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Questione
124
Il
martirio
Passiamo a parlare del martirio.
Sull'argomento tratteremo questi
cinque temi: 1. Se il martirio sia un atto di virtù; 2. A quale
virtù appartenga; 3. La perfezione di quest'atto; 4. La sofferenza
costitutiva del martirio; 5. La cagione di esso.
ARTICOLO
1
Se il martirio sia un atto di virtù
SEMBRA che il martirio non sia un atto di virtù. Infatti:
1. Ogni atto di virtù è volontario. Invece il martirio talora è privo
di volontarietà: p. es., nel caso dei Santi Innocenti uccisi per Cristo,
dei quali S. Ilario afferma, che "furono trasportati nella gioia
eterna dalla gloria del martirio". Dunque il martirio non è un atto di virtù.
2. Ciò che è illecito non è atto di virtù. Ma uccidere se stessi è
illecito, come sopra abbiamo visto. E tuttavia il martirio può essere
compiuto in questo modo: infatti S. Agostino scrive che "alcune
sante in tempo di persecuzione, per sfuggire a chi insidiava la loro
pudicizia si gettarono in un fiume, e così morirono; e il loro martirio è
ricordato con grande devozione nella Chiesa Cattolica". Perciò
il martirio non è un atto virtuoso.
3. È cosa lodevole che uno si offra spontaneamente per compiere
un atto di virtù. Invece non è cosa lodevole che uno si esponga al
martirio, ma è piuttosto un atto presuntuoso e pericoloso. Quindi
il martirio non è un atto di virtù.
IN CONTRARIO: Il premio dell'eterna beatitudine non è dovuto che
agli atti di virtù. Ora, esso è dovuto al martirio, come afferma il
Vangelo: "Beati quelli che soffrono persecuzioni a causa della
giustizia; perché di loro è il regno dei cieli". Dunque il martirio
è un atto di virtù.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, è compito della virtù mantenersi
nel bene che è proprio della ragione. Ora, codesto bene consiste
nella verità, oggetto proprio di essa; e nella giustizia, suo effetto
specifico, com'è evidente dalle cose già spiegate. Ebbene il
martirio consiste nel fatto che uno persiste con fermezza nella verità
e nella giustizia contro la violenza dei persecutori. Perciò è
evidente che il martirio è un atto di virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni affermano che nei Santi
Innocenti sarebbe stato anticipato miracolosamente l'uso del libero
arbitrio, cosicché avrebbero sofferto volontariamente il martirio. - Ma siccome
ciò non ha fondamento alcuno nella Scrittura, è
meglio rispondere che questi bambini trucidati conseguirono per
la grazia di Dio la gioia del martirio, che gli altri meritano mediante
la propria volontà. Infatti lo spargimento del sangue per
Cristo sostituisce il battesimo. Perciò, come i meriti di Cristo fanno
conseguire la gloria agli altri bambini mediante la grazia battesimale,
così nei bambini uccisi essi producono il conseguimento
della palma del martirio. Ecco perché S. Agostino rivolge loro queste
parole: "A mettere in dubbio la vostra corona per le sofferenze,
da voi sopportate per Cristo, sarà solo chi ritiene pure che agli altri
bambini non giovi il battesimo. Voi non avevate l'età per credere
nella futura passione di Cristo, ma avevate la carne per affrontare
la passione per Cristo".
2. S. Agostino in quel testo aggiunge: non è impossibile che
"l'autorità
divina abbia spinto la Chiesa a onorare la memoria delle
Sante suddette mediante segni inconfondibili".
3. I precetti della legge hanno per oggetto atti di virtù. Sopra però
abbiamo notato che ci sono alcuni precetti che impongono solo delle
predisposizioni d'animo in modo che ognuno sia pronto a fare
questa cosa o quell'altra quando si richieda. Così ci sono degli atti
che appartengono alla virtù come predisposizioni d'animo, cioè nel
senso che uno è pronto ad agire conforme alla ragione quando capita
un dato caso. E questo va notato specialmente per il martirio,
che consiste nel sopportare a dovere tribolazioni inflitte ingiustamente: poiché
nessuno deve dare occasione ad altri di agire contro
giustizia; ma se gli altri agiscono ingiustamente uno deve resistere
come si conviene.
ARTICOLO
2
Se il martirio sia un atto di fortezza
SEMBRA che il martirio non sia un atto di fortezza. Infatti:
1. Il termine greco martire significa testimone. Ora, è alla fede
cristiana che si rende testimonianza, secondo le parole della Scrittura: "Mi sarete
testimoni in Gerusalemme, ecc.". E S. Massimo
afferma: "Madre del martirio è la fede cattolica, che atleti gloriosi
hanno sigillato con il loro sangue". Perciò il martirio è più un atto
di fede che di fortezza.
2. Un atto lodevole appartiene principalmente a quella virtù che
inclina a compierlo, che in esso si rivela e che gli dà valore. Ora,
al martirio inclina principalmente la carità; infatti S. Massimo afferma
in un discorso: "La carità di Cristo vince nei suoi martiri".
Inoltre la carità viene rivelata dal martirio, secondo quelle parole
del Vangelo: "Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno
che dia la vita per i suoi amici". Finalmente senza la carità anche
il martirio non ha valore, come dice S. Paolo: "Se dessi il mio
corpo per esser arso, e non avessi la carità, non ne avrei nessun giovamento". Dunque il martirio è più un atto di carità che di fortezza.
3. S. Agostino ha scritto:
"È facile onorare un martire celebrandone la festa;
è cosa grande invece imitarne la fede e la pazienza".
Ma ogni atto di virtù rende lodevole specialmente la virtù cui appartiene.
Dunque il martirio appartiene più alla pazienza che alla fortezza.
IN CONTRARIO: Così S. Cipriano scrive in un sua lettera ai Martiri
e ai Confessori: "O beati martiri, con quali parole devo lodarvi?
O soldati valorosissimi, come posso esprimere la fortezza delle
vostre membra?". Ora, una persona viene lodata per la virtù di cui
ha compiuto qualche atto. Quindi il martirio è un atto di fortezza.
RISPONDO: Come abbiamo già visto, la fortezza ha il compito
di rendere fermo l'uomo nella virtù contro i pericoli, specialmente
contro i pericoli di morte, e in particolare contro quelli che capitano
in guerra. Ora, è evidente che nel martirio l'uomo vien reso stabile
nella virtù, poiché non abbandona la fede e la giustizia per
gli imminenti pericoli di morte, minacciati dai persecutori in un
combattimento privato. Di qui le parole di S. Cipriano: "La moltitudine
piena d'ammirazione ha visto questo combattimento celeste;
essa ha visto i soldati di Cristo rimanere immobili per virtù
divina con libertà di parola e con l'anima senza macchia". Perciò è evidente
che il martirio è un atto di fortezza. Ecco perché la
Chiesa applica ai martiri quelle parole: "Sono stati forti nel
combattimento".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nell'atto della fortezza si possono
considerare due cose. Primo, il bene in cui l'uomo coraggioso
viene rafforzato: e questo costituisce il fine della fortezza. Secondo,
il rafforzamento medesimo per cui egli non cede a coloro che vogliono
impedire il bene suddetto: e questo costituisce l'essenza della
fortezza. Ora, come la fortezza naturale consolida l'animo dell'uomo
nella giustizia umana, per la cui difesa sostiene pericoli di morte;
così anche la fortezza soprannaturale consolida l'animo dell'uomo
nella "giustizia di Dio, che opera mediante la fede di Gesù Cristo",
come si esprime S. Paolo. Quindi il martirio ha nella fede il fine
nel quale uno viene rafforzato, o consolidato: e nella fortezza ha
l'abito da cui promana.
2. All'atto del martirio la carità inclina come primo e principale
movente, cioè come virtù che lo comanda; ma la fortezza inclina
ad esso come movente proprio, cioè come virtù che lo esegue.
Perciò il martirio per il comando appartiene alla carità, ma per
l'esecuzione appartiene alla fortezza. Ecco perché esso è rivelazione
dell'una e dell'altra virtù. È però la carità che lo rende meritorio,
come qualsiasi atto virtuoso. Ed è per questo che non ha valore
senza la carità.
3. Come abbiamo già notato, l'atto principale della fortezza è sopportare,
e a questo si riduce il martirio, il quale non riguarda l'atto
secondario di questa virtù, cioè aggredire. E poiché la pazienza
aiuta la fortezza nell'atto principale, cioè nel sopportare, di riflesso
nei martiri si elogia anche la pazienza.
ARTICOLO
3
Se il martirio sia l'atto umano più perfetto
SEMBRA che il martirio non sia l'atto umano più perfetto. Infatti:
1. Alla perfezione spetta ciò che è di consiglio, non ciò che è
di precetto, poiché la perfezione non è necessaria per salvarsi. Invece
il martirio è indispensabile per salvarsi; poiché l'Apostolo afferma: "Col cuore
si crede per la giustizia, e con la bocca si fa la
confessione per la salvezza"; e S. Giovanni ammonisce che "noi
dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli". Perciò il martirio non
dice rapporto alla perfezione.
2. È più perfetto dare a Dio l'anima mediante l'obbedienza, che
il proprio corpo mediante il martirio; infatti S. Gregorio insegna
che "l'obbedienza è preferita a tutte le vittime". Dunque il martirio
non è l'atto di maggiore perfezione.
3. È meglio giovare agli altri che conservare se stessi nel bene: poiché,
a detta del Filosofo, "il bene del popolo è superiore al
bene di un solo individuo". Ora, chi subisce il martirio giova solo
a se stesso: invece chi insegna è utile a molti. Perciò insegnare
e governare i sudditi sono atti più perfetti del martirio.
IN CONTRARIO: S. Agostino preferisce espressamente il martirio alla
verginità, che è tra le pratiche della perfezione. Dunque il martirio
appartiene alla perfezione in grado sommo.
RISPONDO: Un atto di virtù possiamo considerarlo sotto due
aspetti. Primo, secondo la specie propria di codesto atto, e cioè in
rapporto alla virtù che lo compie. E da questo lato è impossibile
che il martirio, il quale consiste nel subire virtuosamente la morte,
sia il più perfetto tra gli atti di virtù. Poiché affrontare la morte
non è lodevole per se stesso, ma solo in quanto è ordinato a un
bene consistente nell'atto di una virtù cioè della fede, o dell'amor
di Dio. Perciò codesto atto di virtù, essendone il fine, è un atto
superiore.
Secondo, un atto virtuoso si può considerare come connesso col
suo primo movente, che è l'amore di carità. E da questo lato soprattutto
un atto contribuisce alla perfezione della vita umana: poiché,
come dice l'Apostolo, "la carità è il vincolo della perfezione". Ora,
il martirio meglio di tutti gli altri atti virtuosi dimostra la perfezione
della carità. Poiché uno mostra di amare tanto più una
persona, quanto più amata è la cosa a cui rinunzia e più odiosa
è quella che affronta per essa. Ma tra tutti i beni della vita presente è chiaro
che l'uomo ama più di ogni altro la vita stessa, e al
contrario odia soprattutto la morte: specialmente se accompagnata
dai tormenti del corpo, per timore dei quali, a detta di S. Agostino,
gli stessi animali bruti si astengono dai piaceri più intensi. E da
questo lato è evidente che il martirio è tra gli atti umani quello più
perfetto nel suo genere, quale segno della più ardente carità; secondo
le parole evangeliche: "Nessuno ha un amore più grande di
questo, di uno che dia la vita per i suoi amici".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non c'è atto perfetto e di consiglio
che in qualche caso non diventi di precetto, e quindi necessario per
la salvezza. S. Agostino lo nota a proposito della continenza, che
uno sposo deve osservare per la lontananza, o per la malattia della
moglie. Perciò non pregiudica la perfezione del martirio il fatto
che in certi casi esso è indispensabile per la salvezza eterna. Ma ci
sono dei casi in cui non c'è quest'obbligo stretto: si legge, p. es.,
di molti santi martiri i quali si offersero al martirio spontaneamente
mossi da zelo per la fede, o dalla carità fraterna. - I precetti ricordati
sono da intendersi obbligatori quali predisposizioni d'animo.
2. Il martirio abbraccia l'obbedienza nel suo grado più alto, cioè
l'obbedienza fino alla morte come si legge di Cristo, che "si fece
obbediente fino alla morte". Perciò è chiaro che di suo il martirio è cosa
più perfetta della comune obbedienza.
3. Il terzo argomento si fonda sul martirio considerato secondo
la specie propria dell'atto, in base alla quale non eccelle sopra tutti
gli atti di virtù: del resto neppure la fortezza è la prima tra le virtù.
ARTICOLO
4
Se la morte sia essenziale per il martirio
SEMBRA che per il martirio non sia essenziale la morte. Infatti:
1. S. Girolamo
afferma: "Si può dire con verità che la Vergine
Madre di Dio è stata martire, sebbene abbia finito in pace la vita".
E S. Gregorio ha detto: "Sebbene manchi la persecuzione, anche
la pace ha il suo martirio: pur non sottomettendo al ferro le nostre
teste, possiamo trucidare con la spada dello spirito i desideri carnali
della nostra mente". Dunque ci può essere il martirio senza subire la morte.
2. A lode di alcune donne si legge che rinunziarono alla vita per
conservare la loro verginità: sembra quindi che l'integrità corporale
della castità sia da preferirsi alla vita corporale. Ma talora la
stessa verginità vien tolta, o minacciata per la confessione della
fede Cristiana: come risulta dagli atti di S. Agnese e di S. Lucia.
Perciò quando una donna per la fede di Cristo perde l'integrità
della carne, si deve parlare di martirio più che se perdesse la vita.
Infatti S. Lucia disse al suo giudice: "Se tu mi farai violare contro
la mia volontà, la mia castità avrà doppia corona".
3. Il martirio è un atto di fortezza. Ora, la fortezza ha il compito
di sfidare non solo la morte, ma anche, le altre avversità, come dice
S. Agostino. E le altre avversità che si possono affrontare per Cristo
sono molte: carcere, esilio, confisca dei beni, per riferirci a S. Paolo.
Infatti si celebra il martirio di S. Marcello Papa, che pure morì
in carcere. Dunque per il martirio non si richiede che uno affronti la morte.
4. Il martirio, come abbiamo detto, è un atto meritorio. Ma un
atto non può essere meritorio dopo la morte. Quindi lo è prima.
Perciò la morte non è essenziale per il martirio.
IN CONTRARIO: S. Massimo parlando di un martire afferma, che
"vince morendo per la fede, mentre sarebbe vinto vivendo senza
la fede".
RISPONDO: Abbiamo già notato che martire suona testimonio della
fede cristiana, la quale, a detta di S. Paolo, c'insegna a disprezzare
le cose visibili per quelle invisibili. Perciò il martirio si ha nel
fatto che uno testimonia la fede, mostrando con le opere di disprezzare
tutti i beni presenti, per giungere ai beni futuri e invisibili.
Ora, finché a un uomo rimane la vita corporale, non mostra con le
opere di disprezzare tutti i beni temporali: infatti gli uomini son
disposti a rinunziare ai parenti e a tutti i beni che possiedono, e
a soffrire tutti i dolori fisici per conservare la vita. Così infatti Satana
disse a proposito di Giobbe: "Pelle per pelle! Tutto ciò che
l'uomo possiede lo dà in cambio della sua vita", cioè della vita corporale.
Perciò la perfetta nozione di martirio esige che uno per Cristo affronti la morte.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I testi riportati ed altri consimili
parlano del martirio in senso metaforico.
2. Quando una donna perde la sua integrità, o è condannata a
perderla per la fede Cristiana, non è evidente presso gli uomini se
essa subisce tale affronto per amore della sua fede, o non piuttosto
per disistima della castità. E quindi il fatto non si presenta come
martirio. Però presso Dio, il quale scruta i cuori, questo può essere
oggetto di premio, come disse appunto S. Lucia.
3. Come abbiamo notato sopra, la fortezza ha di mira principalmente
i pericoli di morte, e solo secondariamente gli altri pericoli.
Perciò anche il martirio non si limita alla sopportazione delle pene
del carcere, dell'esilio, o della confisca dei beni: a meno che esse
non provochino la morte.
4. Il merito del martirio non si produce dopo la morte, ma nella
volontaria accettazione della morte violenta. Tuttavia può capitare
che uno sopravviva alle ferite mortali ricevute per Cristo, oppure
ad altre tribolazioni spinte dai persecutori della fede cristiana fino
alla morte. Ebbene anche in questo caso l'atto del martirio ottiene
il suo merito nel momento in cui furono affrontate codeste afflizioni.
ARTICOLO
5
Se la fede soltanto possa esser causa del martirio
SEMBRA che la fede soltanto possa esser causa del martirio. Infatti:
1. S. Pietro
ammoniva: "Nessuno di voi soffra come omicida,
o ladro, ecc.; se poi soffre come cristiano non se ne vergogni, ma
dia gloria a Dio per tal nome". Ora, uno è denominato cristiano
per il fatto che ha la fede di Cristo. Dunque (solo) la fede di Cristo
può dare la gloria del martirio.
2. Martire significa testimonio. Ma la testimonianza si rende solo
alla verità. Però non si può dire che uno è martire per la testimonianza
di qualsiasi verità, ma solo della verità divina. Altrimenti
se uno morisse per confessare una verità di geometria, o di un'altra
scienza speculativa, sarebbe un martire, il che è ridicolo. Perciò la
fede soltanto può causare il martirio.
3. Tra le azioni virtuose le
principali son quelle ordinate al bene
comune: poiché, a detta del Filosofo, "il bene del popolo è superiore
al bene di un individuo". Se quindi un altro bene potesse causare
il martirio, dovrebbero essere martiri coloro che muoiono per difendere la patria.
Ma la prassi della Chiesa non l'ammette: infatti
non si usa celebrare il martirio dei soldati che muoiono in una
guerra giusta. Dunque la fede soltanto è la causa del martirio.
IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge:
"Beati quelli che soffrono
persecuzione per causa della giustizia"; e si tratta del martirio,
come spiega la Glossa. Ora, nella giustizia non rientra soltanto la
fede, ma rientrano anche le altre virtù, le quali possono esser cagione
del martirio.
RISPONDO: I martiri, come abbiamo detto, sono dei testimoni;
poiché con le loro sofferenze fisiche fino alla morte rendono testimonianza
alla verità, ma non a una verità qualsiasi, bensì alla verità rivelata
da Cristo, "la quale è secondo la pietà"; essi infatti
sono martiri di Cristo, ossia suoi testimoni. Ma tale verità è la verità
della fede. Dunque causa del martirio è la verità della fede. - Ora, la verità
della fede non implica soltanto l'atto interno del credere,
ma anche l'esterna professione di essa. E questo non si fa
solo con le parole, ma anche mediante i fatti con i quali uno mostra
di aver la fede, secondo l'espressione di S. Giacomo: "Io ti farò
vedere con le opere la mia fede". Ecco perché di alcuni S. Paolo
diceva: "Professano a parole di conoscere Dio, ma con le opere
lo rinnegano". Perciò tutte le azioni virtuose, in quanto si riferiscono a Dio,
sono altrettante proteste di fede; di quella fede la
quale ci fa conoscere che Dio vuole da noi quelle opere buone, e che
ci ricompenserà per esse. In tal senso queste possono esser causa
del martirio. Infatti nella Chiesa si celebra il martirio di S. Giovanni Battista,
il quale subì la morte non per non rinnegare la fede,
ma per aver condannato l'adulterio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Esser cristiano significa esser di
Cristo. Ora, uno è di Cristo non solo per il fatto che ha la fede di
Cristo, ma anche perché con lo Spirito di Cristo compie opere virtuose,
secondo le parole di S. Paolo: "Se uno non ha lo Spirito di
Cristo, non è dei suoi"; e anche perché, a imitazione di Cristo,
muore ai peccati: "I seguaci di Cristo hanno crocifisso la loro carne
con i suoi vizi e le sue concupiscenze". Perciò soffre come cristiano
non solo chi soffre per aver confessato la fede con le parole;
ma anche chiunque per Cristo incontra la morte per aver compiuto
un'opera buona qualsiasi, o per evitare un peccato: perché tutto
questo si riduce a una professione di fede.
2. La verità delle altre scienze non appartiene al culto della divinità.
Perciò non può dirsi secondo la pietà. E quindi neppure il
confessarla può esser causa diretta del martirio. - Siccome però
qualsiasi menzogna è peccato, come sopra abbiamo visto, evitare
la menzogna contro qualsiasi verità, in quanto la menzogna è peccato
contro la legge di Dio, potrebbe esser causa del martirio.
3. Il bene della patria è il bene più grande tra i beni umani. Ma
il bene divino, causa propria del martirio, è superiore al bene umano. - Siccome
però il bene umano può mutarsi in bene divino, se
si riferisce a Dio, qualsiasi bene umano, in quanto riferito a Dio,
può esser causa del martirio.
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