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Questione
147
Il
digiuno
Passiamo così a parlare del digiuno.
Sull'argomento si pongono otto quesiti: 1. Se il digiuno sia un
atto di virtù; 2. A quale virtù appartenga; 3. Se sia di precetto;
4. Se alcuni siano esenti dall'osservanza di questo precetto; 5. Quali
siano i tempi di digiuno; 6. Se il digiuno richieda che si mangi
una sola volta; 7. A che ora debbano mangiare quelli che digiunano; 8. Da
quali cibi debbano astenersi.
ARTICOLO
1
Se il digiuno sia un atto di virtù
SEMBRA che il digiuno non sia un atto di virtù. Infatti:
1. Tutti gli atti di virtù sono accetti a Dio. Il digiuno invece
non è accetto a Dio, come nota Isaia: "Perché abbiamo digiunato,
e tu non ne hai fatto conto?". Dunque il digiuno non è un atto di virtù.
2. Nessun atto di virtù si allontana dal giusto mezzo. Ora il
digiuno si allontana dal giusto mezzo, che nella virtù dell'astinenza
consiste nel provvedere alla necessità della natura, alla quale il
digiuno fa mancare qualche cosa; altrimenti quando uno non
digiuna non avrebbe la virtù dell'astinenza. Perciò il digiuno non
è un atto di virtù.
3. Ciò che capita a tutti, buoni e cattivi, non è un atto di virtù.
Ma tale è appunto il caso del digiuno: infatti prima di mangiare
tutti son digiuni. Dunque il digiuno non è un atto di virtù.
IN CONTRARIO: L'Apostolo lo enumera tra gli altri atti di virtù:
"vivendo
nei digiuni, nella scienza, nella castità".
RISPONDO: Un atto è virtuoso per il fatto che dalla ragione
è ordinato al bene onesto. Ora, questo avviene per il digiuno.
Infatti il digiuno viene praticato principalmente per tre cose.
Primo, per reprimere le concupiscenze della carne. Ecco perché
l'Apostolo nel passo citato scrive: "nei digiuni, nella castità";
perché col digiuno si conserva la castità. Infatti S. Girolamo afferma,
che "senza Cerere e Bacco, Venere si raffredda"; cioè con
l'astinenza del mangiare e del bere la lussuria si smorza. - Secondo,
il digiuno viene usato perché l'anima si elevi a contemplare le cose
più sublimi. Infatti di Daniele si legge che ricevette rivelazioni
da Dio dopo tre settimane di digiuno. - Terzo, in riparazione dei peccati. Di qui le parole della Scrittura: "Convertitevi a me di
tutto cuore, nel digiuno, nel pianto e nel duolo".
Ecco perché S. Agostino ha scritto:
"Il digiuno purifica l'anima,
eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito
ed umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza, smorza
gli ardori della libidine, e accende la luce della castità". Perciò
è evidente che il digiuno è un atto di virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un atto che nel suo genere è
virtuoso può esser reso vizioso da qualche circostanza. Infatti nel
passo citato si legge: "Ecco, col giorno del vostro digiuno conciliate
i vostri voleri"; e poco dopo: "Ecco voi digiunate per darvi
alle liti e alle contese e per venire iniquamente ai pugni". S. Gregorio
commenta: "Il volere sta per il piacere, il pugno per l'ira.
Perciò inutilmente il corpo viene maltrattato con l'astinenza, se
l'anima, abbandonata a moti disordinati, diventa preda del peccato".
E S. Agostino afferma, che "il digiuno non ama le chiacchiere,
giudica superflue le ricchezze, disprezza la superbia, esalta
l'umiltà, dà all'uomo il conoscimento di sé, cioè che è fragile e infermo".
2. Il giusto mezzo non si determina in base alla quantità, ma
"secondo la retta ragione", come si esprime Aristotele. E la ragione
giudica che per uno speciale motivo un uomo deve prendere
meno cibo di quello che ordinariamente gli occorrerebbe: sia per
evitare un'infermità, come per compiere meglio determinati atti
materiali. Ma molto più la retta ragione può ordinare questo, per
evitare dei mali, o per conseguire dei beni di ordine spirituale.
Però la retta ragione non ridurrà mai il vitto al punto di compromettere
la conservazione della natura: poiché, come dice S. Girolamo, "non c'è
differenza tra l'uccidersi di colpo o in un tempo
più o meno lungo; offre un olocausto con la rapina colui che affligge
troppo il corpo con privazioni eccessive di vitto o di sonno". Inoltre
la retta ragione non riduce tanto il vitto, da rendere un uomo
incapace di compiere le proprie mansioni: ecco perché S. Girolamo
afferma, che "perde la dignità di uomo ragionevole chi preferisce
il digiuno alla carità, o le veglie all'integrità del senno".
3. Il digiuno naturale di chi non ha ancora mangiato è un fatto
puramente negativo. Perciò non si può mettere tra gli atti di
virtù: ma tra questi poniamo solo il digiuno col quale uno ragionevolmente
e di proposito per qualche tempo si astiene dal mangiare.
Perciò il primo è il digiuno di chi è digiuno; mentre il secondo è
il digiuno di chi digiuna, cioè di chi lo fa di proposito.
ARTICOLO
2
Se il digiuno sia un atto di astinenza
SEMBRA che il digiuno non sia un atto di astinenza. Infatti:
1. Nel commentare quel passo evangelico,
"Demoni siffatti, ecc.", S.
Girolamo afferma: "Il digiuno non consiste solo nell'astenersi
dai cibi, ma da tutte le seduzioni". Ora, questo è comune
a tutte le virtù. Dunque il digiuno non è propriamente un atto di astinenza.
2. S. Gregorio insegna che il digiuno quaresimale è la decima
di tutto l'anno. Ora, pagar le decime è un atto di religione, come
sopra abbiamo visto. Perciò il digiuno è un atto di religione e non di astinenza.
3. L'astinenza è virtù annessa alla temperanza, come sopra abbiamo detto.
Ma la temperanza è distinta dalla fortezza, cui spetta
sopportare i disagi: che soprattutto nel digiuno non mancano.
Dunque il digiuno non è un atto di astinenza.
IN CONTRARIO: S. Isidoro insegna, che
"il digiuno è parsimonia
nel vitto, e astinenza dai cibi".
RISPONDO: Identica è la materia di un abito e dei suoi atti.
Perciò ogni atto virtuoso, che riguarda una determinata materia,
appartiene alla virtù che è specificata da quella materia. Ora, il
digiuno riguarda il vitto, in cui il giusto mezzo è determinato
dall'astinenza. Dunque è chiaro che il digiuno è un atto di astinenza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il digiuno propriamente detto
consiste nell'astenersi dal vitto. Ma preso in senso metaforico può
consistere nell'astenersi da qualsiasi cosa nociva, e quindi soprattutto dai peccati.
Oppure si può rispondere che il digiuno propriamente detto è
l'astinenza da tutte le seduzioni: perché con l'aggiunta di qualsiasi
magagna, come sopra abbiamo detto, il digiuno cessa di essere un atto virtuoso.
2. Niente impedisce, come sopra abbiamo spiegato, che l'atto
di una virtù appartenga anche a un'altra, in quanto è ordinato
al fine di quest'ultima. E in tal senso niente impedisce che il
digiuno appartenga alla religione, alla castità, o a qualsiasi altra virtù.
3. La fortezza in quanto virtù specifica non ha il compito di
sopportare qualsiasi disagio, ma quelli relativi ai pericoli di morte. Invece sopportare i disagi dovuti alla carenza dei piaceri del tatto
appartiene alla temperanza e alle sue parti. E tali sono appunto
i disagi del digiuno.
ARTICOLO
3
Se il digiuno sia di precetto
SEMBRA che il digiuno non sia di precetto. Infatti:
1. I precetti non possono riguardare le opere supererogatorie
che sono di consiglio. Ora, il digiuno è un'opera supererogatoria: altrimenti
dovrebbe essere osservato sempre e dovunque allo stesso
modo. Dunque il digiuno non è di precetto.
2. Chi trasgredisce un precetto pecca mortalmente. Se quindi
il digiuno fosse di precetto tutti quelli che non digiunano peccherebbero
mortalmente. Il che sarebbe per gli uomini di grande pregiudizio.
3. S. Agostino scrive che
"la sapienza stessa di Dio umanata,
dalla quale siamo stati chiamati alla libertà, istituì pochi efficacissimi
sacramenti, per tener unita la società del popolo cristiano
nella libertà sotto un unico Dio". Ma la libertà del popolo cristiano
non è compromessa meno dalla molteplicità delle osservanze
che dal numero eccessivo dei sacramenti; infatti il medesimo santo
si lamenta, che "alcuni aggravino di pesi servili la nostra stessa
religione, che la misericordia di Dio ha reso libera non imponendole
che pochissimi ed evidentissimi sacramenti". È chiaro quindi che
la Chiesa non doveva imporre il digiuno sotto precetto.
IN CONTRARIO: S. Girolamo così scrive a proposito del digiuno:
"Ogni
provincia segua il proprio criterio, e consideri leggi apostoliche
i precetti dei suoi maggiori". Dunque il digiuno è di precetto.
RISPONDO: Come le autorità civili hanno il compito di stabilire,
in ordine al bene comune, precetti legali che determinano la legge
naturale in rapporto alle cose temporali; così i prelati ecclesiastici
hanno il compito di comandare con delle leggi le cose relative ai
beni spirituali, per il bene comune dei fedeli. Ora, sopra abbiamo
detto che il digiuno serve a cancellare e a reprimere il peccato,
e ad elevare l'anima alle cose spirituali. Cosicché per la ragione
naturale ciascuno è tenuto a usare del digiuno quanto per lui è
necessario al raggiungimento di tali scopi. Perciò il digiuno in
forma generica viene ad essere un precetto di legge naturale. Invece
la determinazione del tempo e del modo di digiunare, come è utile
e conveniente per il popolo cristiano, ricade sotto un precetto della
legge positiva, stabilita dai prelati della Chiesa. E questo è il
digiuno ecclesiastico, mentre l'altro è di ordine naturale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Considerato in se stesso, il
digiuno non è qualche cosa di appetibile, ma di afflittivo. Però è
reso appetibile in quanto serve a raggiungere un fine. Perciò considerato
in se stesso non è necessario come cosa di precetto, ma
lo diventa per tutti coloro che hanno bisogno di tale rimedio.
E poiché la massa degli uomini, per lo più ha bisogno di tale rimedio: sia
perché a detta di S. Giacomo, "tutti manchiamo in molte cose", sia
perché, come dice S. Paolo, "la carne ha desideri contrari allo spirito",
era conveniente che la Chiesa stabilisse dei
digiuni da osservarsi da tutti, non per rendere di precetto cose
soltanto supererogatorie, ma per determinare in particolare una
cosa che è universalmente necessaria.
2. I precetti che sono imposti come leggi universali non obbligano
tutti alla stessa maniera, ma come richiede lo scopo a cui
mira il legislatore. Che se uno li trasgredisse perché ne disprezza
l'autorità o lo fa in modo da impedire il fine perseguito, pecca
mortalmente. Se invece uno non osserva la norma stabilita per
una causa ragionevole, specialmente nei casi in cui lo stesso legislatore
se fosse presente giudicherebbe non doversi osservare, tale
trasgressione non costituisce un peccato mortale. Perciò non è
detto che pecchino mortalmente tutti quelli che non osservano i digiuni della Chiesa.
3. S. Agostino nel testo citato parla delle osservanze che
"non
sono avvalorate né dell'autorità della Scrittura, né dai concili dei
Vescovi, né dalla consuetudine della Chiesa universale". Ma i
digiuni di precetto sono stati prescritti dai concili e dall'uso della
Chiesa universale. E neppure sono in contrasto con la libertà dei
fedeli: servono anzi a impedire la schiavitù del peccato, la quale è
incompatibile con la libertà spirituale, di cui così parla S. Paolo: "Voi
siete stati chiamati a libertà, o fratelli; solo che non dovete usar
la libertà come occasione alla carne".
ARTICOLO
4
Se tutti sian tenuti ai digiuni della Chiesa
(Can.
1252 Alla legge dell'astinenza sono tenuti coloro che
hanno compiuto il 14º anno di età; alla legge del
digiuno, invece, tutti i maggiorenni fino al 60º
anno iniziato. Tuttavia i pastori d'anime e i genitori
si adoperino perché anche coloro che non sono tenuti
alla legge del digiuno e dell'astinenza a motivo della
minore età, siano formati al genuino senso della
penitenza.
Codice
di Diritto Canonico).
SEMBRA che tutti sian tenuti ai digiuni della Chiesa. Infatti:
1. I precetti della Chiesa obbligano come i precetti di Dio,
secondo le parole del Vangelo: "Chi ascolta voi, ascolta me".
Ma a osservare i precetti di Dio son tenuti tutti. Dunque tutti
sono obbligati a osservare i digiuni stabiliti dalla Chiesa.
2. Dal digiuno sembrerebbero esenti specialmente i bambini,
a motivo dell'età. Ora, i bambini non vengono esentati, poiché in
Gioele si legge: "Indite un santo digiuno... riunite i fanciulli,
i bambini di latte". Perciò a maggiore ragione son tenuti al digiuno tutti gli altri.
3. I beni spirituali devono esser preferiti a quelli
temporali, e le cose necessarie alle non necessarie. Ora, le opere materiali sono ordinate a un guadagno temporale; i
pellegrinaggi, anche se sono ordinati a un bene spirituale, non sono
necessari. Perciò, siccome i digiuni sono
ordinati al bene spirituale e imposti dalle leggi della Chiesa, è
chiaro che non si devono tralasciare per fare dei pellegrinaggi, o dei lavori materiali.
4. Un'opera buona è meglio farla volontariamente che per necessità,
come nota S. Paolo. Ma i poveri son costretti spesso a
digiunare per necessità, cioè per mancanza di vitto. Molto più
dunque essi son tenuti a digiunare volontariamente.
IN CONTRARIO: Nessun giusto è tenuto a digiunare. Infatti i
precetti della Chiesa non possono obbligare contro l'insegnamento
di Cristo. Ora, il Signore ha detto, che "gli amici dello Sposo
non possono digiunare mentre lo Sposo è con essi". Ma egli è con
tutti i giusti, abitando spiritualmente con essi; infatti il Signore
ha affermato: "Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo".
Dunque i giusti non possono essere obbligati a digiunare da una legge della Chiesa.
RISPONDO: Le leggi universali, come sopra abbiamo notato,
sono stabilite per il bene della massa. Perciò nell'istituirle il legislatore
tiene presente quello che avviene ordinariamente e nella
maggior parte dei casi. Ma se in un caso particolare per un motivo
determinato capita qualche cosa che è incompatibile con
l'osservanza della norma stabilita, allora il legislatore non intende
obbligare a codesta norma. In questo però bisogna distinguere.
Infatti se il motivo è evidente, uno può lecitamente dispensarsi
da sé; e a più forte ragione, se interviene la consuetudine; oppure
se non è facile ricorrere al superiore. Se invece il motivo è dubbio,
si deve ricorrere al superiore che ha la facolta di dispensare.
E questo si deve osservare nei digiuni stabiliti dalla Chiesa, i quali
obbligano tutti, salvo particolari impedimenti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I precetti, o comandamenti
di Dio son precetti di legge naturale, e quindi necessari per se
stessi alla salvezza. Invece le leggi ecclesiastiche non hanno per
oggetto cose necessarie alla salvezza, ma solo pratiche imposte
dall'autorità della Chiesa. Ecco perché possono esserci degli impedimenti,
che dispensano qualcuno dall'osservare i digiuni suddetti.
2. Specialmente nei fanciulli è evidentissimo il motivo della
dispensa dal digiuno: sia per la loro debolezza naturale, per cui
han bisogno di nutrirsi spesso, senza aggravarsi in una volta sola
di troppo cibo; sia perché hanno bisogno di molto nutrimento
per la crescita, che dipende dal sovrappiù della nutrizione. Perciò
finché sono in fase di aumento, che per lo più dura fino ai ventun
anni, essi non son tenuti ai digiuni ecclesiastici. Tuttavia è bene
che anche in questo periodo essi si esercitino gradatamente a digiunare
secondo l'età.
Però in certi casi, ossia nell'imminenza di gravi tribolazioni, in
segno di più rigorosa penitenza, il digiuno viene imposto anche
ai fanciulli; si legge infatti nel libro di Giona che esso venne
esteso anche ai giumenti: "Uomini e giumenti non assaggino nulla,
e non bevano acqua".
3. A proposito dei
viaggi e dei lavori materiali bisogna distinguere.
Se il viaggio e il lavoro manuale si possono rimandare,
o accorciare senza compromettere la salute del corpo e le esigenze
del proprio stato, richieste per il bene corporale o spirituale, non
si devono trascurare a motivo di essi i digiuni della Chiesa. Se
invece è urgente il bisogno di affrontare dei lunghi viaggi; oppure
di metter mano a lavori faticosi, necessari per la conservazione
della vita corporale, o della vita spirituale, quando ciò è incompatibile
con i digiuni ecclesiastici, non si è tenuti a digiunare;
perché non era intenzione della Chiesa che ha istituito questi
digiuni di impedire con essi altre opere pie più necessarie. Però
in questi casi si deve ricorrere alla dispensa: se già non esiste la
consuetudine; perché dal momento che i prelati lasciano correre,
mostrano di acconsentire.
4. I poveri che possono avere il cibo sufficiente per un pasto,
non sono dispensati per la loro povertà dai digiuni della Chiesa.
Invece ne sono dispensati quei mendicanti che lo raccolgono boccone
per boccone, senza disporre di un pasto completo.
5. Le parole evangeliche riferite possono essere spiegate in tre
maniere. Primo, seguendo il Crisostomo, il quale afferma che
i discepoli, "amici dello Sposo", "erano ancora troppo fragili",
e quindi sono paragonati "al vestito vecchio": essi perciò, mentre
Cristo era presente corporalmente, andavano più incoraggiati con
una certa dolcezza, che esercitati nell'austerità del digiuno. Ecco
perché si devono dispensare dal digiuno più i principianti e i novizi
che gli anziani e i perfetti; come si legge nella Glossa di quelle
parole del Salmo 130: "Come un bambino divezzato in rapporto a sua madre".
Secondo, seguendo S. Girolamo si può dire che là il Signore parla
del digiuno secondo le antiche osservanze. E quindi il Signore
voleva dire che gli Apostoli, chiamati ad essere rinnovati dalla
grazia, non eran tenuti alle osservanze dell'antica legge.
Terzo, seguendo S. Agostino, il quale distingue due tipi di digiuno.
Un digiuno "di umiltà e di tribolazione": il quale non si
addice ai perfetti, che sono qui chiamati "amici dello Sposo".
Infatti là dove S. Luca dice: "Gli amici dello Sposo non possono digiunare", S. Matteo scrive:
"Gli amici dello Sposo non possono
piangere". - Il secondo tipo invece è un digiuno "di gioia per
l'anima elevata alle cose spirituali". E tale digiuno è proprio dei perfetti.
ARTICOLO
5
Se i giorni del digiuno ecclesiastico siano ben determinati
(Can.
1250 Sono giorni e tempi di penitenza nella Chiesa
universale, tutti i venerdì dell'anno e il tempo di
Quaresima.
Can.
1251 Si osservi l'astinenza dalle carni o da altro cibo,
secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale, in
tutti e singoli i venerdì dell'anno, eccetto che
coincidano con un giorno annoverato tra le solennità;
l'astinenza e il digiuno, invece, il mercoledì delle
Ceneri e il venerdì della Passione e Morte del Signore
Nostro Gesù Cristo.
Can.
1253 La Conferenza Episcopale può determinare
ulteriormente l'osservanza del digiuno e dell'astinenza,
come pure sostituirvi, in tutto o in parte, altre forme
di penitenza, soprattutto opere di carità ed esercizi
di pietà.
Codice
di Diritto Canonico
1. Il
mercoledì delle ceneri, inizio del tempo quaresimale, e il venerdì santo,
in memoria della passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, sono giorni
di digiuno e di astinenza dalle carni.
2. Gli altri venerdì di quaresima sono pure giorni di astinenza dalle
carni, secondo l'antica tradizione cristiana, così cara al nostro popolo.
3. Negli altri venerdì dell'anno non si fa stretto obbligo di astenersi dalle carni,
lasciando ai fedeli libertà nella scelta di altra opera di
penitenza, in sostituzione di tale obbligo. Può essere opera penitenziale
l'astenersi da cibi particolarmente desiderati o costosi, un atto di carità
spirituale o corporale, la lettura di un brano della sacra Scrittura, un
esercizio di pietà preferibilmente a carattere familiare, un maggior impegno
nel portare il peso delle difficoltà della vita, la rinuncia ad uno
spettacolo o divertimento, ed altri atti di mortificazione.
Conferenza Episcopale
Italiana, L'applicazione della costituzione apostolica
"Paenitemini").
SEMBRA che i giorni del digiuno ecclesiastico non siano ben
determinati. Infatti:
1. Nel Vangelo si legge che Cristo incominciò il digiuno subito
dopo il battesimo. Ora, noi dobbiamo imitare proprio lui, secondo
le parole di S. Paolo: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo". Dunque anche noi dobbiamo fare il digiuno subito dopo
l'Epifania, nella quale si commemora il battesimo di Cristo.
2. Nella nuova legge non è lecito osservare le cerimonie della
legge antica. Ma i digiuni fatti in mesi determinati sono propri
della legge antica, come si legge in Zaccaria: "Il digiuno del
quarto e il digiuno del quinto e il digiuno del settimo e del decimo
mese saranno per la casa di Giuda giorni di gaudio e di letizia
e di feste solenni". Perciò i digiuni di mesi determinati, cioè
quelli delle Quattro Tempora, sono abusivi nella Chiesa.
3. A detta di S. Agostino, ci sono digiuni
"di afflizione" e digiuni "di gioia". Ora, la gioia spirituale più grande per i fedeli deriva
dalla resurrezione di Cristo. Dunque si dovevano stabilire dei
digiuni anche per la domenica di Quinquagesima, come in tutte
le altre domeniche, le quali ci ricordano appunto la resurrezione.
IN CONTRARIO: L'usanza universale della Chiesa è incontestabile.
RISPONDO: Come sopra abbiamo notato, il digiuno ha due scopi:
l'espiazione del peccato, e l'elevazione dell'anima ai beni superiori.
Perciò i digiuni dovevano essere stabiliti in quei giorni in cui
bisognava purificare gli uomini dal peccato, ed elevare a Dio le
anime dei fedeli con la devozione. E questo si esige specialmente
prima delle feste di Pasqua, in cui si ha il perdono dei peccati
col battesimo, amministrato solennemente nella vigilia di Pasqua,
nel ricordo della sepoltura del Signore: poiché come dice S. Paolo, "siamo stati sepolti con Cristo per mezzo del battesimo nella
morte". Inoltre soprattutto nella festa di Pasqua l'anima umana
deve elevarsi con la devozione alla gloria dell'eternità, che Cristo
ha inaugurato con la resurrezione. Ecco perché la Chiesa ha stabilito
che si dovesse digiunare prima delle feste di Pasqua; e per
lo stesso motivo nelle vigilie delle feste principali, a cui dobbiamo
prepararci con devozione.
Così pure l'uso della Chiesa vuole che a ogni quarto di anno
si conferiscano gli ordini sacri (dietro indicazione del Signore, il
quale sfamò quattromila uomini con sette pani, accennando così,
come spiega S. Girolamo, all'"anno del nuovo Testamento"). E nel
conferimento degli ordini è richiesto che si preparino col digiuno,
e il vescovo che li conferisce, e gli ordinandi e il popolo a vantaggio
del quale si fanno le ordinazioni. Infatti nel Vangelo si
legge che il Signore prima di scegliere gli Apostoli "salì sul monte
a pregare"; e S. Ambrogio commenta: "Se Cristo prima di inviare
gli Apostoli è ricorso alla preghiera, che cosa devi far tu prima
di metter mano a una funzione sacra?".
Quanto poi al numero dei giorni fissati per il digiuno quaresimale,
S. Gregorio lo giustifica con tre motivi. Primo, "perché il
decalogo riceve la sua perfezione dai quattro Vangeli: e dieci per
quattro dà appunto il numero quaranta". - Oppure "perché il
nostro corpo mortale è composto di quattro elementi, che lasciati
a se stessi contrastano con i dieci precetti del Signore elencati
nel decalogo. Perciò è giusto che affliggiamo il nostro corpo per
quaranta volte". - Oppure "perché in tal modo cerchiamo di
offrire a Dio la decima dei giorni. L'anno infatti essendo composto
di trecentosessanta giorni, noi ci mortifichiamo per trentasei giorni", quanti sono i giorni di digiuno nelle sei settimane della
quaresima, "come per offrire a Dio la decima dell'anno". - S. Agostino
porta un quarto motivo. Il Creatore, egli dice, è Trinità:
Padre, Figlio e Spirito Santo. E quindi anche alla creatura
spirituale e invisibile si addice il numero tre: infatti ci è comandato
di amare Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima, e con
tutta la mente". Invece alla creatura visibile e materiale si addice
il numero quattro, per le quattro qualità: caldo e freddo, umido e secco.
Perciò il dieci esprime tutte le cose: e se si moltiplica
per quattro, che è il numero del corpo interessato al digiuno, si
ha il numero quaranta.
Il digiuno poi delle quattro tempora dura sempre tre giorni,
per il numero dei mesi che ognuno di questi tempi abbraccia. - Oppure
per il numero dei tre ordini sacri conferiti nelle tempora.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Cristo ricevette il battesimo
non perché ne aveva bisogno lui, ma per raccomandarlo a noi.
Perciò non era opportuno che digiunasse prima del suo battesimo,
ma dopo, per esortare noi a digiunare prima del battesimo nostro.
2. La Chiesa non
osserva il digiuno delle quattro tempora, né
gli stessi giorni dei Giudei, né per le stesse cose. Quelli infatti
digiunavano in Luglio, che è il quarto mese contando dall'Aprile,
che per essi era il primo: perché fu allora che Mosè nel discendere
dal Sinai spezzò le tavole di pietra; e in esso le mura di Gerusalemme
furono violate per la prima volta, come narra Geremia.
Nel quinto mese poi, cioè nell'Agosto, si digiunava perché in esso
si ebbe la sedizione seguita al ritorno degli esploratori, la quale impedì al popolo di salire sul monte; inoltre in questo mese fu
incendiato il tempio di Gerusalemme da Nabucodonosor e poi da
Tito. Nel settimo, cioè nell'Ottobre, era stato ucciso Godolia e
dispersi gli avanzi del popolo. Nel decimo mese finalmente, cioè
in Gennaio, il popolo che era in schiavitù con Ezechiele aveva
appreso la rovina del tempio.
3.
"Il digiuno di gioia" è fatto per ispirazione dello Spirito
Santo, che è Spirito di libertà. Perciò questo digiuno non deve
essere di precetto. E quindi i digiuni stabiliti dal precetto della
Chiesa sono piuttosto "digiuni di afflizione", che non si addicono
ai giorni di festa. Ecco perché non ci sono digiuni in tutto il
periodo pasquale, e neppure nei giorni di domenica. Se uno digiunasse
in tali giorni, o contro la consuetudine del popolo cristiano,
la quale a detta di S. Agostino "ha valore di legge", oppure per
qualche errore, come i Manichei i quali pensano che tale digiuno
sia necessario, non sarebbe immune da peccato: sebbene il digiuno,
considerato in se stesso, sia lodevole in tutti i tempi, come risulta
dalle parole di S. Girolamo: "Volesse il cielo che potessimo digiunare
in tutti i tempi!".
ARTICOLO
6
Se per il digiuno si richieda che si mangi una volta sola
(La
legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante
la giornata, ma non proibisce di prendere un po' di cibo
al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e
la qualità, alle consuetudini locali approvate.
Costituzione
apostolica Paenitemini).
SEMBRA che per il digiuno non si richieda che si mangi una volta sola. Infatti:
1. Il digiuno, come abbiamo detto, è un atto della virtù dell'astinenza:
la quale non bada meno alla debita quantità del cibo
che al numero dei pasti. Ora, per chi digiuna non è fissata la quantità del cibo.
Dunque neppure si doveva fissare il numero dei pasti.
2. L'uomo si nutre non solo col mangiare, ma anche col bere.
Infatti anche il bere guasta il digiuno: ecco perché dopo aver
bevuto non possiamo prendere l'eucarestia. Ma bere più volte nelle
varie ore del giorno non è proibito. Quindi per chi digiuna non
deve essere proibito neppure di mangiare più volte.
3. Gli elettuari, o confetture sono dei cibi. Eppure molti li
prendono dopo i pasti nei giorni di digiuno. Perciò il pasto unico
non è essenziale al digiuno.
IN CONTRARIO: Così vuole l'universale consuetudine del popolo cristiano.
RISPONDO: La Chiesa ha istituito il digiuno per frenare la concupiscenza,
senza però compromettere la natura. A tale scopo
sembra bastare un unico pasto, sufficiente a soddisfare la natura,
e tuttavia adatto a togliere qualche cosa alla concupiscenza eliminando altri pasti.
Perciò la Chiesa con la sua discrezione ha stabilito
che chi digiuna mangi una sola volta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le differenze di complessione
hanno impedito di stabilire la quantità del cibo uguale per tutti,
poiché uno ne richiede di più e un altro di meno. Invece ordinariamente
tutti possono soddisfare le esigenze naturali mediante un unico pasto.
2. Ci sono due tipi di digiuno. C'è un digiuno naturale, richiesto
per ricevere l'eucarestia. E questo si guasta con qualsiasi bevanda,
anche con l'acqua soltanto: e dopo di essa non è lecito ricevere l'eucarestia.
C'è invece il digiuno ecclesiastico, digiuno dei digiunatori: e questo è
guastato solo da quello che la Chiesa intende proibire nell'istituire il digiuno.
Ora, la Chiesa non intende proibire le bevande,
che son fatte più per ristorare il corpo e per digerire i cibi,
che per nutrire, sebbene in qualche modo nutrano. Perciò chi
digiuna può bere più volte al giorno. - Se uno però esagera nel
bere, può commettere peccato e perdere il merito del digiuno:
come chi nell'unico pasto eccedesse nel mangiare.
3. Sebbene gli elettuari in qualche modo
nutrano, tuttavia
non son presi principalmente per questo, ma per digerire. Essi
quindi, al pari delle altre medicine, non guastano il digiuno: a
meno che uno non li prenda maliziosamente in grande quantità,
come se si trattasse di cibo.
ARTICOLO
7
Se l'ora di nona sia indicata per il pasto di chi digiuna
(Non
è fissata una particolare ora per l'unico pasto di chi
digiuna).
SEMBRA che l'ora di nona non sia indicata per il pasto di chi digiuna. Infatti:
1. La nuova legge è più perfetta della legge antica. Ora, nel
vecchio Testamento si digiunava fino alla sera. Si legge infatti
nel Levitico: "È un sabato di riposo: mortificherete le anime
vostre da una sera alla sera di poi". A maggior ragione, quindi
si deve prolungare il digiuno fino a sera nell'epoca del nuovo Testamento.
2. Il digiuno ecclesiastico è imposto a tutti. Ma non tutti possono
conoscere con esattezza l'ora di nona. Dunque non si doveva
determinare l'ora per il digiuno.
3. Il digiuno, come abbiamo detto, è un atto della virtù dell'astinenza.
Ma una virtù morale non fissa un giusto mezzo identico
per tutti: poiché, come dice il Filosofo, "ciò che è troppo
per uno, è poco per un altro". Perciò non si doveva determinare
l'ora del pasto per chi digiuna.
IN CONTRARIO: Il Concilio Cabillonense ha affermato:
"Nessuno
può dire di aver fatto digiuno quaresimale, se mangia prima
della recita dei vespri"; e questi in quaresima si dicono dopo
nona. Dunque si deve digiunare fino all'ora di nona.
RISPONDO: Il digiuno, come abbiamo già detto, è ordinato a
cancellare e a reprimere il peccato. Perciò esso deve aggiungere
una penalità superiore a quella imposta dall'abitudine: in modo però da non gravare eccessivamente la natura. Ora, gli uomini
hanno la giusta e universale abitudine di mangiare verso l'ora
di sesta: sia perché ormai è completa la digestione, dopo l'afflusso
del sangue verso le interiora per il freddo della notte, e il ritorno
di esso alle membra per l'influsso del calore del giorno con l'ascesa
del sole sino al meriggio; sia perché il corpo umano ha bisogno
allora di essere aiutato contro il calore dell'aria, perché gli umori
interni non vengano bruciati. Quindi, affinché chi digiuna senta
una qualche afflizione per espiare il peccato, è giusto fissare il
pasto verso l'ora di nona.
Codesta ora ha una corrispondenza nei misteri della passione
di Cristo, la quale ebbe compimento all'ora nona, quando "inclinato
il capo rese lo spirito". Infatti chi digiuna, nel mortificare
il proprio corpo intende conformarsi alla passione di Cristo, secondo
le parole di S. Paolo: "I seguaci di Cristo hanno crocifisso la
loro carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'epoca del vecchio Testamento
da S. Paolo è paragonata al giorno: "La notte è passata,
e il giorno si avanza". Ecco perché nel vecchio Testamento si
doveva digiunare fino a sera; non così nel nuovo Testamento.
2. L'ora di nona s'intende determinata in maniera sommaria
e non con esattezza: basta che il pasto si faccia verso l'ora di
nona. E in tal modo tutti possono conoscerla facilmente.
3. Una leggera differenza in più o in meno non può far del
male. Ora, dall'ora di sesta, in cui si è soliti mangiare, all'ora
di nona prescritta per il digiuno, non c'è un lungo tratto di tempo.
Perciò questa determinazione non può nuocere a nessuno, di qualsiasi condizione.
Se poi per l'infermità, per l'età o per altre cose
del genere, alcuni trovano la cosa troppo gravosa, allora essi vanno
dispensati dal digiuno, oppure si può con essi anticipare un poco l'ora del pasto.
ARTICOLO
8
Se sia giusto imporre a chi digiuna l'astinenza dalle carni,
dalle uova e dai latticini
(La
legge dell'astinenza proibisce l'uso delle carni, non
però l'uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi
condimento anche di grasso di animale.
Costituzione
apostolica Paenitemini).
SEMBRA che non sia giusto imporre a chi digiuna l'astinenza
dalle carni, dalle uova e dai latticini. Infatti:
1. Sopra abbiamo detto che il digiuno è stato istituito per tenere
a freno le concupiscenze della carne. Ora, la concupiscenza è provocata
più dal vino che dalla carne, come si legge nella Scrittura: "Lussuriosa
cosa è il vino"; "Non v'inebriate di vino, nel quale
c'è la dissolutezza". Perciò siccome per il digiuno non è proibito
il vino, è chiaro che non si deve proibire la carne.
2. Alcuni gustano il pesce almeno quanto la carne di certi animali.
Ora, la concupiscenza è "brama o appetito di ciò che piace",
come sopra abbiamo visto. Dunque nel digiuno, che è istituito
per frenare le concupiscenze, come non è proibito l'uso del pesce,
così non si deve proibire l'uso delle carni.
3. In certi giorni di digiuno c'è chi fa uso di uova e di latticini.
Quindi anche nel digiuno quaresimale si possono usare questi cibi.
IN CONTRARIO: Vale l'uso universale dei fedeli.
RISPONDO: Il digiuno, come abbiamo visto, è stato istituito nella
Chiesa per reprimere le concupiscenze della carne; le quali hanno
per oggetto i piaceri del tatto, ossia il cibo e i piaceri venerei.
Perciò la Chiesa ha proibito nei digiuni di mangiare le cose più
gustose, e più eccitanti. Ora, tali sono appunto le carni degli
animali che respirano e riposano sulla terra, nonché i loro prodotti,
come il latte e le uova. Perché essendo tali cibi più affini
al corpo umano, piacciono di più e danno maggiore nutrimento
al nostro corpo: e quindi è più facile che ne derivi il superfluo il
quale, trasformato in seme, costituisce con il suo aumento il massimo
incentivo della lussuria. Ecco perché la Chiesa ha stabilito
che nel digiuno ci si astenga soprattutto da codesti cibi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. All'atto della generazione
concorrono tre cose: il calore, gli spiriti vitali e gli umori. Sul
calore influisce soprattutto il vino, e altri eccitanti; sugli spiriti
vitali le sostanze flatulenti; ma sugli umori influiscono specialmente
le carni, da cui deriva una sovrabbondanza di alimento.
Mentre però l'alterazione del calore e l'aumento degli spiriti vitali
passano presto, le sostanze umorali rimangono più a lungo. Perciò
a chi digiuna è proibito più l'uso delle carni che quello del vino,
o dei legumi che sono flatulenti.
2. La Chiesa nell'istituire il digiuno ha badato alle disposizioni
più comuni. Ora, in generale la carne è più gustata che il pesce:
sebbene per alcuni avvenga il contrario. Ecco perché la Chiesa
nei digiuni ha proibito la carne e non il pesce.
3 Le uova e i latticini son proibiti a chi digiuna, perché prodotti
di animali da carne. Perciò la carne è vietata più delle uova e
dei latticini. Parimenti, tra tutti i digiuni il più solenne è quello
quaresimale: sia perché è osservato a imitazione di Cristo, sia
perché esso ci dispone a celebrare devotamente i misteri della
nostra redenzione. Ecco perché in qualsiasi digiuno è proibito l'uso
della carne; mentre nel digiuno quaresimale son proibite anche
le uova e i latticini. Negli altri digiuni l'astinenza dalle uova e
dai latticini è regolata da consuetudini diverse che variano da un
luogo ad un altro, e che ciascuno deve osservare secondo l'ambiente
in cui si trova. Infatti S. Girolamo così scrive a proposito
dei digiuni: "Ogni provincia abbondi nel proprio senso, e ritenga
le usanze degli antichi come leggi derivate dagli Apostoli".
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