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Questione
136
La
pazienza
Passiamo ora a parlare della pazienza.
Sull'argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se la pazienza sia
una virtù; 2. Se sia la più grande delle virtù; 3. Se si possa avere
senza la grazia; 4. Se sia parte (potenziale) della fortezza; 5. Se
si identifichi con la longanimità.
ARTICOLO
1
Se la pazienza sia una virtù
SEMBRA che la pazienza non sia una virtù. Infatti:
1. Le virtù, a detta di S. Agostino, in cielo sono allo stato perfettissimo.
Ora, là non c'è la pazienza: perché non c'è nessun male
da sopportare, secondo le parole della Scrittura: "Non soffriranno
fame né sete, non li percuoterà la sferza del caldo e del sole". Dunque
la pazienza non è una virtù.
2. Nei cattivi non può esserci nessuna virtù: poiché
"la virtù
rende buono chi la possiede". Invece la pazienza talora si trova
anche nei cattivi: p. es., negli avari, i quali sopportano con pazienza
tanti malanni per accumulare le ricchezze, secondo le parole
dell'Ecclesiaste: "Tutti i giorni di sua vita ha mangiato nelle tenebre,
e tra molti affanni, nell'infelicità e nella tristezza". Dunque
la pazienza non è una virtù.
3. I frutti sono distinti dalle virtù, come sopra abbiamo dimostrato.
Ora, S. Paolo mette la pazienza tra i frutti. Quindi la pazienza
non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto:
"La virtù della pazienza
è un dono di Dio così grande, da essere elogiata come un attributo
dello stesso donatore".
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, le virtù morali sono ordinate
al bene proprio, perché salvano il bene di ordine razionale dagli
impulsi delle passioni. Ora, tra le altre passioni la tristezza o
dolore, è quanto mai efficace a impedire il bene di ordine razionale;
S. Paolo infatti scrive: "Il dolore del mondo produce la morte";
e l'Ecclesiastico ammonisce: "Molti ha ucciso la tristezza, e non
c'è utilità in essa". Perciò deve esserci una virtù che salvi il bene
di ordine razionale dalla tristezza, impedendo alla ragione di soccombere.
Ma questo è il compito della pazienza. Infatti S. Agostino
insegna, che "la pazienza è la disposizione che ci fa sopportare i
malanni con animo sereno", cioè senza i turbamenti della tristezza, "e ci
impedisce di abbandonare con l'animo turbato cose che ci
fanno raggiungere i beni più grandi". Perciò è evidente che la pazienza è
una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù morali in cielo non rimangono
con i medesimi atti esercitati nella vita presente, rivolti come
sono ai beni terreni, che non esistono più nella patria beata: esse
rimangono però per la loro connessione col fine raggiunto. La giustizia, p. es.,
nella patria beata non si occuperà più di compravendite e di cose consimili,
che riguardano la vita presente; ma consisterà
nella sottomissione a Dio. Parimente, gli atti della pazienza
non consisteranno nel sopportare qualche cosa; ma nel godere di
quei beni che si volevano raggiungere con la sopportazione. Ecco
perché S. Agostino afferma, che "nella patria beata non ci sarà
propriamente la pazienza, che non occorre dove non ci sono mali
da sopportare: ma ci sarà il bene eterno che si raggiunge con la
pazienza".
2. Come dice S. Agostino,
"propriamente si dicono pazienti coloro
che preferiscono sopportare il male senza commetterlo, piuttosto
che commetterlo per non volerlo sopportare. In quelli invece
che sopportano il male per far del male, non c'è da ammirare o da
lodare la pazienza, che in essi non c'è: ma si deve detestare la durezza
e negare la pazienza".
3. Come sopra abbiamo detto, i frutti implicano un certo gusto,
o piacere. Ora, a detta di Aristotele, "gli atti di virtù sono per se
stessi piacevoli". Ma si è presa l'abitudine di chiamar col nome
della virtù anche gli atti corrispondenti. Ecco quindi che la pazienza
come abito è una virtù: ma per il gusto che si prova nel suo
esercizio è posta tra i frutti. E specialmente in quanto la pazienza
preserva l'animo dall'oppressione della tristezza.
ARTICOLO
2
Se la pazienza sia la più grande delle virtù
SEMBRA che la pazienza sia la più grande delle virtù. Infatti:
1. In ogni genere di cose la più importante è quella perfetta. Ma
"la pazienza ha un operare perfetto". come afferma S. Giacomo.
Dunque la pazienza è la virtù più importante.
2. Tutte le virtù sono ordinate al bene dell'anima. Ma questo in
modo speciale vale per la pazienza; poiché il Signore dice nel Vangelo: "Con
la vostra pazienza possederete le vostre anime". Dunque
la pazienza è la più grande delle virtù.
3. Ciò che conserva e causa altre cose è superiore all'oggetto conservato.
Ora, a detta di S. Gregorio, "la pazienza è radice e custode
di tutte le virtù". Perciò essa è la più grande delle virtù.
IN CONTRARIO: La pazienza non è enumerata, né da S. Gregorio,
né da S. Agostino, tra le quattro virtù principali.
RISPONDO: Le virtù per loro natura sono ordinate al bene: poiché,
come dice Aristotele, la virtù è "ciò che rende buono chi la
possiede e l'opera che egli compie". Perciò una virtù è tanto più
importante e superiore, quanto maggiormente e più direttamente
è ordinata al bene. Ora, ordinano più direttamente al bene le virtù
che costituiscono il bene, che non quelle destinate a toglierne gli
ostacoli. E come tra quelle che costituiscono il bene le une sono superiori
alle altre quanto maggiore è il bene di cui arricchiscono
l'uomo: la fede, la speranza e la carità, p. es., sono superiori alla
prudenza e alla giustizia; così tra quelle ordinate a togliere gli
ostacoli del bene l'una è superiore all'altra quanto è più d'impedimento
al bene l'ostacolo che essa toglie. Ora, distolgono dal bene
più i pericoli di morte, oggetto della fortezza, o i piaceri del tatto, oggetto della temperanza, che qualsiasi avversità di cui si occupa
la pazienza. Dunque la pazienza non è la più grande delle virtù:
ma è inferiore non solo alle virtù teologali, nonché alla prudenza e alla
giustizia, che direttamente fondano l'uomo nel bene: anzi
persino alla fortezza e alla temperanza, che tolgono ostacoli più gravi.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dice che la pazienza ha
un operare perfetto, s'intende in ordine alla sopportazione delle
avversità. Perché queste ultime producono: primo, la tristezza, che
viene moderata dalla pazienza; secondo, l'ira, che è frenata dalla mansuetudine;
terzo, l'odio, che viene distrutto dalla carità; quarto,
il danno ingiusto, che è impedito dalla giustizia. Ora eliminare
il principio di un male è cosa più perfetta. Da questo però non segue
che la pazienza sia più perfetta in senso assoluto.
2. Il possesso indica un dominio pacifico. Ecco perché si dice che
l'uomo possiede la propria anima con la pazienza, in quanto con
essa svelle dalle radici le passioni causate dalle avversità che turbano
l'anima.
3. La pazienza è radice e custode di tutte le virtù non perché le
causa e le conserva direttamente, ma solo perché ne elimina gli ostacoli.
ARTICOLO
3
Se si possa avere la pazienza, senza la grazia
SEMBRA che si possa avere la pazienza, senza la grazia. Infatti:
1. Le cose che la creatura ragionevole può compiere più facilmente
son quelle che sono più conformi alla sua inclinazione. Ora, è
cosa più ragionevole sopportare il male per il bene, piuttosto che
per il male. Ma ci sono alcuni i quali con le proprie forze sopportano
il male per un altro male, senza l'aiuto della grazia: infatti
S. Agostino afferma, che "gli uomini sopportano molte fatiche e
dolori per quanto essi amano in modo peccaminoso". Dunque a
maggior ragione l'uomo può sopportare il male per il bene, il che è
proprio della vera pazienza, senza l'aiuto della grazia.
2. Alcuni, senza essere in grazia, aborriscono più il peccato che
il male fisico: si legge infatti di alcuni pagani che sopportarono
molti tormenti per non tradire la patria, o per non commettere
qualche altro atto disonesto. Ma questo è proprio della vera pazienza.
Perciò si può avere la pazienza senza l'aiuto della grazia.
3. È a tutti noto che alcuni sopportano rimedi gravi ed amari
per recuperare la salute del corpo. Ora, la salute dell'anima non è
meno desiderabile di quella del corpo. Dunque, anche senza l'aiuto
della grazia, uno può sopportare ugualmente dei malanni per la
salute dell'anima, esercitando così veri atti di pazienza.
IN CONTRARIO: Nei Salmi si legge:
"Da lui", cioè da Dio, "viene
la mia pazienza".
RISPONDO: Come scrive S. Agostino,
"è la forza del desiderio che
produce la sopportazione delle fatiche e dei dolori: e nessuno accetta
di sopportare il dolore, se non per ciò che piace". E questo
perché l'animo di suo aborrisce la tristezza e il dolore: e quindi
mai accetterebbe il dolore per se stesso, ma solo per uno scopo.
Quindi è necessario che il bene per cui uno accetta di soffrire sia
più bramato ed amato di quel bene la cui privazione produce il dolore
che sopportiamo con pazienza. Ora, il fatto che uno preferisce
il bene soprannaturale a tutti i beni naturali, la cui perdita può
arrecar dolore, si deve alla carità, la quale ama Dio sopra tutte le
cose. Perciò è evidente che la pazienza, in quanto virtù, è causata
dalla carità, secondo le parole di S. Paolo: "La carità è paziente".
D'altra parte è noto che la carità non si può avere senza la grazia,
come dice lo stesso Apostolo: "La carità di Dio si è riversata nei
nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato". Dunque è evidente
che la pazienza non si può avere senza l'aiuto della grazia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella natura umana, se fosse integra,
prevarrebbe l'inclinazione della ragione: ma nella natura
corrotta prevale l'inclinazione della concupiscenza che ha il predominio
sull'uomo. Perciò l'uomo è più disposto a soffrire per dei
beni di cui la concupiscenza può godere al presente, che a sopportare
travagli per i beni futuri desiderati solo dalla ragione, praticando
così la vera pazienza.
2. Il bene di ordine sociale, o politico, è proporzionato alla natura
umana. Quindi anche senza l'aiuto della grazia santificante, non
però senza l'aiuto di Dio, la volontà umana può tendere ad esso.
Ma il bene proprio della grazia è soprannaturale. Perciò l'uomo
non può tendervi con la sua capacità naturale. E quindi il paragone
non regge.
3. Anche la sopportazione dei mali che uno accetta per la salute
del corpo deriva dall'amore naturale che l'uomo ha per la sua carne.
Perciò l'argomento non vale per la pazienza, la quale deriva
da un amore soprannaturale.
ARTICOLO 4
Se la pazienza sia parte (potenziale) della fortezza
SEMBRA che la pazienza non sia parte (potenziale) della fortezza.
Infatti:
1. Una cosa non può esser parte di se medesima. Ora, la pazienza
si identifica con la fortezza: poiché atto proprio della fortezza è,
come abbiamo visto, la sopportazione; e questo è compito anche
della pazienza. Infatti nelle Sentenze di S. Prospero si legge, che
la pazienza consiste "nel sopportare i mali che riceviamo da altri".
Dunque la pazienza non è tra le parti della fortezza.
2. La fortezza ha per oggetto il timore e l'audacia, come abbiamo
visto: e perciò risiede nell'irascibile. Ma la pazienza ha per oggetto
le sofferenze: e quindi risiede nel concupiscibile. Perciò la pazienza
non è tra le parti della fortezza, ma piuttosto della temperanza.
3. Il tutto non può stare senza le sue parti. Perciò se la pazienza
fosse una parte della fortezza, questa non potrebbe mai trovarsi
senza la pazienza: invece i forti non sempre sopportano il male
con pazienza, ma aggrediscono chi fa il male. Dunque la pazienza
non è tra le parti della fortezza.
IN CONTRARIO: Cicerone la enumera tra le parti della fortezza.
RISPONDO: La pazienza è parte potenziale della fortezza, poiché
si affianca ad essa come una virtù secondaria. Infatti è proprio della
pazienza "sopportare con animo sereno i mali che ci vengono
dagli altri", come si esprime S. Gregorio. Ora, tra i mali che ci
sono inflitti dagli altri vengono per primi, e sono più difficili a
sopportarsi, quelli che implicano un pericolo di morte: e questi sono
oggetto della fortezza. Perciò è evidente che in questa materia la
fortezza occupa il primo posto, avendo essa di mira l'oggetto principale
di questa materia. Dunque la pazienza è ad essa subordinata
come virtù secondaria alla principale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fortezza ha il compito di sopportare
non qualsiasi male; ma quelli che sono sommamente difficili
a sopportarsi, cioè i pericoli di morte. La pazienza invece ha
il compito di sopportare qualsiasi malanno.
2. L'atto della fortezza non consiste solo nel resistere al timore
dei futuri pericoli, ma anche nel non cedere alle tristezze e ai dolori
presenti: e da questo lato la fortezza si confonde con la pazienza.
Tuttavia la fortezza ha di mira principalmente il timore che per
natura spinge alla fuga, mentre la fortezza lo reprime. Invece la
pazienza ha per oggetto principalmente i dolori; infatti si dice che
uno è paziente non perché non fugge, ma perché sopporta con onore
quanto lo affligge, senza addolorarsi eccessivamente. Perciò la fortezza
risiede propriamente nell'irascibile, mentre la pazienza risiede
nel concupiscibile. Questo però non impedisce che la pazienza
sia tra le parti della fortezza: poiché la subordinazione di una virtù
a un'altra non dipende dalla sua sede, ma dall'oggetto, o dalla forma.
Tuttavia la pazienza non è tra le parti della temperanza, sebbene
risiedano entrambe nel concupiscibile. Poiché la temperanza ha
per oggetto austerità, o dolori che contrastano i piaceri del tatto,
p. es., quelli relativi alla privazione del cibo e dei piaceri venerei;
mentre la pazienza ha per oggetto le sofferenze, o i dolori che provengono
da altri. D'altra parte la temperanza ha il compito di moderare
queste austerità, come i piaceri contrari; mentre la pazienza
fa sì che un uomo non abbandoni il vero bene della virtù per quante
siano le sofferenze o i dolori suddetti.
3. La pazienza può considerarsi parte integrante della fortezza
solo sotto un certo aspetto, su cui fa forza il terzo argomento: cioè
in quanto uno sopporta pazientemente i pericoli di morte. Il fatto
poi che uno aggredisce chi compie il male, quando ciò si richiede,
non è incompatibile con la pazienza; poiché, come dice il Crisostomo, "è cosa
lodevole essere pazienti nelle ingiurie fatte a noi: ma
sopportare con troppa pazienza le ingiurie fatte a Dio è cosa empia".
E S. Agostino insegna, che il precetto della pazienza non si
oppone al bene dello stato, per difendere il quale si devono combattere
i nemici. - Ma in quanto la pazienza ha per oggetto tutti
gli altri mali, è annessa alla fortezza come virtù secondaria a
quella principale.
ARTICOLO 5
Se la pazienza si identifichi con la longanimità
SEMBRA che la pazienza si identifichi con la longanimità. Infatti:
1. S. Agostino afferma che si attribuisce a Dio la pazienza non
perché sopporta qualche male, ma perché "aspetta che i cattivi
si convertano", secondo le parole della Scrittura: "L'Altissimo
è longanime nel pagare". Perciò la pazienza si identifica con la
longanimità.
2. Un'unica cosa non può avere due contrari. Ora, l'impazienza
è contraria alla longanimità, che consiste nell'aspettare: infatti
si dice che uno è "impaziente di indugi", oppure di altri mali.
Dunque la pazienza si identifica con la longanimità.
3. Il tempo è una circostanza dei mali da sopportare, esattamente
come il luogo. Ma per il luogo non viene indicata una virtù distinta
dalla pazienza. Perciò neppure la longanimità, che si desume da
una circostanza di tempo, cioè dall'aspettare a lungo, è distinta
dalla pazienza.
IN CONTRARIO: Nel commentare quel testo paolino,
"Ovvero tu
disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua pazienza e della
sua longanimità?", la Glossa afferma: "Sembra che la longanimità
differisca dalla pazienza, poiché si dice che sono sopportati con
la longanimità quelli che peccano più per fragilità che per malizia;
e che sono sopportati con pazienza quelli che ostinatamente
sguazzano nei loro peccati".
RISPONDO: Come la magnanimità indica la propensione dell'animo
verso cose grandi, così la longanimità indica il tendere dell'animo
verso cose distanti. Perciò come la magnanimità, così anche la
longanimità, riguarda più la speranza la quale ha per oggetto il
bene, che l'audacia, il timore, o la tristezza i quali hanno per oggetto il male.
E quindi la longanimità è più affine alla magnanimità che alla pazienza.
Tuttavia essa può rientrare nella pazienza per due motivi. Primo,
perché la pazienza, come la fortezza, sopporta il male in vista
di un bene; il quale però è più facile a sopportarsi se il bene è prossimo:
mentre è più difficile se il bene viene lungamente differito,
e al presente bisogna sopportare il male. - Secondo, perché la stessa
dilazione del bene sperato è fatto per causare tristezza, conforme
alla sentenza dei Proverbi: "La speranza differita affligge l'animo".
Perciò nel sopportare questa afflizione si può richiedere la
pazienza come nel sopportare qualsiasi altro dolore.
E quindi tanto la longanimità che la costanza rientrano nella
pazienza; poiché la dilazione del bene sperato, oggetto della longanimità,
e la fatica che si affronta nel compiere un'opera buona,
oggetto della costanza, presentano l'aspetto di mali rattristanti.
Ecco perché Cicerone dice, nella sua definizione che "la pazienza
è la sopportazione volontaria e prolungata di cose ardue e difficili,
per un fine utile ed onesto". L'arduità sta qui a indicare la costanza
nel bene; la difficoltà indica la gravità del male, oggetto proprio
della speranza; e la durata si riferisce alla longanimità in
quanto coincide con la pazienza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. 2. Sono così risolte la prima e la
seconda difficoltà.
3. Ciò che è lontano di luogo, sebbene sia distante da noi, non è
lontano nella realtà come ciò che è lontano nel tempo. Perciò il paragone
non regge. - Del resto ciò che è localmente lontano non
presenta difficoltà che per il tempo, poiché più è lontano più tarda
per arrivare a noi.
4. L'argomento in contrario lo accettiamo. Tuttavia bisogna precisare
il motivo della distinzione assegnata dalla Glossa. Perché in
quelli che peccano per fragilità è intollerabile solo il fatto che
perseverano lungamente nel male: perciò si dice che sono sopportati
con longanimità. Invece che uno pecchi per superbia è cosa
intollerabile per se stessa: ecco perché coloro che peccano per superbia
sono sopportati con pazienza.
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