Il Santo Rosario
back

Questione 142

I vizi opposti alla temperanza

Passiamo così a parlare dei vizi contrari alla temperanza.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'insensibilità sia peccato; 2. Se l'intemperanza sia un vizio infantile; 3. Confronto tra intemperanza e codardia; 4. Se il vizio dell'intemperanza sia il più disonorante.

ARTICOLO 1

Se l'insensibilità sia peccato

SEMBRA che l'insensibilità non sia peccato. Infatti:
1. Si chiamano insensibili coloro che esagerano nel privarsi dei piaceri del tatto. Ma privarsi totalmente di codesti piaceri sembra cosa lodevole e virtuosa; poiché nella Scrittura si legge: "In quei giorni io, Daniele, per tre settimane facevo lutto, cibi graditi non gustai, carne e vino non entrarono nella mia bocca, e neppure mi unsi d'unguento". Dunque l'insensibilità non è peccato.

2. A detta di Dionigi, "il bene per l'uomo consiste nell'essere conforme alla ragione". Ma l'astinenza da tutti i piaceri del tatto è il massimo che l'uomo può fare per affermare il bene della ragione: infatti in Daniele si legge, che ai tre fanciulli i quali si cibavano di legumi "Dio concesse scienza e cognizione in ogni specie di libro e di sapienza". Perciò l'insensibilità, che ripudia tutti i piaceri di questo genere, non è peccaminosa.
3. Non può essere vizioso ciò che forma il mezzo migliore per fuggire il peccato. Ora, il mezzo migliore per fuggire il peccato è la fuga dei piaceri, la quale costituisce l'insensibilità: infatti il Filosofo afferma, che "fuggendo i piaceri peccheremo di meno". Quindi l'insensibilità non è qualche cosa di vizioso.

IN CONTRARIO: Alla virtù non si contrappone che il vizio. Ma l'insensibilità, come afferma il Filosofo, si contrappone alla temperanza. Dunque l'insensibilità è un vizio.

RISPONDO: Tutto ciò che è contrario all'ordine naturale è peccaminoso. Ora, la natura ha legato il piacere alle funzioni necessarie per la vita dell'uomo. Perciò l'ordine naturale richiede che l'uomo usi di codesti piaceri, quanto è necessario al benessere umano, sia per la conservazione dell'individuo, che per la conservazione della specie. Perciò se uno si astenesse da questi piaceri al punto di trascurare ciò che è necessario per la conservazione della natura, commetterebbe peccato, violando così l'ordine naturale. Ed è questo appunto che rientra nel vizio dell'insensibilità.
Si deve però notare che talora è cosa lodevole e necessaria astenersi dai piaceri che accompagnano le suddette funzioni, per raggiungere un fine particolare. Così alcuni si astengono da certi piaceri, ossia dai cibi, dalle bevande e dai piaceri venerei, per la salute del corpo. Oppure per compiere le proprie mansioni: gli atleti e i soldati, p. es., son costretti ad astenersi da molti piaceri, per eseguire i loro esercizi. Parimenti, per ricuperare la salute dell'anima i penitenti ricorrono all'astinenza dai piaceri, come a una dieta. E coloro che vogliono attendere alla contemplazione delle cose divine, devono essere più liberi dalle cose della carne. Ma tutti questi casi non si riducono al vizio dell'insensibilità: poiché sono conformi alla retta ragione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Daniele ricorse a quell'astinenza dai piaceri, non perché li considerava cattivi in se stessi; ma per un fine lodevole, e cioè per predisporsi alla più alta contemplazione con l'astenersi dai piaceri della carne. Subito dopo infatti la Scrittura parla delle rivelazioni che gli furono fatte.
2. L'uomo, come abbiamo spiegato nella Prima Parte, non può servirsi della ragione, senza far uso delle potenze sensitive, le quali hanno bisogno di un organo corporeo. Per questo l'uomo deve dare sostentamento al corpo, per servirsi della ragione. Ma il sostentamento del corpo si fa mediante funzioni piacevoli. Perciò in un uomo non può esserci il bene di ordine razionale, se egli si astiene da tutti i piaceri. A seconda però che uno nell'eseguire gli atti imposti dalla ragione ha maggiore o minore bisogno di forze fisiche, deve ricorrere di più o di meno ai piaceri del corpo. Perciò coloro che hanno preso l'ufficio di attendere alla contemplazione, e di trasmettere così in altri il bene spirituale, quasi mediante una generazione di ordine spirituale, è bene che si astengano da molti piaceri, di cui invece non è giusto che si privino coloro che hanno il dovere di attendere ad opere materiali e alla generazione carnale.
3. Per fuggire il peccato si devono fuggire i piaceri, però non totalmente, ma non cercandoli più di quanto la necessità lo richiede.

ARTICOLO 2

Se l'intemperanza sia un peccato infantile

SEMBRA che l'intemperanza non sia un peccato infantile. Infatti:
1. Commentando quel passo evangelico: "Se non vi cambierete e non diventerete bambini, ecc.", S. Girolamo afferma che "il bambino non persevera nell'ira, se è percosso non se ne ricorda, e nel vedere una bella donna non se ne compiace": il che è proprio il contrario della concupiscenza. Perciò l'intemperanza non è un peccato infantile.
2. I bambini non hanno altri desideri, o concupiscenze, che quelli naturali. Ma in rapporto a questi desideri è raro peccare d'intemperanza, come nota il Filosofo. Dunque l'intemperanza non è un peccato puerile.
3. I bambini devono essere nutriti e allevati. Invece concupiscenza e piacere, che sono oggetto dell'intemperanza, vanno combattuti ed estirpati, secondo l'esortazione di S. Paolo: "Mortificate le vostre membra terrene, cioè... la concupiscenza, ecc.". Perciò l'intemperanza non è un peccato infantile.

IN CONTRARIO: il Filosofo afferma, che "denominiamo l'intemperanza dai difetti dei bambini".

RISPONDO: Una cosa può dirsi infantile per due motivi. Primo, perché propria dei bambini. E il Filosofo non intende dire in questo senso che l'intemperanza è un peccato infantile. - Secondo, per una certa somiglianza. Ed è in questo senso che i peccati d'intemperanza si dicono infantili. Infatti il peccato d'intemperanza è un eccesso di concupiscenza: e ciò somiglia al fanciullo sotto tre aspetti.
Primo, quanto all'oggetto che viene desiderato. Infatti, come il bambino, così anche la concupiscenza, brama qualche cosa di indecente. Questo perché il decoro negli atti umani dipende dall'essere ordinati conforme alla ragione: cosicché Cicerone afferma, che "è bello quanto si addice alla grandezza dell'uomo in quello che per natura si differenzia dagli altri animali". Invece il bambino non bada all'ordine della ragione. Così pure, a detta del Filosofo, "non ode ragione la concupiscenza".
Secondo, intemperanza e fanciullezza coincidono negli effetti. Infatti se il bambino viene lasciato al proprio volere, crescono le sue brame; nella Scrittura infatti si legge: "Un cavallo non domato diventa intrattabile, e un figliuolo abbandonato a se stesso diventa un rompicollo". Lo stesso vale per la concupiscenza, la quale se viene soddisfatta, acquista più vigore, come nota S. Agostino: "Mentre si serve alla passione, ecco si forma l'abitudine; e non resistendo all'abitudine, nasce la necessità".
Terzo, esse coincidono nei rimedi consigliati per l'una e per l'altra. Infatti il bambino viene corretto con la coercizione, secondo le parole dei Proverbi: "Non sottrarre il fanciullo alla disciplina; tu lo picchierai con la verga, ma lo scamperai dall'inferno". Così nel resistervi si riporta la concupiscenza alla misura dell'onestà. Ecco perché S. Agostino afferma, che "quando l'anima s'innalza e si fissa nelle cose spirituali, la forza dell'abitudine", cioè della concupiscenza carnale, "si spezza, e un po' per volta si smorza e si estingue. Se l'avessimo assecondata, sarebbe diventata più grande: col reprimerla non è annientata, ma è certo diventata più debole". E il Filosofo scrive, che "come il fanciullo deve stare al comando del pedagogo, così la concupiscenza deve adeguarsi alla ragione".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La prima difficoltà è giusta, se il termine infantile si fa derivare dal fatto che una cosa si trova nei bambini. Infatti il peccato d'intemperanza non è infantile in questo senso, ma per una certa somiglianza, secondo le spiegazioni date.
2. Una concupiscenza, o desiderio, può dirsi naturale in due maniere. Primo in senso generico. E in tal senso la temperanza e l'intemperanza hanno per oggetto concupiscenze naturali: infatti riguardano concupiscenze di cibi e di piaceri venerei, che sono ordinate alla conservazione della natura. Secondo, una concupiscenza può dirsi naturale in senso specifico, e cioè per la specie di ciò che la natura richiede per la propria conservazione. E in tal senso non è frequente il peccato rispetto alle concupiscenze naturali. Infatti la natura non cerca, se non quanto esige la necessità naturale: ma in questo desiderio non c'è peccato, se non per un eccesso quantitativo; e a detta del Filosofo solo così si pecca nelle concupiscenze di ordine naturale. Invece le cose in cui maggiormente si pecca sono certi incentivi della concupiscenza escogitati dall'industria umana: come la squisitezza dei cibi, e l'abbigliamento delle donne. E sebbene i fanciulli non badino molto a queste cose, tuttavia l'intemperanza si dice puerile per le ragioni esposte.
3. Nei bambini si deve nutrire e incrementare tutto ciò che è proprio della natura. Invece, come abbiamo detto, si deve correggere e non incrementare quanto in essi è dovuto a un difetto di ragione.

ARTICOLO 3

Se la codardia sia un peccato più grave dell'intemperanza

SEMBRA che la codardia sia un peccato più grave dell'intemperanza. Infatti:
1. Un vizio è vituperevole perché contrario al bene della virtù. Ora, la codardia si contrappone alla fortezza che è una virtù superiore alla temperanza, come sopra abbiamo visto. Dunque la codardia è un vizio più grave dell'intemperanza.
2. Quanto più difficile è la cosa in cui uno soccombe, tanto meno è biasimato: infatti il Filosofo scrive, che "se uno è vinto da forti ed eccezionali piaceri o tristezze, non c'è da far le meraviglie ma da compatirlo". Ora, è più difficile vincere i piaceri che le altre passioni: ché a detta del Filosofo, "è più difficile combattere il piacere che l'ira", la quale si mostra più violenta del timore. Perciò l'intemperanza, che è vinta dal piacere, è un peccato meno grave della codardia, la quale si lascia vincere dal timore.
3. Il peccato è essenzialmente volontario. Ma la codardia è più volontaria dell'intemperanza; nessuno infatti desidera di essere intemperante: invece alcuni desiderano fuggire i pericoli di morte, il che è proprio della codardia. Dunque la codardia è un peccato più grave dell'intemperanza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "l'intemperanza sembra essere più volontaria della codardia". Quindi ha più natura di peccato.

RISPONDO: Un peccato si può confrontare con un altro sotto due aspetti: primo, rispetto alla materia, ossia all'oggetto; secondo, rispetto a colui che pecca. Ebbene, dall'uno e dall'altro lato l'intemperanza è un peccato più grave della codardia. E innanzi tutto rispetto alla materia. Infatti la codardia fugge i pericoli di morte, a evitare i quali si è indotti dal bisogno estremo di conservare la vita. Invece l'intemperanza ha per oggetto i piaceri, la cui brama non è così necessaria per la conservazione della vita: poiché, come abbiamo detto, l'intemperanza riguarda di più certi piaceri o desideri "annessi", che desideri o piaceri naturali. Ora, quanto più ciò che spinge a peccare è naturale, tanto più il peccato è leggero. Perciò l'intemperanza dal lato dell'oggetto, o della materia, è un peccato più grave della codardia.
Lo stesso si dica dal lato di colui che pecca. E questo per tre ragioni. Primo, perché chi fa peccato pecca tanto più gravemente, quanto più è padrone di sé: infatti ai pazzi i delitti non vengono imputati. Ora, i timori e i dolori gravi, e specialmente i pericoli di morte, sconvolgono la mente. Il che invece non avviene col piacere, il quale spinge all'intemperanza.
Secondo, perché quanto più un peccato è volontario, tanto più è grave. E l'intemperanza è più volontaria della codardia. E questo per due motivi. Primo, perché le cose fatte per paura hanno la loro causa in un fattore esterno che minaccia: cosicché tali atti, come dice Aristotele, non sono del tutto volontari, ma misti (di involontarietà). Invece le cose che si fanno per il piacere sono volontarie in senso assoluto. - Secondo, perché gli atti dell'intemperante sono più volontari nel particolare, e meno volontari in universale: nessuno infatti vorrebbe essere intemperante; ma ci si lascia attrarre dai singoli piaceri che rendono intemperanti. Ecco perché il rimedio migliore per fuggire l'intemperanza sta nel non fermarsi a considerare il singolare. Invece nella codardia avviene il contrario. Infatti i singoli gesti di paura sono meno volontari, come gettare lo scudo: invece è più volontario lo scopo universale, cioè salvarsi con la fuga. Ora, in senso assoluto è più volontario ciò che è più volontario sul piano dei singolari, in cui l'atto si produce. Perciò l'intemperanza, essendo in senso assoluto più volontaria della codardia, è un peccato più grave.
Terzo, perché contro l'intemperanza il rimedio è più facile che contro la codardia: poiché i piaceri gastronomici e venerei, che sono oggetto dell'intemperanza, capitano durante tutta la vita, e l'uomo può esercitarsi a resistervi senza pericolo, per acquistare la temperanza; invece i pericoli di morte capitano di rado, ed è rischioso esercitarsi in essi per fuggire la codardia.
Dunque l'intemperanza, assolutamente parlando, è un peccato più grave della codardia.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La superiorità della fortezza sulla temperanza si può desumere da due motivi. Primo, dal fine, dal quale si desume la bontà di una cosa: la fortezza infatti è più ordinata al bene comune che la temperanza. E da questo lato la codardia ha una certa superiorità sull'intemperanza: poiché per codardia alcuni tralasciano di difendere il bene comune. - Secondo, si può desumere dalla difficoltà: infatti è più difficile affrontare i pericoli di morte che astenersi da qualsiasi piacere. Ma da questo non segue che la codardia sia più grave dell'intemperanza. Infatti come è indice di una virtù superiore non lasciarsi vincere da difficoltà più forti, così al contrario è un peccato meno grave lasciarsi vincere da una difficoltà maggiore, ed è un peccato più rilevante lasciarsi vincere da difficoltà più leggere.
2. L'attaccamento alla vita, per il quale si scansano i pericoli di morte, è molto più connaturale di tutti i piaceri gastronomici o venerei, che sono ordinati alla conservazione della vita. Perciò è più difficile vincere il timore dei pericoli di morte, che il desiderio di tali piaceri. A questi però è più difficile resistere che non all'ira, alla tristezza e al timore di altri mali.
3. Nella codardia l'atto è più volontario considerato nella sua universalità, ma è meno volontario nel particolare concreto. Perciò essa è più volontaria in un certo senso, ma non in senso assoluto.

ARTICOLO 4

Se il peccato di intemperanza sia quello più disonorante

SEMBRA che il peccato di intemperanza non sia quello più disonorante. Infatti:
1. Come l'onore si deve alla virtù, così il disonore è dovuto al peccato. Ma tanti peccati sono più gravi dell'intemperanza: p. es., l'omicidio, la bestemmia, ecc. Dunque il peccato d'intemperanza non è il più disonorante.
2. I peccati più comuni sono meno disonoranti: poiché gli uomini se ne vergognano di meno. Ma i peccati d'intemperanza sono quelli più comuni: avendo essi per oggetto le cose di uso più comune nella vita umana, nelle quali molti peccano. Perciò i peccati d'intemperanza non sono i più disonoranti.
3. Il Filosofo afferma, che "temperanza e intemperanza riguardano concupiscenze e piaceri umani". Ora, ci sono desideri e piaceri più turpi di questi, che il Filosofo denomina "bestiali e morbosi". Quindi l'intemperanza non è il vizio più disonorante.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che l'intemperanza tra gli altri vizi "sembra giustamente disonorante".

RISPONDO: Il disonore si contrappone all'onore e alla gloria. Ora, l'onore, come sopra abbiamo visto, è dovuto all'eccellenza; mentre la gloria implica lustro o distinzione. Perciò l'intemperanza è sommamente disonorante per due motivi. Primo, perché è la cosa più incompatibile con l'eccellenza, o grandezza dell'uomo: infatti essa ha per oggetto i piaceri comuni a noi e alle bestie, come sopra abbiamo notato. Di qui le parole dei Salmi: "L'uomo non ha compreso il proprio onore: si è messo alla pari dei giumenti irragionevoli e diviene simile ad essi". - Secondo, perché essa ripugna al massimo alla distinzione e alla bellezza dell'uomo: poiché nei piaceri che sono oggetto dell'intemperanza la luce della ragione, da cui dipende tutto lo splendore e la bellezza della virtù, viene oscurata al massimo. Cosicché questi piaceri si dicono sommamente servili.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Gregorio, i vizi carnali, compresi sotto il nome d'intemperanza, sebbene siano di minore gravità, sono però più infamanti. Infatti la gravità della colpa si desume dal suo allontanamento dal fine: invece l'infamia si desume dalla turpitudine, che risulta specialmente dalla degradazione di chi pecca.
2. Il generalizzarsi di un peccato ne diminuisce la turpitudine e l'infamia nell'opinione degli uomini; ma non nella natura stessa del peccato.
3. Quando si dice che l'intemperanza è il vizio più disonorante, s'intende tra i peccati umani, cioè nell'ambito delle passioni che in qualche modo sono conformi alla natura umana. Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell'intemperanza: il fatto, p. es., di provar gusto nel mangiare carne umana, o nel coito bestiale od omosessuale.