Il Santo Rosario
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Questione 123

La fortezza

Dopo aver esaminato la giustizia, passiamo ora a trattare della virtù della fortezza. Primo, direttamente della fortezza; secondo, delle sue parti; terzo, del dono corrispondente; quarto, dei precetti che la riguardano.
A proposito della fortezza dovremo prendere in esame tre cose: primo, la fortezza medesima; secondo, il suo atto principale cioè il martirio; terzo, i vizi contrari.
Sul primo argomento si pongono dodici quesiti: 1. Se la fortezza sia una virtù; 2. Se sia una virtù specificamente distinta; 3. Se abbia per oggetto il timore e l'audacia; 4. Se abbia per oggetto solo il timore della morte; 5. Se si eserciti solo in guerra; 6. Se resistere sia il suo atto principale; 7. Se agisca per il proprio bene; 8. Se il suo atto implichi un piacere; 9. Se la fortezza si eserciti specialmente nei casi improvvisi; 10. Se nel suo agire si serva dell'ira; 11. Se essa sia una virtù cardinale; 12. Suo confronto con le altre virtù cardinali.

ARTICOLO 1

Se la fortezza sia una virtù

SEMBRA che la fortezza non sia una virtù. Infatti:
1. L'Apostolo afferma: "La virtù ha il suo compimento nelle infermità". Ma la fortezza è incompatibile con l'infermità. Dunque non è una virtù.
2. Se lo fosse, essa dovrebbe essere una virtù, o teologale, o intellettuale, o morale. Ora, risulta da quanto abbiamo già detto che la fortezza non è una virtù né teologale, né intellettuale. Quindi non è neppure virtù morale; poiché, come nota il Filosofo, alcuni si dimostrano forti per ignoranza, altri, come i soldati, per esperienza: e questo si riferisce più a un'arte che a una virtù morale; altri invece devono la loro fortezza a qualche passione, p. es., al timore delle minacce o del disonore, oppure all'ira o alla speranza. Ma una virtù morale non agisce per passione, bensì per spontanea deliberazione, come abbiamo visto in precedenza. Dunque la fortezza non è una virtù.
3. Le virtù umane dipendono specialmente dall'anima, essendo esse buone qualità dello spirito, come vedemmo sopra. Invece la fortezza dipende dal corpo; o almeno deriva dalla complessione del corpo. Perciò la fortezza non è una virtù.

IN CONTRARIO: S. Agostino enumera la fortezza tra le virtù.

RISPONDO: A detta del Filosofo, "virtù è quella disposizione che rende buono chi la possiede e l'atto che egli compie"; e quindi le virtù umane, di queste ora parliamo, sono le disposizioni che rendono buono un uomo e buoni gli atti che egli compie. Ora, la bontà di un uomo consiste nell'essere conforme alla ragione, come dice Dionigi. Perciò le virtù umane hanno il compito di rendere conformi alla ragione l'uomo e i suoi atti. - Ebbene, questo può avvenire in tre modi. Primo, col rettificare la ragione stessa: il che si ottiene mediante le virtù intellettuali. Secondo, col portare la rettitudine della ragione nei rapporti umani; e questo avviene mediante la giustizia. Terzo, col togliere gli ostacoli all'attuazione di codesta rettitudine. - Ora, la volontà umana trova due ostacoli nel seguire la rettitudine della ragione. Primo, per il fatto che essa viene attratta da cose dilettevoli a compiere atti diversi da quelli richiesti dalla rettitudine della ragione: e tale ostacolo viene rimosso dalla virtù della temperanza. Secondo, per il fatto che la volontà si allontana da quanto è conforme alla ragione per qualche cosa di difficile che sovrasta. E per togliere questo ostacolo si richiede la fortezza dell'animo, capace di resistere a tali difficoltà: come si richiede la forza, ossia il vigore del corpo, per superare e respingere il male fisico. Perciò è evidente che la fortezza è una virtù, in quanto rende l'uomo conforme alla ragione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù dell'anima non hanno il loro compimento nell'infermità dell'anima bensì in quella del corpo, di cui l'Apostolo parlava. Anzi, è proprio della fortezza d'animo sopportare coraggiosamente l'infermità della carne, ossia è proprio della virtù della pazienza, o della fortezza. Il riconoscimento poi della propria debolezza è proprio dell'umiltà.
2. Può capitare che alcuni compiano atti esterni di una virtù, senza essere virtuosi, mossi da altre cause. Ecco perché il Filosofo parla di persone apparentemente forti, in quanto compiono atti di fortezza, senza avere codesta virtù. E questo può avvenire in tre modi. Primo, perché uno affronta cose difficili come fossero facili. Talora ciò si deve a ignoranza; cioè al fatto che uno non percepisce la gravità del pericolo. Talora ciò si deve al fatto che uno ha molta fiducia di superarle: come capita a chi è sfuggito spesso ai pericoli. Altre volte poi ciò si deve a una particolare perizia, o al mestiere, come avviene nel caso dei soldati, i quali per la propria abilità nel maneggio delle armi non considerano gravi i pericoli della guerra, pensando di potersi difendere contro di essi col proprio mestiere; come dice anche Vegezio: "Nessuno teme di fare quello che crede di avere bene imparato". - Secondo, uno può compiere atti di fortezza senza la virtù, mosso da un impeto di passione: cioè o da un dolore che vuole allontanare, o dall'ira. - Terzo, perché mosso da una libera scelta non già del debito fine, ma di un vantaggio temporale, come la gloria, il piacere, il guadagno; oppure mirando a evitare dei danni, come il disonore, la sofferenza, o altre disgrazie.
3. La fortezza dell'anima, che è una virtù, deriva il suo nome, come abbiamo accennato, per analogia con la forza fisica. D'altra parte non esclude la virtù il fatto che uno vi sia inclinato dalla propria complessione naturale.

ARTICOLO 2

Se la fortezza sia una virtù specificamente distinta

SEMBRA che la fortezza non sia una virtù specificamente distinta. Infatti:
1. Nella Scrittura si legge, che la sapienza "insegna la temperanza e la prudenza, la giustizia e la virtù": e qui virtù sta per fortezza. Quindi dal momento che il termine virtù è comune a tutte le virtù, è chiaro che la fortezza è virtù generale.
2. S. Ambrogio ha scritto: "Le anime grandi sono dotate di fortezza, la quale da sola difende la bellezza di tutte le virtù: custodisce la giustizia, e combatte con una guerra implacabile tutti i vizi. È instancabile nelle fatiche, coraggiosa nei pericoli, insensibile ai piaceri, e schiva l'avarizia come una debolezza che toglie vigore alla virtù". E continua parlando degli altri vizi. Ora, questo non può appartenere a nessuna virtù specifica. Dunque la fortezza non è una virtù specificamente distinta.
3. Fortezza sembra derivare da fermezza. Ora, il comportamento fermo appartiene a tutte le virtù umane. Perciò la fortezza è una virtù generale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio la enumera tra le altre virtù.

RISPONDO: Come abbiamo detto in precedenza, il termine fortezza si può prendere in due sensi. Primo, in quanto implica una certa fermezza d'animo. E in questo senso la fortezza è una virtù generale, o piuttosto una condizione di tutte le virtù: poiché, come nota il Filosofo, per la virtù si richiede fermezza e tenacia nell'agire. - Secondo, la fortezza si può prendere nel senso di fermezza d'animo nel sopportare e nell'affrontare cose in cui è sommamente difficile rimanere fermi, cioè in certi pericoli più gravi. Ecco perché Cicerone afferma, che "la fortezza consiste in un deliberato esporsi a pericoli e disagi". Quindi la fortezza in questo senso è una virtù specifica, avendo una propria materia determinata.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine virtù, come dice Aristotele, sta a indicare il grado massimo di una potenza. Ora, com'egli insegna, la potenza di ordine fisico può concretarsi in due cose: primo, nella facoltà di resistere agli agenti disgregatori; secondo, nel principio di operazione. E poiché quest'ultima accezione è più comune, il termine virtù, quale grado massimo di una tale potenza, sta a indicare qualche cosa di generico: infatti virtù presa in senso generico non è altro che un abito col quale uno è in grado di ben operare. Invece l'altra cosa, in cui si concreta il grado massimo di una potenza, è qualche cosa di più speciale e viene attribuito a una virtù specifica, che ha il compito di tener duro contro ogni assalto.
2. S. Ambrogio prende il termine fortezza in senso lato, in quanto implica fermezza d'animo contro ogni tipo di difficoltà. - Tuttavia la fortezza, anche come virtù speciale con la sua determinata materia, aiuta a resistere all'assalto di tutti i vizi. Infatti chi è capace di resistere nelle cose più difficili, logicamente è capace di farlo in quelle meno difficili.
3. La terza obiezione si limita a considerare la fortezza intesa nella sua prima accezione.

ARTICOLO 3

Se la fortezza abbia per oggetto il timore e l'audacia

SEMBRA che la fortezza non abbia per oggetto il timore e l'audacia. Infatti:
1. S. Gregorio scrive: "La fortezza dei giusti consiste nel vincere la carne, nel contrariare le proprie voglie, nell'uccidere i piaceri della vita presente". Dunque la fortezza ha di mira più il piacere che il timore e l'audacia.
2. Cicerone afferma che la fortezza ha il compito di esporsi ai pericoli e ai disagi. Ma questo non riguarda le passioni del timore e dell'audacia, bensì gli atti umani più faticosi, o le imprese esterne più rischiose. Perciò la fortezza non ha per oggetto il timore e l'audacia.
3. Al timore non si contrappone solo l'audacia, ma anche la speranza, come abbiamo visto nel trattato delle passioni. Dunque la fortezza non deve aver di mira l'audacia piuttosto che la speranza.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "la fortezza ha per oggetto il timore e l'audacia".

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la virtù della fortezza ha il compito di togliere gli ostacoli che impediscono alla volontà di seguire la ragione. Ora, ritrarsi di fronte a una difficoltà è proprio del timore, il quale, come si è detto nel trattato delle passioni, implica una fuga dinanzi a un male arduo. Perciò la fortezza ha principalmente di mira il timore di cose difficili, capaci di ritrarre la volontà dal seguire la ragione. - D'altra parte non basta sopportare con fermezza la spinta di codeste difficoltà reprimendo il timore, ma bisogna affrontarle con moderazione: nei casi in cui è necessario eliminarle, per la sicurezza futura. E questo è proprio dell'audacia. Dunque la fortezza ha per oggetto il timore e l'audacia, il primo per reprimerlo, la seconda per moderarla.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio nel testo citato parla della fortezza dei giusti quale condizione comune di tutte le virtù. Infatti egli comincia dicendo cose che appartengono alla temperanza: ma poi aggiunge cose che appartengono propriamente alla fortezza in quanto è una virtù specifica, dicendo: "nell'amare i disagi di questo mondo per la ricompensa eterna".
2. I pericoli e i disagi non allontanano la volontà dalla via della ragione, se non in quanto sono temuti. Ecco perché è necessario che la fortezza direttamente abbia di mira il timore e l'audacia, e indirettamente i pericoli e i disagi, quali oggetti di codeste passioni.
3. La speranza si contrappone al timore a motivo dell'oggetto: poiché oggetto della speranza è il bene, oggetto del timore è il male. L'audacia invece ha l'identico oggetto, e si contrappone al timore, come sopra abbiamo visto, in quanto l'una lo affronta e l'altro lo fugge. E poiché la fortezza, stando alla definizione di Cicerone, ha per oggetto il male, cioè le calamità temporali che ritraggono dalla virtù, è chiaro che la fortezza propriamente ha per oggetto il timore e l'audacia: non già la speranza, se non in quanto è connessa con l'audacia, come abbiamo accennato sopra.

ARTICOLO 4

Se la fortezza abbia per oggetto solo i pericoli di morte

SEMBRA che la fortezza non abbia per oggetto solo i pericoli di morte. Infatti:
1. S. Agostino afferma, che la fortezza è "un amore che sopporta facilmente ogni cosa per ciò che si ama". E altrove insegna che la fortezza è "un amore che non si lascia intimorire dalla morte e da nessuna contrarietà". Dunque la fortezza non ha di mira solo i pericoli di morte, ma tutte le avversità.
2. Tutte le passioni devono essere portate al giusto mezzo da qualche virtù. Ebbene non esiste una virtù che abbia il compito di stabilire nel giusto mezzo gli altri timori. Perciò la fortezza non ha per oggetto solo il timore della morte, ma anche gli altri timori.
3. Nessuna virtù è estremista. Ma il timore della morte è un estremo, trattandosi, come dice Aristotele, del più grave timore. Dunque la fortezza non ha di mira il timore della morte.

IN CONTRARIO: Andronico afferma, che "la fortezza è una virtù dell'irascibile, la quale non si lascia facilmente spaventare dal timore della morte".

RISPONDO: È proprio della fortezza, come abbiamo visto, impedire che la volontà si ritragga dal bene di ordine razionale per timore di un male fisico. Ora, codesto bene va difeso con fermezza contro qualsiasi male: poiché nessun bene fisico può reggerne il confronto. È quindi necessario che la fortezza d'animo consista nella virtù che mantiene ferma la volontà dell'uomo nel bene di ordine razionale contro i più gravi mali: perché chi sta fermo contro i mali più gravi, è logico che stia fermo anche di fronte a mali minori, ma non è vero il rovescio. Dopo tutto è proprio della virtù come tale tendere al massimo in ogni cosa. Ebbene, ciò che è temibile al massimo tra tutti i mali temporali è la morte, la quale toglie tutti i beni materiali. Ecco perché S. Agostino afferma, che "il legame del corpo per non essere scosso e tormentato ispira il timore della pena e del dolore; e per non essere eliminato o distrutto turba l'anima col timore della morte". Perciò la virtù della fortezza ha per oggetto il timore dei pericoli di morte.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fortezza serve a comportarsi bene in tutte le avversità. Un uomo però non si denomina forte in senso assoluto perché sopporta delle avversità qualsiasi, ma solo perché sopporta i più gravi mali. Per la resistenza nelle altre avversità si dice che uno è forte in senso relativo.
2. Siccome il timore nasce dall'amore, ogni virtù che modera l'amore di qualche bene, indirettamente modera il timore del male contrario. La liberalità, p. es., la quale modera l'amore delle ricchezze, modera anche il timore della loro perdita. Lo stesso si dica della temperanza e delle altre virtù. Amare però la propria vita è cosa naturale. Ecco perché è necessario che vi sia una speciale virtù per moderare il timore della morte.
3. Parlando delle virtù, estremi sono gli eccessi che si allontanano dalla retta ragione. Se uno quindi, seguendo la ragione, sopporta pericoli estremi, non vi è nulla in lui che sia contrario alla virtù.

ARTICOLO 5

Se la fortezza si eserciti propriamente nei pericoli di morte dovuti alla guerra

SEMBRA che la fortezza non si eserciti propriamente nei pericoli di morte dovuti alla guerra. Infatti:
1. La virtù di cui principalmente sono lodati i martiri è la fortezza. Ma i martiri non sono lodati per delle gesta guerresche. Dunque la fortezza non si esercita propriamente nei pericoli di morte che s'incontrano in guerra.
2. S. Ambrogio afferma, che "la fortezza si divide in fatti guerreschi e domestici". Così pure Cicerone ha scritto: "Sebbene molti pensino che le imprese di guerra siano superiori alle imprese civili, tale opinione deve essere corretta: se vogliamo giudicare con verità, dobbiamo ritenere che ci furono molte imprese civili superiori a quelle guerresche". Ora, la fortezza più eccellente si esercita nelle imprese più importanti. Perciò la fortezza non si esercita specialmente di fronte alla morte sul campo di battaglia.
3. La guerra, a detta di S. Agostino, è ordinata a conservare la pace temporale dello stato: "Le guerre si fanno per conseguire la pace". Ora, non sembra giusto che uno si esponga a dei pericoli di morte per la pace temporale dello stato: poiché codesta pace è occasione di molte sregolatezze. Dunque la virtù della fortezza non deve esercitarsi nei pericoli di morte che capitano in guerra.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la fortezza si esercita soprattutto di fronte alla morte in combattimento.

RISPONDO: La fortezza, come abbiamo visto, rende fermo l'animo umano di fronte ai più gravi pericoli, che sono i pericoli di morte. Ma essendo essa una virtù, e come tale dovendo sempre tendere al bene, è chiaro che l'uomo forte non indietreggia di fronte ai pericoli mortali pur di raggiungere un bene. Ora, i pericoli di morte dovuti alle malattie, a una tempesta di mare, all'incursione di briganti, o ad altre cause del genere, non incombono su una persona perché costei tenta di conseguire un bene. Invece i pericoli di morte ai quali uno è esposto in guerra minacciano direttamente un bene: cioè per il fatto che difende in una guerra giusta il bene comune. - Ora, ci sono due tipi di guerra giusta. Primo, la guerra collettiva: nella quale si combatte in campo di battaglia. Secondo, la guerra privata, o particolare: come quando un giudice, o una persona privata non abbandona la sentenza giusta per il timore della spada, o di qualsiasi pericolo anche mortale. Perciò la fortezza ha il compito di dare fermezza d'animo non solo contro i pericoli di morte che minacciano in una guerra collettiva, ma anche contro quelli che minacciano in un combattimento privato, che possiamo chiamare col termine generico di guerra. E con tale rettifica dobbiamo ammettere che la fortezza propriamente si esercita nei pericoli di morte dovuti alla guerra.
Tuttavia i forti sanno ben affrontare i pericoli di morte di qualsiasi altro genere: specialmente se pensiamo che si può affrontare per la virtù qualsiasi genere di morte; come quando uno non rifiuta l'assistenza a un amico infermo, per paura del contagio mortale; oppure quando non si astiene dal mettersi in viaggio per delle opere pie, per paura del naufragio o dei briganti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I martiri sostengono combattimenti personali per il sommo bene che è Dio. Ecco perché la loro fortezza è esaltata sopra ogni altra. E neppure è diversa dalla fortezza relativa ai pericoli della guerra. Di essi infatti si dice che "divennero forti nella guerra".
2. Le imprese domestiche, o civili si contrappongono a quelle collettive. Tuttavia anche nelle vicende domestiche, o civili, possono capitare pericoli di morte da certe ostilità, che sono come delle guerre particolari. Quindi anche in esse può esercitarsi la fortezza in senso proprio.
3. La pace dello stato di suo è cosa buona, e non è resa cattiva dal fatto che alcuni ne abusano. Infatti ci sono molti altri che ne usano bene: e d'altra parte con essa si evitano omicidi e sacrilegi, cioè mali assai peggiori di quelli cui può dare occasione, quali sono appunto i vizi della carne.

ARTICOLO 6

Se resistere sia l'atto principale della fortezza

SEMBRA che resistere non sia l'atto principale della fortezza. Infatti:
1. "La virtù", come dice il Filosofo, "ha di mira il difficile e il bene". Ma affrontare è più difficile che resistere. Dunque resistere non è l'atto principale della fortezza.
2. È indice di maggior potenza la capacità di agire su un altro, che la semplice immutabilità di fronte a lui. Ora, aggredire è agire su altri, mentre resistere è rimanere immobili. Perciò, siccome la fortezza indica la potenza allo stato perfetto, è chiaro che la fortezza ha più il compito di aggredire che di resistere.
3. È più distante da uno dei contrari il contrario opposto che la sua semplice negazione. Ora, chi resiste si limita a non temere. Invece chi aggredisce fa il contrario di chi teme, perché affronta il pericolo. Ebbene, siccome la fortezza distoglie l'anima dal timore nel modo più perfetto, è evidente che essa ha più il compito di aggredire che di resistere.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "gli uomini sono denominati coraggiosi specialmente quando resistono al dolore".

RISPONDO: Da quello che abbiamo già detto e dalle parole di Aristotele risulta chiaro che la fortezza mira più a reprimere il timore che a moderare l'audacia. Infatti è più difficile reprimere il timore: poiché il pericolo, oggetto del timore e dell'audacia, costituisce di suo un freno per l'audacia, mentre accresce il timore. Ora, l'atto di aggredire appartiene alla fortezza quale moderatrice dell'audacia: il resistere invece presuppone la repressione del timore. Dunque l'atto principale della fortezza non è aggredire, ma resistere, cioè restare fermi nei pericoli.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Resistere è più difficile che aggredire, per tre ragioni. Primo, perché la resistenza si concepisce in rapporto alla prepotenza di uno più forte: invece chi aggredisce lo fa mettendosi in posizione di vantaggio e di forza. Ora, è più difficile combattere contro i più forti che contro i più deboli. - Secondo, perché chi resiste sente già i pericoli come imminenti; chi invece aggredisce li considera come futuri. Ed è più difficile non lasciarsi smuovere dalle cose presenti che da quelle future. - Terzo, resistere implica una certa durata di tempo: invece uno può aggredire con un moto repentino. Ora, è più difficile rimanere immobili a lungo, che muoversi con un moto repentino verso qualche cosa di arduo. Infatti il Filosofo afferma, che alcuni "sono temerari prima del pericolo, ma quando questo incombe defezionano: invece i forti agiscono all'incontrario".
2. La resistenza implica passività del corpo, ma insieme azione dell'anima che aderisce al bene con grandissimo coraggio, e da questo deriva che non si ceda alla sofferenza fisica già imminente. Ora, nelle virtù ciò che importa non è il corpo, ma l'anima.
3. Chi resiste non teme, pur essendo già presente la causa del timore: invece chi aggredisce non ha così presente il pericolo.

ARTICOLO 7

Se chi è forte agisca per il bene della propria virtù

SEMBRA che il forte non agisca per il bene della propria virtù. Infatti:
1. Sebbene nell'agire il fine sia il primo in ordine d'intenzione, tuttavia è l'ultimo nell'esecuzione. Ora, l'atto della fortezza in ordine di esecuzione è posteriore all'abito stesso di codesta virtù. Dunque non è possibile che l'uomo forte agisca per il bene del proprio abito.
2. S. Agostino scrive: "Alcuni cercano di persuaderci che le virtù da noi amate per la sola beatitudine, devono essere amate per se stesse in maniera da non amare la beatitudine. Ma così facendo, cessiamo dall'amare le virtù medesime, dal momento che non amiamo l'unico motivo per cui le possiamo amare". Ma anche la fortezza è una virtù. Quindi l'atto della fortezza non va indirizzato a codesta virtù, ma alla beatitudine.
3. S. Agostino insegna, che la fortezza "è un amore che tutto sopporta facilmente per Dio". Ora, Dio non è l'abito della fortezza, ma qualche cosa di più eccellente, dovendo il fine essere sempre superiore ai mezzi. Dunque l'uomo coraggioso non agisce per il bene della propria virtù.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che "per l'uomo coraggioso il bene è il coraggio: e tale è il suo fine".

RISPONDO: Il fine è di due specie: cioè prossimo, e remoto. Fine prossimo di qualsiasi agente è imprimere in altri soggetti una somiglianza della propria forma: il fine del fuoco, p. es., è di riscaldare; e il fine del costruttore è di produrre una somiglianza della propria arte nella materia. Invece qualsiasi bene che da ciò deriva, se è voluto, può considerarsi fine remoto dell'agente. Ora, come nel campo dell'operabile la materia viene organizzata dall'arte, così nel campo dell'agibile gli atti umani sono ordinati dalla prudenza. Perciò dobbiamo concludere che il coraggioso mira come a suo fine prossimo a esprimere nell'atto la somiglianza della propria virtù. Invece il suo fine remoto è la beatitudine, o Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fine che il forte si propone non è l'abito in se stesso, ma in quanto è espresso nei suoi atti.
2. 3. Le altre due difficoltà valgono, se parliamo di fine ultimo.

ARTICOLO 8

Se l'uomo coraggioso provi piacere nel proprio atto

SEMBRA che il coraggioso provi piacere nel proprio atto. Infatti:
1. Il piacere, a dire di Aristotele, consiste in un atto connaturale al proprio abito, compiuto senza intralci. Ma l'atto dell'uomo forte deriva da un'abito, il quale agisce come una seconda natura. Dunque chi è coraggioso prova piacere nel proprio atto.
2. Nel commentare quel testo paolino: "Frutto dello Spirito è la carità, la gioia, la pace", S. Ambrogio afferma che gli atti virtuosi son chiamati frutti, perché "ristorano l'anima dell'uomo con la gioia pura e santa". Ora, il coraggioso compie atti di virtù (cioè di fortezza). Quindi egli prova gioia nel proprio atto.
3. Ciò che è più debole è vinto da cose più forti. Ora, il coraggioso ama di più il bene morale che il proprio corpo, da lui esposto ai pericoli di morte. Perciò il gusto del bene morale toglie il dolore fisico. E quindi egli agisce perfettamente contento.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che nel suo agire l'uomo coraggioso "non sembra aver nulla di piacevole".

RISPONDO: Come abbiamo detto nel trattato delle passioni, ci sono due tipi di godimento: il primo corporale, che deriva dal senso del tatto; il secondo spirituale, che deriva dalla conoscenza dell'anima. Quest'ultimo propriamente accompagna le azioni virtuose, in quanto si percepisce in esse il bene di ordine razionale. Ora, l'atto principale della fortezza è resistere, cioè sopportare dei dolori che colpiscono la conoscenza dell'anima, p. es., la perdita della propria vita (che l'uomo virtuoso ama, non solo perché è un bene naturale, ma perché è indispensabile per l'esercizio delle virtù), e quanto ad essa si riconnette; così pure sopportare dei dolori fisici, come ferite e flagelli. Perciò il coraggioso da una parte, cioè secondo il godimento spirituale, ha di che rallegrarsi: vale a dire il compimento dell'atto virtuoso e la prospettiva del fine; dall'altra ha di che dolersi, sia spiritualmente, nel considerare la perdita della propria vita, sia corporalmente. Di qui le parole di Eleazaro: "Io sostengo nel corpo enormi dolori; ma nell'animo li sopporto volentieri per il tuo timore".
Ora, il dolore sensibile del corpo impedisce di sentire il godimento spirituale della virtù, a meno che la sovrabbondanza della divina grazia non sollevi l'anima alle cose di Dio, dove essa trova la sua gioia, in modo da non essere più afflitta dai dolori del corpo; come si legge di S. Tiburzio, il quale, camminando a piedi nudi sui carboni ardenti, disse che gli sembrava di camminare su petali di rose. Tuttavia la virtù della fortezza fa sì che la ragione non venga sopraffatta dai dolori fisici. Invece il godimento della virtù può vincere il dispiacere sensibile; in quanto uno preferisce la virtù alla vita corporale e ai beni annessi. Perciò il Filosofo afferma, che "dall'uomo coraggioso non si richiede che goda, come se sentisse piacere, ma basta che non si abbandoni alla tristezza".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'intensità di un atto, o di una passione che si produce in una potenza ostacola le altre potenze nell'esercizio dei loro atti. Perciò il dolore dei sensi può impedire alla mente dell'uomo coraggioso di provar piacere nella propria operazione.
2. Le azioni virtuose sono piacevoli specialmente in vista del fine: ma possono essere mortificanti per la loro natura. E questo capita soprattutto nella fortezza. Di qui le parole del Filosofo, il quale afferma, che "non in tutte le virtù l'operazione è piacevole, all'infuori del raggiungimento del fine".
3. Nell'uomo forte il dolore sensibile è vinto dal godimento della virtù. Siccome però il dolore del corpo è più sentito, e la conoscenza sensitiva è per l'uomo più evidente, è chiaro che per la gravità del dolore fisico il godimento spirituale, che ha per oggetto il fine della virtù, quasi svanisce.

ARTICOLO 9

Se la fortezza si eserciti specialmente nei casi improvvisi

SEMBRA che la fortezza non si eserciti specialmente nei casi improvvisi. Infatti:
1. I casi improvvisi s'identificano con gli imprevisti. Ora, Cicerone afferma, che "la fortezza è l'accettazione e la sopportazione cosciente dei pericoli e degli affanni". Dunque la fortezza non può esercitarsi soprattutto nei casi improvvisi.
2. S. Ambrogio afferma: "È proprio del coraggioso, quando un pericolo minaccia, di non chiudere gli occhi, ma di guardare innanzi, andando incontro al futuro quasi esplorandolo dall'osservatorio della mente, per non dover dire in seguito: Mi è capitato questo, perché non pensavo che potesse succedere". Ma nei fatti repentini non si può prevedere il futuro. Perciò la fortezza non si esercita specialmente in codesti casi.
3. Il Filosofo afferma che "il coraggioso ha buona speranza". Ora, la speranza attende qualche cosa nel futuro: il che è incompatibile con i casi improvvisi. Dunque l'esercizio principale della fortezza non consiste proprio in codesti casi.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che "la fortezza ha per oggetto specialmente i pericoli di morte che capitano all'improvviso".

RISPONDO: Nell'esercizio della fortezza si possono considerare due cose. Primo, l'inclinazione e la scelta della virtù. E da questo lato la fortezza non ama i casi improvvisi. Poiché l'uomo coraggioso preferisce premeditare i pericoli che possono capitare, per poter resistere, e per resistere più facilmente; infatti, come dice S. Gregorio, "le frecce previste feriscono meno facilmente; così anche noi sopportiamo con più facilità i mali del mondo, se ci premuniamo con lo scudo della previdenza".
Secondo, nell'esercizio della fortezza si può considerare la manifestazione dell'abito virtuoso. E da questo lato la fortezza si mostra specialmente nei casi repentini: poiché, a detta del Filosofo, "specialmente nei pericoli improvvisi si manifesta l'abito della fortezza". Infatti l'abito agisce come una seconda natura. E quindi compiere senza premeditazione atti virtuosi, quando un pericolo improvviso costringe ad agire, mostra nel modo più evidente che l'abito della fortezza è ben radicato nell'anima. Invece anche chi non ha ancora l'abito della fortezza può predisporre l'animo ad affrontare i pericoli col premeditarli a lungo. E di questa premeditazione si serve anche l'uomo coraggioso, quando ne ha il tempo.
Sono così risolte anche le difficoltà.

ARTICOLO 10

Se l'uomo forte nel suo agire possa servirsi dell'ira

SEMBRA che l'uomo forte nel suo agire non possa servirsi dell'ira. Infatti:
1. Nessuno deve prendere come strumento del proprio agire una cosa di cui non può usare a proprio piacimento. Ora, l'uomo non può servirsi dell'ira a piacimento, in modo da assumerla e deporla a volontà: poiché, come dice il Filosofo, quando una passione corporale è scatenata, non si calma come uno vuole. Dunque il forte non deve servirsi dell'ira nel proprio atto.
2. Chi basta da solo a compiere un'azione non deve cercare l'aiuto di cose più deboli e più imperfette. Ora, la ragione basta da sola a compiere atti di fortezza di cui l'ira è incapace. Seneca infatti scrive: "La ragione basta da sola non solo a prevedere, ma anche a compiere le cose da fare. E che c'è di più stolto che chiedere soccorso alla collera? Non è come se la stabilità chiedesse aiuto all'incertezza, la fedeltà all'infedeltà, e la sanità alla malattia?". Perciò la fortezza non deve servirsi dell'ira.
3. Se è vero che alcuni per l'ira compiono con più violenza atti di fortezza, è anche vero che altri lo fanno per il dolore, o per la concupiscenza. Infatti il Filosofo fa osservare, che "le belve sono spinte ad affrontare i pericoli dalla tristezza, o dolore, e gli adulteri compiono molte imprese temerarie per la concupiscenza". Ma la fortezza non si serve nel proprio atto né del dolore, né della concupiscenza. Dunque per lo stesso motivo non deve servirsi dell'ira.

IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che "il furore è ausiliario dei forti".

RISPONDO: Come abbiamo già notato, a proposito dell'ira e delle altre passioni i Peripatetici e gli Stoici espressero opinioni diverse. Infatti gli Stoici escludevano l'ira e tutte le altre passioni dall'animo del sapiente, ossia del virtuoso. Invece i Peripatetici, alla cui testa è Aristotele, attribuivano alle persone virtuose l'ira e le altre passioni, però moderate dalla ragione. Può darsi che in sostanza non ci fosse divergenza, se non per il modo di esprimersi. Infatti i Peripatetici chiamavano passioni, come abbiamo visto, tutti i moti dell'appetito sensitivo, buoni o cattivi che siano: e poiché l'appetito sensitivo si muove sotto il comando della ragione, per cooperare ad agire con maggior prontezza, essi ritenevano che le persone virtuose dovessero servirsi delle passioni, moderate dal comando della ragione. Invece gli Stoici chiamavano passioni gli affetti disordinati dell'appetito sensitivo (che denominavano malattie o morbi): e quindi li escludevano del tutto dalla virtù. - Perciò il forte nel suo agire si serve dell'ira, però moderata, non già di quella sregolata.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ira moderata è soggetta al comando della ragione. E quindi uno può servirsene come vuole; invece non è così per l'ira sregolata.
2. La ragione non si serve dell'ira nel suo atto per averne un aiuto; ma perché si serve dell'appetito sensitivo come di uno strumento, come si serve delle membra del corpo. E non c'è niente di strano, se lo strumento è più imperfetto dell'agente principale, cioè se il martello è più imperfetto del fabbro. - Seneca, si sa, era uno Stoico, e indirizza espressamente le parole riferite contro Aristotele.
3. La fortezza avendo, come abbiamo visto, due atti, cioè resistere e aggredire, non si serve dell'ira nel resistere, poiché codesto atto è compiuto direttamente dalla ragione; ma nell'aggredire. E in tale atto la ragione si serve più dell'ira che delle altre passioni, poiché è proprio dell'ira scagliarsi contro ciò che rattrista, e quindi nell'aggredire coopera direttamente con la fortezza. Invece la passione della tristezza, o dolore, di suo soccombe sotto il male, e solo indirettamente aiuta ad aggredire: o in quanto il dolore, come sopra dicemmo, è causa dell'ira; oppure perché uno si espone al pericolo per liberarsi dal dolore. Parimenti, anche la concupiscenza di per sé tende al bene dilettevole (cioè al piacere), che di suo è incompatibile con l'affrontare i pericoli: ma talora indirettamente coopera ad affrontarli, in quanto uno preferisce esporsi al pericolo che rinunziare al piacere. Di qui le parole del Filosofo, il quale nota che tra tutti gli atti di fortezza derivanti dalle passioni, "il più naturale è l'ira: e se la fortezza che ne deriva è deliberata e ordinata al debito fine, diventa vera virtù".

ARTICOLO 11

Se la fortezza sia una virtù cardinale

SEMBRA che la fortezza non sia una virtù cardinale. Infatti:
1. Come abbiamo già notato, l'ira ha la più grande affinità con la fortezza. Ma l'ira non è tra le passioni principali: e neppure l'audacia che è un elemento della fortezza. Dunque neppure la fortezza deve esser posta fra le virtù cardinali.
2. La virtù è ordinata al bene. Invece la fortezza direttamente non è ordinata al bene, ma piuttosto al male, cioè ad affrontare pericoli e disagi, come dice Cicerone. Perciò la fortezza non è una virtù cardinale.
3. Una virtù cardinale deve interessarsi di cose intorno alle quali s'impernia principalmente la vita umana; come l'uscio s'impernia attorno al suo cardine. Ora, la fortezza ha per oggetto i pericoli di morte, che raramente capitano nella vita umana. Perciò la fortezza non può considerarsi virtù cardinale, o principale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio, S. Ambrogio e S. Agostino enumerano la fortezza tra le quattro virtù cardinali, o principali.

RISPONDO: Come abbiamo già detto, virtù principali o cardinali sono quelle che in modo primario possiedono una qualità comune a tutte le virtù. Ora, tra le altre condizioni della virtù c'è quella di agire con fermezza, come nota Aristotele. Ebbene, la fortezza riveste più di ogni altra virtù questa qualità. Infatti più grave è la spinta a cadere o a indietreggiare, più uno è lodato della sua fermezza. Ora, ad abbandonare ciò che è conforme alla ragione l'uomo può essere spinto, o dal bene che piace, o dal male che affligge; ma il dolore fisico è più violento del piacere. Dice infatti S. Agostino: "Non c'è nessuno che non fugge il dolore più di quanto non cerchi il piacere: poiché talora vediamo che la paura della sferza distoglie anche bestie ferocissime dai più grandi piaceri". Ma tra i dolori e i pericoli i più temuti sono quelli che portano alla morte, contro i quali l'uomo forte resiste. Dunque la fortezza è una virtù cardinale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ira e l'audacia non cooperano all'atto della fortezza che è il sopportare, nel quale specialmente si sperimenta la sua fermezza. Ma è proprio con tale atto che il forte tiene a freno il timore, il quale è una delle passioni principali, come sopra abbiamo dimostrato.
2. La virtù ha di mira il bene conforme alla ragione, da difendere contro gli assalti del male. Ora, la fortezza ha di mira i mali di ordine fisico come cose contrarie da affrontare; mentre ha di mira come fine da conservare il bene di ordine razionale.
3. Sebbene i pericoli di morte incombano raramente, tuttavia le occasioni sono frequenti: poiché per la giustizia che uno persegue, e per le altre opere buone che uno compie, (facilmente) va incontro a mortali inimicizie.

ARTICOLO 12

Se la fortezza sia la più eccelsa delle virtù

SEMBRA che la fortezza sia la più eccelsa delle virtù. Infatti:
1. S. Ambrogio lo afferma: "La fortezza è in qualche modo superiore alle altre".
2. La virtù ha per oggetto il difficile e il bene. Ma la fortezza ha per oggetto le cose più difficili. Dunque è la virtù più eccellente.
3. La persona umana è superiore alle proprie virtù. Ora, la fortezza riguarda la persona umana, che uno espone al pericolo di morte per il bene della virtù: invece la giustizia e le altre virtù morali hanno per oggetto dei beni esterni. Perciò la fortezza è la prima tra le virtù morali.

IN CONTRARIO: 1. Cicerone afferma: "La virtù ha il suo massimo splendore nella giustizia, dalla quale l'uomo da bene riceve la sua denominazione".
2. Il Filosofo ha scritto: "Le virtù più utili agli altri sono necessariamente quelle più grandi". Ora, la liberalità è più utile della fortezza. Dunque è superiore.

RISPONDO: Come dice S. Agostino, "tra cose che non sono grandi per estensione, essere più grande significa esser migliore". Perciò una virtù è maggiore di un'altra in quanto migliore di essa. Ora, il bene umano è in conformità con la ragione, come afferma Dionigi. E codesto bene appartiene essenzialmente alla prudenza, che è una perfezione della ragione. La giustizia invece ha il compito di attuarlo: poiché spetta ad essa imporre l'ordine della ragione in tutte le azioni umane. Le altre virtù hanno il compito di conservare codesto bene, moderando le passioni, perché non distolgano l'uomo dal bene della ragione. E tra queste ultime la fortezza occupa il primo posto: perché il timore dei pericoli di morte è la passione più efficace nel distogliere l'uomo dal bene di ordine razionale. Dopo viene la temperanza: poiché anche i piaceri del tatto ostacolano più di ogni altro piacere il bene della ragione. - Ora, avere essenzialmente una qualità è più che produrla; e produrla è più che conservarla eliminandone gli ostacoli. Perciò tra le virtù cardinali la prima è la prudenza; la seconda la giustizia; terza la fortezza; quarta la temperanza. E al seguito di esse tutte le altre virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Ambrogio riconosce una superiorità alla fortezza, per la sua maggiore utilità rispetto alle altre virtù: cioè perché utile sia in pace che in guerra. Ciò si rileva dalle sue stesse parole: "Ora tratteremo della fortezza: che essendo in qualche modo superiore alle altre, si esercita in pace e in guerra".
2. La virtù consiste più nel bene che nel difficile. Perciò la grandezza della virtù è da misurarsi più dalla bontà che dalla difficoltà.
3. Uno non deve esporre la propria persona ai pericoli di morte, se non per custodire la giustizia. Perciò la lode della fortezza dipende in qualche modo dalla giustizia. Ecco perché S. Ambrogio afferma, che "la fortezza senza la giustizia è materia d'iniquità: infatti più essa è forte e più è pronta ad opprimere i deboli".
4. Il quarto argomento lo concediamo.
5. La liberalità è utile per certi benefici particolari. Ma la fortezza ha un'utilità generale in quanto difende tutto l'ordine della giustizia. Ecco perché il Filosofo afferma, che "i giusti e i forti sono quelli più amati, poiché sono i più utili in pace e in guerra".