Il Santo Rosario
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Questione 125

La viltà, o paura

Veniamo ora a trattare dei vizi contrari alla fortezza. Primo, della viltà, o paura; secondo, della spavalderia; terzo, dell'audacia.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la paura sia peccato; 2. Se sia l'opposto della fortezza; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se scusi, o diminuisca il peccato.

ARTICOLO 1

Se la viltà, o paura, sia peccato

SEMBRA che la viltà o timore non sia peccato. Infatti:
1. Il timore, o paura, è una passione, come sopra abbiamo visto. Ma "per le passioni non meritiamo né lode né biasimo", scrive Aristotele. Perciò, siccome ogni peccato è biasimevole, è chiaro che il timore non è peccato.
2. Niente di ciò che è comandato dalla legge divina può essere peccato: poiché "la legge del Signore è senza macchia", come dice il Salmista. Ora, nella legge di Dio è comandato il timore; si legge infatti nella Scrittura: "Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore". Dunque il timore non è peccato.
3. Niente di ciò che è nell'uomo per natura può esser peccato: poiché il peccato, a detta del Damasceno, è "contro natura". Ma il timore è naturale per l'uomo: infatti il Filosofo scrive, che "uno sarebbe anormale, se non avesse il senso del dolore, e non temesse niente, neppure il terremoto o le inondazioni". Perciò la paura non è peccato.

IN CONTRARIO: Il Signore afferma: "Non temete coloro che uccidono il corpo". E in Ezechiele si legge: "Non temerli e non lasciarti intimorire dalle loro parole".

RISPONDO: Un atto umano è peccaminoso perché disordinato: infatti la bontà del nostro agire consiste in un certo ordine, come sopra abbiamo spiegato. E l'ordine richiesto è che l'appetito sia soggetto al dominio della ragione. Ma la ragione certe cose detta di fuggirle e certe altre impone di cercarle; e tra quelle da fuggire ci dice che alcune sono più da fuggirsi di altre; e che tra quelle da seguire alcune devono esser perseguite più di altre; e quanto più un bene va perseguito, tanto più va evitato il male opposto. Ecco quindi che la ragione detta di preferire la ricerca di certi beni alla fuga di certi mali. Perciò quando la volontà fugge un male che la ragione detta di sopportare, per non abbandonare un bene che deve essere perseguito, si ha un timore disordinato, che è peccaminoso. Invece quando la volontà per paura abbandona ciò che secondo la ragione dev'essere fuggito, allora l'atto non è disordinato, e non è peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella sua accezione più comune timore non dice altro che fuga: e quindi non implica né il bene né il male. Lo stesso si dica per ogni altra passione. Perciò il Filosofo afferma che le passioni non sono né lodevoli, né biasimevoli: perché chi si adira e chi teme non sono lodati o biasimati per questo, ma perché lo fanno o in maniera ordinata, o in maniera disordinata.
2. Il timore che l'Apostolo raccomanda è conforme alla ragione: egli esorta i servi a temere la mancanza di rispetto e di devozione ai propri padroni.
3. La retta ragione comanda di fuggire quei mali cui l'uomo non può resistere, e la cui sopportazione non arreca nessun vantaggio. Perciò il temerli non è peccato.

ARTICOLO 2

Se il peccato di timore, o di viltà si contrapponga alla fortezza

SEMBRA che il peccato di timore o di viltà non si contrapponga alla fortezza. Infatti:
1. La fortezza, come abbiamo detto, ha di mira i pericoli di morte. Invece il peccato di timore non sempre riguarda i pericoli di morte. Infatti la Glossa, spiegando quel detto dei Salmi: "Beati tutti coloro che temono il Signore", afferma che, "il timore umano è quello col quale si teme di soffrire nel corpo, o di perdere i beni del mondo". E a commento di quel passo evangelico: "Pregò per la terza volta dicendo le stesse parole, ecc.", si afferma che ci sono tre timori cattivi, e cioè "il timore della morte, dell'abiezione e del dolore". Dunque il peccato di timore o viltà non si contrappone alla fortezza.
2. La cosa che più viene apprezzata nella fortezza è il fatto che uno si espone alla morte. Ma alcuni si espongono alla morte per paura della schiavitù o dell'infamia; come S. Agostino narra di Catone, il quale si diede la morte per non finire sotto il dominio di Cesare. Quindi il peccato di viltà non è contrario alla fortezza, ma ha con esso piuttosto una certa somiglianza.
3. La disperazione nasce sempre da un timore. Ma la disperazione non è in contrasto con la fortezza, bensì con la speranza, come sopra abbiamo visto. Dunque neppure il peccato di timore, o viltà, si contrappone alla fortezza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo considera la vigliaccheria contraria alla fortezza.

RISPONDO: Come sopra notammo, ogni timore nasce da un amore; infatti non si teme se non il contrario di ciò che si ama. Ora, l'amore non si restringe a un determinato genere di virtù o di vizi, ma l'amore ordinato è implicito in ogni virtù, poiché una persona virtuosa ama le proprie virtù: e l'amore disordinato è implicito in ogni peccato, poiché dall'amore disordinato derivano le disordinate cupidigie. Parimente in qualsiasi peccato è implicito un timore disordinato: l'avaro infatti teme la perdita delle ricchezze, il sensuale teme di perdere il piacere, e così via. Ma il timore più grave è quello dei pericoli di morte. Perciò il disordine di tale timore si contrappone alla fortezza, che ha per oggetto i pericoli di morte. Ecco perché si dice, per antonomasia, che il timore (o vigliaccheria) si contrappone alla fortezza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi parlano del timore disordinato comunemente detto, il quale può essere in contrasto con diverse virtù.
2. Gli atti umani, come abbiamo notato sopra, vanno giudicati dal fine. Ora, è proprio del forte, o coraggioso, esporsi ai pericoli di morte per il bene: chi invece si espone alla morte per evitare la schiavitù o altre cose dolorose, si lascia vincere dal timore, che è il contrario della fortezza. Perciò il Filosofo afferma, che "morire per fuggire la miseria, la passione erotica, o altre cose dolorose, non è dei coraggiosi, bensì dei vili: infatti è debolezza fuggire il dolore".
3. Notammo già sopra che, come la speranza è causa dell'audacia, così il timore è causa della disperazione. Perciò come nel coraggioso, il quale con moderazione fa uso dell'audacia, si presuppone la speranza, così al contrario nella disperazione si presuppone un timore. Non è detto però che qualsiasi disperazione derivi da qualsiasi timore, ma dal timore corrispettivo. Ora, la disperazione che è l'opposto della virtù della speranza corrisponde alle cose divine, cioè a un genere di cose che non combina col timore il quale si contrappone alla fortezza, la quale ha per oggetto i pericoli di morte. Perciò l'argomento non regge.

ARTICOLO 3

Se la viltà sia peccato mortale

SEMBRA che la viltà non sia peccato mortale. Infatti:
1. Come sopra si disse, la paura risiede nell'irascibile, che è una potenza dell'appetito sensitivo, o sensualità. Ma nella sensualità, l'abbiamo dimostrato, può esserci solo il peccato veniale. Dunque la paura non è peccato mortale.
2. Tutti i peccati mortali distolgono il cuore interamente da Dio. Ma la paura non arriva a questo; infatti a commento di quel passo dei Giudici: "Chi è pauroso, ecc.", la Glossa afferma, che "è pauroso colui che a prima vista paventa l'attacco, però non è atterrito nell'animo, e può essere confortato e rianimato". Perciò la viltà non è peccato mortale.
3. Il peccato mortale non solo distoglie dalla perfezione, ma anche dall'osservanza dei precetti. Invece la paura non distoglie dai precetti, bensì dalla perfezione soltanto; infatti nel commentare quel passo del Deuteronomio: "Se v'è qualcuno che abbia paura, ecc.", la Glossa afferma, che "nessuno, il quale ancora teme di spogliarsi dei beni terreni, può conseguire la perfezione della vita contemplativa, o della milizia spirituale". Dunque la paura o viltà non è peccato mortale.

IN CONTRARIO: Solo al peccato mortale è dovuta la pena dell'inferno. Eppure questa è dovuta ai vili, come dice l'Apocalisse: "Per i vili e gli increduli e gli abominevoli, ecc., la parte loro sarà nello stagno di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte". Perciò la viltà è peccato mortale.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la paura è peccato in quanto è disordinata: e cioè per il fatto che uno abbandona ciò che secondo la ragione non si deve abbandonare. Ora, questo disordine della paura talora si limita all'appetito sensitivo, senza il successivo consenso della volontà: e allora non può essere peccato mortale, ma veniale soltanto. - Talora invece tale disordine scuote anche l'appetito razionale, o volontà, la quale in modo non conforme alla ragione deliberatamente abbandona qualche cosa. E tale disordine a volte è peccato mortale, a volte è veniale. Se uno infatti per la paura che gli fa fuggire un pericolo di morte, o qualsiasi altro danno temporale, è disposto a compiere cose proibite, o tralascia quanto è comandato dalla legge di Dio, la sua paura è peccato mortale. Altrimenti è veniale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per la paura che si limita alla sola sensualità.
2. Anche la Glossa citata nella seconda difficoltà può intendersi della paura che si limita alla sensualità. - Però è meglio rispondere che viene spaventato totalmente e cordialmente solo chi si lascia dominare dalla paura in maniera irreparabile. Ma può capitare che anche quando il timore è peccato mortale, uno non sia spaventato così gravemente da non poter esser corretto con degli ammonimenti: come capita del resto che uno, dopo aver peccato mortalmente col consentire alla concupiscenza, si lascia distogliere dall'attuare quello che aveva proposto di compiere.
3. Quei testi parlano della paura la quale distoglie dal bene che non è di precetto, ma di consiglio. Ora, codesta paura non è peccato mortale: anzi talora non è affatto peccato, p. es., quando c'è un motivo ragionevole di temere.

ARTICOLO 4

Se la paura scusi dal peccato

SEMBRA che la paura non scusi dal peccato. Infatti:
1. La paura, come abbiamo visto, è peccato. Ma un peccato non può scusare un altro peccato, bensì lo aggrava. Dunque la paura non scusa il peccato.
2. Se un timore deve scusare il peccato, deve farlo specialmente il timore della morte, il quale scuote anche un uomo coraggioso. Ora, questo timore non sembra scusare: perché la morte, essendo necessaria per tutti, non è da temersi. Perciò il timore non scusa dal peccato.
3. La paura ha per oggetto un male, o temporale, o spirituale. Ma la paura di un male spirituale non induce al peccato, bensì ritrae da esso. E la paura di un male temporale non scusa dal peccato; perché, come dice il Filosofo, "non si deve temere né la povertà, né qualunque altra cosa che non deriva dalla propria malizia". Dunque la paura in nessun caso scusa dal peccato.

IN CONTRARIO: Nel Decreto (di Graziano) si legge: "Chi contro voglia e costretto dalla violenza è stato ordinato dagli eretici ha una parvenza di scusa".

RISPONDO: Come abbiamo già detto, il timore in tanto ha natura di peccato, in quanto è contro l'ordine della ragione. Ora, la ragione giudica che alcuni mali vanno fuggiti più di altri. Perciò se uno, per sfuggire un male che secondo la ragione merita di esser fuggito maggiormente, affronta mali meno gravi, non commette peccato. Così la morte corporale deve esser fuggita più che la perdita delle ricchezze: e quindi se uno per paura della morte promettesse o consegnasse del denaro a dei briganti, sarebbe scusato dal peccato, che invece incorrerebbe elargendolo a dei peccatori anziché ai giusti, senza una causa legittima.
Se uno invece per fuggire vilmente dei mali che secondo la ragione sono meno gravi subisce mali più intollerabili, non può essere scusato totalmente dal peccato: poiché la sua paura è disordinata. Ora, sono più da temere i mali dell'anima che quelli del corpo; e i mali del corpo più della perdita dei beni esterni. Perciò se uno incorre i mali dell'anima, cioè i peccati, per fuggire i mali del corpo, p. es., i flagelli, o la morte, oppure la perdita dei beni esterni, ossia del danaro; ovvero se preferisce il danno del corpo per evitare la perdita del danaro, non è scusato totalmente dal peccato. Tuttavia la sua colpa è minore: poiché quanto si compie per paura è meno volontario; e l'uomo subisce una certa necessità quando agisce per paura. Ecco perché il Filosofo afferma che quanto si compie per timore non è del tutto volontario, ma è un misto di volontario e d'involontario.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La paura scusa non in quanto peccato, ma in quanto è involontaria.
2. Sebbene la morte incomba su tutti per una necessità, tuttavia lo stesso accorciamento della vita è un male, e quindi è oggetto di timore.
3. Secondo gli Stoici, i quali ritenevano che i beni temporali non fossero tra i beni umani, si deve concludere che i mali temporali non sono dei mali per l'uomo, e quindi in nessun modo sono da temersi. Invece per S. Agostino i beni temporali sono dei beni di poco valore. E così pensano anche i Peripatetici. Perciò i mali loro contrari vanno temuti; non molto però, cioè mai fino al punto di abbandonare per essi il bene della virtù.