione si contrappone alla prudenza. Ma che uno goda delle sofferenze di altri uomini si dice che è un'insania, perché in tal modo un uomo manca di affetto umano, che invece ispira clemenza.

ARTICOLO 4

Se la clemenza e la mansuetudine siano le virtù più eccellenti

SEMBRA che la clemenza e la mansuetudine siano le virtù più eccellenti. Infatti:
1. Il valore di una virtù si desume specialmente dal fatto che ordina l'uomo alla beatitudine, la quale consiste nella conoscenza di Dio. Ora, è soprattutto la mansuetudine che ordina l'uomo a questa conoscenza; infatti S. Giacomo scrive: "Accogliete con mansuetudine la parola in voi seminata"; e l'Ecclesiastico: "Sii mansueto nell'ascoltare la parola di Dio"; Dionigi poi afferma, che "Mosè fu degnato dell'apparizione di Dio per la sua grande mansuetudine". Perciò la mansuetudine è la più grande delle virtù.
2. Una virtù tanto è più grande, quanto più è accetta a Dio e agli uomini. Ma la mansuetudine è sommamente accetta a Dio; poiché nella Scrittura si legge: "Ciò che a Dio piace è la fedeltà e la mansuetudine". Cosicché Cristo ci invita in modo speciale a imitare la propria mansuetudine, dicendo: "Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore"; e S. Ilario spiega, che "mediante la mansuetudine della nostra anima Cristo abita in noi". Inoltre questa virtù è accettissima agli uomini, secondo le parole dell'Ecclesiastico: "Figliolo, con mansuetudine compi le tue opere, e oltre il plauso degli uomini, n'avrai l'affetto". Per questo nei Proverbi si legge che "sulla clemenza trova solidità il trono del re". Dunque la mansuetudine e la clemenza sono le più grandi virtù.
3. S. Agostino insegna, che "mansueti sono coloro che cedono alle angherie, e non resistono al male col male, ma vincono il male col bene". Ora, questo appartiene alla misericordia e alla pietà, che sono tra le virtù più importanti; infatti nel commentare quel detto di S. Paolo: "La pietà è utile a tutto", S. Ambrogio afferma che "nella pietà abbiamo il compendio di tutta la religione cristiana". Perciò la mansuetudine e la clemenza sono le più grandi virtù.

IN CONTRARIO: Esse non sono elencate tra le virtù principali, ma tra quelle annesse a una virtù principale.

RISPONDO: Niente impedisce che certe virtù, pur non essendo tra le più importanti in senso assoluto e in tutto e per tutto, lo siano in un determinato genere. Ora, non è possibile che la clemenza e la mansuetudine siano le virtù più importanti in senso assoluto. Poiché il loro vanto sta nel ritrarre dal male, in quanto diminuiscono l'ira e il castigo. Ed è cosa più perfetta conseguire il bene che evitare il male. Perciò le virtù che direttamente ordinano al bene, come la fede, la speranza e la carità, nonché la prudenza e la giustizia, sono superiori in senso assoluto alla clemenza e alla mansuetudine.
Ma in senso relativo niente impedisce che queste ultime abbiano una certa superiorità tra le virtù che resistono ai sentimenti cattivi. L'ira infatti, per la sua virulenza, che viene moderata dalla mansuetudine, è l'ostacolo più grave a che la ragione umana giudichi liberamente la verità. Per questo è soprattutto la mansuetudine a rendere l'uomo padrone di sé; di qui le parole dell'Ecclesiastico: "Figliolo, custodisci nella mansuetudine l'anima tua". Le concupiscenze relative ai piaceri del tatto sono però più vergognose e più insistenti: per questo è posta tra le virtù principali la temperanza, come sopra abbiamo spiegato. - La clemenza invece, col diminuire i castighi, si avvicina assai alla carità, che è la virtù più importante, e con la quale facciamo del bene al prossimo e ne alleviamo il male.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mansuetudine prepara l'uomo alla conoscenza di Dio, togliendo gli ostacoli. E questo in due maniere. Primo, rendendo l'uomo padrone di sé smorzando l'ira, come abbiamo già notato. Secondo, perché è compito della mansuetudine portare l'uomo a non contraddire le parole di verità, cosa che molti fanno spinti dall'ira. Perciò S. Agostino afferma che "diventare mansueti significa non contraddire la Scrittura divina: sia perché flagella certi nostri vizi, quando la si comprende; sia perché pensiamo di poter noi sapere e suggerire di più e di meglio, quando non si comprende".
2. La mansuetudine e la clemenza rendono accetti a Dio e agli uomini in quanto, con l'evitare il male del prossimo, concorrono a un medesimo effetto con la carità che è la più grande delle virtù.
3. Misericordia e pietà si confondono con la mansuetudine e con la clemenza in quanto concorrono al medesimo effetto, che è quello di evitare il male del prossimo. Ma esse si distinguono per i motivi che le ispirano. Infatti la pietà allevia il male del prossimo per il rispetto verso un superiore, cioè verso Dio e i genitori. Invece la misericordia, l'abbiamo visto sopra, cerca di togliere il male del prossimo, perché ci se n'addolora come di un male proprio; e questo deriva dall'amicizia, che fa godere e soffrire delle medesime cose. La mansuetudine poi produce l'effetto indicato smorzando l'ira, che spinge alla vendetta. E la clemenza lo produce mediante la dolcezza d'animo, giudicando giusto che uno non venga pienamente punito.