Il Santo Rosario
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Questione 132

La vanagloria

E veniamo a parlare della vanagloria.
Su questo tema tratteremo cinque argomenti: 1. Se il desiderio della gloria sia peccato; 2. Se la vanagloria si contrapponga alla magnanimità; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se sia un vizio capitale; 5. Le figlie di essa.

ARTICOLO 1

Se il desiderio della gloria sia peccato

SEMBRA che il desiderio della gloria non sia peccato. Infatti:
1. Nessuno pecca nel cercare la somiglianza con Dio; anzi questo viene comandato: "Fatevi imitatori di Dio come figli beneamati". Ma nel desiderare la gloria l'uomo imita Dio, il quale reclama la gloria degli uomini, come si legge in Isaia: "Tutti quelli che invocano il mio nome per la mia gloria li ho creati". Perciò il desiderio della gloria non è peccato.
2. Non può essere peccato quello da cui si è spinti al bene. Ora, gli uomini sono spinti al bene dal desiderio della gloria: infatti Cicerone afferma, che "tutti dalla gloria sono spinti a impegnarsi". E anche nella Scrittura viene promessa la gloria per le opere buone, secondo le parole di S. Paolo: "A coloro che sono costanti nel ben operare, gloria e onore". Dunque desiderare la gloria non è peccato.
3. Cicerone insegna che "la gloria è la vasta fama di una persona accompagnata da lode"; il che coincide con la definizione di S. Ambrogio: la gloria è "una notorietà laudativa". Ma desiderare una fama onorifica non è peccato, anzi è cosa lodevole, secondo le esortazioni della Scrittura: "Abbi cura del buon nome"; "Fate il bene non solo agli occhi di Dio, ma anche al cospetto degli uomini". Dunque il desiderio della vanagloria non è peccato.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna: "Ha una vista più sana chi riconosce che è peccato anche l'amore della lode".

RISPONDO: La gloria sta ad indicare una certa chiarezza; infatti, a detta di S. Agostino, "esser glorificato" equivale ad "esser chiarificato". Ora, la chiarezza include bellezza e manifestazione. Quindi il termine gloria implica la manifestazione di qualche cosa che gli uomini considerano bella, sia essa di ordine materiale, o di ordine spirituale. E poiché le cose che sono di una chiarezza assoluta possono essere percepite da molti e di lontano, col termine gloria si vuol indicare il fatto che il bene di una persona incontra la conoscenza e l'approvazione di molti. Di qui le parole di Tito Livio: "La gloria non può darla uno solo". Preso però in un senso più vasto, il termine gloria non indica necessariamente questa conoscenza da parte della massa, ma può indicare la conoscenza di pochi, o del solo interessato, il quale pensa al proprio bene come degno di lode.
Ora, conoscere e approvare il proprio bene non è peccato; poiché S. Paolo afferma: "Noi non lo spirito del mondo abbiamo ricevuto, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che da Dio ci sono state donate". Così pure non è peccato volere che la propria virtù sia approvata dagli altri, poiché si legge nel Vangelo: "La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini". Perciò il desiderio della gloria di suo non dice niente di peccaminoso.
Invece il desiderio della vanagloria implica un peccato: infatti è peccaminoso desiderare qualsiasi cosa vana, come si legge nei Salmi: "Perché amate la vanità, e cercate la menzogna?". Ora, la gloria può dirsi vana prima di tutto per parte dell'oggetto nel quale si cerca: p. es., quando si cerca in dati inesistenti, o in cose che non son degne di gloria, ossia in cose fragili e caduche. - Secondo, (la gloria può esser vana) per parte di coloro presso i quali si cerca: cioè presso gli uomini, il cui giudizio non è sicuro. - Terzo, per parte di colui che la desidera, se egli non la ordina al debito fine, cioè all'onore di Dio e al bene del prossimo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A commento di quel passo evangelico, "Voi chiamate me maestro e signore, e dite bene", S. Agostino afferma: "È pericolosa la compiacenza in se medesimo per chi deve badare a non insuperbire. Invece colui che è superiore a tutto, per quanto si lodi, non può esaltarsi. Infatti la conoscenza di Dio non giova a lui, ma a noi: e nessuno lo conosce, se egli non si dà a conoscere". Perciò è evidente che Dio non cerca la propria lode per sé, ma a nostro vantaggio. Allo stesso modo l'uomo può lodevolmente desiderare la propria gloria a vantaggio degli altri, secondo le parole evangeliche: "Vedendo le vostre opere buone, diano gloria al Padre vostro, che è nei cieli".
2. La gloria che Dio dona non è vana, ma vera. E tale è la gloria promessa in premio delle buone azioni. S. Paolo così ne parla: "E chi si gloria si glori nel Signore: giacché non colui che raccomanda se stesso è approvato, ma quegli cui raccomanda il Signore". - È vero che alcuni sono spinti ad atti virtuosi dal desiderio della gloria umana, come dal desiderio degli altri beni terreni: ma non è veramente virtuoso, come S. Agostino dimostra, chi compie atti di virtù per la gloria umana.
3. La perfezione dell'uomo implica il conoscere non l'essere conosciuti, quindi quest'ultima cosa non è da desiderarsi per se stessa. Tuttavia essa si può desiderare in quanto serve a uno scopo: cioè affinché Dio sia glorificato dagli uomini; o affinché gli uomini ricevano un giovamento dal bene che vedono in altri, oppure affinché uno nel constatare i propri meriti per il riconoscimento degli altri, s'impegni a perseverare e a migliorare. È in tal senso che è cosa lodevole "aver cura del proprio buon nome", e "fare le opere buone dinanzi agli uomini"; non già farlo per il gusto meschino della lode umana.

ARTICOLO 2

Se la vanagloria si contrapponga alla magnanimità

SEMBRA che la vanagloria non si contrapponga alla magnanimità. Infatti:
1. Come abbiamo già visto, è proprio della vanagloria vantarsi, o di cose inesistenti, e questo rientra nella menzogna; o di cose terrene e caduche, e questo rientra nella cupidigia; oppure basarsi sul giudizio degli uomini, che è incerto, e questo è un atto d'imprudenza. Ora, tali vizi non si contrappongono alla magnanimità. Dunque neppure la vanagloria.
2. La vanagloria non si contrappone alla magnanimità per difetto, come la pusillanimità, la quale è incompatibile con la vanagloria. Parimente non le si contrappone per eccesso: ché così, come abbiamo visto, si contrappongono alla magnanimità la presunzione e l'ambizione, che differiscono dalla vanagloria. Perciò la vanagloria non si contrappone alla magnanimità.
3. Nel commentare le parole di S. Paolo ai Filippesi, "Nulla si faccia per spirito di rivalità, o per vanagloria", la Glossa afferma: "Vi erano tra loro alcuni dissenzienti, inquieti, che litigavano per vanagloria". Ma il litigio non si contrappone alla magnanimità. Dunque neppure la vanagloria.

IN CONTRARIO: Cicerone scrive: "Dobbiamo guardarci dalla brama della gloria: essa infatti toglie all'anima la sua libertà, per la quale il magnanimo deve lottare con tutte le sue forze". Perciò la vanagloria si contrappone alla magnanimità.

RISPONDO: La gloria, come abbiamo già notato, è un effetto dell'onore e della lode: poiché dal ricevere lodi, o altri attestati di riverenza, uno si rende chiaro o illustre nella conoscenza altrui. E poiché la magnanimità, come abbiamo visto, ha per oggetto l'onore, di conseguenza abbraccia anche la gloria: e come essa si serve con moderazione del primo, così pure usa moderatamente di questa. Perciò il desiderio smodato della gloria si contrappone direttamente alla magnanimità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. È incompatibile con la magnanimità apprezzare tanto le cose piccole così da gloriarsene: ecco perché Aristotele afferma, che per il magnanimo l'onore "è cosa da poco". Così pure egli stima cosa da poco quanto viene cercato in vista dell'onore, ossia per la potenza e la ricchezza. - Parimente è incompatibile con la magnanimità gloriarsi di cose inesistenti. Aristotele infatti scrive, che il magnanimo "fa più caso della verità che dell'opinione". - Inoltre è incompatibile con la magnanimità gloriarsi degli attestati della lode umana, come se fossero di grande valore. Per questo Aristotele aggiunge, che il magnanimo "non si preoccupa di esser lodato". - Quindi niente impedisce che quanto si contrappone ad altre virtù si contrapponga anche alla magnanimità, in quanto si tengono per grandi, cose che in realtà son piccole.
2. Il vanaglorioso realmente è al di sotto del magnanimo: perché si gloria di cose che il magnanimo considera piccole, come sopra abbiamo detto. Ma nella sua opinione egli si contrappone al magnanimo per eccesso: poiché la gloria che desidera è da lui considerata come qualche cosa di grande, e tende ad averla oltre i suoi meriti.
3. Come abbiamo già notato, l'opposizione dei vizi (alle virtù) non si desume dai loro effetti. Tuttavia anche la facilità di attaccar lite si contrappone alla magnanimità: poiché si litiga soltanto per cose che si stimano grandi. Ecco perché il Filosofo ha scritto, che il magnanimo "non è litigioso, poiché niente per lui è grande".

ARTICOLO 3

Se la vanagloria sia peccato mortale

SEMBRA che la vanagloria sia peccato mortale. Infatti:
1. Solo il peccato mortale esclude l'eterna mercede. Ora, la vanagloria, secondo il Vangelo, esclude l'eterna mercede: "Guardatevi dal fare le vostre opere buone dinanzi agli uomini, per essere veduti da loro (altrimenti non ne avrete la ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli)". Dunque la vanagloria è peccato mortale.
2. Chi si arroga ciò che è proprio di Dio pecca mortalmente. Ma col desiderio della vanagloria uno si arroga ciò che è proprio di Dio, come si legge in Isaia: "La gloria mia non la darò ad altri"; e in S. Paolo: "Al solo Dio onore e gloria". Perciò la vanagloria è peccato mortale.
3. Un peccato che è sommamente pericoloso e nocivo è mortale. Ma tale è il peccato di vanagloria, poiché nel commentare le parole di S. Paolo, "a Dio che scruta i nostri cuori", S. Agostino spiega: "Quale capacità di nuocere abbia l'attaccamento alla gloria umana, non lo sperimenta se non chi lo combatte: infatti benché sia facile non desiderare la lode quando non si ha, tuttavia è difficile non goderne quando viene data". E il Crisostomo afferma, che "la vanagloria s'introduce di nascosto, e insensibilmente toglie tutta la ricchezza interiore". Dunque la vanagloria è peccato mortale.

IN CONTRARIO: Il Crisostomo fa osservare, che "mentre gli altri vizi allignano nei servi del diavolo, la vanagloria si riscontra anche nei servi di Cristo", nei quali non può trovarsi il peccato mortale. Perciò la vanagloria non è peccato mortale.

RISPONDO: Come abbiamo già visto, una cosa è peccato mortale quando è incompatibile con la carità. Ora il peccato della vanagloria, considerato in se stesso, non è incompatibile con la carità verso il prossimo. Invece in rapporto alla carità verso Dio in due modi può essere incompatibile. Primo, per l'oggetto di cui uno si gloria. Se uno, p. es., si gloria di una menzogna che si oppone alla riverenza verso Dio, come accenna Ezechiele: "Il tuo cuore si è levato in alto, e hai detto: Io sono Dio"; e come ammonisce S. Paolo: "Che cos'hai che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne glori come non l'avessi ricevuto?". Oppure quando uno preferisce a Dio il bene temporale di cui si gloria, contro l'ammonimento di Geremia: "Il sapiente non vanti la sua sapienza, né il forte la sua fortezza, né il ricco vanti le sue ricchezze; ma di questo si faccia un vanto chi vuole vantarsi, di sapere e conoscere me". Oppure quando si preferisce la testimonianza degli uomini a quella di Dio, come coloro cui accenna il Vangelo: "Essi amavano più la gloria degli uomini che la gloria di Dio". - Secondo, per le disposizioni (soggettive) di chi si gloria, quando uno tende alla vanagloria come al suo ultimo fine, cui subordina anche gli atti di virtù, e pur di raggiungerlo non si astiene dal fare ciò che è contro Dio. E in tal senso la vanagloria è peccato mortale. Ecco perché S. Agostino ha scritto, che "questo vizio", cioè la vanagloria, "è così contrario al sentimento della fede, quando nel cuore la sua brama è più grande dell'amore e del timor di Dio, da far dire al Signore: "Come potete credere, se aspettate la gloria gli uni dagli altri, e non vi preoccupate della gloria che viene solo da Dio?"".
Quando invece l'amore della gloria umana, benché vana, non ripugna alla carità, né per il suo oggetto, né per le disposizioni di chi la brama, non è peccato mortale ma veniale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nessuno merita la vita eterna facendo dei peccati. Perciò l'atto virtuoso perde la capacità di meritare la vita eterna, se è fatto per vanagloria, anche se questa non è peccato mortale. Ma quando per vanagloria l'eterna mercede si perde totalmente, e non rispetto a un unico atto, allora essa è peccato mortale.
2. I vanagloriosi non aspirano tutti all'eccellenza che spetta a Dio soltanto. Altra infatti è la gloria che spetta a Dio solo, e altra quella dovuta alle persone virtuose, o ricche.
3. Si dice che la vanagloria è un peccato pericoloso, non tanto per la sua gravità, quanto per il fatto che è una predisposizione a più gravi peccati: poiché la vanagloria rende l'uomo presuntuoso e fiducioso in se stesso. E in tal modo lo predispone gradatamente a perdere i beni interiori.

ARTICOLO 4

Se la vanagloria sia un vizio capitale

SEMBRA che la vanagloria non sia un vizio capitale. Infatti:
1. Un vizio che nasce sempre da un altro non è un vizio capitale. Ma la vanagloria nasce sempre dalla superbia. Dunque non è un vizio capitale.
2. L'onore è più importante della gloria, che ne è l'effetto. Ora, l'ambizione, che è il desiderio smodato dell'onore, non è un vizio capitale. Perciò non lo è neppure la vanagloria.
3. I peccati capitali hanno una certa priorità. Invece la vanagloria non ha nessuna priorità: né come gravità di peccato, poiché non sempre è mortale, né per il bene che con essa si desidera, poiché la gloria umana è cosa effimera ed esteriore. Dunque la vanagloria non è un vizio capitale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio enumera la vanagloria tra i sette vizi capitali.

RISPONDO: Intorno ai vizi capitali ci sono due opinioni. Alcuni infatti mettono tra i vizi capitali la superbia. E quindi non considerano vizio capitale la vanagloria.
S. Gregorio invece considera la superbia "regina di tutti i vizi"; e la vanagloria che ne deriva è posta da lui tra i vizi capitali. E con ragione. Perché la superbia, come vedremo, è il desiderio smodato della propria eccellenza. Ora, si può conseguire perfezione ed eccellenza mediante qualsiasi bene si desideri. Ecco perché il fine di ogni vizio è ordinato al fine della superbia. E per questo essa ha una causalità universale su tutti gli altri vizi, e non deve essere elencata tra le cause, o principii specifici di essi, che sono i vizi capitali. - Ora, tra i beni di cui l'uomo si serve per l'acquisto della propria eccellenza occupa il primo posto la gloria, in quanto essa implica la manifestazione della bontà di una persona: infatti il bene è per natura amato e onorato da tutti. Perciò come mediante "la gloria presso Dio", si acquista eccellenza nell'ordine soprannaturale, così mediante "la gloria degli uomini" si acquista eccellenza nell'ordine umano. E quindi, per la sua connessione con l'eccellenza propria, che gli uomini sommamente desiderano, la gloria è assai desiderabile; e dalla brama smodata di essa nascono molti vizi. Perciò la vanagloria è un vizio capitale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non ripugna affatto che un vizio capitale derivi dalla superbia: poiché la superbia, come abbiamo detto, è "regina e madre di tutti i vizi".
2. La lode e l'onore, come abbiamo detto, sono le cause da cui la gloria deriva. Perciò questa è come il fine cui essi tendono: infatti si ama di essere onorati e lodati, in quanto si pensa così di diventare celebri nella conoscenza altrui.
3. La vanagloria ha priorità come cosa appetibile per i motivi indicati: e questo basta a farne un vizio capitale. Infatti non si richiede che un tal vizio sia sempre peccato mortale; perché anche da un peccato veniale può derivare un peccato mortale, poiché i peccati veniali predispongono ai mortali.

ARTICOLO 5

Se siano ben elencate le figlie della vanagloria

SEMBRA che non sia giusto affermare che le figlie della vanagloria sono la disobbedienza, la millanteria, l'ipocrisia, la contesa, la caparbietà, la discordia, la pretesa di novità. Infatti:
1. La millanteria, a detta di S. Gregorio, è tra le specie della superbia. Ora, non è la superbia che nasce dalla vanagloria, come nota lo stesso autore, ma piuttosto il contrario. Dunque la millanteria non va inclusa tra le figlie della vanagloria.
2. Contese e discordie nascono specialmente dall'ira. Ma l'ira è un vizio capitale distinto dalla vanagloria. Quindi quei vizi non nascono dalla vanagloria.
3. Il Crisostomo afferma, che "la vanagloria è sempre cattiva, ma specialmente nella filantropia", cioè nelle opere di misericordia. Ora, queste non sono cose nuove, ma consuete tra gli uomini. Perciò non va specificata tra le figlie della vanagloria la pretesa di novità.

IN CONTRARIO: S. Gregorio assegna alla vanagloria le sette figlie predette.

RISPONDO: Figlie di un vizio capitale, come abbiamo già visto, sono quei vizi che son fatti per essere ordinati al fine di esso. Ora, stando alle cose già dette, il fine della vanagloria è la manifestazione della propria eccellenza. E ad essa l'uomo può tendere in due modi. Primo, direttamente: o con le parole, e allora abbiamo la millanteria; o con i fatti, e allora, nel caso che sian veri e degni di una certa ammirazione, abbiamo la pretesa di novità, le quali son fatte per attirare lo sguardo degli uomini; e se son finti, abbiamo l'ipocrisia. - Secondo, uno può cercare la manifestazione della propria eccellenza indirettamente, mostrando di non essere da meno di un altro. E questo può farsi in quattro maniere. Primo, rispetto all'intelligenza: e allora abbiamo la pertinacia, con la quale uno si appoggia al proprio parere, rifiutando di accettare un parere migliore. Secondo, rispetto alla volontà: e allora abbiamo la discordia, quando non si vuol abbandonare il proprio volere per accordarsi con altri. Terzo, rispetto alle parole: e allora abbiamo la contesa, quando uno litiga ad alta voce con un altro. Quarto, rispettivamente ai fatti: e allora abbiamo la disobbedienza, quando uno non vuol eseguire il comando dei superiori.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La millanteria, come abbiamo già spiegato, è tra le specie della superbia per la causa interiore che la produce, ossia per l'arroganza. Ma in se stessa la millanteria è un peccato esterno, che è ordinato talora al lucro, più spesso però alla gloria e all'onore. Ed è così che nasce dalla vanagloria.
2. L'ira non causa la discordia e la contesa, se non in quanto è accompagnata dalla vanagloria: e cioè per il fatto che uno considera onorifico per sé non cedere al volere o alle parole di un altro.
3. La vanagloria nell'esercizio della beneficenza è riprovata per la mancanza di carità, che si rivela in chi preferisce la vanagloria al bene del prossimo. Non già che uno, facendo opere di misericordia, venga rimproverato di tentare delle novità.