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Questione
151
La
castità
Veniamo ora a trattare della castità. Primo, della castità medesima;
secondo, della verginità, che è una parte di essa; terzo,
della lussuria che è il vizio contrario.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la castità
sia una virtù; 2. Se sia una virtù generale; 3. Se sia una virtù
distinta dall'astinenza; 4. In che rapporto stia con la pudicizia.
ARTICOLO
1
Se la castità sia una virtù
SEMBRA che la castità non sia una virtù. Infatti:
1. Parliamo qui delle virtù dell'anima. Ora, la castità riguarda
il corpo: poiché si dice che uno è casto per il fatto che si comporta
in una data maniera nell'uso di certe parti del corpo. Dunque
la castità non è una virtù.
2. La virtù, a detta di Aristotele, è
"un abito volontario".
La castità invece non è qualche cosa di volontario: potendo esser
tolta con la violenza alle donne. Quindi la castità non è una virtù.
3. Negli infedeli non può esserci nessuna virtù. Ma alcuni infedeli
sono casti. Dunque la castità non è una virtù.
4. I frutti sono distinti dalle virtù. Ora, la castità da S. Paolo
è posta tra i frutti. Perciò la castità non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto:
"Dovendo dare alla tua
sposa l'esempio nella virtù, poiché la castità è una virtù, tu ti
lasci vincere dal primo impeto della libidine, e poi pretendi che
tua moglie sia vittoriosa".
RISPONDO: Il termine castità deriva dal fatto che la concupiscenza
viene castigata dalla ragione, alla stregua di un bambino,
come si esprime il Filosofo. Ora, una tendenza ha natura di virtù
proprio perché è moderata dalla ragione, come sopra abbiamo
detto. Perciò è evidente che la castità è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La castità ha la sua sede
nell'anima: pur avendo nel corpo la sua materia. Infatti la castità
ha il compito di usare regolatamente certe membra del corpo secondo
il giudizio della ragione e la scelta della volontà.
2. S. Agostino insegna, che
"se l'anima persevera nei suoi propositi,
i quali han meritato la stessa santificazione del corpo, non
potrà la violenza della libidine altrui togliere la santità, custodita
dal perseverare della propria continenza". - E aggiunge che "questa
virtù ha per compagna la fortezza, la quale è decisa a sopportare
tutti i mali, piuttosto che consentire al male".
3. Così scrive S. Agostino:
"È impossibile che in un uomo ci
siano delle virtù, se egli non è giusto. Ora, è impossibile che egli
sia veramente giusto, se non vive di fede". Perciò conclude che
negli infedeli non c'è vera castità, né altre virtù: poiché esse non
vengono indirizzate al debito fine. Poiché, come egli dice, "non
è per le loro funzioni", ossia per i loro atti, "ma per il loro fine
che le virtù si distinguono dai vizi".
4. La castità ha natura di virtù in quanto opera secondo la
ragione: ma va enumerata tra i frutti in quanto il suo atto è
compiuto con gioia.
ARTICOLO
2
Se la castità sia una virtù generale
SEMBRA che la castità sia una virtù generale. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che
"la castità è un moto ordinato dell'anima,
il quale non subordina le cose superiori a quelle inferiori".
Ma questo è compito di ogni virtù. Quindi la castità è virtù generale.
2. Il termine castità deriva da castigo. Ora, qualsiasi moto dell'appetito
dev'essere castigato dalla ragione. E poiché i moti dell'appetito son tenuti a freno da qualsiasi virtù morale, è chiaro
che qualsiasi virtù morale è castità.
3. Alla castità si contrappone la fornicazione. Ma la fornicazione
abbraccia ogni genere di peccati, poiché nei Salmi si legge: "Tu mandi
in perdizione tutti quelli che fornicano allontanandosi
da te". Dunque la castità è virtù generale.
IN CONTRARIO: Macrobio la enumera tra le parti della temperanza.
RISPONDO: Il termine castità si può prendere in due sensi.
Primo, in senso proprio. E allora la castità è una virtù speciale
con la sua materia specifica, che è la brama dei piaceri venerei.
Secondo, in senso metaforico. Poiché come nell'unione. dei corpi
si ha il piacere venereo, oggetto della castità e del vizio contrario,
che è la lussuria; così nell'unione spirituale dell'anima con determinate
cose si ha un certo piacere, che è l'oggetto di una certa
castità, o di una certa fornicazione metaforica. Infatti quando
l'anima umana gode nell'unione spirituale con ciò cui deve unirsi,
cioè con Dio, e si astiene dal godere di altre cose unendosi con
esse contro l'ordine di Dio, si può parlare di castità spirituale,
come fa S. Paolo quando scrive ai Corinzi: "Vi ho fidanzati per
darvi, vergine casta, a un uomo solo, a Cristo". Se invece l'anima
gode nell'unirsi alle altre cose contro l'ordine di Dio, si ha una
fornicazione spirituale, secondo l'espressione di Geremia: "Tu hai
fornicato con molti amanti". Presa in questo senso la castità è
una virtù generale: poiché qualsiasi virtù ha il compito di ritrarre
l'anima umana dal piacere che si prova nell'unirsi alle cose illecite.
Ma l'essenza di questa castità consiste specialmente nella carità
e nelle altre virtù teologali, che uniscono l'anima con Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per
la castità presa in senso metaforico.
2. Come abbiamo già notato, la concupiscenza dei piaceri è
quella che più somiglia al bambino: poiché la brama del piacere,
e specialmente dei piaceri del tatto, ordinati alla conservazione,
è per noi connaturale. Ecco perché questa concupiscenza aumenta
enormemente, se venga nutrita mediante il consenso, come il bambino
abbandonato ai propri capricci. E quindi la concupiscenza
di questi piaceri più di ogni altra ha bisogno di essere castigata.
E per questo la castità per antonomasia ha per oggetto queste
concupiscenze: come la fortezza ha per oggetto soprattutto le
cose che maggiormente richiedono fermezza d'animo.
3. La terza difficoltà parte dalla fornicazione spirituale e metaforica,
che si contrappone, come abbiamo detto, alla castità spirituale.
ARTICOLO
3
Se la castità sia una virtù distinta dall'astinenza
SEMBRA che la castità non sia una virtù distinta dall'astinenza.
Infatti:
1. Per un solo genere di oggetti basta una sola virtù. Ma quanto
appartiene a un unico senso sembra essere di un sol genere. Perciò
siccome tanto i piaceri del mangiare, oggetto dell'astinenza,
quanto i piaceri venerei, oggetto della castità, appartengono al
tatto; è chiaro che la castità non è una virtù distinta dall'astinenza.
2. Il Filosofo paragona tutti i peccati di intemperanza ai peccati
dei bambini, che han bisogno di castigo. Ora, la castità prende
il nome dal castigo dei vizi contrari. Quindi, siccome l'astinenza
tiene a freno certi peccati d'intemperanza, è evidente che
l'astinenza s'identifica con la castità.
3. I piaceri degli altri sensi appartengono alla temperanza in
quanto sono ordinati ai piaceri del tatto, oggetto della temperanza.
Ma a loro volta i piaceri gastronomici, oggetto dell'astinenza,
sono ordinati ai piaceri venerei, oggetto della castità. Di qui
le parole di S. Girolamo: "il ventre e gli organi genitali son vicini,
per farci intendere la correlazione di certi vizi". Dunque l'astinenza
e la castità non sono virtù distinte.
IN CONTRARIO: L'Apostolo enumera la castità distinta dal
digiuno, che fa parte dell'astinenza.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la temperanza ha come
oggetto proprio i piaceri del tatto. Perciò se ci sono piaceri diversi
devono anche esserci virtù diverse incluse nella temperanza. D'altra
parte il piacere è annesso all'operazione di cui è il coronamento,
come insegna Aristotele. Ora, è evidente che gli atti i
quali si riferiscono all'uso dei cibi, e che servono alla conservazione
dell'individuo, sono diversi da quelli riguardanti l'uso dei
piaceri venerei, ordinati alla conservazione della specie. Perciò la
castità, che ha per oggetto i piaceri venerei, è una virtù distinta
dall'astinenza, che riguarda i piaceri gastronomici.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La temperanza ha come oggetto
principale i piaceri del tatto non per la conoscenza sensitiva,
comune a tutte le cose tangibili, ma per l'uso di esse, come dice
Aristotele. Ora, l'uso dei piaceri venerei è diverso da quello del
mangiare e del bere. Perciò devono esserci virtù diverse, nonostante
l'unità del senso.
2. I piaceri venerei rispetto a quelli gastronomici sono più violenti
e più deprimenti per la ragione. Per questo hanno maggior bisogno
di castigo e di freno, poiché se si consente ad essi, si accresce
il vigore della concupiscenza, e si snerva quello della ragione.
Di qui le parole di S. Agostino: "Io penso che niente possa abbattere
di più un animo virile che le attrattive di una donna, e quel
contatto fisico senza il quale non si concepisce il matrimonio".
3. I piaceri degli altri sensi non interessano la conservazione
della natura umana, se non in quanto sono ordinati ai piaceri del
tatto. Perciò per essi non esiste un'altra virtù nell'ambito della
temperanza. Invece i piaceri gastronomici, sebbene siano ordinati
in qualche modo ai piaceri venerei, sono già per se stessi ordinati
alla conservazione della vita umana. Ecco perché già per se stessi
hanno una speciale virtù: sebbene essa, che è denominata astinenza,
ordini il proprio atto al fine della castità.
ARTICOLO
4
Se la pudicizia riguardi specialmente la castità
SEMBRA che la pudicizia non riguardi in modo speciale la castità.
Infatti:
1. S. Agostino afferma, che
"la pudicizia è una virtù dell'anima".
Dunque non è una cosa che riguarda la castità, ma è una
virtù a sé stante distinta dalla castità.
2. Pudicizia deriva da pudore, il quale s'identifica con la vergogna.
Ma la vergogna, a detta del Damasceno, "ha per oggetto
gli atti vergognosi"; e questi si riscontrano in ogni vizio. Perciò
la pudicizia non riguarda la castità più delle altre virtù.
3. Il Filosofo afferma che qualsiasi intemperanza è sommamente
"obbrobriosa".
Ora, è compito della pudicizia fuggire le
cose obbrobriose. Dunque la pudicizia riguarda tutte le parti della
temperanza, e non in particolare la castità.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto:
"Bisogna predicare la
pudicizia, perché chi ha orecchi da intendere non compia nulla
di illecito con gli organi genitali". Ma l'uso di questi organi appartiene
propriamente alla castità. Dunque la pudicizia riguarda
propriamente la castità.
RISPONDO: Il termine pudicizia deriva da pudore, che sta a
indicare vergogna. Perciò la pudicizia propriamente riguarda le
cose di cui gli uomini maggiormente si vergognano. Ora, gli
uomini si vergognano soprattutto degli atti venerei, come dice
S. Agostino: al punto che anche lo stesso atto coniugale, rivestito
dell'onestà del matrimonio, è pur sempre vergognoso. E questo
perché il moto degli organi genitali non sottostà al comando della
ragione, come quello delle altre membra. E l'uomo si vergogna
non solo dell'atto venereo, ma di tutto ciò che vi si riferisce, come
nota il Filosofo. Ecco perché la pudicizia propriamente riguarda
le cose veneree: e specialmente i gesti che esprimono questi sentimenti, come gli sguardi, i baci e i toccamenti impudichi. E poiché
questi gesti sono più facili a riscontrarsi, la pudicizia riguarda
soprattutto questi segni esterni: mentre la castità ha per oggetto
la stessa copula carnale. Perciò la pudicizia è ordinata alla castità,
non come virtù distinta, ma come una rifinitura che ne
indica certe particolari circostanze. Tuttavia talora si prende
l'una per l'altra.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In quel testo S. Agostino
prende la pudicizia come sinonimo di castità.
2. Sebbene tutti i vizi implichino una certa vergogna, i vizi
dell'intemperanza, secondo le spiegazioni date, la implicano in
maniera speciale.
3. Tra tutti i peccati d'intemperanza i più obbrobriosi sono i
peccati venerei, sia per la ribellione degli organi genitali, sia perché
la ragione ne viene del tutto sopraffatta.
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