Il Santo Rosario
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Questione 141

La temperanza

Veniamo ora a trattare della temperanza. 1 Primo, della temperanza medesima; secondo, delle sue parti; terzo, dei precetti che la riguardano.
A proposito della temperanza stessa dovremo parlare: primo, della temperanza; secondo, dei vizi contrari.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se la temperanza sia una virtù; 2. Se sia una virtù speciale; 3. Se abbia per oggetto solo le concupiscenze e i piaceri; 4. Se riguardi solo i piaceri del tatto; 5. Se riguardi i piaceri del gusto come tale, oppure solo in quanto esso è una specificazione del tatto; 6. Quale sia la norma della temperanza; 7. Se la temperanza sia una virtù cardinale; 8. Se sia la virtù più importante.

ARTICOLO 1

Se la temperanza sia una virtù

SEMBRA che la temperanza non sia una virtù. Infatti:
1. Nessuna virtù ripugna all'inclinazione della natura: poiché, come scrive Aristotele, "in noi c'è una naturale attitudine alla virtù". Ora, la temperanza ritrae dai piaceri, verso i quali invece la natura, a detta del medesimo, sospinge. Perciò la temperanza non è una virtù.
2. Come sopra abbiamo visto, le virtù sono tra loro connesse. Alcuni invece hanno la temperanza, senza avere le altre virtù: infatti ci sono molte persone temperanti che tuttavia sono avare, o paurose. Dunque la temperanza non è una virtù.
3. A ogni virtù, come sopra si è detto, corrisponde un dono. Ma alla temperanza non corrisponde dono alcuno; poiché nelle questioni precedenti abbiamo già attribuito tutti i doni ad altre virtù. Quindi la temperanza non è una virtù.

IN CONTRARIO: S. Agostino parla di "quella virtù che è chiamata temperanza".

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, è nella natura della virtù inclinare al bene. Ma il bene proprio dell'uomo, a detta di Dionigi, è "di essere conforme alla ragione". Perciò la disposizione che inclina a ciò che è conforme alla ragione è una virtù. Ora, è evidente che tale è l'inclinazione della temperanza: infatti il suo nome stesso implica una certa moderazione, o temperamento dovuto alla ragione. Dunque la temperanza è una virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La natura inclina ciascuno a ciò che per lui è conveniente. Quindi per natura l'uomo brama il piacere che a lui si conviene. Ma siccome l'uomo proprio in quanto tale è ragionevole, è chiaro che i soli piaceri a lui confacenti son quelli conformi alla ragione. E la temperanza non ritrae da questi piaceri; bensì da quelli che sono contrari alla ragione. Perciò è evidente che la temperanza non contrasta l'inclinazione della natura umana, ma s'accorda con essa. Essa invece è incompatibile con l'inclinazione della natura bestiale non soggetta alla ragione.
2. La temperanza in quanto vera virtù non può trovarsi senza la prudenza, che invece è assente in tutti i viziosi. Perciò coloro che mancano di altre virtù, perché affetti da vizi contrari, non possiedono la vera virtù della temperanza: ma ne compiono gli atti per naturale disposizione, in quanto certe virtù imperfette sono all'uomo naturali, come sopra abbiamo visto; oppure per un'abitudine acquisita, che però, non essendo corredata della prudenza, non ha la perfezione di ordine razionale, come sopra abbiamo accennato.
3. Anche alla temperanza corrisponde un dono, cioè quello del timore, il quale distoglie dai piaceri della carne, secondo le parole del Salmista: "Trafiggi col tuo timore le mie carni". Ma il dono del timore principalmente riguarda Dio, di cui vuol evitare l'offesa; e da questo lato esso corrisponde alla virtù della speranza, come sopra abbiamo spiegato. Però secondariamente esso può riguardare tutte le cose da cui uno si ritrae per evitare l'offesa di Dio. Ora, l'uomo ha bisogno del timor di Dio specialmente per fuggire le cose che più attraggono, le quali sono oggetto della temperanza. Ecco perché alla temperanza corrisponde il dono del timore.

ARTICOLO 2

Se la temperanza sia una virtù specificamente distinta

SEMBRA che la temperanza non sia una virtù specificamente distinta. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che "è compito della temperanza conservare noi stessi integri ed incorrotti". Ma questo è compito di tutte le virtù. Perciò la temperanza è una virtù generale.
2. S. Ambrogio afferma, che "nella temperanza ciò che soprattutto si apprezza e si richiede è la tranquillità dell'animo". Ma questo si riscontra in tutte le virtù. Dunque la temperanza è virtù generale.
3. Cicerone scrive, che "la bellezza non si può separare dall'onestà", e che "tutte le cose giuste sono anche belle". Ora, come dice lo stesso Autore, è proprio nella temperanza che si fa rilevare la bellezza. Dunque la temperanza non è una virtù specificamente distinta.

IN CONTRARIO: Il Filosofo considera la temperanza una virtù specifica.

RISPONDO: È nell'uso del linguaggio umano restringere certe parole comuni agli oggetti che sono principali tra quelli designati con esse: così il termine Urbe per antonomasia s'intende di Roma. Perciò anche il termine temperanza può indicare due cose. Primo, nel senso generico del suo significato la temperanza non è una virtù speciale, ma generale: poiché il termine temperanza indica un certo temperamento, o moderazione, posto negli atti e nelle passioni umane dalla ragione; e questo è comune a tutte le virtù morali. - Tuttavia la temperanza differisce essenzialmente dalla fortezza anche come virtù generica, o generale. Poiché la temperanza ritrae dalle cose che attraggono l'appetito contro la ragione: mentre la fortezza spinge a sopportare, ad affrontare cose che spingono l'uomo a trascurare il bene di ordine razionale.
Ma se col termine temperanza s'intende per antonomasia la disposizione a trattenere l'appetito dalle cose che più attraggono l'uomo, allora essa è una virtù speciale, dotata di speciale materia, come la fortezza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'appetito sensitivo di un uomo viene corrotto specialmente da ciò che più lo induce ad allontanarsi dalla norma della ragione e della legge divina. Perciò come il termine temperanza può intendersi e in senso generico, e in senso specifico, o per antonomasia; così anche l'integrità che S. Agostino le attribuisce può prendersi in due sensi.
2. Ciò che forma l'oggetto della temperanza sono le cose maggiormente capaci di turbare l'animo, trattandosi di cose connaturali all'uomo, come vedremo. Perciò la tranquillità dell'animo viene attribuita soprattutto alla temperanza, sebbene essa convenga genericamente a tutte le virtù.
3. Sebbene la bellezza sia ornamento di tutte le virtù, tuttavia si attribuisce in modo speciale alla temperanza, per due motivi. Primo, per il concetto generico di temperanza che implica una proporzione ponderata ed esatta, la quale appunto costituisce, a detta di Dionigi, l'essenza della bellezza. - Secondo, perché le cose nelle quali ci modera la temperanza sono quelle più basse, che convengono all'uomo per la sua natura animalesca, come vedremo: perciò l'uomo è specialmente da queste che viene deturpato. Ecco perché la bellezza è attribuita specialmente alla temperanza, che più d'ogni altra virtù toglie dall'uomo la turpitudine.
Per lo stesso motivo alla temperanza viene attribuita sommamente l'onestà. Infatti S. Isidoro ha scritto: "Chiamiamo onesto ciò che esclude qualsiasi turpitudine; infatti onestà suona stato di onore". E questo è oggetto specialmente della temperanza, la quale esclude i vizi più vergognosi, come vedremo.

ARTICOLO 3

Se la temperanza abbia per oggetto le concupiscenze e i piaceri

SEMBRA che oggetto della temperanza non siano soltanto le concupiscenze e i piaceri. Infatti:
1. Cicerone afferma, che "la temperanza è il dominio fermo e moderato della ragione sulla concupiscenza e gli altri moti dell'animo". Ora, tutte le passioni sono moti dell'animo. Perciò la temperanza non ha per oggetto solo i desideri e i piaceri.
2. "La virtù ha per oggetto il difficile e il bene". Ma moderare il timore, specialmente nei pericoli di morte, è più difficile che moderare le concupiscenze e i piaceri, cui si rinunzia sotto la minaccia dei dolori e dei pericoli di morte, come nota S. Agostino. Dunque la virtù della temperanza non s'interessa principalmente delle concupiscenze e dei piaceri.
3. Alla temperanza, come dice S. Ambrogio, appartiene "la grazia della moderazione". E Cicerone scrive che è compito della temperanza "sedare tutti i turbamenti dell'animo, e moderare tutte le cose". Ora, si deve imporre moderazione non solo alle concupiscenze e ai piaceri, ma anche agli atti e alle cose esterne. Perciò la temperanza non ha per oggetto solo le concupiscenze e i piaceri.

IN CONTRARIO: S. Isidoro insegna che la temperanza è la virtu che "raffrena il piacere e la concupiscenza".

RISPONDO: Come abbiamo detto sopra, è compito della virtù morale conservare il bene di ordine razionale di fronte alle passioni che contrastano la ragione. Ora, i moti passionali sono di due specie, come abbiamo notato nel trattato delle passioni: il primo è il moto con il quale l'appetito sensitivo persegue i beni sensibili e corporali; il secondo invece è la fuga dei mali sensibili e materiali. Ora, il primo di questi moti appetitivi contrasta con la ragione principalmente per i suoi eccessi. Infatti i beni sensibili e corporali, considerati in se stessi non ripugnano alla ragione, ma piuttosto sono a suo servizio, come strumenti di cui la ragione si serve per raggiungere il proprio fine. Sono invece incompatibili con essa specialmente quando l'appetito sensitivo vi tende, senza seguire la norma della ragione. Perciò è compito proprio della virtù morale regolare codeste passioni che sono volte al conseguimento del bene. Invece i moti dell'appetito sensitivo, che rifugge dal male di ordine sensitivo, sono in contrasto con la ragione principalmente non per la loro esagerazione, ma per i loro effetti: in quanto uno, per sfuggire i mali sensibili e materiali che talora accompagnano il bene di ordine razionale, è indotto ad abbandonarlo. Quindi è compito della virtù morale dare fermezza nel bene in codesti casi.
Perciò come la virtù della fortezza, che ha il compito di dare tale fermezza, consiste principalmente nel regolare la passione interessata alla fuga dei mali corporali, e cioè il timore; e indirettamente nel regolare l'audacia, la quale affronta i pericoli in vista di un bene: così la temperanza, che implica moderazione, consiste principalmente nel regolare le passioni che tendono ai beni sensibili, e cioè le concupiscenze e i piaceri; e indirettamente a regolare le tristezze, o dolori che derivano dall'assenza di questi piaceri. Infatti come l'audacia presuppone i pericoli, così tale tristezza deriva dalla mancanza di questi piaceri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già detto sopra, le passioni relative alla fuga dal male presuppongono le passioni relative al proseguimento del bene, e le passioni dell'irascibile presuppongono quelle del concupiscibile. Quindi mentre la temperanza regola direttamente le passioni del concupiscibile, che tendono al bene, indirettamente modera tutte le altre passioni, poiché dal governo delle prime deriva il buon ordine delle altre. Infatti chi non è smodato nella concupiscenza, di conseguenza è moderato nella speranza, e con moderazione si rattrista della mancanza di ciò che desidera.
2. La concupiscenza implica un certo impulso dell'appetito verso i piaceri, il quale ha bisogno di un freno che spetta alla temperanza. Invece il timore implica una certa fuga dell'animo dal male: per frenar la quale l'uomo ha bisogno di fermezza d'animo, che è data dalla fortezza. Ecco perché la temperanza ha per oggetto proprio le concupiscenze, e la fortezza i timori.
3. Gli atti esterni derivano dalle passioni interiori dell'anima. Perciò la loro moderazione dipende dal regolamento delle passioni interiori.

ARTICOLO 4

Se la temperanza abbia per oggetto solo le concupiscenze e i piaceri del tatto

SEMBRA che la temperanza non abbia per oggetto solo le concupiscenze e i piaceri del tatto. Infatti:
1. S. Agostino scrive che "il compito della temperanza è di reprimere e di sedare le concupiscenze, dalle quali siamo attratti verso le cose che ci allontanano dalla legge di Dio e dalle opere della sua bontà". E aggiunge quasi subito, che "è ufficio della temperanza disprezzare tutti i piaceri corporei e la gloria mondana". Ora non ci allontanano dalla legge di Dio soltanto le concupiscenze dei piaceri del tatto, ma anche il desiderio degli altri piaceri dei sensi, che rientrano nei piaceri corporali: così pure il desiderio delle ricchezze e della gloria mondana, per cui S. Paolo afferma che "radice di tutti i mali è la cupidigia". Dunque la temperanza non ha per oggetto le concupiscenze relative ai piaceri del tatto.
2. Il Filosofo insegna che "chi è degno di cose piccole e se ne considera degno, è moderato, ma non magnanimo". Ora, gli onori grandi o piccoli, di cui egli parla, non sono piacevoli al tatto, ma lo sono nella conoscenza dell'anima. Dunque la temperanza non ha per oggetto la sola concupiscenza relativa ai piaceri del tatto.
3. Le cose che appartengono a un unico genere, formano per un unico motivo la materia di una data virtù. Ma tutti i piaceri dei sensi appartengono a un unico genere. Perciò, per lo stesso motivo appartengono alla temperanza.
4. I piaceri spirituali sono più grandi di quelli corporali, come abbiamo detto sopra nel trattato delle passioni. Ma talora per il desiderio dei piaceri spirituali alcuni si allontanano dalla legge di Dio e dalla virtù: p. es., per la curiosità del sapere. Infatti il demonio promise al primo uomo la scienza, dicendo: "Sarete come dei, venendo a conoscere il bene e il male". Quindi la temperanza non riguarda soltanto i piaceri del tatto.
5. Se i piaceri del tatto fossero materia propria della temperanza, bisognerebbe che la temperanza si occupasse di tutti codesti piaceri. Ora, questo non avviene: essa non include, p. es., i piaceri del gioco. Dunque i piaceri del tatto non sono materia propria della temperanza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la temperanza propriamente riguarda le concupiscenze e i piaceri del tatto.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la temperanza ha per oggetto la concupiscenza e i piaceri, come la fortezza ha per oggetto il timore e l'audacia. Ora, la fortezza ha per oggetto timori ed audacie relativi ai più grandi mali, che minacciano la distruzione della natura, ossia i pericoli di morte. Quindi anche la temperanza deve avere per oggetto le concupiscenze, o desideri dei più grandi piaceri. E poiché il piacere accompagna le operazioni connaturali, i piaceri sono tanto più intensi, quanto più naturali sono le operazioni che accompagnano. Ora, le operazioni che per gli animali sono più secondo natura son quelle con le quali viene conservata la natura dell'individuo mediante il cibo e la bevanda, e la natura della specie mediante l'unione del maschio con la femmina. Perciò la temperanza propriamente ha per oggetto i piaceri relativi ai cibi, alle bevande, e ai piaceri venerei. Ma codesti piaceri dipendono dal senso del tatto. Perciò rimane che la temperanza riguarda i piaceri del tatto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Agostino in quel passo prende il termine temperanza non in quanto indica una virtù speciale con una materia determinata, ma in quanto indica la moderazione di ordine razionale in qualsiasi materia, che è una condizione generale di qualsiasi virtù. - Però si potrebbe anche rispondere che chi è capace di tenere a freno i piaceri più grandi, a maggior ragione può frenare i minori. Perciò il compito principale e proprio della temperanza è di moderare i desideri relativi ai piaceri del tatto; ma è suo compito secondario moderare le altre concupiscenze.
2. Il Filosofo nel passo citato applica il termine temperanza alla moderazione relativa alle cose esterne, in quanto uno ha di mira cose a lui proporzionate; non già alla moderazione dei sentimenti dell'anima, oggetto della virtù della temperanza.
3. I piaceri degli altri sensi nell'uomo si producono diversamente che negli altri animali. Infatti negli altri animali gli altri sensi non producono un piacere, se non in ordine alle sensazioni del tatto: il leone, p. es., sente piacere nell'avvistare un cervo, o nel sentirne la voce per il pasto imminente. Invece l'uomo sente piacere nelle sensazioni degli altri sensi non solo per questo, ma anche per la loro intrinseca bellezza. Perciò la temperanza ha per oggetto i piaceri degli altri sensi in quanto si riferiscono ai piaceri del tatto non in maniera principale, ma indirettamente. Ora, quando l'oggetto degli altri sensi è piacevole per la sua bellezza intrinseca, come quando uno si diletta nella bella armonia di un suono, questo piacere non riguarda la conservazione della natura. Perciò codeste sensazioni non hanno quella proprietà per cui appartengono alla temperanza per antonomasia.
4. Sebbene i piaceri spirituali per la loro natura siano maggiori di quelli corporali, tuttavia non sono percepiti dai sensi con tale evidenza. Quindi non colpiscono con la stessa intensità l'appetito sensitivo, contro i cui impulsi le virtù morali salvaguardano il bene di ordine razionale.
Oppure si può rispondere che i piaceri spirituali di suo sono conformi alla ragione. Quindi non hanno bisogno di un freno, se non in casi particolari, cioè quando un piacere spirituale distoglie da un piacere superiore e più doveroso.
5. Non tutti i piaceri del tatto servono alla conservazione della natura. Perciò non segue che la temperanza abbia per oggetto tutti i piaceri del tatto.

ARTICOLO 5

Se la temperanza abbia per oggetto i piaceri propri del gusto

SEMBRA che la temperanza abbia per oggetto i piaceri propri del gusto. Infatti:
1. I piaceri del gusto si provano nel cibo e nelle bevande, che sono più necessari alla vita dell'uomo che i piaceri venerei; i quali si provano nel tatto. Ora, da quello che abbiamo detto risulta che la temperanza riguarda i piaceri necessari alla vita dell'uomo. Dunque la temperanza ha per oggetto più i piaceri del gusto che quelli del tatto.
2. La temperanza riguarda più le passioni che il loro oggetto. Ora, come scrive Aristotele, "il tatto sembra essere il senso dell'alimento" quanto alla sostanza stessa dell'alimento: "il sapore invece", oggetto proprio del gusto, "è come il piacere dell'alimento". Perciò la temperanza riguarda più il gusto che il tatto.

3. Come dice Aristotele "le stesse cose sono oggetto della temperanza e dell'intemperanza, della continenza e dell'incontinenza, della perseveranza e della mollezza", il cui oggetto sono i piaceri. Ora, nei piaceri rientra il gusto che si prova nei sapori. Dunque la temperanza ha per oggetto i piaceri propri del gusto.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che "temperanza e intemperanza sembrano usare poco o nulla del senso del gusto".

RISPONDO: La temperanza, come sopra abbiamo detto, riguarda i piaceri più importanti e necessari alla conservazione della vita, o della specie, o dell'individuo. In essi però si distingue un elemento principale e uno secondario. Quello principale è l'uso stesso delle cose necessarie: della donna, p. es., necessaria alla conservazione della specie, e del cibo e della bevanda, necessari per la conservazione dell'individuo. Ebbene, l'uso stesso di queste cose è essenzialmente connesso con un piacere. Invece è un elemento secondario ciò che rende l'uso di tali cose maggiormente piacevole: p. es., la bellezza e gli ornamenti di una donna, oppure il sapore e l'odore gradevole del cibo. Perciò la temperanza ha come oggetto principale il piacere del tatto, che accompagna direttamente l'uso delle cose necessarie, il quale consiste sempre nel tatto. Invece i piaceri del gusto, dell'olfatto, o della vista sono oggetti secondari della temperanza e dell'intemperanza: poiché l'oggetto di questi sensi contribuisce all'uso piacevole delle cose necessarie, che avviene mediante il tatto. Siccome però il gusto è più vicino al tatto degli altri sensi, la temperanza riguarda il gusto in maniera particolare.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche l'uso del cibo e il piacere sostanziale che ne deriva appartengono al tatto: ecco perché il Filosofo afferma, che "il tatto è il senso dell'alimento, poiché noi siamo alimentati da elementi caldi e freddi, umidi e secchi". Il gusto invece ha il compito di discernere i sapori, i quali contribuiscono al piacere della nutrizione, come segni del nutrimento conveniente.
2. Il piacere del sapore è come di soprappiù; invece il piacere del tatto è connesso all'uso del cibo e della bevanda in maniera essenziale.
3. I piaceri gastronomici consistono principalmente nella sostanza dell'alimento: e solo in maniera secondaria nel sapore e nella confezione squisita dei cibi.

ARTICOLO 6

Se la regola della temperanza si debba desumere dalle necessità della vita presente

SEMBRA che la regola della temperanza non si debba desumere dalle necessità della vita presente. Infatti:
1. Ciò che è superiore non deve essere regolato da una cosa inferiore. Ora, la temperanza, essendo una virtù dell'anima, è superiore alle necessità del corpo. Dunque la regola della temperanza non va desunta dalle necessità corporali.
2. Chi non rispetta la regola fa peccato. Perciò se la necessità del corpo fosse la regola della temperanza, chiunque usasse un piacere oltre la necessità della natura, la quale si contenta di poco, peccherebbe contro la temperanza. Il che è inammissibile.
3. Chi sta alla regola non pecca. Ora, se la necessità del corpo fosse la regola della temperanza, chiunque si serve di un piacere per una necessità del corpo, p. es., per la guarigione, sarebbe immune da peccato. Ma questo è falso. Dunque la necessità del corpo non è la regola della temperanza.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna: "L'uomo temperante ha nelle cose della vita presente questa regola stabilita nell'uno e nell'altro Testamento, cioè di non amarne, di non desiderarne nessuna per se stessa; ma di usarne per le necessità e per i compiti della vita presente quanto basta, con la moderazione di chi ne usa, non già con l'affetto di chi le ama".

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, il bene di una virtù morale consiste principalmente nell'ordine della ragione: infatti "il bene dell'uomo è di essere conforme alla ragione", secondo l'espressione di Dionigi. Ora, l'ordine principale della ragione consiste nell'ordinare le cose al loro fine, e in questo ordine massimamente consiste il bene della ragione: infatti il bene ha natura di fine, e il fine stesso è regola dei mezzi ordinati al fine. Ma tutte le cose piacevoli, che l'uomo può usare, sono ordinate come a loro fine a una necessità della vita presente. Dunque la temperanza prende le necessità di questa vita come regola nei piaceri di cui si serve: in modo da usarne quanto lo richiede la necessità della vita presente.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le necessità di questa vita possono fungere da regola come abbiamo spiegato, in quanto costituiscono un fine. Ora, si deve notare che talvolta il fine dell'operante è diverso dal fine intrinseco dell'opera: il fine della costruzione p. es., è la casa, ma il fine del costruttore può essere il guadagno. Così fine e regola della temperanza stessa è la beatitudine: ma fine e regola delle cose di cui essa si serve sono le necessità della vita umana, cui sono subordinate le cose che ad essa servono.
2. Il necessario alla vita umana si può intendere in due modi: primo nel senso di "indispensabile all'esistenza", come il cibo è necessario all'animale; secondo, nel senso di "indispensabile per essere in maniera conveniente". Ora, la temperanza non guarda soltanto al primo, ma anche al secondo tipo di necessità: infatti il Filosofo afferma che "il temperante desidera le cose piacevoli per la salute, o per il benessere". Invece le altre cose che non sono necessarie per questo possono essere di due generi. Alcune sono d'impedimento alla salute e al benessere. E di esse l'uomo temperante in nessun modo fa uso: poiché sarebbe un peccato contro la temperanza. Altre invece non pregiudicano tali cose. Di esse l'uomo temperante usa con moderazione, secondo le circostanze di tempo e di luogo in rapporto alle persone con le quali convive. Ecco perché il Filosofo aggiunge che il temperante desidera "le altre cose piacevoli", cioè quelle che non sono indispensabili per la salute e per il benessere, "in quanto non sono di ostacolo a codesti beni".
3. La temperanza, come sopra abbiamo detto, considera la necessità secondo le esigenze della vita presente. E queste non si limitano alle necessità del corpo, ma abbracciano le esigenze dei beni esterni, come sono le ricchezze e le cariche; e più ancora le esigenze dell'onestà. Infatti il Filosofo nel testo citato aggiunge, che l'uomo temperante nell'usare dei piaceri non si preoccupa soltanto che non siano di ostacolo alla salute e al benessere del corpo, ma che non siano neppure "al di là del bene", cioè contro l'onestà; e che non siano "al di là delle sostanze", ossia superiori ai propri mezzi economici. E S. Agostino insegna, che l'uomo temperante non guarda solo "alla necessità della vita presente", ma anche "ai propri compiti".

ARTICOLO 7

Se la temperanza sia una virtù cardinale

SEMBRA che la temperanza non sia una virtù cardinale. Infatti:
1. Il bene delle virtù morali dipende dalla ragione. Ma la temperanza ha per oggetto ciò che è più distante dalla ragione, cioè i piaceri che sono comuni a noi e alle bestie, come nota Aristotele. Dunque la temperanza non è una delle virtù principali.
2. Più una cosa è impetuosa, più è difficile a frenarsi. Ma l'ira, che è tenuta a freno dalla mansuetudine, è più impetuosa della concupiscenza, che è tenuta a freno dalla temperanza; nei Proverbi infatti si legge: "L'ira non ha misericordia, né il furore impetuoso: e chi potrà reggere all'impeto d'un uomo concitato?". Perciò la mansuetudine è una virtù più importante della temperanza.
3. La speranza è una passione dell'anima superiore al desiderio, o concupiscenza, come sopra abbiamo detto. Ora, la presunzione della smodata speranza è tenuta a freno dall'umiltà. Dunque l'umiltà è una virtù più importante della temperanza, che tiene a freno la concupiscenza.

IN CONTRARIO: S. Gregorio enumera la temperanza tra le virtù cardinali.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, si dice principale, o cardinale quella virtù che emerge per qualcuno dei requisiti, che son comuni a tutte le virtù. Ora, la moderazione, che è un requisito di ogni virtù, è particolarmente lodevole nei piaceri del tatto, oggetto della temperanza: sia perché tali piaceri sono più naturali per noi, e quindi è più difficile astenersene e tenere a freno la brama di essi; sia perché i loro oggetti sono più necessari alla vita presente, come abbiamo spiegato sopra. Ecco perché la temperanza è una virtù principale, o cardinale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù di una causa agente mostra di essere tanto maggiore, quanto più lontano giunge la sua operazione. Perciò la potenza della ragione si rivela più grande per il fatto che può moderare anche le concupiscenze e i piaceri da essa più lontani. E quindi questo fatto mostra la superiorità della temperanza.
2. L'impeto dell'ira viene causato da qualche cosa di occasionale, p. es., da un urto doloroso: e quindi presto passa, sebbene abbia una grande veemenza. Invece l'impulso della concupiscenza relativa ai piaceri del tatto deriva da una causa naturale; essa quindi è più insistente e più comune. Perciò frenarla è compito di una virtù più importante.
3. Ciò che forma l'oggetto della speranza è superiore all'oggetto della concupiscenza: ecco perché la speranza è considerata la passione principale dell'irascibile. Ma ciò che forma l'oggetto della concupiscenza e dei piaceri del tatto muove maggiormente l'appetito, perché si tratta di cose più naturali. Perciò la temperanza, che ha il compito di moderarle, è una virtù principale.

ARTICOLO 8

Se la temperanza sia la più grande delle virtù

SEMBRA che la temperanza sia la più grande delle virtù. Infatti:
1. S. Ambrogio afferma, che "soprattutto nella temperanza si prende cura dell'onestà, e si cerca il decoro". Ma le virtù sono lodevoli in quanto sono oneste e piene di decoro. Dunque la temperanza è la più grande delle virtù.
2. Compiere ciò che è più difficile è proprio di una virtù superiore. Ora, è più difficile tenere a freno le concupiscenze e i piaceri del tatto, oggetto della temperanza, che tenere a freno le azioni esterne, oggetto della giustizia. Perciò la temperanza è una virtù superiore alla giustizia.
3. Quanto più una cosa è universale e comune, tanto più è necessaria e più nobile. Ma la fortezza ha per oggetto i pericoli di morte, che sono tanto più rari dei piaceri del tatto, i quali capitano tutti i giorni: e quindi l'esercizio della temperanza è più universale e comune che quello della fortezza. Dunque la temperanza è una virtù più nobile della fortezza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "le virtù più grandi son quelle che sono più utili agli altri: e per questo noi onoriamo soprattutto i giusti e i forti".

RISPONDO: Come nota il Filosofo, "il bene del popolo è più divino del bene di un solo uomo". Perciò quanto più una virtù riguarda il bene comune, tanto più è superiore. Ora, la giustizia e la fortezza riguardano il bene comune più della temperanza: poiché la giustizia ha per oggetto i rapporti reciproci, e la fortezza si esercita nei pericoli di guerra, affrontati per il bene comune; mentre la temperanza regola solo le concupiscenze e i piaceri individuali. Dunque è evidente che la giustizia e la fortezza sono virtù superiori alla temperanza: sebbene siano ancora più importanti di esse la prudenza e le virtù teologali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Onestà e decoro sono attribuiti in modo speciale alla temperanza; non per la sua bontà superiore, ma per la bruttezza del male contrario, da cui essa ritrae: infatti la temperanza regola passioni che sono comuni a noi e agli animali.
2. È vero che la virtù "ha per oggetto il difficile e il bene"; ma la grandezza di una virtù dipende più dalla bontà, in cui sopravanza la giustizia, che dalla difficoltà in cui eccelle la temperanza.
3. L'universalità desunta dal numero degli interessati contribuisce alla bontà di una virtù, più di quella desunta dalla frequenza del suo esercizio. Ora, il primo tipo d'universalità appartiene di più alla fortezza, il secondo alla temperanza. Perciò assolutamente parlando la fortezza è superiore: sebbene sotto certi aspetti la temperanza possa dirsi superiore non solo alla fortezza, ma anche alla giustizia.