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Questione
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I vizi contrari alla perseveranza
Veniamo qui a parlare dei vizi contrari alla perseveranza.
In proposito abbiamo due argomenti: 1. La mollezza; 2. La pertinacia.
ARTICOLO
1
Se la mollezza
si contrapponga alla perseveranza
SEMBRA che la mollezza non si contrapponga alla perseveranza. Infatti:
1. Nel commentare quel testo paolino:
"Né adulteri, né molli,
né pederasti, ecc.", la Glossa spiega: "molli, cioè passivi", ossia
effeminati. Ma questo si contrappone alla castità. Dunque la mollezza
non è un vizio contrario alla perseveranza.
2. Il Filosofo scrive, che
"la delicatezza è una specie di mollezza".
Ora, la delicatezza rientra piuttosto nell'intemperanza. Perciò la
mollezza non si contrappone alla perseveranza, bensì alla temperanza.
3. Il Filosofo aggiunge che
"è proprio della mollezza la passione
per il gioco". Ma tale esagerazione si contrappone all'eutrapelia,
virtù che ha per oggetto "i piaceri del gioco". Dunque la mollezza
non si contrappone alla perseveranza.
IN CONTRARIO: Aristotele ha scritto, che
"al molle si contrappone
l'uomo perseverante".
RISPONDO: Come abbiamo detto sopra, il valore della perseveranza
consiste nel fatto che non ci si allontana dal bene, nonostante la
sopportazione prolungata di cose difficili e faticose. A ciò si contrappone
direttamente il fatto che uno facilmente abbandoni il bene
per qualche difficoltà, cui non si sente di resistere. E questo costituisce
la mollezza: infatti molle è quanto cede facilmente al tatto.
Ora, una cosa non è considerata molle perché cede a un urto
violento: infatti anche le muraglie cedono alle macchine da guerra.
Perciò chi cede a delle pressioni molto gravi non è considerato
un molle: infatti il Filosofo scrive, che "se uno è vinto da piaceri
o da dolori forti e violenti non c'è da far meraviglie, bensì da
scusare, se tenta di resistere".
D'altra parte è risaputo che il timore dei pericoli è più pressante
che la brama dei piaceri; Cicerone infatti afferma: "Non è credibile
che sia vinto dal piacere chi non si lascia vincere dal timore;
e che sia vinto dalle delizie, chi è rimasto vincitore nei travagli".
Però l'attrattiva del piacere è più forte della ripulsa esercitata
dalla privazione di esso: poiché la mancanza del piacere è pura
negazione. Perciò, secondo il Filosofo, molle propriamente è colui
che abbandona il bene per il dolore causato dalla mancanza di
qualche soddisfazione, cedendo a un debole impulso.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La mollezza di cui abbiamo parlato
può essere prodotta da due cause. Primo, dall'abitudine: infatti
quando uno è abituato ai piaceri, difficilmente sa sopportarne
la privazione. Secondo, dalle predisposizioni naturali: perché alcuni
sono di animo incostante, per la debolezza della loro complessione.
Per questo il Filosofo li paragona alle donne. Perciò coloro
che sono impressionabili come le donne sono denominati molli, cioè effeminati.
2. Al piacere fisico si contrappone la fatica: ecco perché le imprese
faticose ostacolano tanto i piaceri. Ebbene quelli che non
sanno resistere alla fatica e a quanto può menomare il piacere
son detti delicati; si legge infatti nel Deuteronomio: "La donna
tenera e delicata che non s'attentava di camminare e di posare
il piede in terra, per la sua mollezza". Perciò la delicatezza è
una specie di mollezza. Ma propriamente la mollezza teme la mancanza
dei piaceri: mentre la delicatezza fugge le cause stesse che
impediscono il piacere, cioè la fatica e altre cose del genere.
3. Nel gioco si possono considerare due cose. Primo, il divertimento:
e da questo lato la passione del gioco si contrappone
all'eutrapelia. Secondo, si può considerare il rilassamento, o lo
svago, che si contrappone alla fatica. Perciò come alla mollezza
spetta la ripugnanza a sopportare la fatica, così appartiene ad essa
la brama eccessiva dello svago dei giochi, e qualunque altro tipo di svago.
ARTICOLO
2
Se la pertinacia si contrapponga alla perseveranza
SEMBRA che la pertinacia non si contrapponga alla perseveranza. Infatti:
1. S. Gregorio insegna che la pertinacia nasce dalla vanagloria.
Ma la vanagloria non si contrappone alla perseveranza, bensì alla
magnanimità, come sopra abbiamo visto. Perciò la pertinacia non
si contrappone alla perseveranza.
2. Se si opponesse alla perseveranza, le si opporrebbe o per
eccesso, o per difetto. Ma non si oppone per eccesso: poiché anche i
pertinaci cedono a certi piaceri e a certe tristezze; essi infatti,
come scrive il Filosofo, "godono di vincere e si addolorano, se le
loro opinioni non riescono persuasive". Se poi si opponesse per
difetto, s'identificherebbe con la mollezza: il che è manifestamente falso.
Dunque in nessun modo la pertinacia si contrappone alla perseveranza.
3. Chi è perseverante persiste nel bene contro il dolore, esattamente
come fa il continente e il temperante contro il piacere, il
forte contro il timore, e il mansueto contro l'ira. Ora, si dice che
uno è pertinace perché persiste eccessivamente in qualche cosa.
Quindi la pertinacia non si contrappone alla perseveranza più
che ad altre virtù.
IN CONTRARIO: Cicerone afferma, che la pertinacia sta alla perseveranza
come la superstizione alla religione. Ma la superstizione
si contrappone alla religione. Dunque la pertinacia si contrappone alla perseveranza.
RISPONDO: Come dice S. Isidoro nelle sue Etimologie,
"pertinace"
suona impudenter tenax, ed è colui che ha una "tenacia impudente",
ossia che è "tenace in tutto". Costui si dice anche "pervicace";
perché "persevera nel suo proposito sino alla vittoria: che
gli antichi chiamavano vicia". Il Filosofo chiama
costoro ισχυρογνωμονες,
cioè "dalla forte opinione",
o ιδιογνωμονες, cioè
"dall'opinione personale"; perché perseverano nella propria opinione
più del dovere; i molli al contrario vi perseverano meno del
dovuto; mentre i perseveranti stanno al dovere. Perciò è evidente
che la perseveranza viene lodata perché sta nel giusto mezzo;
mentre la pertinacia va riprovata per eccesso, e la mollezza per difetto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'uomo persiste esageratamente
nella propria opinione, per mostrare così la propria eccellenza.
Questo perciò ha la sua causa nella vanagloria. Sopra però abbiamo
detto che la contrapposizione dei vizi alle virtù non è basata
sulle loro cause, ma sulla loro specie.
2. Il pertinace eccede per il fatto che persiste esageratamente
in un'idea contro molte difficoltà: tuttavia egli aspira a una soddisfazione,
come il forte e lo stesso perseverante. Ma siccome si
tratta di una soddisfazione peccaminosa, per il fatto stesso che la brama troppo e troppo teme la tristezza contraria, il pertinace
somiglia all'incontinente e all'effeminato.
3. Sebbene anche altre virtù persistono contro l'impeto delle
passioni, tuttavia esse non devono propriamente il loro vanto al
fatto di persistere, come invece avviene per la perseveranza. Il
vanto della continenza, p. es., è piuttosto nel vincere i piaceri.
Perciò la pertinacia direttamente si contrappone alla perseveranza.
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