|
Questione
129
La magnanimità
Veniamo così a trattare delle singole parti della fortezza, includendo
però nelle quattro principali enumerate da Cicerone anche
le altre; solo che al posto della fiducia metteremo la magnanimità
di cui tratta anche Aristotele. Primo, tratteremo della magnanimità;
secondo, della magnificenza; terzo, della pazienza; quarto, della perseveranza.
Sul primo argomento parleremo in primo luogo della magnanimità stessa;
e in secondo luogo dei vizi contrari.
A proposito del primo tema esamineremo otto quesiti: 1. Se la
magnanimità abbia per oggetto gli onori; 2. Se essa abbia per oggetto
solo i grandi onori; 3. Se sia una virtù; 4. Se sia una virtù
specificamente distinta; 5. Se sia parte (potenziale) della fortezza;
6. Quali relazioni abbia con la fiducia; 7. Quali con la sicurezza;
8. Quali rapporti abbia con i beni di fortuna.
ARTICOLO
1
Se la magnanimità abbia per oggetto gli onori
SEMBRA che la magnanimità non abbia per oggetto gli onori.
Infatti:
1. La magnanimità risiede nell'irascibile. Il che è evidente dal
suo stesso nome: poiché magnanimità suona "grandezza d'animo";
e "animo" equivale alla facoltà dell'irascibile, come risulta
dal De Anima di Aristotele, dove egli afferma che nell'appetito
sensitivo c'è "il desiderio" e "l'animo", ossia il concupiscibile e
l'irascibile. Ora, l'onore è un bene, e quindi è oggetto del
concupiscibile: essendo "premio della virtù". Dunque la magnanimità non
ha per oggetto gli onori.
2. La magnanimità, essendo una virtù morale, deve avere per
oggetto, o le passioni, o le operazioni esterne. Ma essa non riguarda
le operazioni; ché allora apparterrebbe alla giustizia. Quindi
riguarda le passioni. Ma l'onore non è una passione. Perciò la
magnanimità non riguarda gli onori.
3. La magnanimità dice tendenza piuttosto che fuga: infatti diciamo
che uno è magnanimo, perché tende verso grandi cose. Invece
le persone virtuose sono lodate non perché bramano, ma perché
fuggono gli onori. Dunque la magnanimità non ha per oggetto gli onori.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"il magnanimo riguarda
gli onori e i disonori".
RISPONDO: La magnanimità nel suo stesso nome implica una tendenza
dell'animo verso grandi cose. Ora, in una virtù si devono
distinguere due relazioni: la prima con la materia della propria
operazione; la seconda con l'atto medesimo, che consiste nel debito
uso di tale materia. E poiché l'abito virtuoso deve la sua determinazione
principale all'atto, uno viene denominato magnanimo
principalmente perché orienta il suo animo verso qualche grande atto.
Ma un atto può dirsi grande in due maniere: primo, in senso
relativo; secondo, in senso assoluto. E realmente un atto si può
dire grande in senso relativo anche se consiste nell'uso di una cosa
piccola o mediocre: nel caso che uno se ne serva in modo eccellente.
Ma un atto è grande in senso assoluto quando consiste nell'uso
eccellente delle cose più grandi. Ora, le cose di cui l'uomo si serve
sono le cose esterne. E tra queste quella più grande è l'onore: sia
perché è quella più connessa con la virtù, quale testimonianza
della virtù di una persona, come sopra abbiamo visto; sia perché
viene tributato a Dio e ai migliori; e sia perché gli uomini tutto
sacrificano per conseguire l'onore e per evitare l'infamia. Perciò
si dice che uno è magnanimo per quelle cose che sono grandi in
modo assoluto, come si dice che uno è forte per cose che in senso
assoluto sono difficili. E quindi ne segue che la magnanimità ha
per oggetto gli onori.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il bene e il male considerati in
assoluto appartengono al concupiscibile: ma se si presentano come ardui,
allora appartengono all'irascibile. Ebbene, la magnanimità
ha di mira l'onore sotto tale aspetto: cioè come cosa grande e ardua.
2. Sebbene l'onore non sia né una passione né un'operazione,
tuttavia è l'oggetto di una passione, cioè della speranza, la quale
ha di mira il bene arduo. Perciò la magnanimità come oggetto
immediato ha la passione della speranza, ma mediatamente ha di
mira gli onori, che sono oggetto della speranza. Come si è detto
sopra della fortezza, la quale riguarda i pericoli di morte in quanto
essi sono oggetto del timore e dell'audacia.
3. Coloro che disprezzano gli onori rifiutandosi di compiere tutto
ciò che è riprovevole per acquistarli, e non considerandoli più del
giusto, sono degni di lode. Chi invece disprezzasse gli onori al
punto di non preoccuparsi di compiere cose degne di onore, sarebbe
biasimevole. Perciò la magnanimità ha di mira gli onori in questo
senso: da procurare di compiere cose degne di onore, senza però
stimare eccessivamente gli onori umani.
ARTICOLO
2
Se la magnanimità abbia per oggetto i grandi onori
SEMBRA che la magnanimità di suo non abbia per oggetto i grandi onori.
Infatti:
1. Materia propria della magnanimità, come abbiamo visto, è
l'onore. Ma è accidentale all'onore essere grande o piccolo. Dunque
la magnanimità come tale non ha di mira i grandi onori.
2. La magnanimità riguarda gli onori, come la mansuetudine
riguarda l'ira. Ora, la mansuetudine di suo non ha per oggetto
le grandi o le piccole ire. Perciò anche la magnanimità non ha
di suo per oggetto i grandi onori.
3. Un onore modesto dista dagli onori grandi meno del disonore.
Ma il magnanimo è portato a comportarsi bene anche di fronte al
disonore. Quindi è suo compito farlo anche per gli onori più modesti.
Dunque non si limita ai grandi onori.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"la magnanimità riguarda
i grandi onori".
RISPONDO: Aristotele scrive, che
"la virtù è una perfezione". E
va inteso che è perfezione di una potenza, di cui costituisce "il
coronamento". Ora, la perfezione di una potenza non si riscontra
in un'opera qualsiasi, ma in un'opera grande e difficile: poiché
qualunque potenza, anche quella meno perfetta, è capace di un
atto modesto e facile. Perciò la nozione di virtù richiede che questa
abbia di mira "il difficile e il bene", come si esprime Aristotele.
Ora, nell'atto della virtù difficoltà e grandezza, che si identificano,
si possono considerare da due punti di vista. Primo, rispetto
alla ragione; cioè in quanto il difficile sta nel determinare
e nell'applicare in una data materia il giusto mezzo. E questa sola difficoltà si riscontra nell'atto delle virtù intellettuali e nell'atto
della giustizia. C'è poi una seconda difficoltà da parte della
materia, la quale può essere ribelle alla misura della ragione cui
deve sottostare. E questa difficoltà si riscontra specialmente nelle
altre virtù morali, che hanno per oggetto le passioni: poiché, a
detta di Dionigi, "le passioni sono in lotta con la ragione".
A proposito di queste ultime si deve tener presente che alcune
oppongono grande resistenza per parte della passione; altre invece
per parte delle cose che formano l'oggetto delle passioni. Ora, le
passioni non hanno una grande forza di resistere alla ragione, se
non sono violente: perché l'appetito sensitivo, in cui le passioni
risiedono, per natura è sottoposto alla ragione. Perciò le sole virtù
assegnate a questo genere di passioni son quelle che hanno di mira
la materia più ardua: la fortezza, p. es., riguarda i più gravi timori
e le più grandi audacie; la temperanza riguarda le concupiscenze
dei più grandi piaceri; e la mansuetudine le ire più violente.
Ci sono invece delle passioni, quali, p. es., l'amore e la brama del
denaro e degli onori, che devono la loro forte resistenza contro la
ragione alle cose esterne che ne formano l'oggetto. E per queste la
virtù si richiede non solo rispetto alle cose più importanti, ma anche
rispetto a quelle meno rilevanti o più piccole: poiché le cose
esterne, anche se piccole, possono essere molto appetibili in quanto
necessarie alla vita. Ecco perché per la brama del denaro si riscontrano
due virtù, e cioè: la liberalità per le ricchezze moderate,
e la magnificenza per quelle enormi. Parimenti, anche rispetto agli
onori ci sono due virtù. L'una per quelli più modesti, ed è senza
nome; sono invece ricordati i suoi estremi, che sono la filotimia,
cioè "amore degli onori", e l'afilotimia, cioè "mancanza di amore
per gli onori"; infatti talora è lodato chi ama gli onori, talora chi
non se ne cura, purché le due cose si facciano con moderazione.
Invece rispetto ai grandi onori si ha la magnanimità. Perciò si
deve concludere che materia propria della magnanimità sono i
grandi onori: e il magnanimo tende a quelle cose che son degne di grande onore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Grande e piccolo sono condizioni
accidentali per l'onore considerato in se stesso: ma costituiscono
una grande differenza in rapporto alla ragione, di cui si deve
accettare la misura nell'uso degli onori; e questa è molto più difficile
a osservarsi nei grandi che nei piccoli onori.
2. Nell'ira, come in altre materie, presentano notevoli difficoltà
solo i casi estremi, per i quali soltanto si richiede la virtù. Ma per
le ricchezze e per gli onori, che sono cose esterne all'anima, la
condizione è diversa.
3. Chi sa usar bene le cose grandi, a maggior ragione sa usare
le piccole. Perciò il magnanimo considera i grandi onori come
cose di cui si sente degno; o come inferiori ai suoi meriti, poiché
la virtù, che merita l'onore di Dio, non può essere adeguatamente
onorata dagli uomini. Perciò egli non si esalta per i grandi onori:
poiché non li considera superiori a se stesso, ma piuttosto li disprezza.
Come pure egli non si abbatte per il disonore, ma lo disprezza
come cosa ingiusta.
ARTICOLO
3
Se la magnanimità sia una virtù
SEMBRA che la magnanimità non sia una virtù. Infatti:
1. Le virtù
morali consistono tutte nel giusto mezzo. Invece la
magnanimità non consiste nel giusto mezzo, bensì in qualcosa di
sommo; poiché, come dice Aristotele, il magnanimo "si crede
degno delle più grandi cose". Perciò la magnanimità non è una virtù.
2. Chi possiede una virtù le possiede tutte, come sopra abbiamo
visto. Invece uno può avere delle virtù senza la magnanimità: infatti
il Filosofo scrive, che "chi è degno di piccole cose e si stima
degno di esse, è moderato, ma non magnanimo". Dunque la magnanimità
non è una virtù.
3. La virtù, e l'abbiamo già visto, è una buona qualità dell'anima.
La magnanimità invece implica certe disposizioni del corpo:
poiché il Filosofo insegna, che "il magnanimo ha il passo lento, la
voce grave, e il parlare posato". Quindi la magnanimità non è una virtù.
4. Nessuna virtù è incompatibile con un'altra. Ma la magnanimità è
incompatibile con l'umiltà: infatti il magnanimo, come dice
Aristotele, "si stima degno di cose grandi, e disprezza gli altri".
Dunque la magnanimità non è una virtù.
5. Qualsiasi virtù ha proprietà degne di lode. Invece il magnanimo
ha delle proprietà riprovevoli: prima di tutto egli "non si
ricorda dei benefici ricevuti"; secondo, "manca d'impegno e
d'intraprendenza"; terzo, "coi più è ironico"; quarto,
"non sa
convivere con altri"; quinto, "preferisce le cose belle e infruttuose
a quelle fruttuose". Perciò la magnanimità non è una virtù.
IN CONTRARIO: Nel Libro II dei Maccabei si legge questa lode:
"Nicanore
conoscendo il valore dei seguaci di Giuda, e la grandezza
d'animo con la quale combattevano per la patria, ecc.". Ora,
degni di lode sono soltanto gli atti di virtù. Dunque la magnanimità,
cui appartiene la grandezza d'animo, è una virtù.
RISPONDO: È proprio della virtù umana custodire nelle cose
umane la bontà di ordine razionale, essendo la bontà propria dell'uomo.
Ora, tra tutti i beni esterni dell'uomo, l'onore occupa il primo posto,
come sopra abbiamo detto. Perciò la magnanimità, la quale
impone nella brama dei grandi onori la moderazione della ragione, è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Rispondiamo col Filosofo, che
"il magnanimo è
un estremo quanto alla grandezza", poiché tende
alle più grandi cose; "ma è nel giusto mezzo, perché vi tende come
si deve"; cioè perché vi tende seguendo la ragione: "infatti egli
si stima nel suo giusto valore", come si legge nel testo citato,
poiché non pretende onori più grandi di quelli che gli spettano.
2.
La connessione delle virtù non va intesa secondo i loro atti; cioè
nel senso che ogni persona virtuosa debba avere gli atti di tutte le
virtù. Poiché gli atti di magnanimità non competono a tutti i virtuosi,
ma solo ai grandi. Invece tutte le virtù sono connesse nelle
loro cause o principi, che sono la prudenza e la grazia, in quanto
sono abiti coesistenti inseparabilmente nell'anima, o in maniera
attuale, o come disposizioni prossime. È così che può avere la
magnanimità una persona cui non spetta l'atto di questa virtù: si
tratta cioè di un abito che la dispone a compiere quell'atto, qualora
il suo stato lo esigesse.
3. I moti, o atteggiamenti del corpo sono diversi secondo i diversi
pensieri e sentimenti dell'anima. È per questo che la magnanimità
è accompagnata da certi atteggiamenti del corpo. Infatti la sveltezza
deriva dal fatto che uno bada a molte cose, che cerca di sbrigare
rapidamente: invece il magnanimo bada solo alle cose grandi,
che sono poche, e che richiedono grande attenzione; perciò i suoi
movimenti sono lenti. Parimenti, il tono alto della voce e il parlare
vivace si addice a quelli che vogliono discutere di tutto; ma questo
non si addice ai magnanimi, che si occupano solo delle grandi
cose. E come le suddette disposizioni a questi atteggiamenti del
corpo son dovute ai magnanimi per i loro sentimenti, così esse si
riscontrano naturalmente in quelli che per natura sono predisposti
alla magnanimità.
4. Nell'uomo si trova qualche cosa di grande, che deriva dal
dono di Dio; e ci sono dei difetti dovuti all'infermità della sua natura.
Ora, la magnanimità fa sì che l'uomo "si consideri degno
di grandi onori", considerando i doni ricevuti da Dio. Se uno, p. es.,
ha un animo valoroso, la magnanimità fa sì che egli tenda
alla perfezione delle virtù. Lo stesso si dica per l'uso di qualsiasi
altro bene, come della scienza o dei beni di fortuna. Invece l'umiltà
fa sì che uno si disprezzi in considerazione dei propri difetti. - Parimenti,
la magnanimità disprezza gli altri in quanto destituiti
dei doni di Dio: infatti egli non fa tanto caso degli altri da compiere
qualche cosa di riprovevole. Invece l'umiltà onora gli altri
e li stima superiori, in quanto considera in essi i doni di Dio.
Perciò nei Salmi si legge: "Ai suoi occhi nulla vale il malvagio", e
questo si riferisce al disprezzo proprio del magnanimo; "onora invece
quei che temono il Signore", e questo si riferisce all'atteggiamento
rispettoso dell'umile. - Così è evidente che la magnanimità
e l'umiltà non sono virtù contrarie, sebbene sembrino tendere a
cose opposte: poiché partono da considerazioni diverse.
5. Le proprietà indicate non sono riprovevoli, ma lodevoli al
massimo in quanto appartengono alla magnanimità. Infatti la prima
che consiste nel "non ricordarsi dei benefici ricevuti" è da intendersi
nel senso che il magnanimo non gradisce ricevere benefici,
senza renderne di maggiori. Il che rientra nella perfezione della gratitudine,
in cui egli vuole eccellere come negli atti di tutte le
altre virtù. - Parimenti, si dice, in secondo luogo, che egli "manca
d'impegno e d'intraprendenza", non perché si rifiuti di compiere
le cose che lo riguardano; ma nel senso che non s'intromette
in tutte le faccende che lo riguardano, bensì solo in quelle più
grandi che son degne di lui. - Terzo, si dice inoltre che egli "si
serve dell'ironia", non in quanto questo è un vizio contrario alla
veracità, cioè nel senso che egli dica di se stesso difetti che non ha,
o neghi i propri meriti; ma nel senso che non fa mostra di tutta
la sua grandezza, specialmente con la massa degli inferiori; poiché,
come nota il Filosofo, è proprio del magnanimo "esser grande
con i nobili e con i ricchi, e modesto con quelli di media condizione". - Quarto, si dice che
"egli non sa convivere", cioè
familiarmente, "se non con gli amici": poiché rifugge dall'adulazione e
dalla simulazione, che sono proprie della pusillanimità. Tuttavia,
egli convive con tutti, grandi e piccoli, "con la misura a lui dovuta", secondo le spiegazioni date. - Quinto, si dice finalmente
che "egli preferisce cose infruttuose", non di qualsiasi tipo, ma
quelle "buone", ossia oneste. Infatti in tutti i casi egli preferisce
l'onesto all'utile, perché più nobile: infatti l'utile si cerca per
sopperire a delle deficienze, che sono incompatibili con la magnanimità.
ARTICOLO
4
Se la magnanimità sia una virtù speciale
SEMBRA che la magnanimità non sia una virtù speciale. Infatti:
1. Una
virtù speciale non compie atti di tutte le virtù. Ora, il
Filosofo afferma, che è del magnanimo "esser grande in tutte le virtù". Dunque la magnanimità non è una virtù speciale.
2. A nessuna virtù specificamente distinta si attribuiscono gli
atti di virtù diverse. Invece al magnanimo vengono attribuiti atti
di diverse virtù: infatti Aristotele afferma che è proprio del
magnanimo "non respingere le critiche", che è atto di prudenza;
"non commettere ingiustizie", che è un atto di giustizia;
"esser
pronto a beneficare", il che è un atto di carità; "elargire con
prontezza", che è atto di liberalità; essere
"veritiero", che è un
atto della veracità; e "non essere facile al pianto", il che è un atto
della pazienza. Perciò la magnanimità non è una virtù speciale.
3. Ogni virtù è un particolare ornamento spirituale dell'animo
come dice Isaia: "Mi ha rivestito della veste della salute"; e
continua, "come sposa ornata dei suoi gioielli". Ora, la magnanimità,
a detta di Aristotele, è "l'ornamento di tutte le virtù". Dunque la
magnanimità è virtù generale.
IN CONTRARIO: Il Filosofo la distingue da tutte le altre virtù.
RISPONDO: Come sopra abbiamo visto, è proprio di una virtù speciale
rispettare la misura di ragione in una determinata materia.
Ora, la magnanimità rispetta tale misura in una determinata
materia, cioè a proposito degli onori, come sopra abbiamo detto.
E l'onore, in sé considerato, è un bene speciale. Dunque la magnanimità,
in sé considerata, è una virtù speciale. Ma poiché l'onore
è premio di qualsiasi virtù, come abbiamo notato sopra, ne viene
che a motivo della propria materia, la magnanimità riguarda tutte le virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La magnanimità non ha di mira
qualsiasi onore, ma i grandi onori. Ora, se a una virtù è dovuto
l'onore, ai grandi atti di virtù sono dovuti grandi onori. Ecco
perché il magnanimo tende a compiere grandi azioni in ogni virtù:
in quanto mira ad atti che son degni di grande onore.
2. Siccome il magnanimo mira alle grandi cose, ne segue che
egli preferisce quelle che implicano una qualche eccellenza, e rifugge
da quelle che implicano difetto. Ora, il beneficare, l'elargire
e il ricompensare implicano un'eccellenza. Ed è per questo che è
pronto a compiere tali atti; e non perché sono atti di altre virtù.
Al contrario implica difetto che uno faccia tanto caso dei beni
o dei mali esterni, da abbandonare per essi la giustizia o qualsiasi
altra virtù. Parimenti dice difetto qualsiasi occultazione della
verità; perché ciò deriva dal timore. E anche la facilità a piangere
include una menomazione: perché così l'animo mostra di soccombere
ai mali esterni. Perciò il magnanimo evita queste ed altre
simili cose per un motivo speciale, cioè in quanto contrarie alla
propria eccellenza o grandezza.
3. Ogni virtù ha un certo decoro, od ornamento dalla propria
specie, ornamento che è proprio di ciascuna. Ma la grandezza di
un'azione virtuosa compiuta dalla magnanimità, che secondo l'espressione di Aristotele "accresce" tutte le virtù,
aggiunge un
nuovo ornamento.
ARTICOLO
5
Se la magnanimità sia parte (potenziale) della fortezza
SEMBRA che la magnanimità non sia parte (potenziale) della fortezza.
Infatti:
1. Una cosa non può esser parte di se medesima. Ora, la
magnanimità si identifica con la fortezza. Infatti Seneca ha scritto: "Se
nel tuo animo c'è la magnanimità, che è chiamata anche fortezza,
vivrai con grande fiducia". E Cicerone: "Gli uomini forti vogliamo
che siano anche magnanimi, amici della verità, e niente affatto mendaci".
Dunque la magnanimità non è parte (potenziale) della fortezza.
2. Il Filosofo insegna, che
"il magnanimo non è
φιλοκινδυνος",
cioè amante del pericolo. Invece è proprio dei forti esporsi ai pericoli.
Perciò la magnanimità non ha affinità con la fortezza, in modo
da potersi dire parte di essa.
3. La magnanimità ha di mira ciò che è grande tra i beni sperabili:
mentre la fortezza ha di mira ciò che è grande tra i mali temibili,
o affrontabili. Ora, il bene è superiore al male. Dunque
la magnanimità è una virtù superiore alla fortezza. E quindi non è
parte (potenziale) di essa.
IN CONTRARIO: Macrobio e Andronico pongono la magnanimità
tra le parti della fortezza.
RISPONDO: Come dicemmo sopra, virtù principale è quella cui
spetta applicare uno dei caratteri generali delle virtù in una materia
principale. Ora, uno dei caratteri generali delle virtù è la
fermezza d'animo; poiché comportarsi con fermezza si richiede in
qualsiasi virtù, come dice Aristotele. Però questo si apprezza
specialmente in quelle virtù che mirano a qualche cosa di arduo, in
cui è assai difficile mantenere la fermezza. Perciò quanto più è
difficile mantenersi fermi in qualche cosa di arduo, tanto più è
principale la virtù che dà all'animo fermezza nell'affrontarla.
Ora, è più difficile mantenersi fermi nei pericoli di morte, in cui
spetta alla fortezza dare fermezza d'animo, che nello sperare e nel
conseguire i più grandi beni, in cui spetta alla magnanimità dare
fermezza d'animo: poiché l'uomo rifugge sommamente i pericoli
di morte come ama al sommo la propria vita. Perciò è evidente
che la magnanimità coincide con la fortezza in quanto entrambe
danno fermezza d'animo in qualche cosa di arduo: tuttavia non ne
raggiunge la natura; perché dà fermezza d'animo in cose dove è
più facile mantenerla. E quindi la magnanimità è posta tra le
parti della fortezza, perché è ad essa subordinata come virtù
secondaria a quella principale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come il Filosofo insegna,
"l'assenza
di un male è considerato come un bene". Perciò il non lasciarsi
sopraffare da un grave male, p. es., dai pericoli di morte, si
considera come conquista di un grande bene: ma il primo compito
spetta alla fortezza, e il secondo alla magnanimità. E da questo
lato fortezza e magnanimità si possono identificare. Però siccome è
diversa la difficoltà che i due compiti presentano, parlando a
rigore di termini, Aristotele distingue la magnanimità dalla fortezza.
2. Si dice che ama i pericoli chi vi si espone indiscriminatamente.
E questo è proprio di chi stima grandi troppe cose, il che è incompatibile
con la magnanimità: infatti nessuno si espone a dei pericoli
per qualche cosa, se non la considera grande. Ora, il magnanimo
si espone con somma prontezza ai pericoli per cose che sono
grandi veramente: poiché egli nella fortezza mira a ciò che è grande,
come negli atti delle altre virtù. Perciò il Filosofo spiega,
che il magnanimo non è
μικροκινδυνος,
cioè "rischioso nelle cose piccole"; ma
μεγαλοκινδυνος,
cioè "pronto a esporsi nelle cose grandi".
E Seneca scrive: "Sarai magnanimo, se non cercherai i pericoli
come il temerario, né li paventerai come il pauroso: poiché niente
rende l'animo pauroso, se non la coscienza di una vita riprovevole".
3. Il male in quanto tale è da fuggirsi: e il fatto di doverlo subire
con costanza è voluto direttamente, cioè in quanto bisogna
subirlo per salvaguardare il bene. Invece il bene è desiderabile
per se stesso; e il fatto di doverci rinunziare è voluto solo indirettamente,
in quanto supera la capacità di chi lo desidera. Ora, ciò che
si vuole per se, o direttamente è più importante di ciò che è voluto
per accidens, o indirettamente. Perciò è più in gioco la fermezza
d'animo di fronte all'arduità del male, che di fronte all'arduità
del bene. Ecco perché la virtù della fortezza è principale rispetto
alla magnanimità: infatti pur essendo principale il bene rispetto
al male, tuttavia il male è principale sotto l'aspetto dell'arduità.
ARTICOLO
6
Se la fiducia rientri nella magnanimità
SEMBRA che la fiducia non rientri nella magnanimità.
Infatti:
1. Uno può aver fiducia non solo in se stesso, ma anche negli
altri, secondo le parole di S. Paolo: "Tale fiducia noi l'abbiamo
in Dio mediante il Cristo: non che da noi stessi siamo in grado di
pensare alcunché come fosse da noi". Ma questo sembra essere
contro la natura della magnanimità. Dunque la fiducia non rientra
in quest'ultima.
2. La fiducia è il contrario del timore, come risulta da quel passo
di Isaia: "Agirò con fiducia e non temerò". Ma essere senza paura
è piuttosto della fortezza. Perciò anche la fiducia rientra più nella
fortezza che nella magnanimità.
3. Il premio è dovuto solo alla virtù. Ora, alla fiducia è dovuto il
premio: poiché a detta di S. Paolo, "noi saremo abitazione di Cristo,
se manteniamo salda fino alla fine la fiducia e la gloria della speranza".
Dunque la fiducia è una virtù distinta dalla
magnanimità. - Il che risulta anche dal fatto che Macrobio la enumera
come distinta.
IN CONTRARIO: Cicerone nella sua
Retorica mette la fiducia al
posto della magnanimità, come sopra abbiamo notato.
RISPONDO: Il termine fiducia deriva da fede. Ma è proprio della
fede credere a qualcuno in qualche cosa. Ora, la fiducia appartiene
alla speranza, secondo le parole della Scrittura: "Ti sentirai fiducioso
per la speranza che hai dinanzi". Perciò il primo significato
del termine fiducia sembra indicare il fatto che uno concepisce una
speranza dal credere alle parole di chi gli promette di aiutarlo. - Ma poiché
si denomina fede anche un'opinione tenace, e quest'ultima è
determinata non solo dalle parole di un altro, ma anche dalla
stima delle qualità di un altro, si può chiamare fiducia anche il
fatto che uno concepisce la speranza di una cosa dal considerare
un aspetto della realtà. Aspetto che talora uno riscontra in se stesso,
come quando vedendosi sano, uno spera di vivere a lungo: e
talora in altri, come quando nel considerare che un potente è suo
amico, uno concepisce la fiducia di essere da lui aiutato. - Ora, sopra
abbiamo detto che la magnanimità propriamente ha di mira
la speranza di cose ardue. Perciò, poiché la fiducia implica una
certa saldezza della speranza, derivante da considerazioni che
determinano una tenace opinione di poter conseguire un bene, è chiaro
che la fiducia rientra nella magnanimità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come spiega il Filosofo, è proprio
del magnanimo "non aver bisogno di nulla", perché l'indigenza
è propria dei miseri. Questo però va inteso nel modo umano: infatti
egli aggiunge: "o quasi". Poiché non aver proprio bisogno
di niente è al di là dell'umano. Infatti ogni uomo ha bisogno prima
di tutto dell'aiuto di Dio; e secondariamente anche dell'aiuto umano,
essendo l'uomo per natura un animale socievole, che non può
bastare a se stesso per vivere. Perciò il magnanimo in quanto ha
bisogno degli altri è portato ad avere fiducia in essi: poiché anche
questo contribuisce all'eccellenza di un uomo, l'avere a disposizione
chi può aiutarlo. Così pure rientra nella magnanimità la fiducia
che uno ha in se stesso, per le cose di cui egli è capace direttamente.
2. Come già abbiamo detto nel trattato delle passioni, la speranza
direttamente si contrappone alla disperazione, che si riferisce al
medesimo oggetto, cioè al bene: e si contrappone al timore, che
ha per oggetto il male, per la contrarietà dei rispettivi oggetti. Ora,
la fiducia implica un vigore particolare della speranza. Perciò essa
è contraria al timore come la speranza. Ma poiché la fortezza
propriamente irrobustisce l'uomo contro il male, mentre la magnanimità
lo irrobustisce nel raggiungimento del bene; è chiaro che propriamente
la fiducia rientra più nella magnanimità che nella fortezza.
Ma poiché la speranza causa l'audacia, che è il dominio
della fortezza, ne risulta che la fiducia indirettamente è implicita
anche nella fortezza.
3. La fiducia, come abbiamo visto, implica una modalità della
speranza; essa difatti è la speranza rafforzata da una salda convinzione.
Ora, la modalità di un sentimento può contribuire al
valore dei suoi atti, così da renderlo meritorio: tuttavia non da
questa, ma dalla sua materia vien posto nella specie di una data virtù.
Perciò a rigor di termini la fiducia non può indicare una data virtù,
ma una sua modalità. Ecco perché essa viene enumerata tra
le parti della fortezza, non come virtù annessa (a meno che con
Cicerone non si prenda per la magnanimità), ma come una delle
parti integranti, cui abbiamo accennato sopra.
ARTICOLO
7
Se nella magnanimità rientri la sicurezza
SEMBRA che nella magnanimità non rientri la sicurezza.
Infatti:
1. La sicurezza, come abbiamo già visto, implica l'eliminazione
del turbamento causato dal timore. Ma questo è effetto specialmente
della fortezza. E quindi la sicurezza s'identifica con quest'ultima.
La fortezza però non rientra nella magnanimità, bensì è vero
il contrario. Perciò la sicurezza non rientra nella magnanimità.
2. S. Isidoro afferma, che
"sicuro significa sine cura" (cioè senza
premura). Ma questo è inconcepibile con la virtù, che ha premura
delle cose oneste; secondo le parole dell'Apostolo: "Abbi premura
di comparire degno di approvazione davanti a Dio". Dunque
la sicurezza non rientra nella magnanimità, che compie ciò che è
grande in tutte le virtù.
3. La virtù non s'identifica col premio. Invece la sicurezza è data
come premio della virtù, come risulta dalle parole di Giobbe: "Se
rimuovi da te l'iniquità che è in mano tua, sepolto dormirai sicuro".
Perciò la sicurezza non rientra come parte nella magnanimità né in altre virtù.
IN CONTRARIO: Cicerone scrive, che è proprio del magnanimo
"non
cedere né al turbamento dell'animo, né agli uomini, né alla sfortuna".
Ora, la sicurezza consiste proprio in questo. Dunque la
sicurezza rientra nella magnanimità.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo,
"il timore rende gli uomini
riflessivi nel deliberare": in quanto rende premurosi di trovare il
modo di sfuggire ciò che si teme. Ora, la sicurezza consiste nell'eliminazione di questa premura imposta dal timore. Perciò essa
implica una perfetta tranquillità dell'animo con l'esclusione del
timore: come la fiducia implica un certo vigore della speranza.
Ebbene, come la speranza è legata direttamente alla magnanimità,
così il timore è connesso con la fortezza. Ecco perché come la fiducia
rientra immediatamente nella magnanimità, così la sicurezza
rientra immediatamente nella fortezza. - Si deve però notare che
come la speranza causa l'audacia, così il timore produce la disperazione,
secondo quanto si disse nel trattato delle passioni. Perciò
come la fiducia indirettamente rientra nella fortezza, in quanto si
serve dell'audacia; così la sicurezza rientra nella magnanimità,
in quanto esclude la disperazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fortezza non è lodata principalmente
perché vince il timore, il che è proprio della sicurezza;
ma perché implica fermezza di fronte alle passioni. Perciò la sicurezza
non s'identifica con la fortezza, ma è una condizione di essa.
2. Non qualsiasi sicurezza è lodevole, ma quella che elimina le
preoccupazioni che non si devono nutrire, e di cui non bisogna temere.
E in tal senso essa è una condizione della fortezza e della magnanimità.
3. Nelle virtù si riscontra una somiglianza e una partecipazione
della beatitudine futura, come sopra abbiamo notato. Perciò niente
impedisce che una certa sicurezza sia condizione di una virtù,
sebbene la sicurezza perfetta sia il premio della virtù.
ARTICOLO
8
Se i beni di fortuna contribuiscano alla magnanimità
SEMBRA che i beni di fortuna non contribuiscano alla magnanimità.
Infatti:
1. Seneca ha scritto, che
"la virtù basta a se stessa".
Ora, come abbiamo visto, la magnanimità fa grandi tutte le virtù.
Dunque i beni di fortuna non giovano alla magnanimità.
2. Una persona virtuosa non disprezza quanto le è di giovamento.
Invece il magnanimo disprezza i beni esterni di fortuna, come nota
Cicerone: "L'animo grande risalta nel disprezzo dei beni esterni".
Perciò la magnanimità non è agevolata dai beni di fortuna.
3. Cicerone aggiunge, nel passo citato, che è proprio dell'animo
grande "sopportare in tal modo le cose penose da non decadere in
nulla dalla nobiltà di natura e dalla dignità di sapiente". E Aristotele
insegna, che "il magnanimo non si rattrista negli infortuni".
Ora, le cose penose e gli infortuni sono il contrario dei beni
di fortuna. Ma tutti si rattristano per la perdita di quanto loro
giova. Dunque i beni esterni di fortuna non giovano alla magnanimità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"i beni di fortuna contribuiscono
alla magnanimità".
RISPONDO: Come abbiamo già notato, la magnanimità mira a
due cose: agli onori come a propria materia; e a compiere qualche
cosa di grande come a proprio fine. Ora, i beni di fortuna contribuiscono
all'una e all'altra di queste cose. Siccome però l'onore è
dato alle persone virtuose non solo dai sapienti ma anche dal popolo,
il quale considera come supremi i beni di fortuna; ne segue
che viene prestato maggior onore a coloro che non mancano dei
beni esterni. Parimenti i beni di fortuna servono strumentalmente
alle azioni virtuose; poiché le ricchezze, la potenza e gli amici ci
danno la possibilità di operare con successo. Perciò è evidente che
i beni di fortuna contribuiscono alla magnanimità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: Si dice che la virtù basta a se stessa,
perché può sussistere anche senza i beni esteriori. Tuttavia ne ha
bisogno per operare con più facilità.
2. La magnanimità disprezza i beni esterni in quanto non li stima
al punto da rassegnarsi a compiere per essi delle cose disoneste.
Ma non le disprezza al punto da non stimarle utili per il compimento
di certi atti di virtù.
3. Chi non ha grande stima di una cosa, né si rallegra troppo
quando l'acquista, né molto si rattrista quando la perde. E poiché
il magnanimo non stima i beni esterni di fortuna come cose
grandi, non si esalta troppo quando li ha, e non si abbatte molto
quando li perde.
|