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Questione
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Le parti della fortezza
Passiamo ora a parlare delle parti della fortezza. In primo luogo
c'è da esaminare quali siano; in secondo luogo studieremo le singole parti.
ARTICOLO
UNICO
Se le parti della fortezza siano ben enumerate
SEMBRA che le parti della fortezza non siano ben enumerate.
Infatti:
1. Cicerone assegna alla fortezza quattro parti, cioè
"magnificenza,
fiducia, pazienza e perseveranza". Ma a torto. Infatti la
magnificenza appartiene alla liberalità; poiché entrambe riguardano
il denaro, e, a detta del Filosofo, "è necessario che il magnifico
sia liberale". Ora, la liberalità è parte essenziale della giustizia,
come sopra abbiamo dimostrato. Dunque la magnificenza
non si deve considerare una parte della fortezza.
2. La fiducia sembra altro non essere che la speranza. Ora, la
speranza non appartiene alla fortezza, ma è una virtù a parte.
Perciò la fiducia non va posta tra le parti della fortezza.
3. La fortezza rende l'uomo preparato di fronte ai pericoli. Ma
la magnificenza e la fiducia non implicano nel loro concetto nessun
rapporto ai pericoli. Quindi non sono ben enumerate come parti della fortezza.
4. La pazienza secondo Cicerone implica
"sopportazione di cose difficili": il che egli attribuisce anche alla fortezza. Dunque la
pazienza s'identifica con la fortezza, e non è parte di essa.
5. Un coefficiente che è richiesto in tutte le virtù non può considerarsi
parte di una speciale virtù. Ma la perseveranza è richiesta
in qualsiasi virtù, secondo le parole evangeliche: "Chi avrà perseverato
sino alla fine sarà salvo". Perciò la perseveranza non va
posta tra le parti della fortezza.
6. Macrobio enumera sette parti della fortezza, e cioè:
"magnanimità,
fiducia, sicurezza, magnificenza, costanza, sopportazione, fermezza".
E Andronico enumera sette virtù annesse alla fortezza, che
sono "eupsichia, lema, magnanimità, virilità, perseveranza,
magnificenza, andragatia". Dunque l'enumerazione di Cicerone è incompleta.
7. Aristotele enumera cinque modi della fortezza. Il primo è la
politica, che agisce con fermezza per paura del disonore, o del castigo;
il secondo è la bravura militare, la quale opera con coraggio
sorretta dall'arte e dall'esperienza di guerra; il terzo è la fortezza
che scaturisce dalla passione, specialmente dall'ira; il quarto è la
fortezza che agisce con coraggio per l'abitudine di vincere; il quinto
poi è l'agire con coraggio per inavvertenza del pericolo. Ora,
nessuna delle enumerazioni precedenti contiene questi tipi di fortezza.
Dunque le suddette enumerazioni non sono adeguate.
RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, di una virtù ci possono essere
tre tipi di parti, e cioè: soggettive, integranti e potenziali. La
fortezza in quanto virtù specifica non può avere parti soggettive;
poiché non si divide in virtù specificamente distinte, essendo la sua
materia del tutto determinata. Invece vengono ad essa riconosciute
parti integranti e potenziali. Parti integranti sono gli elementi
chiamati a costituire l'atto della fortezza. Parti potenziali sono
quelle virtù che osservano in campi meno difficili il comportamento
osservato dalla fortezza di fronte ai pericoli di morte. E queste virtù
sono annesse alla fortezza come virtù secondarie.
Ora, come sopra abbiamo detto, due sono gli atti della
fortezza: affrontare e sopportare. Per il primo atto si richiedono due cose.
La prima è la predisposizione dell'animo, e cioè che si abbia l'animo
pronto ad affrontare. Ed è quello che Cicerone denomina "fiducia".
Ecco perché egli afferma che "la fiducia è la virtù con la
quale l'animo affronta le cose grandi e onorifiche con speranza e sicurezza". - La seconda è l'esecuzione dell'opera: e cioè che non
si venga meno nell'esecuzione di ciò che si è intrapreso con fiducia.
Cicerone la chiama "magnificenza". Ecco perché egli scrive che "la magnificenza è il disegno e l'esecuzione di cose grandi e sublimi
con ampiezza e splendidezza di propositi", in modo che ai generosi
propositi non manchi l'esecuzione. - Ora, se questi due elementi
si restringono alla materia propria della fortezza, cioè ai
pericoli di morte, ne formano come le parti integranti, senza le quali
non può esserci la fortezza. Se invece si riferiscono ad altre materie
di minore difficoltà, sono virtù specificamente distinte dalla fortezza;
però ad essa si riconnettono come alla loro virtù principale.
Il Filosofo, p. es., assegna alla magnificenza le grandi spese, e i
grandi onori alla magnanimità, che s'identifica con la fiducia.
Anche per l'altro atto della fortezza, che è il sopportare, si richiedono
due cose. La prima è che l'animo non si lasci abbattere dalla
tristezza per la difficoltà dei mali imminenti, abdicando alla propria grandezza.
È quanto Cicerone denomina "pazienza". Infatti
egli scrive che "la pazienza è una volontaria e ininterrotta tolleranza
di cose ardue e difficili motivata dall'onore e dall'utilità". - La
seconda cosa richiesta è che uno non si stanchi fino a desistere a
causa della continua sopportazione delle difficoltà, seguendo l'esortazione
di S. Paolo: "Non vi stancate perdendovi d'animo". Cicerone
la denomina "perseveranza". Infatti egli dice che "la perseveranza è
una stabile e perpetua permanenza in una deliberazione
ben considerata". - E anche queste due cose, se si restringono
alla materia propria della fortezza, ne costituiscono quasi due
parti integranti. Se invece riguardano qualunque altra difficoltà,
sono virtù distinte dalla fortezza, però ad essa connesse come secondarie
alla loro virtù principale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La magnificenza aggiunge una
certa grandezza riguardo alla materia della liberalità, grandezza
che sconfina nell'arduo il quale è oggetto dell'irascibile, e riceve
la sua perfezione dalla fortezza. E sotto tale aspetto essa appartiene
alla fortezza.
2. La speranza con la quale si confida in Dio è virtù teologale,
come sopra abbiamo visto. Invece con la fiducia che è parte potenziale
della fortezza l'uomo confida in se medesimo; però dipendentemente da Dio.
3. È pericoloso intraprendere qualsiasi grande impresa, perché
è di grave pregiudizio fallire in essa. Perciò anche se la magnificenza
e la fiducia non riguardano che le altre grandi intraprese,
hanno una certa affinità con la fortezza a motivo del pericolo che si affronta.
4. La pazienza non solo sopporta, senza tristezza eccessiva, i pericoli
di morte, oggetto della fortezza, ma qualunque altra difficoltà
o pericolo. E sotto quest'aspetto essa è una virtù annessa alla
fortezza. - In quanto invece ha per oggetto i pericoli di morte è parte
integrale di essa.
5. La perseveranza è un requisito di qualsiasi virtù come continuità
del bene operare fino alla fine. Invece è parte potenziale
della fortezza nel senso sopra indicato.
6. Macrobio enumera le quattro virtù poste da Cicerone: fiducia,
e magnificenza, con la tolleranza in luogo della pazienza, e la fermezza
che sostituisce la perseveranza. Ma ad esse ne aggiunge altre tre.
Due delle quali, cioè magnanimità e sicurezza per Cicerone formano
la fiducia; che invece Macrobio distingue. Infatti la fiducia
implica la speranza umana di cose grandi. Ma la speranza presuppone
la tensione della volontà nel desiderio di grandi cose, il che
costituisce la magnanimità: sopra infatti abbiamo visto che la
speranza presuppone l'amore e il desiderio di ciò che si spera. Si
potrebbe rispondere anche meglio che la fiducia indica la certezza
della speranza; e la magnanimità la grandezza delle cose sperate. - Però
la speranza non può esser sicura, se non si eliminano i sentimenti
contrari: talora infatti uno di suo sarebbe portato a sperare
una data cosa, ma la speranza è eliminata dal timore; infatti
il timore è incompatibile con la speranza, come abbiamo visto. Ecco
perché Macrobio aggiunge la sicurezza, che esclude il timore. - Aggiunge
poi una terza cosa, cioè la costanza, la quale può rientrare
nella magnificenza: infatti è necessario avere una costanza
di animo nelle cose che si compiono con magnificenza. Ecco perché
Cicerone afferma che alla magnificenza non solo appartiene "l'esecuzione
di grandi imprese", ma anche "il disegno di esse formulato
con ampiezza di propositi". Però la costanza si può anche ridurre
alla perseveranza; poiché uno è perseverante nel non desistere
nonostante la durata dell'impresa; ed è costante nel non
desistere nonostante qualsiasi altra difficoltà.
Anche le virtù enumerate da Andronico si riducono a quelle di
Cicerone. Infatti egli per la perseveranza e la magnificenza combina
con Cicerone e Macrobio; e per la magnanimità con quest'ultimo. - Lema
equivale a pazienza o sopportazione: infatti egli
dice che essa "è un abito pronto ad affrontare ciò che si deve, e a
sopportare ciò che detta la ragione". - L'eupsichia invece, cioè il
buon animo equivale alla sicurezza: infatti egli scrive che "essa è
forza d'animo di portare a termine le proprie imprese". - La virilità
poi non è che la fiducia: infatti egli dice che "la virilità è un
abito che ha la capacità di affrontare direttamente imprese coraggiose". - Alla
magnificenza aggiunge l'andragatia, che è come una
bontà virile, e che noi potremmo denominare strenuità. Infatti la
magnificenza non ha solo il compito di insistere nel portare a termine
le grandi imprese, come la costanza; ma anche quello di compierle
con virile prudenza e sollecitudine, il che è proprio dell'andragatia
o strenuità. Per questo egli dice che "l'andragatia è la
virtù dell'uomo che sa sperimentare gli espedienti che occorrono
nelle opere vantaggiose".
È così dimostrato che tutte le virtù ricordate si riducono alle
quattro principali enumerate da Cicerone.
7. Quei cinque elementi ricordati da Aristotele non raggiungono
la vera natura di virtù: poiché sebbene coincidano con la fortezza
quanto all'atto, tuttavia differiscono da essa quanto al movente
che lo ispira. Perciò essi non sono parti potenziali della fortezza,
ma solo modalità della medesima.
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