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Questione
144
Il
pudore
Ed eccoci a considerare una per una le parti della temperanza.
Prima di tutto parleremo delle parti integranti, che sono il pudore
e l'onestà.
E a proposito del pudore si pongono quattro quesiti: 1. Se il
pudore sia una virtù; 2. Quale ne sia l'oggetto; 3. Di chi l'uomo
si vergogni; 4. Quali persone sentano vergogna.
ARTICOLO
1
Se il pudore sia una virtù
SEMBRA che il pudore sia una virtù. Infatti:
1.
"Stare nel giusto mezzo secondo la determinazione della
ragione" è proprio della virtù: il che è evidente dalla definizione
aristotelica di quest'ultima. Ora, il pudore, come Aristotele afferma,
consiste in tale giusto mezzo. Dunque il pudore è una virtù.
2. Ogni atteggiamento lodevole o è una virtù, o è parte di una
virtù. Ma il pudore è qualche cosa di lodevole. Esso però non è
parte di nessuna virtù. Infatti non è parte della prudenza: poiché
non risiede nella ragione, bensì nell'appetito. Non è parte della
giustizia; perché il pudore implica una passione, mentre la giustizia
non riguarda le passioni. Parimenti non è parte della fortezza:
perché la fortezza sta nel resistere o nell'affrontare, mentre il
pudore consiste nel fuggire qualche cosa. E neppure è parte della
temperanza: perché la temperanza ha per oggetto i desideri, o
concupiscenze, il pudore invece è una specie di timore, come notano
il Filosofo e il Damasceno. Perciò il pudore non può essere che una virtù.
3. L'onestà, come dice Cicerone, s'identifica con la virtù. Ma il
pudore è un elemento dell'onestà: infatti S. Ambrogio scrive, che "il pudore è compagno e familiare della pace dell'anima, e fuggendo
l'ostinazione e ogni esagerazione, ama la sobrietà, fomenta
l'onestà, e rispetta le convenienze". Dunque il pudore è una virtù.
4. Un vizio si contrappone sempre a qualche virtù. Ora, ci
sono dei vizi che si contrappongono al pudore: p. es., la spudoratezza
e la vergogna esagerata. Perciò il pudore è una virtù.
5. A detta del Filosofo,
"dagli atti vengono generati abiti consimili".
Ma il pudore implica un atto lodevole. Dunque dalla ripetizione
di atti consimili viene causato un abito. Ma l'abito di
compiere azioni lodevoli è una virtù, come scrive Aristotele. Quindi
il pudore è una virtù.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che il pudore non è una virtù.
RISPONDO: Il termine virtù si può prendere in due sensi: in
senso proprio, e in senso lato. Propriamente "la virtù è una perfezione",
come dice Aristotele. Perciò tutto quello che è incompatibile
con la perfezione, anche se buono, non raggiunge la natura
di virtù. Ora, il pudore è incompatibile con la perfezione. Infatti
esso è il timore di cose indecenti, e quindi vituperevoli: ché, a
detta del Damasceno, "il pudore è il timore di un atto turpe".
Ma come la speranza ha per oggetto il bene possibile e arduo,
così il timore ha per oggetto un male possibile e arduo, secondo
le spiegazioni date nel trattato delle passioni. Ebbene, per chi
è perfetto nella virtù niente di vituperevole e di indecente può
considerarsi un male possibile e arduo, cioè difficile ad evitarsi:
del resto costui non compie nulla di indecente, per cui debba temere
la vergogna. Perciò propriamente il pudore non è una virtù, non
raggiungendo la perfezione propria di quest'ultima.
In senso lato però si denomina virtù tutto ciò che di buono si
trova negli atti umani e nelle passioni. E in tal senso talora si
dice che è una virtù il pudore, trattandosi di una passione lodevole.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
"Lo stare nel giusto mezzo"
non basta per costituire la virtù, sebbene sia un elemento della
sua definizione: ma si richiede inoltre un "abito elettivo", che
operi cioè deliberatamente. Ora, il pudore non indica un abito,
ma una passione. E i suoi moti non dipendono da una deliberazione,
ma da un impulso passionale. Dunque esso non raggiunge la natura di virtù.
2. Il pudore, come abbiamo detto, è il timore dell'indecenza
e del vituperio. E sopra abbiamo già visto che il vizio dell'intemperanza è
quello più indecente e vituperevole. Perciò il pudore
riguarda più la temperanza che ogni altra virtù, per la sua indecenza:
non già perché si tratta della passione del timore. Tuttavia
nella misura in cui i vizi contrari alle altre virtù sono turpi
e riprovevoli il pudore può rientrare anche in altre virtù.
3. Il pudore favorisce l'onestà, togliendo quanto potrebbe impedirla:
esso però non raggiunge la perfezione dell'onestà.
4. Ogni difetto basta a causare un vizio: ma non ogni bene
basta a formare una virtù. Perciò non è detto che sia una virtù
tutto ciò che direttamente si contrappone a un vizio. - Ogni vizio
invece si contrappone per la sua origine a una qualche virtù. E così
la spudoratezza, derivando da un amore disordinato per cose
indecorose, si contrappone alla temperanza.
5. Con la ripetizione dei suoi atti il pudore causa l'abito della
virtù acquisita che fa evitare atti indecenti oggetto del pudore
stesso: ma non produce altri moti di vergogna, o di pudore. Però
in forza dell'abito virtuoso acquisito uno viene disposto a vergognarsi
maggiormente qualora ce ne fosse il motivo.
ARTICOLO
2
Se il pudore abbia per oggetto le azioni turpi
SEMBRA che il pudore non abbia per oggetto le azioni turpi. Infatti:
1. A detta
del Filosofo, il pudore è "il timore del disonore".
Ora, il disonore qualche volta viene affrontato da coloro che non
fanno niente di turpe; secondo le parole del Salmista: "Per te (o Signore)
io sopporto l'obbrobrio, e la vergogna copre il mio volto". Dunque il pudore propriamente non ha per oggetto le azioni turpi.
2. Turpi sono quegli atti che hanno natura di peccato. Invece
l'uomo si vergogna anche di cose che non sono peccati: p. es.,
di compiere certe opere servili. Perciò il pudore non ha per oggetto le azioni turpi.
3. Le azioni virtuose non sono turpi, ma
"bellissime", come
dice Aristotele. Eppure alcuni si vergognano di compiere certi
atti di virtù; di qui la minaccia del Signore: "Se uno avrà vergogna
di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà
di lui, ecc.". Dunque il pudore non ha per oggetto azioni turpi.
4. Se il pudore avesse per oggetto le azioni turpi, l'uomo dovrebbe
vergognarsi di più delle cose più turpi. Invece talora gli
uomini si vergognano maggiormente di atti che son peccati più
piccoli: mentre si gloriano di certi peccati gravissimi, come accenna
il Salmista: "Perché ti glori della malvagità?". Quindi il
pudore propriamente non ha per oggetto le azioni turpi.
IN CONTRARIO: Il Damasceno e il Nisseno insegnano che
"il
pudore è la paura per le possibili azioni turpi", oppure "per gli
atti turpi compiuti".
RISPONDO: Come abbiamo spiegato sopra, parlando di questa
passione, il timore propriamente ha per oggetto il male arduo,
che cioè difficilmente si può evitare. Ora, ci sono due tipi di turpitudine. La prima è peccaminosa: e consiste nella depravazione
di un atto volontario. E questa non ha l'aspetto di male arduo:
infatti ciò che dipende dalla sola volontà non è difficile e superiore
al potere di un uomo, e per questo non si presenta come una cosa
temibile. Ecco perché il Filosofo afferma, che di questi mali non si ha timore.
Il secondo tipo di turpitudine ha quasi carattere penale: essa
consiste nel disonore che colpisce una persona, come la gloria consiste
nell'onore verso di essa. E poiché tale disonore è un male
arduo, o grave, come l'onore è un bene arduo, il pudore, che è
il timore di ciò che è turpe, principalnlente riguarda il disonore,
ossia la vergogna. E poiché il disonore si deve al vizio, come
l'onore alla virtù, indirettamente il pudore ha per oggetto la turpitudine
peccaminosa. Infatti Aristotele afferma che l'uomo si
vergogna meno delle miserie che non dipendono dalle sue colpe.
Ora, il pudore esercita verso la colpa due diverse funzioni. Primo,
fa che alcuni cessino di compiere atti peccaminosi per paura
del disonore. Secondo, con la paura di quest'ultimo costringe chi
compie cose turpi a evitare gli sguardi del pubblico. La prima
di queste funzioni, a detta di S. Gregorio, si riduce al rossore, la
seconda al pudore. E quindi egli afferma che "chi si vergogna
nasconde le cose che compie: invece chi arrossisce teme di cadere nel disonore".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pudore propriamente ha
per oggetto il disonore dovuto alla colpa che è un male volontario.
Infatti il Filosofo scrive, che "l'uomo si vergogna soprattutto delle
cose di cui è causa". Gli insulti invece che si ricevono per la
virtù, chi è virtuoso non li considera, perché gli sono inflitti ingiustamente: così
fanno i magnanimi, a detta del Filosofo; e gli
Atti ci narrano che "gli Apostoli se ne andarono dalla presenza
del Sinedrio, lieti dell'essere stati fatti degni di patire contumelie
per il nome di Gesù". Il fatto poi che qualcuno si vergogna degli
insulti subiti per la virtù dipende dalla sua virtù imperfetta:
perché quanto più uno è virtuoso, più disprezza le cose esterne,
buone o cattive che siano. Dice infatti il profeta Isaia: "Non
temete gli obbrobri degli uomini".
2. Come l'onore non è dovuto che alla virtù, secondo le spiegazioni
già date, pur essendo accordato a ogni tipo di superiorità;
così il disonore è dovuto propriamente solo a una colpa, ma secondo
l'opinione degli uomini ricade su qualsiasi difetto. Ecco perché
alcuni si vergognano della povertà, della mancanza di nobiltà,
della schiavitù, e di altre cose del genere.
3. Di suo per gli atti virtuosi non può esserci pudore. Capita
però che uno se ne vergogni: o perché essi sono ritenuti peccaminosi dall'opinione umana; oppure perché nel compierli uno teme
di passare per presuntuoso, o per ipocrita.
4. Talora capita che certi peccati più gravi siano meno vergognosi
di altri, o perché sono meno turpi, come i peccati spirituali
rispetto ai peccati carnali; oppure perché presentano una certa
superiorità di doti umane: l'uomo, p. es., si vergogna più del
timore che dell'audacia, più del furto che della rapina, per una
parvenza di forza. Lo stesso si dica degli altri casi.
ARTICOLO
3
Se l'uomo si vergogni soprattutto di fronte ai propri familiari
SEMBRA che l'uomo non si vergogni soprattutto di fronte ai
propri familiari. Infatti:
1. Aristotele afferma, che
"gli uomini si vergognano specialmente
di fronte a quelli dai quali vogliono essere ammirati". Ora,
l'uomo cerca questo specialmente dai migliori, che spesso non sono
tra i propri familiari. Dunque l'uomo non si vergogna soprattutto
delle persone più intime.
2. I familiari più stretti son quelli che agiscono come noi. Ma
l'uomo non si vergogna del suo peccato di fronte a quelli che
conosce soggetti alla medesima colpa: poiché, come si esprime
Aristotele, "quello che uno fa non può vietarlo ad altri". Dunque
non è dei suoi familiari che l'uomo sente maggiore vergogna.
3. Il Filosofo afferma, che
"ci si vergogna di più di fronte a
coloro che propalano a molti quel che sanno, come i canzonatori
e i novellieri". Ora, le persone più intime non sono solite propalare i difetti.
Perciò non è di fronte ad esse che si ha più pudore.
4. Il Filosofo aggiunge, che
"ci si vergogna soprattutto di quelli
di fronte ai quali non si è mai sbagliato; e di quelli da cui si
cercano per la prima volta favori e amicizia". Ma costoro non
sono tra gli intimi. Dunque l'uomo non si vergogna soprattutto
dei propri congiunti più intimi.
IN CONTRARIO: Aristotele afferma, che
"gli uomini si vergognano
soprattutto di fronte a coloro con cui devono convivere".
RISPONDO: Essendo il disprezzo il contrario dell'onore, come
l'onore implica una testimonianza del valore d'una persona, e specialmente
della sua virtù, così la disistima, che è oggetto del pudore,
implica una testimonianza della sua miseria, e specialmente
delle sue colpe. Perciò quanto più la testimonianza di una persona è
considerata di maggior peso, tanto maggiore è il pudore
di fronte ad essa. Ora, una testimonianza si può considerare di
maggior peso, o per la sua certezza, o per i suoi effetti. La certezza
poi di una testimonianza dipende da due cose. Primo, dalla
rettitudine del giudizio, ed è il caso dei sapienti e dei virtuosi,
dai quali l'uomo desidera maggiormente di essere onorato, e di cui
più si vergogna. E per questo nessuno si vergogna di fronte ai
bambini e alle bestie, perché essi mancano di discernimento. - Secondo,
dalla conoscenza delle persone da cui si può ricevere
testimonianza: poiché "ognuno giudica bene ciò che conosce".
E per questo motivo ci vergognamo di più dei nostri familiari,
i quali conoscono meglio i fatti nostri. Invece non ci vergognamo
affatto di fronte a gente forestiera e ignota, che non ci conosce affatto.
Per i suoi effetti poi una testimonianza è di gran peso per
l'utilità, o per il danno che ne deriva. Ecco perché gli uomini
desiderano essere onorati soprattutto da quelli che li possono
aiutare: e si vergognano soprattutto di fronte a quelli che possono nuocere.
Ed ecco perché sotto un certo aspetto si ha più
pudore di fronte ai familiari, con i quali si deve continuamente
convivere: perché da una colpa può derivare così un danno continuato.
Invece la disistima dei forestieri e della gente di passaggio è transitoria.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quasi identico è il motivo per
cui ci vergognamo soprattutto delle persone di valore e dei nostri
familiari. Poiché come la testimonianza delle prime è ritenuta
più valida per la loro conoscenza universale delle cose, e per la
loro aderenza alla verità; così la testimonianza dei familiari ha
un valore più forte, perché meglio conoscono i particolari che ci riguardano.
2. Di quelli che sono simili a noi per affinità di peccati non
temiamo la testimonianza perché pensiamo che essi non considerano
la nostra miseria come qualche cosa di turpe.
3. Ci vergognamo dei propalatori, per il danno che ne deriva,
e cioè per la diffamazione.
4. Ci si vergogna molto anche di fronte a quelli tra i quali non
abbiamo mai fatto niente di male, per il danno che ne segue: e
cioè perché così perdiamo la buona opinione che essi hanno di noi.
E anche perché i contrari sembrano maggiori quando vengono avvicinati
tra loro; cosicché quando uno conosce improvvisamente
qualche cosa di turpe di una persona che stimava onesta, la considera
anche più turpe. - Ci vergognamo poi particolarmente anche
di quelli da cui cerchiamo per la prima volta i favori o l'amicizia,
per il danno che ne deriva, e cioè per la perdita del favore e dell'amicizia.
ARTICOLO
4
Se anche nelle persone virtuose possa esserci il pudore
SEMBRA che anche nelle persone virtuose possa esserci il pudore. Infatti:
1. Cose
contrarie hanno effetti contrari. Ora, quelli che sono
molto cattivi non sentono il pudore; scrive infatti Geremia: "Tu
hai fatto faccia da meretrice: non hai saputo arrossire". Perciò
le persone virtuose sono più portate a vergognarsi.
2. Il Filosofo scrive, che
"gli uomini non solo si vergognano
dei vizi, ma persino di ciò che ne ha l'apparenza". Ma questo si
riscontra anche nelle persone virtuose. Dunque anche in queste
può esserci il pudore.
3. Il pudore è
"la paura del disonore". Ora, può capitare anche
ai virtuosi di essere disonorati: p. es., mediante la calunnia e
l'insulto immeritato. Quindi anche in essi può esserci il pudore.
4. Il pudore, come abbiamo visto, è parte integrante della temperanza.
Ora, la parte non va separata dal tutto. E poiché la
temperanza non manca all'uomo virtuoso, è chiaro che non manca neppure il pudore.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"vergognarsi non è
dell'uomo virtuoso".
RISPONDO: Il pudore, come abbiamo detto, è la paura di qualche
cosa di indecente. Ora, il fatto di non temere un male può
capitare per due motivi: primo, perché non è ritenuto tale; secondo,
perché non è ritenuto possibile, ossia non difficile a evitarsi.
Ebbene, il pudore può così mancare in una persona per due motivi.
Primo, perché le cose vergognose non sono da essa ritenute turpi.
E in questo modo mancano di pudore gli uomini immersi nei peccati,
i quali non ne provano dispiacere, ma si gloriano di essi. - Secondo,
perché alcuni non considerano la turpitudine come una
cosa capace di sedurli, ossia non facile a evitarsi. In questo modo
son privi di pudore i vecchi e le persone virtuose. Tuttavia queste
sono così disposte, che se ci fosse in loro qualche cosa di turpe,
se ne vergognerebbero: ecco perché il Filosofo ha scritto, che "il
pudore esiste solo ipoteticamente nella persona virtuosa".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il pudore manca sia nelle
persone molto cattive, che in quelle molto buone, ma per motivi
diversi, come sopra abbiamo detto. Si riscontra invece in quelle
mediocri, le quali hanno un certo amore del bene; pur non essendo
del tutto immuni dal male.
2. È proprio della persona virtuosa non solo evitare il peccato,
ma anche le apparenze di esso, secondo l'esortazione di S. Paolo: "Astenetevi da ogni apparenza di
male". E il Filosofo afferma,
che l'uomo virtuoso deve evitare, sia le cose che son cattive "secondo
verità", sia quelle che son cattive "secondo l'opinione".
3. Come abbiamo già notato, la persona virtuosa non dà importanza
alle calunnie e agli insulti, considerandosene immeritevole.
Perciò nessuno si vergogna molto di queste cose. Tuttavia possono
insorgere dei moti di vergogna che precedono la ragione, come
avviene per le altre passioni.
4. Il pudore non è parte costitutiva ed essenziale della temperanza,
ma solo disposizione preparatoria. Infatti S. Ambrogio
afferma, che "il pudore getta i primi fondamenti della temperanza",
incutendo l'orrore delle cose turpi.
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