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Questione
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La viltà, o paura
Veniamo ora a trattare dei vizi contrari alla fortezza. Primo,
della viltà, o paura; secondo, della spavalderia; terzo, dell'audacia.
Sul primo argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la paura
sia peccato; 2. Se sia l'opposto della fortezza; 3. Se sia peccato mortale; 4. Se
scusi, o diminuisca il peccato.
ARTICOLO
1
Se la viltà, o paura, sia peccato
SEMBRA che la viltà o timore non sia peccato. Infatti:
1. Il timore, o paura, è una passione, come sopra abbiamo visto.
Ma "per le passioni non meritiamo né lode né biasimo", scrive
Aristotele. Perciò, siccome ogni peccato è biasimevole, è chiaro
che il timore non è peccato.
2. Niente di ciò che è comandato dalla legge divina può essere
peccato: poiché "la legge del Signore è senza macchia", come dice
il Salmista. Ora, nella legge di Dio è comandato il timore; si legge
infatti nella Scrittura: "Servi, ubbidite ai vostri padroni secondo
la carne con timore e tremore". Dunque il timore non è peccato.
3. Niente di ciò che è nell'uomo per natura può esser peccato: poiché
il peccato, a detta del Damasceno, è "contro natura". Ma il timore è naturale
per l'uomo: infatti il Filosofo scrive, che "uno sarebbe
anormale, se non avesse il senso del dolore, e non temesse
niente, neppure il terremoto o le inondazioni". Perciò la paura non è peccato.
IN CONTRARIO: Il Signore afferma:
"Non temete coloro che uccidono
il corpo". E in Ezechiele si legge: "Non temerli e non lasciarti
intimorire dalle loro parole".
RISPONDO: Un atto umano è peccaminoso perché disordinato: infatti
la bontà del nostro agire consiste in un certo ordine, come sopra
abbiamo spiegato. E l'ordine richiesto è che l'appetito sia soggetto
al dominio della ragione. Ma la ragione certe cose detta di
fuggirle e certe altre impone di cercarle; e tra quelle da fuggire ci
dice che alcune sono più da fuggirsi di altre; e che tra quelle da seguire
alcune devono esser perseguite più di altre; e quanto più un
bene va perseguito, tanto più va evitato il male opposto. Ecco quindi
che la ragione detta di preferire la ricerca di certi beni alla fuga
di certi mali. Perciò quando la volontà fugge un male che la ragione
detta di sopportare, per non abbandonare un bene che deve essere
perseguito, si ha un timore disordinato, che è peccaminoso. Invece
quando la volontà per paura abbandona ciò che secondo la
ragione dev'essere fuggito, allora l'atto non è disordinato, e non è peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nella sua accezione più comune timore
non dice altro che fuga: e quindi non implica né il bene né
il male. Lo stesso si dica per ogni altra passione. Perciò il Filosofo
afferma che le passioni non sono né lodevoli, né biasimevoli: perché
chi si adira e chi teme non sono lodati o biasimati per questo,
ma perché lo fanno o in maniera ordinata, o in maniera disordinata.
2. Il timore che l'Apostolo raccomanda è conforme alla ragione:
egli esorta i servi a temere la mancanza di rispetto e di devozione ai
propri padroni.
3. La retta ragione comanda di fuggire quei mali cui l'uomo non
può resistere, e la cui sopportazione non arreca nessun vantaggio.
Perciò il temerli non è peccato.
ARTICOLO
2
Se il peccato di timore, o di viltà si contrapponga alla fortezza
SEMBRA che il peccato di timore o di viltà non si contrapponga alla fortezza.
Infatti:
1. La fortezza, come abbiamo detto, ha di mira i pericoli di morte.
Invece il peccato di timore non sempre riguarda i pericoli di morte.
Infatti la Glossa, spiegando quel detto dei Salmi: "Beati tutti coloro
che temono il Signore", afferma che, "il timore umano è quello
col quale si teme di soffrire nel corpo, o di perdere i beni del mondo".
E a commento di quel passo evangelico: "Pregò per la terza
volta dicendo le stesse parole, ecc.", si afferma che ci sono tre timori
cattivi, e cioè "il timore della morte, dell'abiezione e del dolore".
Dunque il peccato di timore o viltà non si contrappone alla fortezza.
2. La cosa che più viene apprezzata nella fortezza è il fatto che
uno si espone alla morte. Ma alcuni si espongono alla morte per
paura della schiavitù o dell'infamia; come S. Agostino narra di Catone,
il quale si diede la morte per non finire sotto il dominio di
Cesare. Quindi il peccato di viltà non è contrario alla fortezza, ma
ha con esso piuttosto una certa somiglianza.
3. La disperazione nasce sempre da un timore. Ma la disperazione
non è in contrasto con la fortezza, bensì con la speranza, come sopra
abbiamo visto. Dunque neppure il peccato di timore, o viltà, si
contrappone alla fortezza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo considera la vigliaccheria contraria alla fortezza.
RISPONDO: Come sopra notammo, ogni timore nasce da un amore;
infatti non si teme se non il contrario di ciò che si ama. Ora, l'amore
non si restringe a un determinato genere di virtù o di vizi, ma
l'amore ordinato è implicito in ogni virtù, poiché una persona virtuosa
ama le proprie virtù: e l'amore disordinato è implicito in
ogni peccato, poiché dall'amore disordinato derivano le disordinate
cupidigie. Parimente in qualsiasi peccato è implicito un timore disordinato: l'avaro
infatti teme la perdita delle ricchezze, il sensuale
teme di perdere il piacere, e così via. Ma il timore più grave
è quello dei pericoli di morte. Perciò il disordine di tale timore si
contrappone alla fortezza, che ha per oggetto i pericoli di morte.
Ecco perché si dice, per antonomasia, che il timore (o vigliaccheria)
si contrappone alla fortezza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi parlano del timore disordinato
comunemente detto, il quale può essere in contrasto con diverse virtù.
2. Gli atti umani, come abbiamo notato sopra, vanno giudicati
dal fine. Ora, è proprio del forte, o coraggioso, esporsi ai pericoli
di morte per il bene: chi invece si espone alla morte per evitare la
schiavitù o altre cose dolorose, si lascia vincere dal timore, che
è il contrario della fortezza. Perciò il Filosofo afferma, che "morire
per fuggire la miseria, la passione erotica, o altre cose dolorose,
non è dei coraggiosi, bensì dei vili: infatti è debolezza fuggire il
dolore".
3. Notammo già sopra che, come la speranza è causa dell'audacia,
così il timore è causa della disperazione. Perciò come nel coraggioso,
il quale con moderazione fa uso dell'audacia, si presuppone
la speranza, così al contrario nella disperazione si presuppone un
timore. Non è detto però che qualsiasi disperazione derivi da qualsiasi
timore, ma dal timore corrispettivo. Ora, la disperazione che
è l'opposto della virtù della speranza corrisponde alle cose divine,
cioè a un genere di cose che non combina col timore il quale si contrappone
alla fortezza, la quale ha per oggetto i pericoli di morte.
Perciò l'argomento non regge.
ARTICOLO
3
Se la viltà sia peccato mortale
SEMBRA che la viltà non sia peccato mortale. Infatti:
1. Come sopra si disse, la paura risiede nell'irascibile, che è una
potenza dell'appetito sensitivo, o sensualità. Ma nella sensualità,
l'abbiamo dimostrato, può esserci solo il peccato veniale. Dunque
la paura non è peccato mortale.
2. Tutti i peccati mortali distolgono il cuore interamente da Dio.
Ma la paura non arriva a questo; infatti a commento di quel passo
dei Giudici: "Chi è pauroso, ecc.", la Glossa afferma, che "è
pauroso colui che a prima vista paventa l'attacco, però non è atterrito
nell'animo, e può essere confortato e rianimato". Perciò la
viltà non è peccato mortale.
3. Il peccato mortale non solo distoglie dalla perfezione, ma anche
dall'osservanza dei precetti. Invece la paura non distoglie dai
precetti, bensì dalla perfezione soltanto; infatti nel commentare
quel passo del Deuteronomio: "Se v'è qualcuno che abbia paura, ecc.", la Glossa afferma, che
"nessuno, il quale ancora teme di
spogliarsi dei beni terreni, può conseguire la perfezione della vita
contemplativa, o della milizia spirituale". Dunque la paura o viltà
non è peccato mortale.
IN CONTRARIO: Solo al peccato mortale è dovuta la pena dell'inferno.
Eppure questa è dovuta ai vili, come dice l'Apocalisse: "Per i
vili e gli increduli e gli abominevoli, ecc., la parte loro sarà nello
stagno di fuoco e di zolfo, che è la seconda morte". Perciò la viltà
è peccato mortale.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la paura è peccato in quanto
è disordinata: e cioè per il fatto che uno abbandona ciò che secondo
la ragione non si deve abbandonare. Ora, questo disordine della
paura talora si limita all'appetito sensitivo, senza il successivo consenso
della volontà: e allora non può essere peccato mortale, ma
veniale soltanto. - Talora invece tale disordine scuote anche l'appetito
razionale, o volontà, la quale in modo non conforme alla
ragione deliberatamente abbandona qualche cosa. E tale disordine
a volte è peccato mortale, a volte è veniale. Se uno infatti per la
paura che gli fa fuggire un pericolo di morte, o qualsiasi altro danno
temporale, è disposto a compiere cose proibite, o tralascia quanto è
comandato dalla legge di Dio, la sua paura è peccato mortale.
Altrimenti è veniale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per la paura
che si limita alla sola sensualità.
2. Anche la Glossa citata nella seconda difficoltà può intendersi
della paura che si limita alla sensualità. - Però è meglio rispondere
che viene spaventato totalmente e cordialmente solo chi si lascia
dominare dalla paura in maniera irreparabile. Ma può capitare
che anche quando il timore è peccato mortale, uno non sia spaventato
così gravemente da non poter esser corretto con degli ammonimenti:
come capita del resto che uno, dopo aver peccato mortalmente
col consentire alla concupiscenza, si lascia distogliere dall'attuare
quello che aveva proposto di compiere.
3. Quei testi parlano della paura la quale distoglie dal bene che
non è di precetto, ma di consiglio. Ora, codesta paura non è peccato
mortale: anzi talora non è affatto peccato, p. es., quando c'è un
motivo ragionevole di temere.
ARTICOLO
4
Se la paura scusi dal peccato
SEMBRA che la paura non scusi dal peccato. Infatti:
1. La paura, come abbiamo visto, è peccato. Ma un peccato non
può scusare un altro peccato, bensì lo aggrava. Dunque la paura
non scusa il peccato.
2. Se un timore deve scusare il peccato, deve farlo specialmente
il timore della morte, il quale scuote anche un uomo coraggioso.
Ora, questo timore non sembra scusare: perché la morte, essendo
necessaria per tutti, non è da temersi. Perciò il timore non scusa
dal peccato.
3. La paura ha per oggetto un male, o temporale, o spirituale. Ma
la paura di un male spirituale non induce al peccato, bensì ritrae
da esso. E la paura di un male temporale non scusa dal peccato;
perché, come dice il Filosofo, "non si deve temere né la povertà,
né qualunque altra cosa che non deriva dalla propria malizia".
Dunque la paura in nessun caso scusa dal peccato.
IN CONTRARIO: Nel Decreto (di Graziano) si legge:
"Chi contro
voglia e costretto dalla violenza è stato ordinato dagli eretici ha
una parvenza di scusa".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, il timore in tanto ha natura
di peccato, in quanto è contro l'ordine della ragione. Ora, la ragione
giudica che alcuni mali vanno fuggiti più di altri. Perciò se uno,
per sfuggire un male che secondo la ragione merita di esser fuggito
maggiormente, affronta mali meno gravi, non commette peccato.
Così la morte corporale deve esser fuggita più che la perdita delle
ricchezze: e quindi se uno per paura della morte promettesse o consegnasse
del denaro a dei briganti, sarebbe scusato dal peccato, che
invece incorrerebbe elargendolo a dei peccatori anziché ai giusti,
senza una causa legittima.
Se uno invece per fuggire vilmente dei mali che secondo la ragione
sono meno gravi subisce mali più intollerabili, non può essere
scusato totalmente dal peccato: poiché la sua paura è disordinata.
Ora, sono più da temere i mali dell'anima che quelli del corpo; e i
mali del corpo più della perdita dei beni esterni. Perciò se uno incorre
i mali dell'anima, cioè i peccati, per fuggire i mali del corpo,
p. es., i flagelli, o la morte, oppure la perdita dei beni esterni, ossia
del danaro; ovvero se preferisce il danno del corpo per evitare la
perdita del danaro, non è scusato totalmente dal peccato. Tuttavia
la sua colpa è minore: poiché quanto si compie per paura è meno
volontario; e l'uomo subisce una certa necessità quando agisce per
paura. Ecco perché il Filosofo afferma che quanto si compie per timore
non è del tutto volontario, ma è un misto di volontario e d'involontario.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La paura scusa non in quanto peccato,
ma in quanto è involontaria.
2. Sebbene la morte incomba su tutti per una necessità, tuttavia
lo stesso accorciamento della vita è un male, e quindi è oggetto di timore.
3. Secondo gli Stoici, i quali ritenevano che i beni temporali non
fossero tra i beni umani, si deve concludere che i mali temporali
non sono dei mali per l'uomo, e quindi in nessun modo sono da temersi.
Invece per S. Agostino i beni temporali sono dei beni di poco
valore. E così pensano anche i Peripatetici. Perciò i mali loro contrari
vanno temuti; non molto però, cioè mai fino al punto di abbandonare
per essi il bene della virtù.
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