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Questione
156
L'incontinenza
Ed eccoci a parlare dell'incontinenza.
Sull'argomento studieremo quattro problemi: 1. Se l'incontinenza
riguardi l'anima o il corpo; 2. Se sia peccato; 3. Confronto
tra incontinenza e intemperanza; 4. Se sia più vergognoso essere
incontinenti nell'ira, o nella concupiscenza.
ARTICOLO
1
Se l'incontinenza riguardi l'anima o il corpo
SEMBRA che l'incontinenza non riguardi l'anima, ma il corpo. Infatti:
1. La
diversità di sesso non riguarda l'anima, bensì il corpo.
Ma la diversità di sesso impone una diversità rispetto alla continenza: poiché,
a detta del Filosofo, le donne non sono né continenti
né incontinenti. Perciò l'incontinenza non riguarda l'anima, ma il corpo.
2. Ciò che riguarda l'anima non segue la complessione del corpo.
Invece l'incontinenza dipende dalla complessione del corpo:
infatti il Filosofo afferma, che "i collerici e i melanconici sono
incontinenti per la loro sfrenata concupiscenza". Dunque l'incontinenza
riguarda il corpo.
3. La vittoria appartiene più a chi vince che a chi
è vinto.
Ora, si dice che uno è incontinente quando "la carne, che brama
contro lo spirito", riesce a vincerlo. Perciò l'incontinenza appartiene
più alla carne che all'anima.
IN CONTRARIO: L'uomo si differenzia dalle bestie principalmente
per l'anima. Ora, egli ne differisce anche per la continenza e
l'incontinenza: poiché le bestie, a detta del Filosofo, non possono
dirsi né continenti, né incontinenti. Dunque l'incontinenza riguarda
soprattutto l'anima.
RISPONDO: Un effetto qualsiasi va attribuito più alla sua causa
diretta, che alla causa occasionale. Ora, l'elemento corporeo offre
solo l'occasione all'incontinenza. Poiché dalle disposizioni del
corpo può capitare che insorgano passioni violente nell'appetito
sensitivo, che è una facoltà organica; ma codeste passioni, per
quanto violente, non sono la causa efficace dell'incontinenza, ma
solo l'occasione; perché finché rimane l'uso della ragione l'uomo
è sempre in grado di resistere alle passioni. Se poi le passioni
crescono fino al punto di togliere totalmente l'uso della ragione,
come avviene in chi finisce nella follia per la violenza delle passioni,
allora non c'è più né continenza, né incontinenza: poiché
in essi viene a mancare il giudizio della ragione, che il continente
asseconda e l'incontinente trasgredisce. Rimane dunque che la
causa diretta dell'incontinenza è nell'anima, la quale con la ragione
non resiste alle passioni. E questo si presenta sotto due forme
differenti, come nota il Filosofo. Primo, quando l'anima cede
all'impulso delle passioni prima che la ragione abbia deliberato:
e si ha così "l'incontinenza sfrenata", ossia "l'inconsiderazione".
Secondo, quando uno non sta alle deliberazioni prese, perché è
poco fermo in ciò che la ragione ha stabilito: e allora si ha l'incontinenza
per "debolezza". È evidente quindi che l'incontinenza
principalmente dipende dall'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima umana è forma del
corpo, ed ha delle facoltà che si servono di organi corporei, le cui
operazioni influiscono anche sulle funzioni che l'anima esercita
senza gli organi del corpo, cioè sull'atto dell'intelletto e della
volontà: poiché l'intelletto riceve la conoscenza dai sensi, e la
volontà viene spinta dalle passioni dell'appetito sensitivo. Ecco
perché la donna, avendo una debole complessione fisica, ordinariamente
aderisce debolmente alle cose cui aderisce, sebbene in
casi rari avvenga diversamente, come accennano quelle parole dei
Proverbi: "Una donna forte chi la troverà?". E poiché ciò che
è poco o debole si considera inesistente, il Filosofo dice che le
donne non hanno fermezza di giudizio; sebbene in certe donne
avvenga il contrario. E per questo afferma che "le donne non
sono continenti, perché non guidano se stesse", mediante una
solida ragione, "ma si lasciano guidare", seguendo facilmente le passioni.
2. Per un impeto passionale può capitare che uno segua subito
la passione prima che la ragione abbia deliberato. Ora, questo
impeto di passione può provenire, o dalla pronta irritabilità come
nei collerici; o dalla violenza come nei melanconici, i quali per la
loro complessione terragna s'infiammano in modo violentissimo.
Al contrario può capitare che uno non persista in ciò che ha deliberato,
aderendovi debolmente, per la delicatezza della sua complessione,
come si è detto a proposito delle donne. E questo pare
che avvenga anche nelle persone flemmatiche, per lo stesso motivo
che nelle donne. Ma questo influsso delle complessioni fisiche non è
che una causa occasionale dell'incontinenza, e non è la causa
adeguata, come sopra abbiamo spiegato.
3. La concupiscenza della carne vince lo spirito in chi è incontinente,
ma non per necessità, bensì per una certa negligenza
dello spirito che non resiste con fermezza.
ARTICOLO
2
Se l'incontinenza sia peccato
SEMBRA che l'incontinenza non sia peccato. Infatti:
1. Come insegna S. Agostino,
"nessuno pecca in ciò che non
può evitare". Ora, nessuno da se stesso può evitare l'incontinenza;
poiché sta scritto: "Io so di non poter essere continente,
se Dio non lo concede". Dunque l'incontinenza non è peccato.
2. Tutti i peccati dipendono dalla ragione. Ma in chi è incontinente
il giudizio della ragione viene sopraffatto. Dunque l'incontinenza non è peccato.
3. Nessuno pecca per il fatto che ama Dio con violenza. Ma
per la violenza dell'amore di Dio qualcuno diviene incontinente:
infatti Dionigi ha scritto che "S. Paolo per l'incontinenza del
divino amore disse: Io vivo ma non più io". Perciò l'incontinenza
non è peccato.
IN CONTRARIO: Essa da S. Paolo viene elencata con altri peccati,
là dove dice: "calunniatori, incontinenti, crudeli, ecc.".
Dunque l'incontinenza è peccato.
RISPONDO: Tre sono le accezioni del termine incontinenza. La
prima è il vocabolo nel suo significato proprio e assoluto. E in tal
senso l'incontinenza, come l'intemperanza, si riferisce alla brama
dei piaceri del tatto, come sopra abbiamo detto. Presa così l'incontinenza è peccato,
per due motivi: primo, perché l'incontinente
si allontana dal dettato della ragione: secondo, perché
s'immerge in piaceri vergognosi. Per questo il Filosofo scrive, che "l'incontinenza è riprovevole non solo come
peccato", ossia come
abbandono della ragione, "ma anche come malvagità", ossia in
quanto segue delle concupiscenze depravate.
Nella seconda accezione l'incontinenza indica l'abbandono di
ciò che è conforme alla ragione, ma non vale così in senso assoluto:
e si usa nel caso di chi passa i limiti della ragione nel desiderio
degli onori, delle ricchezze e di altri beni consimili, che per
se stessi sono dei beni; e quindi non è un'incontinenza in senso
assoluto, ma secundum quid, come abbiamo detto sopra per la
continenza. Anche in questo senso l'incontinenza è peccato, ma
non perché ci s'immerge in concupiscenze riprovevoli, bensì perché
non si rispetta la misura della ragione nella brama di cose per se
stesse desiderabili.
Nella terza accezione l'incontinenza non si applica in senso
proprio, ma solo per analogia: si applica cioè al desiderio di cose
che uno non può usare malamente, ossia ai desideri virtuosi. A questo
riguardo si può dire per analogia che uno è incontinente, perché
come gli incontinenti sono trascinati completamente dalla brama
cattiva, così egli è preso totalmente dal desiderio buono, che è
conforme alla ragione. Tale incontinenza non è peccato, ma contribuisce
alla perfezione della virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo può evitare il peccato
e fare il bene, non però senza l'aiuto di Dio, conforme alle parole
evangeliche: "Senza di me voi non potete far nulla". Quindi il
fatto che l'uomo ha bisogno dell'aiuto di Dio per essere continente,
non esclude che l'incontinenza sia peccato: poiché, a detta
di Aristotele, "ciò che possiamo con gli amici in qualche modo
lo possiamo da noi stessi".
2. Nell'incontinente il giudizio della ragione viene sopraffatto
non da una necessità, il che escluderebbe il peccato, ma dalla
negligenza di un uomo il quale non bada a resistere con fermezza
alla passione, usando il giudizio di cui è provveduto.
3. La terza difficoltà parte dall'incontinenza di semplice analogia,
e non da quella in senso proprio.
ARTICOLO
3
Se pecchi di più l'incontinente che l'intemperante
SEMBRA che l'incontinente pecchi più dell'intemperante. Infatti:
1. Uno
pecca tanto più gravemente, quanto più agisce contro
coscienza, secondo quelle parole evangeliche: "Il servo che ha
conosciuto la volontà del padrone e ha fatto cose degne di castigo,
sarà aspramente battuto". Ora, agisce più contro coscienza l'incontinente
che l'intemperante; poiché, come nota Aristotele, il
primo si abbandona alle concupiscenze sapendo che son cose cattive,
trascinato dalla passione; l'intemperante invece giudica buone
le cose che brama. Perciò l'incontinente pecca più dell'intemperante.
2. Un peccato più è grave, più è insanabile: cosicché i peccati
contro lo Spirito Santo, che sono i più gravi, sono senza remissione.
Ma il peccato di incontinenza è più insanabile di quello
d'intemperanza. Infatti il peccato di un uomo si può sanare con
l'ammonizione e la correzione, che non giovano affatto all'incontinente,
il quale sa di agire male, e tuttavia agisce in quel modo:
invece all'intemperante sembra di agir bene, cosicché l'ammonizione
potrebbe giovargli. Dunque l'incontinente pecca più gravemente dell'intemperante.
3. Più uno pecca con desiderio più pecca gravemente. Ma l'incontinente
pecca con un desiderio più ardente dell'intemperante,
avendo egli violente concupiscenze, che non sempre si riscontrano
in quest'ultimo. Perciò l'incontinente pecca di più dell'intemperante.
IN CONTRARIO: L'impenitenza aggrava qualsiasi peccato: cosicché
S. Agostino può affermare che l'impenitenza è un peccato
contro lo Spirito Santo. Ora, a detta del Filosofo, "l'intemperante
non è pronto al pentimento, poiché si fonda su una scelta:
invece l'incontinente è pronto a pentirsi". Dunque l'intemperante
pecca più dell'incontinente.
RISPONDO: Come dice S. Agostino, il peccato consiste soprattutto
nella volontà: "Infatti è con la volontà che si pecca e si
vive rettamente". Perciò il peccato è più grave là dove c'è maggiore
inclinazione della volontà a peccare. Ora, nell'intemperante
la volontà piega al peccato per propria deliberazione, derivante
dall'abito vizioso acquistato peccando. Invece nell'incontinente la
volontà è portata a peccare dalla passione. E poiché la passione
passa presto, mentre l'abito è una "qualità che difficilmente si
cambia", chi pecca d'incontinenza subito si pente, allo svanire
della passione: il che non avviene in chi pecca di intemperanza,
che anzi gode di aver peccato, poiché l'atto peccaminoso gli è
diventato connaturale in forza dell'abito vizioso. Agli intemperanti
si applicano le parole della Scrittura: "Godono del malfare
e tripudiano nelle cose pessime". Perciò è evidente che "l'intemperante è
molto peggiore dell'incontinente", come dice anche il Filosofo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Talora l'ignoranza precede
l'inclinazione dell'appetito, e ne è la causa. E in tal senso quanto
maggiore è l'ignoranza, tanto più diminuisce il peccato, fino a scusarlo totalmente,
rendendolo involontario. Al contrario altre
volte l'ignoranza segue l'inclinazione della volontà. E tale ignoranza
più è grave, più aggrava il peccato: perché dimostra la
maggiore inclinazione dell'appetito. Ora, quest'ignoranza dell'incontinente
o dell'intemperante deriva dal fatto che l'appetito, o
volontà, è inclinato a qualche cosa: o spinto dalla passione, come
nell'incontinente; o portato dall'abito, come nell'intemperante.
Ma l'ignoranza prodotta così nell'intemperante è più grave che
nell'incontinente. Primo, per la durata. Poiché nell'incontinente
questa ignoranza dura solo quanto la passione: come l'accesso
della febbre terzana dura quanto il turbamento degli umori.
L'ignoranza invece dell'intemperante dura di continuo, per la stabilità
del suo abito: cosicché "viene paragonata all'etisia", o a
qualsiasi malattia cronica, come scrive il Filosofo. - Secondo,
l'ignoranza dell'intemperante è più grave anche per l'oggetto
ignorato. Infatti l'ignoranza dell'incontinente si limita a delle
scelte particolari, giudicando cioè che questo piacere momentaneamente è
da prendersi: l'intemperante invece è nell'ignoranza
dello stesso fine, in quanto giudica cosa buona abbandonarsi sfrenatamente
alla concupiscenza. Ecco perché il Filosofo afferma,
che "l'incontinente è migliore dell'intemperante, poiché in lui si
salva il principio più importante", cioè la netta valutazione del fine.
2. Per guarire dall'incontinenza non basta la sola cognizione,
ma si richiede l'aiuto interiore della grazia che mitighi la concupiscenza,
e anche dall'esterno si può prestare il rimedio dell'ammonizione
e della correzione, che smorza la concupiscenza, come
sopra abbiamo detto, per iniziare la resistenza contro le concupiscenze.
E con gli stessi rimedi si può curare anche l'intemperante:
ma la sua guarigione è più difficile, per due motivi. Primo,
perché la sua ragione è viziata nella valutazione dell'ultimo fine,
che (in campo pratico) è come il primo principio in campo speculativo:
si sa infatti che è più difficile ricondurre alla verità chi
sbaglia nei principi; e così in campo pratico è chi sbaglia riguardo
al fine. Secondo, perché la cattiva inclinazione della volontà nell'intemperante
dipende da un abito, che difficilmente si può eliminare:
invece l'inclinazione dell'incontinente deriva da una passione,
che facilmente si può reprimere.
3. La brama della volontà che aumenta il peccato è più ardente
nell'intemperante che nell'incontinente, come sopra abbiamo visto.
Invece la brama e la concupiscenza dell'appetito sensitivo talora
è più forte nell'incontinente: poiché egli non pecca se non per una
grave concupiscenza; mentre l'intemperante pecca anche per una
concupiscenza lieve, e talora la previene. Ecco perché il Filosofo
afferma, che noi condanniamo di più l'intemperante, perché segue
il piacere "a mente calma e senza lo stimolo della concupiscenza",
cioè con una concupiscenza irrilevante. "Infatti che cosa egli
farebbe, se ci fosse la concupiscenza giovanile?".
ARTICOLO
4
Se chi non si contiene nell'ira sia peggiore di chi non si
contiene nella concupiscenza
SEMBRA che chi non si contiene nell'ira sia peggiore di chi non
si contiene nella concupiscenza. Infatti:
1. Più è difficile resistere a una passione, più è lieve l'incontinenza:
in proposito ecco come si esprime Aristotele: "Non è da
fare le meraviglie, ma da scusare, se uno viene sopraffatto da piaceri
o dolori violentissimi". Ma, "come diceva Eraclito, è più
difficile combattere la concupiscenza che l'ira". Dunque è meno
grave non contenersi nella concupiscenza che nell'ira.
2. Se la passione con la sua violenza toglie del tutto il giudizio
della ragione, uno è scusato totalmente dal peccato: com'è evidente in chi per la passione diventa pazzo. Ora, in chi non si contiene
nell'ira l'esercizio della ragione rimane più efficiente che in chi
non si contiene nella concupiscenza: poiché a detta di Aristotele, "l'irato ascolta in parte la ragione, non così il
lussurioso". Perciò
l'iracondo è peggiore dell'incontinente.
3. Un peccato tanto è più grave, quanto è più pericoloso. Ma
l'incontinenza nell'ira è più pericolosa: perché porta l'uomo a un
peccato più grave, cioè all'omicidio, che è un peccato più grave
dell'adulterio, al quale conduce l'incontinenza nella concupiscenza.
Quindi la prima è peggiore di quest'ultima.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che
"l'incontinenza in materia
d'ira è meno vergognosa dell'incontinenza in materia di concupiscenza".
RISPONDO: Il peccato d'incontinenza si può considerare sotto
due aspetti. In primo luogo dal lato della passione dalla quale
la ragione viene sopraffatta. E da questo lato l'incontinenza più
vergognosa è quella relativa alla concupiscenza, e non quella relativa
all'ira: perché i moti della concupiscenza sono più disordinati
che i moti dell'ira. E ciò per quattro motivi, cui accenna il Filosofo
nell'Etica. Primo, perché i moti dell'ira partecipano in qualche
modo della ragione, in quanto l'irato tende a vendicare l'ingiuria
ricevuta, e la vendetta a suo modo è suggerita dalla ragione;
ma non ne partecipano direttamente, perché l'ira non si attiene
alla giusta misura nella vendetta. Invece i moti della concupiscenza
seguono in tutto i sensi, e non la ragione. - Secondo, perché
il moto dell'ira segue maggiormente la complessione fisica, data
l'immediatezza dei moti di collera, che portano all'ira. Perciò è
più facile che si arrabbi chi è fisicamente predisposto all'ira, che
chi è così predisposto alla concupiscenza faccia atti d'incontinenza.
Infatti è anche più frequente il caso che da persone iraconde nascano
iracondi, piuttosto che da persone sensuali nascano dei sensuali.
Ora, ciò che deriva dalle predisposizioni fisiche è più degno
di compatimento. - Terzo, perché l'ira tende ad agire apertamente.
Invece la concupiscenza cerca l'oscurità, ed entra con l'inganno. - Quarto,
perché il sensuale gode nel suo agire; mentre l'iracondo
vi è come costretto da un dispiacere subito in precedenza.
In secondo luogo un peccato d'incontinenza si può considerare
in rapporto al male che deriva scostandosi dalla ragione. E da
questo lato il non contenersi nell'ira, nella maggior parte dei casi,
è una cosa più grave; perché conduce ad atti nocivi al prossimo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È più difficile combattere assiduamente
contro il piacere che contro l'ira, perché la concupiscenza è
più continua: ma sul momento è più difficile resistere all'ira, data la sua violenza.
2. Si dice che la concupiscenza è del tutto irrazionale, non
perché elimina del tutto il giudizio della ragione; ma perché non
si regola affatto sul giudizio della ragione. E per questo è più riprovevole.
3. La terza difficoltà è valida, perché si fonda sulle conseguenze
cui possono condurre i vari tipi d'incontinenza.
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