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Questione
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La pusillanimità
Finalmente eccoci a trattare della pusillanimità.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se la pusillanimità
sia peccato; 2. A quale virtù si contrapponga.
ARTICOLO
1
Se la pusillanimità sia peccato
SEMBRA che la pusillanimità non sia peccato. Infatti:
1. Qualsiasi peccato rende cattivi, come ogni virtù rende buoni.
Invece, a detta del Filosofo, "il pusillanime non è cattivo". Dunque
la pusillanimità non è peccato.
2. Il Filosofo afferma che
"è pusillanime, chi, pur essendo degno
di grandi beni, non si crede degno di essi". Ora, solo il virtuoso
è degno di grandi beni: poiché il Filosofo aggiunge, "si deve onorare
con verità solo chi è buono". Perciò il pusillanime è virtuoso.
E quindi la pusillanimità non è peccato.
3.
"Inizio di ogni peccato è la superbia", come dice la Scrittura.
Ma la pusillanimità non deriva dalla superbia: poiché il superbo si
considera più di quello che è; mentre il pusillanime rinunzia a
ciò di cui è degno. Dunque la pusillanimità non è peccato.
4. Il Filosofo scrive che è pusillanime
"chi si crede degno di cose
minori di quelle che merita". Ma i Santi si son creduti degni di
cose inferiori ai loro meriti: come è evidente nel caso di Mosè e di
Geremia, i quali eran degni dell'ufficio cui erano chiamati dal Signore,
e che essi però rifiutarono, come si legge nella Scrittura.
Quindi la pusillanimità non è peccato.
IN CONTRARIO: Nella vita morale non è da evitarsi che il peccato.
Ora, S. Paolo comanda di evitare la pusillanimità: "Padri, non
provocate a sdegno i vostri figli, affinché non si perdano d'animo".
Dunque la pusillanimità è peccato.
RISPONDO: Tutto ciò che è contrario a
un'inclinazione naturale
è peccato, perché in contrasto con la legge naturale. Ora, ogni essere
possiede l'inclinazione naturale a compiere azioni proporzionate
alla propria capacità: come è evidente in tutti gli esseri corporei,
sia animati che inanimati. Ma come si eccede la misura
della propria capacità mediante la presunzione, tentando cose superiori
alle proprie facoltà; così il pusillanime non raggiunge la
misura della propria capacità, rifiutandosi di tendere a cose a lui
proporzionate. Perciò com'è peccato la presunzione, lo è pure la
pusillanimità. Ecco perché il servo il quale sotterrò il denaro del
suo padrone, senza trafficarlo, per pusillanimità, fu punito dal padrone,
come dice il Vangelo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo chiama cattivi là solo
quelli che fanno del male al prossimo. E in tal senso il pusillanime
non è cattivo, perché non fa del male che indirettamente: cioè in
quanto si astiene da quelle opere con le quali potrebbe giovare agli
altri. Dice infatti S. Gregorio, che "coloro i quali si rifiutano di
giovare al prossimo con la predicazione, a tutto rigore son responsabili
di quanto avrebbero potuto giovare a contatto col pubblico".
2. Niente impedisce che possa peccare chi pure ha un abito virtuoso:
venialmente, rimanendo in lui l'abito della virtù; e mortalmente
con la perdita della virtù infusa. Perciò può capitare che uno
per la virtù che possiede sia capace di fare cose grandi degne di
grande onore; ma non osando farne uso pecchi, o venialmente, o mortalmente.
Si può anche rispondere che il pusillanime è degno di cose grandi
per le sue disposizioni alla virtù, quali la buona complessione naturale,
la scienza, o i beni di fortuna: ma rifiutandosi di usarne
per la virtù, si rende pusillanime.
3. Anche la pusillanimità può in qualche modo derivare dalla
superbia: quando uno, cioè, basandosi troppo sul proprio parere,
si reputa inadatto alle cose di cui è capace. Di qui le parole dei
Proverbi: "Ai suoi occhi il pigro è più sapiente di sette uomini che
danno responsi assennati". Niente infatti impedisce che da una
parte si avvilisca, e dall'altra si inorgoglisca.
Ecco perché S. Gregorio afferma, che Mosè "sarebbe stato superbo,
se avesse accettato di guidare il popolo senza trepidazione: e d'altra parte
sarebbe stato superbo se avesse rifiutato di ubbidire al comando del Creatore".
4. Mosè e Geremia furono degni dell'ufficio cui erano stati chiamati da Dio,
però con la grazia divina. Ma essi volevano rifiutarlo,
considerando l'insufficienza della propria infermità; però senza
ostinazione, per non sconfinare nella superbia.
ARTICOLO
2
Se la pusillanimità si contrapponga alla magnanimità
SEMBRA che la pusillanimità non si contrapponga alla magnanimità.
Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che
"il pusillanime misconosce se stesso;
poiché se si conoscesse bramerebbe i beni di cui è degno". Ora, il
misconoscimento di sé si contrappone alla prudenza. Dunque anche
la pusillanimità si contrappone alla prudenza.
2. Il Signore chiama
"cattivo e pigro" il servo che si rifiutò di
trafficare il denaro. Anche il Filosofo dice, che i pusillanimi "sono
dei pigri". Ma la pigrizia è il contrario della sollecitudine, che è
un atto della prudenza, come sopra abbiamo detto. Perciò la pusillanimità
non si contrappone alla magnanimità.
3. La pusillanimità sembra derivare da un timore eccessivo. Di
qui le parole di Isaia: "Dite ai pusillanimi: Coraggio e non temete".
Così pure sembra derivare da un'ira smodata, stando a quelle
parole di S. Paolo: "Padri, non provocate a sdegno i vostri figli,
affinché non diventino pusillanimi". Ora, l'eccesso del timore si
contrappone alla fortezza, e quello dell'ira alla mansuetudine. Dunque
la pusillanimità non si contrappone alla magnanimità.
4. Il vizio che si oppone a una virtù è tanto più grave, quanto meno
ad essa somiglia. Ma la pusillanimità somiglia alla magnanimità
meno della presunzione. Perciò, se essa effettivamente fosse contraria
alla magnanimità, sarebbe un peccato più grave della presunzione.
Questo però contraddice quel detto della Scrittura: "O scelleratissima
presunzione, donde sei uscita?". Dunque la pusillanimità
non si contrappone alla magnanimità.
IN CONTRARIO: Pusillanimità
e magnanimità, come dice il nome stesso,
sono contrarie come piccolezza e grandezza. Ma grande e
piccolo sono termini opposti. Quindi la pusillanimità si contrappone
alla magnanimità.
RISPONDO: La pusillanimità può essere considerata sotto tre
aspetti. Primo, in se stessa. E sotto quest'aspetto è evidente che
per sua natura essa si contrappone alla magnanimità, come grandezza
e piccolezza rispetto all'identica cosa: infatti come il magnanimo
tende per se stesso alle cose grandi, così il pusillanime
per la sua piccolezza d'animo se ne ritrae. Secondo, la pusillanimità
si può considerare nella sua causa: e questa dal lato dell'intelletto
è il misconoscimento delle proprie capacità; mentre dal lato della
volontà è il timore di non riuscire nelle cose che crede falsamente
superiori alle proprie possibilità. Terzo, si può considerare nel suo
effetto, che è la rinunzia alle cose grandi di cui uno è degno. Ma
la contrarietà dei vizi alle virtù, come sopra abbiamo detto, si deve
rilevare più dalla loro rispettiva natura specifica, che dalle cause,
o dagli effetti. Dunque la pusillanimità direttamente si contrappone
alla magnanimità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento si basa sulla
pusillanimità considerata nella sua causa di ordine intellettivo.
E tuttavia non si può dire propriamente che essa si contrappone
alla prudenza, neppure rispetto alla sua causa: perché tale misconoscimento
non deriva da insipienza, ma piuttosto dalla pigrizia,
o nel valutare le proprie capacità, o nell'intraprendere ciò di cui
uno è capace.
2. La seconda difficoltà si basa sulla pusillanimità considerata
nei suoi effetti.
3. La terza si ferma a considerarla nelle sue cause. Non sempre
però il timore che causa la pusillanimità ha per oggetto i pericoli
di morte. E quindi anche da questo lato non segue necessariamente
che la pusillanimità si contrapponga alla fortezza. - L'ira poi,
considerata nel suo moto connaturale, che porta ad insorgere per
vendicarsi, non produce la pusillanimità, che deprime l'animo, ma
piuttosto la elimina. L'ira invece induce alla pusillanimità mediante
le proprie cause, che sono le ingiurie ricevute, e che deprimono
l'animo di chi le subisce.
4. La pusillanimità per sua natura è un peccato più grave della
presunzione: perché con essa l'uomo si ritrae dal bene, il che, a
detta del Filosofo, è la cosa peggiore. Ma si dice che la presunzione
è scelleratissima a motivo della superbia da cui deriva.
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