Il Santo Rosario
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Questione 137

La perseveranza

Passiamo così a parlare della perseveranza e dei vizi contrari.
A proposito della perseveranza si pongono quattro quesiti: 1. Se la perseveranza sia una virtù; 2. Se sia tra le parti (potenziali) della fortezza; 3. In che rapporto stia con la costanza; 4. Se richieda l'aiuto della grazia.

ARTICOLO 1

Se la perseveranza sia una virtù

SEMBRA che la perseveranza non sia una virtù. Infatti:
1. Come il Filosofo insegna, "la continenza è superiore alla perseveranza". Ma egli dice pure che "la continenza non è una virtù". Dunque non lo è neppure la perseveranza.
2. A detta di S. Agostino, "la virtù è ciò che fa viver bene". Egli però afferma, che "nessuno può dire, mentre vive, di avere la perseveranza, se non persevera fino alla morte". Perciò la perseveranza non è una virtù.
3. "Persistere immobilmente" nell'opera virtuosa si richiede in tutte le virtù, come insegna Aristotele. Ma proprio in questo consiste la perseveranza; poiché, come scrive Cicerone, "la perseveranza è la permanenza stabile e perpetua in ciò che la ragione ha ben deliberato". Perciò la perseveranza non è una virtù speciale, ma è una condizione di tutte le virtù.

IN CONTRARIO: Andronico afferma, che "la perseveranza è l'abito che ha per oggetto cose alle quali è obbligatorio, o è proibito, oppure è indifferente rimanere attaccati". Ma l'abito che ci dispone a ben fare, o a ben omettere qualche cosa è una virtù. Dunque la perseveranza è una virtù.

RISPONDO: Come il Filosofo insegna, "la virtù ha per oggetto il difficile e il bene". Perciò dove si riscontra una specifica ragione di difficoltà o di bontà deve pure riscontrarsi una speciale virtù. Ora, un'azione virtuosa può essere buona e difficile sotto due aspetti. Primo, per la specie stessa dell'atto che si desume dal suo oggetto proprio. Secondo, per la sua durata nel tempo: infatti la stessa applicazione prolungata a qualche cosa di difficile ha una speciale difficoltà. Perciò durare a lungo in un'opera buona fino al suo compimento appartiene a una speciale virtù. E quindi, come la temperanza e la fortezza sono virtù speciali, perché l'una ha il difficile compito di moderare i piaceri del tatto, e l'altra quello anche più difficile di moderare la paura e l'audacia di fronte ai pericoli di morte; così è una virtù speciale anche la perseveranza, che ha il compito di sopportare, per quanto è necessario, lo sforzo prolungato di codesti atti e di tutte le altre azioni virtuose.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo in quel testo parla della perseveranza come atto di chi persevera in cose nelle quali è difficilissimo resistere a lungo. Ora, il difficile sta nel sopportare non il bene, ma il male. D'altra parte i mali che costituiscono un pericolo di morte in generale non sono mai prolungati: ché d'ordinario passano presto. Ecco perché non è principalmente rispetto ad essi che si ha il merito della perseveranza. E tra gli altri mali i primi son quelli che si contrappongono ai piaceri del tatto: perché codesti mali, p. es., la scarsità di cibo, e altre privazioni del genere, riguardano le cose necessarie alla vita, e talora incombono per lungo tempo. Ora, sopportare a lungo tutto questo non è difficile per chi non se ne addolora molto, o che non prova grande piacere nei beni contrari: come è evidente nelle persone temperanti, in cui tali passioni non sono forti. Ma questo è sommamente difficile per coloro che sono molto attaccati a queste cose, perché non hanno una virtù perfetta capace di moderare tali passioni. Perciò, presa in questo senso, la perseveranza non è una virtù perfetta, ma qualche cosa d'imperfetto nell'ordine della virtù.
Se invece chiamiamo perseveranza il persistere a lungo in qualsiasi bene difficile, allora essa può attribuirsi anche a chi è perfetto nella virtù. E se è vero che la persistenza è allora meno difficile, tuttavia si persiste in un bene più perfetto. E quindi tale perseveranza può essere una virtù: perché la perfezione della virtù si desume più dalla bontà che dalla difficoltà di una cosa.
2. Talora vengono denominati con lo stesso termine la virtù e l'atto di essa; S. Agostino, p. es., afferma: "La fede è credere ciò che non vedi". Può capitare però che uno abbia una virtù, senza esercitarne gli atti: un povero, p. es., può avere l'abito della magnificenza, senza poterla esercitare. Talora invece uno avendone l'abito incomincia a esercitarne gli atti, ma non arriva a terminarli: come un costruttore che fabbrica senza completare l'edificio.
Perciò si deve rispondere che il termine perseveranza talora sta a indicare l'abito con il quale uno è deciso a perseverare: talora invece sta a indicare l'atto con il quale si persevera. Ma può capitare che uno, avendo l'abito della perseveranza, deliberi di perseverare e incominci per un certo tempo a persistere; però senza arrivare a completare l'atto, perché non persiste sino alla fine. E qui il termine fine può avere due significati: la fine dell'atto, e la fine della vita umana. Alla perseveranza è essenziale che uno perseveri sino al termine dell'atto virtuoso: p. es., che il soldato combatta fino al termine della battaglia, e il magnifico fino al compimento dell'opera intrapresa. Ci cono invece delle virtù come la fede, la speranza e la carità, i cui atti devono durare tutta la vita: perché riguardano l'ultimo fine di tutta la vita umana. Perciò rispetto ad esse, che sono le virtù principali, l'atto della perseveranza non ha compimento che al termine della vita. Ed è così che S. Agostino col termine perseveranza intende l'atto consumato, e perfetto di essa.
3. Alla virtù una cosa può appartenere in due modi. Primo, come fine proprio da perseguire. E in tal senso persistere nel bene sino alla fine appartiene a una virtù specificamente distinta che è la perseveranza, la quale mira a questo come a suo fine specifico. - Secondo, come condizione dell'abito per il soggetto in cui risiede. E in tal senso il persistere stabilmente accompagna qualsiasi virtù, in quanto essa è "una qualità difficile a perdersi".

ARTICOLO 2

Se la perseveranza sia parte (potenziale) della fortezza

SEMBRA che la perseveranza non sia parte (potenziale) della fortezza. Infatti:
1. A detta del Filosofo, la perseveranza ha per oggetto "i dolori del tatto". Ma questi ultimi riguardano la temperanza. Dunque la perseveranza è parte più della temperanza che della fortezza.

2. Tutte le parti di una virtù morale hanno per oggetto qualche passione, che la virtù ha il compito di moderare. La perseveranza invece non modera le passioni: perché chi persevera merita tanta più lode, quanto più le passioni sono forti. Perciò la perseveranza non è tra le parti di una virtù morale; ma piuttosto della prudenza, che è il perfezionamento della ragione.
3. S. Agostino afferma, che "nessuno può perdere la perseveranza". Ora, l'uomo può perdere tutte le altre virtù. Quindi la perseveranza è superiore a tutte le altre. Ma la virtù principale o cardinale è superiore alle sue parti. Dunque la perseveranza non è parte di nessuna virtù, ché piuttosto è essa stessa virtù principale.

IN CONTRARIO: Cicerone mette la perseveranza tra le parti della fortezza.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, principale è quella virtù cui principalmente appartengono gli atti che formano il valore e il vanto di un gruppo di virtù: perché essa li esercita in una materia in cui è sommamente difficile e bene praticarli. In base a questo abbiamo già detto che la fortezza è una virtù principale: poiché conserva la fermezza in cose nelle quali è difficilissimo resistere, cioè nei pericoli di morte. Perciò tutte le virtù il cui valore consiste nell'affrontare con fermezza qualche cosa di difficile, devono ricollegarsi alla fortezza come virtù secondarie a quella principale. Ora, la perseveranza viene lodata perché affronta la difficoltà proveniente dalla durata delle opere buone: difficoltà che però non è così grave come affrontare i pericoli di morte. Dunque la perseveranza è subordinata alla fortezza come una virtù secondaria alla principale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La subordinazione di una virtù a quella principale non è fondata solo sulla materia, ma piuttosto sulla maniera: poiché la forma è sempre superiore alla materia. Perciò sebbene la perseveranza per la sua materia sembri più affine alla temperanza che alla fortezza, tuttavia nel modo di agire è più affine alla fortezza, poiché essa si comporta con fermezza contro la difficoltà della persistenza.
2. La perseveranza di cui parla il Filosofo non modera nessuna passione, ma consiste solo in una certa fermezza della ragione e della volontà. Invece la virtù della perseveranza modera le passioni del timore: e cioè la paura di stancarsi, o di venir meno per il prolungarsi dello sforzo. Infatti questa virtù risiede nell'irascibile, come la fortezza.
3. S. Agostino qui chiama perseveranza non l'abito della virtù, ma l'atto di essa continuato sino alla fine, conforme alle parole evangeliche: "Chi avrà perseverato sino alla fine costui sarà salvo". Ecco perché la perdita di tale perseveranza è incompatibile con il concetto di essa: ché allora non durerebbe più sino alla fine.

ARTICOLO 3

Se la costanza rientri nella perseveranza

SEMBRA che la costanza non rientri nella perseveranza. Infatti:
1. La costanza, come sopra abbiamo visto, rientra nella pazienza. Ma la pazienza è distinta dalla perseveranza. Dunque la costanza non rientra nella perseveranza.
2. (Come dice Aristotele) "la virtù ha per oggetto il difficile e il bene". Ora non è difficile essere costanti nelle cose piccole, ma solo nelle cose grandi, che sono oggetto della magnificenza. Perciò la costanza rientra più nella magnificenza che nella perseveranza.
3. Se la costanza rientrasse nella perseveranza non si distinguerebbe affatto da essa: poiché entrambe implicano una certa fermezza. Invece esse sono distinte: infatti Macrobio distingue la costanza dalla fermezza, che per lui, come abbiamo visto, sta a indicare la perseveranza. Dunque la costanza non rientra nella perseveranza.

IN CONTRARIO: Costante è colui che "sta fermo in una cosa". Ora, "permanere in qualche cosa" appartiene alla perseveranza, com'è evidente dalla definizione di Andronico. Dunque la costanza rientra nella perseveranza.

RISPONDO: Perseveranza e costanza concordano nel fine, poiché entrambe hanno il compito di persistere con fermezza nel bene: divergono invece rispetto alle difficoltà da affrontare per non scostarsi dal bene. Infatti la virtù della perseveranza a tutto rigore fa persistere fermamente l'uomo nel bene contro la difficoltà che nasce direttamente dal prolungarsi dell'atto virtuoso; invece la costanza fa persistere fermamente nel bene contro la difficoltà che nasce da altre circostanze esterne che lo impediscono. Perciò la perseveranza è una parte (potenziale) della fortezza più importante della costanza: poiché la difficoltà insita nella durata dell'atto è più essenziale all'atto virtuoso di quella proveniente da impedimenti esterni.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Gli ostacoli che impediscono dall'esterno di persistere nel bene sono specialmente quelli che causano tristezza. Ora, quest'ultima è oggetto della pazienza, come abbiamo visto. Perciò la costanza per il fine cui tende concorda con la perseveranza: ma per le difficoltà da affrontare concorda con la pazienza. Il fine però è più importante. Perciò la costanza rientra più nella perseveranza che nella pazienza.
2. Persistere nelle grandi opere virtuose è cosa più difficile: però anche persistere in quelle piccole od ordinarie ha la sua difficoltà, se non per la grandezza dell'atto che interessa la magnificenza, almeno per la durata stessa che è oggetto della perseveranza. Quindi la costanza può rientrare nell'una e nell'altra.
3. La costanza rientra nella perseveranza, perché concorda con essa: ma non si identifica, perché se ne distingue nel modo che abbiamo spiegato.

ARTICOLO 4

Se la perseveranza richieda l'aiuto della grazia

SEMBRA che la perseveranza non richieda l'aiuto della grazia. Infatti:
1. La perseveranza, come abbiamo visto, è una virtù. Ma la virtù, come afferma Cicerone, agisce come una seconda natura. Dunque la sola inclinazione della virtù basta a perseverare. Quindi non si richiede un nuovo aiuto della grazia.
2. Il dono della grazia di Cristo è maggiore del danno arrecato da Adamo, come dice S. Paolo. Ora, prima del peccato (originale) l'uomo era stato creato, a detta di S. Agostino, "in modo che potesse perseverare con ciò che aveva ricevuto". A maggior ragione, quindi, l'uomo redento dalla grazia di Cristo può perseverare, senza l'aiuto di una nuova grazia.
3. Le opere peccaminose talora sono più difficili di quelle virtuose; la Scrittura infatti riferisce queste parole degli empi: "Abbiamo percorso strade disagevoli". Ma alcuni perseverano nelle azioni peccaminose, senza l'aiuto di altri. Dunque nelle azioni virtuose l'uomo può perseverare, senza l'aiuto della grazia.

IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "Affermiamo che la perseveranza è un dono di Dio, con il quale si rimane in Cristo sino alla fine".

RISPONDO: La perseveranza, secondo le spiegazioni date, si può intendere in due sensi. Primo, per l'abito stesso della perseveranza in quanto essa è una virtù. E in tal senso essa ha bisogno della grazia abituale, come le altre virtù infuse. - Secondo, si può intendere per l'esercizio della perseveranza che dura fino alla morte. E in questo senso essa non solo ha bisogno della grazia abituale, ma anche di un altro dono gratuito che conservi l'uomo nel bene sino alla fine della vita, come abbiamo spiegato nel trattato della grazia. Infatti essendo il libero arbitrio per se stesso mutevole, e ciò non essendo tolto dalla grazia abituale nella vita presente, non è in potere del libero arbitrio, anche se riparato dalla grazia, di tenersi stabilmente nel bene, pur essendo in suo potere il proporselo; poiché per lo più è in nostro potere il proponimento, ma non l'esecuzione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù della perseveranza di suo inclina a perseverare. Ma poiché l'abito è qualche cosa "di cui si fa uso quando si vuole", non ne viene che chi ha l'abito di una virtù ne usi stabilmente fino alla morte.
2. Come S. Agostino aggiunge, "al primo uomo fu dato non di perseverare, ma di poter perseverare, col libero arbitrio": poiché nella natura umana non c'era nessuna deficienza che rendesse difficile il perseverare. "Ma adesso la grazia di Cristo dà ai predestinati non solo di poter perseverare, ma di perseverare. Cosicché il primo uomo, senza minaccia alcuna, usando il libero arbitrio contro il comando e le minacce di Dio, non seppe rimanere in tanta felicità, pur avendo tanta facilità di non peccare. Questi (i martiri) invece, sotto le minacce del mondo perché cadessero, stettero saldi nella fede".
3. L'uomo da sé può cadere in peccato, ma non può da sé risorgere dal peccato senza l'aiuto della grazia. Infatti cadendo in peccato l'uomo di per sé si rende perseverante nel peccato, se non viene liberato dalla grazia di Dio. Invece nel fare il bene egli non si rende perseverante nel bene: poiché di suo è capace di peccare. Ecco perché in questo caso ha bisogno dell'aiuto della grazia.