Il Santo Rosario
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Questione 133

La pusillanimità

Finalmente eccoci a trattare della pusillanimità.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se la pusillanimità sia peccato; 2. A quale virtù si contrapponga.

ARTICOLO 1

Se la pusillanimità sia peccato

SEMBRA che la pusillanimità non sia peccato. Infatti:
1. Qualsiasi peccato rende cattivi, come ogni virtù rende buoni. Invece, a detta del Filosofo, "il pusillanime non è cattivo". Dunque la pusillanimità non è peccato.
2. Il Filosofo afferma che "è pusillanime, chi, pur essendo degno di grandi beni, non si crede degno di essi". Ora, solo il virtuoso è degno di grandi beni: poiché il Filosofo aggiunge, "si deve onorare con verità solo chi è buono". Perciò il pusillanime è virtuoso. E quindi la pusillanimità non è peccato.
3. "Inizio di ogni peccato è la superbia", come dice la Scrittura. Ma la pusillanimità non deriva dalla superbia: poiché il superbo si considera più di quello che è; mentre il pusillanime rinunzia a ciò di cui è degno. Dunque la pusillanimità non è peccato.
4. Il Filosofo scrive che è pusillanime "chi si crede degno di cose minori di quelle che merita". Ma i Santi si son creduti degni di cose inferiori ai loro meriti: come è evidente nel caso di Mosè e di Geremia, i quali eran degni dell'ufficio cui erano chiamati dal Signore, e che essi però rifiutarono, come si legge nella Scrittura. Quindi la pusillanimità non è peccato.

IN CONTRARIO: Nella vita morale non è da evitarsi che il peccato. Ora, S. Paolo comanda di evitare la pusillanimità: "Padri, non provocate a sdegno i vostri figli, affinché non si perdano d'animo". Dunque la pusillanimità è peccato.

RISPONDO: Tutto ciò che è contrario a un'inclinazione naturale è peccato, perché in contrasto con la legge naturale. Ora, ogni essere possiede l'inclinazione naturale a compiere azioni proporzionate alla propria capacità: come è evidente in tutti gli esseri corporei, sia animati che inanimati. Ma come si eccede la misura della propria capacità mediante la presunzione, tentando cose superiori alle proprie facoltà; così il pusillanime non raggiunge la misura della propria capacità, rifiutandosi di tendere a cose a lui proporzionate. Perciò com'è peccato la presunzione, lo è pure la pusillanimità. Ecco perché il servo il quale sotterrò il denaro del suo padrone, senza trafficarlo, per pusillanimità, fu punito dal padrone, come dice il Vangelo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo chiama cattivi là solo quelli che fanno del male al prossimo. E in tal senso il pusillanime non è cattivo, perché non fa del male che indirettamente: cioè in quanto si astiene da quelle opere con le quali potrebbe giovare agli altri. Dice infatti S. Gregorio, che "coloro i quali si rifiutano di giovare al prossimo con la predicazione, a tutto rigore son responsabili di quanto avrebbero potuto giovare a contatto col pubblico".
2. Niente impedisce che possa peccare chi pure ha un abito virtuoso: venialmente, rimanendo in lui l'abito della virtù; e mortalmente con la perdita della virtù infusa. Perciò può capitare che uno per la virtù che possiede sia capace di fare cose grandi degne di grande onore; ma non osando farne uso pecchi, o venialmente, o mortalmente.
Si può anche rispondere che il pusillanime è degno di cose grandi per le sue disposizioni alla virtù, quali la buona complessione naturale, la scienza, o i beni di fortuna: ma rifiutandosi di usarne per la virtù, si rende pusillanime.
3. Anche la pusillanimità può in qualche modo derivare dalla superbia: quando uno, cioè, basandosi troppo sul proprio parere, si reputa inadatto alle cose di cui è capace. Di qui le parole dei Proverbi: "Ai suoi occhi il pigro è più sapiente di sette uomini che danno responsi assennati". Niente infatti impedisce che da una parte si avvilisca, e dall'altra si inorgoglisca. Ecco perché S. Gregorio afferma, che Mosè "sarebbe stato superbo, se avesse accettato di guidare il popolo senza trepidazione: e d'altra parte sarebbe stato superbo se avesse rifiutato di ubbidire al comando del Creatore".
4. Mosè e Geremia furono degni dell'ufficio cui erano stati chiamati da Dio, però con la grazia divina. Ma essi volevano rifiutarlo, considerando l'insufficienza della propria infermità; però senza ostinazione, per non sconfinare nella superbia.

ARTICOLO 2

Se la pusillanimità si contrapponga alla magnanimità

SEMBRA che la pusillanimità non si contrapponga alla magnanimità. Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che "il pusillanime misconosce se stesso; poiché se si conoscesse bramerebbe i beni di cui è degno". Ora, il misconoscimento di sé si contrappone alla prudenza. Dunque anche la pusillanimità si contrappone alla prudenza.
2. Il Signore chiama "cattivo e pigro" il servo che si rifiutò di trafficare il denaro. Anche il Filosofo dice, che i pusillanimi "sono dei pigri". Ma la pigrizia è il contrario della sollecitudine, che è un atto della prudenza, come sopra abbiamo detto. Perciò la pusillanimità non si contrappone alla magnanimità.
3. La pusillanimità sembra derivare da un timore eccessivo. Di qui le parole di Isaia: "Dite ai pusillanimi: Coraggio e non temete". Così pure sembra derivare da un'ira smodata, stando a quelle parole di S. Paolo: "Padri, non provocate a sdegno i vostri figli, affinché non diventino pusillanimi". Ora, l'eccesso del timore si contrappone alla fortezza, e quello dell'ira alla mansuetudine. Dunque la pusillanimità non si contrappone alla magnanimità.
4. Il vizio che si oppone a una virtù è tanto più grave, quanto meno ad essa somiglia. Ma la pusillanimità somiglia alla magnanimità meno della presunzione. Perciò, se essa effettivamente fosse contraria alla magnanimità, sarebbe un peccato più grave della presunzione. Questo però contraddice quel detto della Scrittura: "O scelleratissima presunzione, donde sei uscita?". Dunque la pusillanimità non si contrappone alla magnanimità.

IN CONTRARIO: Pusillanimità e magnanimità, come dice il nome stesso, sono contrarie come piccolezza e grandezza. Ma grande e piccolo sono termini opposti. Quindi la pusillanimità si contrappone alla magnanimità.

RISPONDO: La pusillanimità può essere considerata sotto tre aspetti. Primo, in se stessa. E sotto quest'aspetto è evidente che per sua natura essa si contrappone alla magnanimità, come grandezza e piccolezza rispetto all'identica cosa: infatti come il magnanimo tende per se stesso alle cose grandi, così il pusillanime per la sua piccolezza d'animo se ne ritrae. Secondo, la pusillanimità si può considerare nella sua causa: e questa dal lato dell'intelletto è il misconoscimento delle proprie capacità; mentre dal lato della volontà è il timore di non riuscire nelle cose che crede falsamente superiori alle proprie possibilità. Terzo, si può considerare nel suo effetto, che è la rinunzia alle cose grandi di cui uno è degno. Ma la contrarietà dei vizi alle virtù, come sopra abbiamo detto, si deve rilevare più dalla loro rispettiva natura specifica, che dalle cause, o dagli effetti. Dunque la pusillanimità direttamente si contrappone alla magnanimità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento si basa sulla pusillanimità considerata nella sua causa di ordine intellettivo. E tuttavia non si può dire propriamente che essa si contrappone alla prudenza, neppure rispetto alla sua causa: perché tale misconoscimento non deriva da insipienza, ma piuttosto dalla pigrizia, o nel valutare le proprie capacità, o nell'intraprendere ciò di cui uno è capace.
2. La seconda difficoltà si basa sulla pusillanimità considerata nei suoi effetti.
3. La terza si ferma a considerarla nelle sue cause. Non sempre però il timore che causa la pusillanimità ha per oggetto i pericoli di morte. E quindi anche da questo lato non segue necessariamente che la pusillanimità si contrapponga alla fortezza. - L'ira poi, considerata nel suo moto connaturale, che porta ad insorgere per vendicarsi, non produce la pusillanimità, che deprime l'animo, ma piuttosto la elimina. L'ira invece induce alla pusillanimità mediante le proprie cause, che sono le ingiurie ricevute, e che deprimono l'animo di chi le subisce.
4. La pusillanimità per sua natura è un peccato più grave della presunzione: perché con essa l'uomo si ritrae dal bene, il che, a detta del Filosofo, è la cosa peggiore. Ma si dice che la presunzione è scelleratissima a motivo della superbia da cui deriva.