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Questione
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La fortezza
Dopo aver esaminato la giustizia, passiamo ora a trattare della
virtù della fortezza. Primo, direttamente della fortezza; secondo,
delle sue parti; terzo, del dono corrispondente; quarto, dei precetti
che la riguardano.
A proposito della fortezza dovremo prendere in esame tre cose:
primo, la fortezza medesima; secondo, il suo atto principale cioè
il martirio; terzo, i vizi contrari.
Sul primo argomento si pongono dodici quesiti: 1. Se la fortezza
sia una virtù; 2. Se sia una virtù specificamente distinta; 3. Se
abbia per oggetto il timore e l'audacia; 4. Se abbia per oggetto
solo il timore della morte; 5. Se si eserciti solo in guerra; 6. Se
resistere sia il suo atto principale; 7. Se agisca per il proprio bene;
8. Se il suo atto implichi un piacere; 9. Se la fortezza si eserciti
specialmente nei casi improvvisi; 10. Se nel suo agire si serva dell'ira;
11. Se essa sia una virtù cardinale; 12. Suo confronto con le
altre virtù cardinali.
ARTICOLO
1
Se la fortezza sia una virtù
SEMBRA che la fortezza non sia una virtù. Infatti:
1. L'Apostolo afferma:
"La virtù ha il suo compimento nelle infermità".
Ma la fortezza è incompatibile con l'infermità. Dunque non è una virtù.
2. Se lo fosse, essa dovrebbe essere una virtù, o teologale, o intellettuale,
o morale. Ora, risulta da quanto abbiamo già detto che
la fortezza non è una virtù né teologale, né intellettuale. Quindi
non è neppure virtù morale; poiché, come nota il Filosofo, alcuni
si dimostrano forti per ignoranza, altri, come i soldati, per esperienza:
e questo si riferisce più a un'arte che a una virtù morale;
altri invece devono la loro fortezza a qualche passione, p. es., al
timore delle minacce o del disonore, oppure all'ira o alla speranza.
Ma una virtù morale non agisce per passione, bensì per spontanea
deliberazione, come abbiamo visto in precedenza. Dunque la
fortezza non è una virtù.
3. Le virtù umane dipendono specialmente dall'anima, essendo
esse buone qualità dello spirito, come vedemmo sopra. Invece la
fortezza dipende dal corpo; o almeno deriva dalla complessione
del corpo. Perciò la fortezza non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Agostino enumera la fortezza tra le virtù.
RISPONDO: A detta del Filosofo,
"virtù è quella disposizione che
rende buono chi la possiede e l'atto che egli compie"; e quindi le
virtù umane, di queste ora parliamo, sono le disposizioni che rendono
buono un uomo e buoni gli atti che egli compie. Ora, la bontà
di un uomo consiste nell'essere conforme alla ragione, come dice
Dionigi. Perciò le virtù umane hanno il compito di rendere conformi
alla ragione l'uomo e i suoi atti. - Ebbene, questo può avvenire
in tre modi. Primo, col rettificare la ragione stessa: il che
si ottiene mediante le virtù intellettuali. Secondo, col portare la
rettitudine della ragione nei rapporti umani; e questo avviene mediante
la giustizia. Terzo, col togliere gli ostacoli all'attuazione di
codesta rettitudine. - Ora, la volontà umana trova due ostacoli nel
seguire la rettitudine della ragione. Primo, per il fatto che essa
viene attratta da cose dilettevoli a compiere atti diversi da quelli
richiesti dalla rettitudine della ragione: e tale ostacolo viene rimosso
dalla virtù della temperanza. Secondo, per il fatto che la volontà
si allontana da quanto è conforme alla ragione per qualche
cosa di difficile che sovrasta. E per togliere questo ostacolo si richiede
la fortezza dell'animo, capace di resistere a tali difficoltà:
come si richiede la forza, ossia il vigore del corpo, per superare e
respingere il male fisico. Perciò è evidente che la fortezza è una
virtù, in quanto rende l'uomo conforme alla ragione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le virtù dell'anima non hanno il
loro compimento nell'infermità dell'anima bensì in quella del corpo,
di cui l'Apostolo parlava. Anzi, è proprio della fortezza d'animo
sopportare coraggiosamente l'infermità della carne, ossia è proprio della virtù della pazienza, o della fortezza. Il riconoscimento poi
della propria debolezza è proprio dell'umiltà.
2. Può capitare che alcuni compiano atti esterni di una virtù,
senza essere virtuosi, mossi da altre cause. Ecco perché il Filosofo
parla di persone apparentemente forti, in quanto compiono atti
di fortezza, senza avere codesta virtù. E questo può avvenire in
tre modi. Primo, perché uno affronta cose difficili come fossero facili.
Talora ciò si deve a ignoranza; cioè al fatto che uno non percepisce
la gravità del pericolo. Talora ciò si deve al fatto che uno
ha molta fiducia di superarle: come capita a chi è sfuggito spesso
ai pericoli. Altre volte poi ciò si deve a una particolare perizia, o
al mestiere, come avviene nel caso dei soldati, i quali per la propria
abilità nel maneggio delle armi non considerano gravi i pericoli
della guerra, pensando di potersi difendere contro di essi col
proprio mestiere; come dice anche Vegezio: "Nessuno teme di
fare quello che crede di avere bene imparato". - Secondo, uno può
compiere atti di fortezza senza la virtù, mosso da un impeto di
passione: cioè o da un dolore che vuole allontanare, o dall'ira. - Terzo,
perché mosso da una libera scelta non già del debito fine,
ma di un vantaggio temporale, come la gloria, il piacere, il guadagno;
oppure mirando a evitare dei danni, come il disonore, la
sofferenza, o altre disgrazie.
3. La fortezza dell'anima, che è una virtù, deriva il suo nome,
come abbiamo accennato, per analogia con la forza fisica. D'altra
parte non esclude la virtù il fatto che uno vi sia inclinato dalla
propria complessione naturale.
ARTICOLO
2
Se la fortezza sia una virtù specificamente distinta
SEMBRA che la fortezza non sia una virtù specificamente distinta. Infatti:
1. Nella
Scrittura si legge, che la sapienza "insegna la temperanza
e la prudenza, la giustizia e la virtù": e qui virtù sta per
fortezza. Quindi dal momento che il termine virtù è comune a tutte
le virtù, è chiaro che la fortezza è virtù generale.
2. S. Ambrogio ha scritto:
"Le anime grandi sono dotate di fortezza,
la quale da sola difende la bellezza di tutte le virtù: custodisce
la giustizia, e combatte con una guerra implacabile tutti i
vizi. È instancabile nelle fatiche, coraggiosa nei pericoli, insensibile
ai piaceri, e schiva l'avarizia come una debolezza che toglie
vigore alla virtù". E continua parlando degli altri vizi. Ora, questo
non può appartenere a nessuna virtù specifica. Dunque la fortezza
non è una virtù specificamente distinta.
3. Fortezza sembra derivare da fermezza. Ora, il comportamento
fermo appartiene a tutte le virtù umane. Perciò la fortezza è una
virtù generale.
IN CONTRARIO: S. Gregorio la enumera tra le altre virtù.
RISPONDO: Come abbiamo detto in precedenza, il termine fortezza
si può prendere in due sensi. Primo, in quanto implica una certa
fermezza d'animo. E in questo senso la fortezza è una virtù generale,
o piuttosto una condizione di tutte le virtù: poiché, come nota
il Filosofo, per la virtù si richiede fermezza e tenacia nell'agire. - Secondo,
la fortezza si può prendere nel senso di fermezza d'animo
nel sopportare e nell'affrontare cose in cui è sommamente difficile
rimanere fermi, cioè in certi pericoli più gravi. Ecco perché
Cicerone afferma, che "la fortezza consiste in un deliberato esporsi
a pericoli e disagi". Quindi la fortezza in questo senso è una virtù
specifica, avendo una propria materia determinata.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il termine virtù, come dice Aristotele,
sta a indicare il grado massimo di una potenza. Ora, com'egli
insegna, la potenza di ordine fisico può concretarsi in due cose:
primo, nella facoltà di resistere agli agenti disgregatori; secondo,
nel principio di operazione. E poiché quest'ultima accezione è più
comune, il termine virtù, quale grado massimo di una tale potenza,
sta a indicare qualche cosa di generico: infatti virtù presa in senso
generico non è altro che un abito col quale uno è in grado di ben
operare. Invece l'altra cosa, in cui si concreta il grado massimo
di una potenza, è qualche cosa di più speciale e viene attribuito a
una virtù specifica, che ha il compito di tener duro contro ogni assalto.
2. S. Ambrogio prende il termine fortezza in senso lato, in quanto
implica fermezza d'animo contro ogni tipo di difficoltà. - Tuttavia
la fortezza, anche come virtù speciale con la sua determinata materia,
aiuta a resistere all'assalto di tutti i vizi. Infatti chi è capace
di resistere nelle cose più difficili, logicamente è capace di
farlo in quelle meno difficili.
3. La terza obiezione si limita a considerare la fortezza intesa
nella sua prima accezione.
ARTICOLO
3
Se la fortezza abbia per oggetto il timore e l'audacia
SEMBRA che la fortezza non abbia per oggetto il timore e l'audacia.
Infatti:
1. S. Gregorio scrive:
"La fortezza dei giusti consiste nel
vincere la carne, nel contrariare le proprie voglie, nell'uccidere i
piaceri della vita presente". Dunque la fortezza ha di mira più il
piacere che il timore e l'audacia.
2. Cicerone afferma che la fortezza ha il compito di esporsi ai
pericoli e ai disagi. Ma questo non riguarda le passioni del timore
e dell'audacia, bensì gli atti umani più faticosi, o le imprese
esterne più rischiose. Perciò la fortezza non ha per oggetto il timore
e l'audacia.
3. Al timore non si contrappone solo l'audacia, ma anche la
speranza, come abbiamo visto nel trattato delle passioni. Dunque
la fortezza non deve aver di mira l'audacia piuttosto che la speranza.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"la fortezza ha per oggetto
il timore e l'audacia".
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la virtù della fortezza ha il
compito di togliere gli ostacoli che impediscono alla volontà di
seguire la ragione. Ora, ritrarsi di fronte a una difficoltà è proprio
del timore, il quale, come si è detto nel trattato delle passioni,
implica una fuga dinanzi a un male arduo. Perciò la fortezza ha
principalmente di mira il timore di cose difficili, capaci di ritrarre
la volontà dal seguire la ragione. - D'altra parte non basta
sopportare con fermezza la spinta di codeste difficoltà reprimendo il
timore, ma bisogna affrontarle con moderazione: nei casi in cui
è necessario eliminarle, per la sicurezza futura. E questo è proprio
dell'audacia. Dunque la fortezza ha per oggetto il timore e l'audacia,
il primo per reprimerlo, la seconda per moderarla.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Gregorio nel testo citato parla
della fortezza dei giusti quale condizione comune di tutte le virtù.
Infatti egli comincia dicendo cose che appartengono alla
temperanza: ma poi aggiunge cose che appartengono propriamente alla
fortezza in quanto è una virtù specifica, dicendo: "nell'amare
i disagi di questo mondo per la ricompensa eterna".
2. I pericoli e i disagi non allontanano la volontà dalla via della
ragione, se non in quanto sono temuti. Ecco perché è necessario
che la fortezza direttamente abbia di mira il timore e l'audacia, e
indirettamente i pericoli e i disagi, quali oggetti di codeste passioni.
3. La speranza si contrappone al timore a motivo dell'oggetto:
poiché oggetto della speranza è il bene, oggetto del timore è il male.
L'audacia invece ha l'identico oggetto, e si contrappone al timore,
come sopra abbiamo visto, in quanto l'una lo affronta e l'altro lo
fugge. E poiché la fortezza, stando alla definizione di Cicerone, ha
per oggetto il male, cioè le calamità temporali che ritraggono dalla
virtù, è chiaro che la fortezza propriamente ha per oggetto il timore
e l'audacia: non già la speranza, se non in quanto è connessa
con l'audacia, come abbiamo accennato sopra.
ARTICOLO
4
Se la fortezza abbia per oggetto solo i pericoli di morte
SEMBRA che la fortezza non abbia per oggetto solo i pericoli di
morte. Infatti:
1. S. Agostino afferma, che la fortezza è
"un amore
che sopporta facilmente ogni cosa per ciò che si ama". E altrove insegna
che la fortezza è "un amore che non si lascia intimorire dalla morte
e da nessuna contrarietà". Dunque la fortezza non ha di mira solo i pericoli
di morte, ma tutte le avversità.
2. Tutte le passioni devono essere portate al giusto mezzo da
qualche virtù. Ebbene non esiste una virtù che abbia il compito
di stabilire nel giusto mezzo gli altri timori. Perciò la fortezza non
ha per oggetto solo il timore della morte, ma anche gli altri timori.
3. Nessuna virtù è estremista. Ma il timore della morte è un
estremo, trattandosi, come dice Aristotele, del più grave timore.
Dunque la fortezza non ha di mira il timore della morte.
IN CONTRARIO: Andronico afferma, che
"la fortezza è una virtù
dell'irascibile, la quale non si lascia facilmente spaventare dal
timore della morte".
RISPONDO: È proprio della fortezza, come abbiamo visto, impedire
che la volontà si ritragga dal bene di ordine razionale per timore
di un male fisico. Ora, codesto bene va difeso con fermezza contro
qualsiasi male: poiché nessun bene fisico può reggerne il confronto.
È quindi necessario che la fortezza d'animo consista nella virtù
che mantiene ferma la volontà dell'uomo nel bene di ordine razionale
contro i più gravi mali: perché chi sta fermo contro i mali più gravi,
è logico che stia fermo anche di fronte a mali minori, ma
non è vero il rovescio. Dopo tutto è proprio della virtù come tale
tendere al massimo in ogni cosa. Ebbene, ciò che è temibile al
massimo tra tutti i mali temporali è la morte, la quale toglie tutti
i beni materiali. Ecco perché S. Agostino afferma, che "il legame
del corpo per non essere scosso e tormentato ispira il timore della
pena e del dolore; e per non essere eliminato o distrutto turba
l'anima col timore della morte". Perciò la virtù della fortezza ha
per oggetto il timore dei pericoli di morte.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La fortezza serve a comportarsi
bene in tutte le avversità. Un uomo però non si denomina forte in
senso assoluto perché sopporta delle avversità qualsiasi, ma solo
perché sopporta i più gravi mali. Per la resistenza nelle altre
avversità si dice che uno è forte in senso relativo.
2. Siccome il timore nasce dall'amore, ogni virtù che modera
l'amore di qualche bene, indirettamente modera il timore del male
contrario. La liberalità, p. es., la quale modera l'amore delle
ricchezze, modera anche il timore della loro perdita. Lo stesso si dica
della temperanza e delle altre virtù. Amare però la propria vita
è cosa naturale. Ecco perché è necessario che vi sia una speciale
virtù per moderare il timore della morte.
3. Parlando delle virtù, estremi sono gli eccessi che si allontanano
dalla retta ragione. Se uno quindi, seguendo la ragione,
sopporta pericoli estremi, non vi è nulla in lui che sia contrario alla virtù.
ARTICOLO
5
Se la fortezza si eserciti propriamente nei pericoli
di morte dovuti alla guerra
SEMBRA che la fortezza non si eserciti propriamente nei pericoli
di morte dovuti alla guerra. Infatti:
1. La virtù
di cui principalmente sono lodati i martiri è la fortezza.
Ma i martiri non sono lodati per delle gesta guerresche.
Dunque la fortezza non si esercita propriamente nei pericoli di morte
che s'incontrano in guerra.
2. S. Ambrogio afferma, che
"la fortezza si divide in fatti guerreschi
e domestici". Così pure Cicerone ha scritto: "Sebbene molti
pensino che le imprese di guerra siano superiori alle imprese civili,
tale opinione deve essere corretta: se vogliamo giudicare con
verità, dobbiamo ritenere che ci furono molte imprese civili superiori
a quelle guerresche". Ora, la fortezza più eccellente si esercita
nelle imprese più importanti. Perciò la fortezza non si esercita
specialmente di fronte alla morte sul campo di battaglia.
3. La guerra, a detta di S. Agostino, è ordinata a conservare la
pace temporale dello stato: "Le guerre si fanno per conseguire la pace". Ora, non sembra giusto che uno si esponga a dei pericoli
di morte per la pace temporale dello stato: poiché codesta pace è
occasione di molte sregolatezze. Dunque la virtù della fortezza non
deve esercitarsi nei pericoli di morte che capitano in guerra.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la fortezza si esercita
soprattutto di fronte alla morte in combattimento.
RISPONDO: La fortezza, come abbiamo visto, rende fermo l'animo
umano di fronte ai più gravi pericoli, che sono i pericoli di morte.
Ma essendo essa una virtù, e come tale dovendo sempre tendere al
bene, è chiaro che l'uomo forte non indietreggia di fronte ai pericoli
mortali pur di raggiungere un bene. Ora, i pericoli di morte
dovuti alle malattie, a una tempesta di mare, all'incursione di
briganti, o ad altre cause del genere, non incombono su una persona
perché costei tenta di conseguire un bene. Invece i pericoli di
morte ai quali uno è esposto in guerra minacciano direttamente
un bene: cioè per il fatto che difende in una guerra giusta il bene
comune. - Ora, ci sono due tipi di guerra giusta. Primo, la guerra
collettiva: nella quale si combatte in campo di battaglia. Secondo,
la guerra privata, o particolare: come quando un giudice, o una
persona privata non abbandona la sentenza giusta per il timore
della spada, o di qualsiasi pericolo anche mortale. Perciò la fortezza
ha il compito di dare fermezza d'animo non solo contro i pericoli
di morte che minacciano in una guerra collettiva, ma anche
contro quelli che minacciano in un combattimento privato, che
possiamo chiamare col termine generico di guerra. E con tale rettifica
dobbiamo ammettere che la fortezza propriamente si esercita
nei pericoli di morte dovuti alla guerra.
Tuttavia i forti sanno ben affrontare i pericoli di morte di
qualsiasi altro genere: specialmente se pensiamo che si può
affrontare per la virtù qualsiasi genere di morte; come quando uno
non rifiuta l'assistenza a un amico infermo, per paura del contagio mortale;
oppure quando non si astiene dal mettersi in viaggio
per delle opere pie, per paura del naufragio o dei briganti.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I martiri sostengono combattimenti
personali per il sommo bene che è Dio. Ecco perché la loro fortezza
è esaltata sopra ogni altra. E neppure è diversa dalla fortezza relativa
ai pericoli della guerra. Di essi infatti si dice che "divennero
forti nella guerra".
2. Le imprese domestiche, o civili si contrappongono a quelle
collettive. Tuttavia anche nelle vicende domestiche, o civili,
possono capitare pericoli di morte da certe ostilità, che sono come
delle guerre particolari. Quindi anche in esse può esercitarsi la
fortezza in senso proprio.
3. La pace dello stato di suo è cosa buona, e non è resa cattiva
dal fatto che alcuni ne abusano. Infatti ci sono molti altri che ne
usano bene: e d'altra parte con essa si evitano omicidi e sacrilegi,
cioè mali assai peggiori di quelli cui può dare occasione,
quali sono appunto i vizi della carne.
ARTICOLO
6
Se resistere sia l'atto principale della fortezza
SEMBRA che resistere non sia l'atto principale della fortezza.
Infatti:
1.
"La virtù", come dice il Filosofo, "ha di mira il difficile
e il bene". Ma affrontare è più difficile che resistere. Dunque resistere
non è l'atto principale della fortezza.
2. È indice di maggior potenza la capacità di agire su un altro,
che la semplice immutabilità di fronte a lui. Ora, aggredire è agire
su altri, mentre resistere è rimanere immobili. Perciò, siccome la
fortezza indica la potenza allo stato perfetto, è chiaro che la fortezza
ha più il compito di aggredire che di resistere.
3. È più distante da uno dei contrari il contrario opposto che la
sua semplice negazione. Ora, chi resiste si limita a non temere.
Invece chi aggredisce fa il contrario di chi teme, perché affronta il
pericolo. Ebbene, siccome la fortezza distoglie l'anima dal timore
nel modo più perfetto, è evidente che essa ha più il compito di aggredire
che di resistere.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"gli uomini sono denominati
coraggiosi specialmente quando resistono al dolore".
RISPONDO: Da quello che abbiamo già detto e dalle parole di Aristotele
risulta chiaro che la fortezza mira più a reprimere il timore
che a moderare l'audacia. Infatti è più difficile reprimere il timore:
poiché il pericolo, oggetto del timore e dell'audacia, costituisce di
suo un freno per l'audacia, mentre accresce il timore. Ora, l'atto di
aggredire appartiene alla fortezza quale moderatrice dell'audacia:
il resistere invece presuppone la repressione del timore. Dunque
l'atto principale della fortezza non è aggredire, ma resistere, cioè
restare fermi nei pericoli.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Resistere è più difficile che aggredire,
per tre ragioni. Primo, perché la resistenza si concepisce in
rapporto alla prepotenza di uno più forte: invece chi aggredisce
lo fa mettendosi in posizione di vantaggio e di forza. Ora, è più
difficile combattere contro i più forti che contro i più deboli. - Secondo,
perché chi resiste sente già i pericoli come imminenti; chi
invece aggredisce li considera come futuri. Ed è più difficile non
lasciarsi smuovere dalle cose presenti che da quelle future. - Terzo,
resistere implica una certa durata di tempo: invece uno può aggredire
con un moto repentino. Ora, è più difficile rimanere immobili
a lungo, che muoversi con un moto repentino verso qualche
cosa di arduo. Infatti il Filosofo afferma, che alcuni "sono temerari
prima del pericolo, ma quando questo incombe defezionano:
invece i forti agiscono all'incontrario".
2. La resistenza implica passività del corpo, ma insieme azione
dell'anima che aderisce al bene con grandissimo coraggio, e da
questo deriva che non si ceda alla sofferenza fisica già imminente.
Ora, nelle virtù ciò che importa non è il corpo, ma l'anima.
3. Chi resiste non teme, pur essendo già presente la causa del
timore: invece chi aggredisce non ha così presente il pericolo.
ARTICOLO
7
Se chi è forte agisca per il bene della propria virtù
SEMBRA che il forte non agisca per il bene della propria virtù.
Infatti:
1. Sebbene nell'agire il fine sia il primo in ordine d'intenzione,
tuttavia è l'ultimo nell'esecuzione. Ora, l'atto della fortezza in ordine
di esecuzione è posteriore all'abito stesso di codesta virtù.
Dunque non è possibile che l'uomo forte agisca per il bene del proprio abito.
2. S. Agostino scrive:
"Alcuni cercano di persuaderci che le virtù
da noi amate per la sola beatitudine, devono essere amate per
se stesse in maniera da non amare la beatitudine. Ma così facendo,
cessiamo dall'amare le virtù medesime, dal momento che non amiamo
l'unico motivo per cui le possiamo amare". Ma anche la fortezza è
una virtù. Quindi l'atto della fortezza non va indirizzato a
codesta virtù, ma alla beatitudine.
3. S. Agostino insegna, che la fortezza
"è un amore che tutto
sopporta facilmente per Dio". Ora, Dio non è l'abito della fortezza,
ma qualche cosa di più eccellente, dovendo il fine essere sempre
superiore ai mezzi. Dunque l'uomo coraggioso non agisce per il bene
della propria virtù.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"per l'uomo coraggioso il
bene è il coraggio: e tale è il suo fine".
RISPONDO: Il fine è di due specie: cioè prossimo, e remoto. Fine
prossimo di qualsiasi agente è imprimere in altri soggetti una
somiglianza della propria forma: il fine del fuoco, p. es., è di riscaldare;
e il fine del costruttore è di produrre una somiglianza
della propria arte nella materia. Invece qualsiasi bene che da ciò
deriva, se è voluto, può considerarsi fine remoto dell'agente. Ora,
come nel campo dell'operabile la materia viene organizzata dall'arte,
così nel campo dell'agibile gli atti umani sono ordinati dalla
prudenza. Perciò dobbiamo concludere che il coraggioso mira come
a suo fine prossimo a esprimere nell'atto la somiglianza della
propria virtù. Invece il suo fine remoto è la beatitudine, o Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fine che il forte si propone non
è l'abito in se stesso, ma in quanto è espresso nei suoi atti.
2. 3. Le altre due difficoltà valgono, se parliamo di fine ultimo.
ARTICOLO
8
Se l'uomo coraggioso provi piacere nel proprio atto
SEMBRA che il coraggioso provi piacere nel proprio atto.
Infatti:
1. Il piacere, a dire di Aristotele, consiste in un atto connaturale
al proprio abito, compiuto senza intralci. Ma l'atto dell'uomo forte
deriva da un'abito, il quale agisce come una seconda natura.
Dunque chi è coraggioso prova piacere nel proprio atto.
2. Nel commentare quel testo paolino:
"Frutto dello Spirito è la
carità, la gioia, la pace", S. Ambrogio afferma che gli atti virtuosi
son chiamati frutti, perché "ristorano l'anima dell'uomo con la
gioia pura e santa". Ora, il coraggioso compie atti di virtù (cioè
di fortezza). Quindi egli prova gioia nel proprio atto.
3. Ciò che è più debole è vinto da cose più forti. Ora, il coraggioso
ama di più il bene morale che il proprio corpo, da lui esposto ai
pericoli di morte. Perciò il gusto del bene morale toglie il dolore fisico.
E quindi egli agisce perfettamente contento.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che nel suo agire l'uomo
coraggioso "non sembra aver nulla di piacevole".
RISPONDO: Come abbiamo detto nel trattato delle passioni, ci sono
due tipi di godimento: il primo corporale, che deriva dal senso
del tatto; il secondo spirituale, che deriva dalla conoscenza dell'anima.
Quest'ultimo propriamente accompagna le azioni virtuose,
in quanto si percepisce in esse il bene di ordine razionale. Ora,
l'atto principale della fortezza è resistere, cioè sopportare dei
dolori che colpiscono la conoscenza dell'anima, p. es., la perdita della
propria vita (che l'uomo virtuoso ama, non solo perché è un bene
naturale, ma perché è indispensabile per l'esercizio delle virtù),
e quanto ad essa si riconnette; così pure sopportare dei dolori fisici,
come ferite e flagelli. Perciò il coraggioso da una parte, cioè
secondo il godimento spirituale, ha di che rallegrarsi: vale a dire
il compimento dell'atto virtuoso e la prospettiva del fine; dall'altra
ha di che dolersi, sia spiritualmente, nel considerare la perdita
della propria vita, sia corporalmente. Di qui le parole di
Eleazaro: "Io sostengo nel corpo enormi dolori; ma nell'animo li sopporto
volentieri per il tuo timore".
Ora, il dolore sensibile del corpo impedisce di sentire il godimento
spirituale della virtù, a meno che la sovrabbondanza della divina
grazia non sollevi l'anima alle cose di Dio, dove essa trova la sua
gioia, in modo da non essere più afflitta dai dolori del corpo; come
si legge di S. Tiburzio, il quale, camminando a piedi nudi sui
carboni ardenti, disse che gli sembrava di camminare su petali di
rose. Tuttavia la virtù della fortezza fa sì che la ragione non venga
sopraffatta dai dolori fisici. Invece il godimento della virtù può
vincere il dispiacere sensibile; in quanto uno preferisce la virtù
alla vita corporale e ai beni annessi. Perciò il Filosofo afferma,
che "dall'uomo coraggioso non si richiede che goda, come se sentisse
piacere, ma basta che non si abbandoni alla tristezza".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'intensità di un atto, o di una
passione che si produce in una potenza ostacola le altre potenze
nell'esercizio dei loro atti. Perciò il dolore dei sensi può impedire
alla mente dell'uomo coraggioso di provar piacere nella propria operazione.
2. Le azioni virtuose sono piacevoli specialmente in vista del fine:
ma possono essere mortificanti per la loro natura. E questo capita
soprattutto nella fortezza. Di qui le parole del Filosofo, il quale
afferma, che "non in tutte le virtù l'operazione è piacevole,
all'infuori del raggiungimento del fine".
3. Nell'uomo forte il dolore sensibile è vinto dal godimento della virtù.
Siccome però il dolore del corpo è più sentito, e la conoscenza
sensitiva è per l'uomo più evidente, è chiaro che per la gravità
del dolore fisico il godimento spirituale, che ha per oggetto il fine
della virtù, quasi svanisce.
ARTICOLO
9
Se la fortezza si eserciti specialmente nei casi improvvisi
SEMBRA che la fortezza non si eserciti specialmente nei casi improvvisi.
Infatti:
1. I casi improvvisi s'identificano con gli imprevisti.
Ora, Cicerone afferma, che "la fortezza è l'accettazione e la sopportazione
cosciente dei pericoli e degli affanni". Dunque la fortezza non può
esercitarsi soprattutto nei casi improvvisi.
2. S. Ambrogio afferma:
"È proprio del coraggioso, quando un
pericolo minaccia, di non chiudere gli occhi, ma di guardare innanzi,
andando incontro al futuro quasi esplorandolo dall'osservatorio
della mente, per non dover dire in seguito: Mi è capitato
questo, perché non pensavo che potesse succedere". Ma nei fatti
repentini non si può prevedere il futuro. Perciò la fortezza non
si esercita specialmente in codesti casi.
3. Il Filosofo afferma che
"il coraggioso ha buona speranza".
Ora, la speranza attende qualche cosa nel futuro: il che è incompatibile
con i casi improvvisi. Dunque l'esercizio principale della
fortezza non consiste proprio in codesti casi.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"la fortezza ha per oggetto
specialmente i pericoli di morte che capitano all'improvviso".
RISPONDO: Nell'esercizio della fortezza si possono considerare due
cose. Primo, l'inclinazione e la scelta della virtù. E da questo lato
la fortezza non ama i casi improvvisi. Poiché l'uomo coraggioso
preferisce premeditare i pericoli che possono capitare, per poter
resistere, e per resistere più facilmente; infatti, come dice
S. Gregorio, "le frecce previste feriscono meno facilmente; così anche noi
sopportiamo con più facilità i mali del mondo, se ci premuniamo
con lo scudo della previdenza".
Secondo, nell'esercizio della fortezza si può considerare
la manifestazione dell'abito virtuoso. E da questo lato la fortezza
si mostra specialmente nei casi repentini: poiché, a detta del Filosofo, "specialmente nei pericoli improvvisi si manifesta l'abito della
fortezza". Infatti l'abito agisce come una seconda natura. E quindi
compiere senza premeditazione atti virtuosi, quando un pericolo
improvviso costringe ad agire, mostra nel modo più evidente che
l'abito della fortezza è ben radicato nell'anima. Invece anche chi
non ha ancora l'abito della fortezza può predisporre l'animo ad
affrontare i pericoli col premeditarli a lungo. E di questa premeditazione
si serve anche l'uomo coraggioso, quando ne ha il tempo.
Sono così risolte anche le difficoltà.
ARTICOLO
10
Se l'uomo forte nel suo agire possa servirsi dell'ira
SEMBRA che l'uomo forte nel suo agire non possa servirsi dell'ira.
Infatti:
1. Nessuno deve prendere come strumento del proprio agire una
cosa di cui non può usare a proprio piacimento. Ora, l'uomo non
può servirsi dell'ira a piacimento, in modo da assumerla e deporla
a volontà: poiché, come dice il Filosofo, quando una passione corporale è
scatenata, non si calma come uno vuole. Dunque il forte
non deve servirsi dell'ira nel proprio atto.
2. Chi basta da solo a compiere un'azione non deve cercare l'aiuto
di cose più deboli e più imperfette. Ora, la ragione basta da sola a
compiere atti di fortezza di cui l'ira è incapace. Seneca infatti
scrive: "La ragione basta da sola non solo a prevedere, ma anche a
compiere le cose da fare. E che c'è di più stolto che chiedere
soccorso alla collera? Non è come se la stabilità chiedesse aiuto
all'incertezza, la fedeltà all'infedeltà, e la sanità alla malattia?".
Perciò la fortezza non deve servirsi dell'ira.
3. Se è vero che alcuni
per l'ira compiono con più violenza atti di fortezza,
è anche vero che altri lo fanno per il dolore, o per la concupiscenza.
Infatti il Filosofo fa osservare, che "le belve sono spinte ad affrontare
i pericoli dalla tristezza, o dolore, e gli adulteri compiono
molte imprese temerarie per la concupiscenza". Ma la fortezza non
si serve nel proprio atto né del dolore, né della concupiscenza.
Dunque per lo stesso motivo non deve servirsi dell'ira.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna, che
"il furore è ausiliario dei forti".
RISPONDO: Come abbiamo già notato, a proposito dell'ira e delle
altre passioni i Peripatetici e gli Stoici espressero opinioni diverse.
Infatti gli Stoici escludevano l'ira e tutte le altre passioni dall'animo
del sapiente, ossia del virtuoso. Invece i Peripatetici, alla cui
testa è Aristotele, attribuivano alle persone virtuose l'ira e le altre
passioni, però moderate dalla ragione. Può darsi che in sostanza
non ci fosse divergenza, se non per il modo di esprimersi. Infatti
i Peripatetici chiamavano passioni, come abbiamo visto, tutti i
moti dell'appetito sensitivo, buoni o cattivi che siano: e poiché
l'appetito sensitivo si muove sotto il comando della ragione, per
cooperare ad agire con maggior prontezza, essi ritenevano che le
persone virtuose dovessero servirsi delle passioni, moderate dal
comando della ragione. Invece gli Stoici chiamavano passioni gli
affetti disordinati dell'appetito sensitivo (che denominavano malattie
o morbi): e quindi li escludevano del tutto dalla virtù. - Perciò
il forte nel suo agire si serve dell'ira, però moderata, non già
di quella sregolata.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ira moderata è soggetta al comando
della ragione. E quindi uno può servirsene come vuole;
invece non è così per l'ira sregolata.
2. La ragione non si serve dell'ira nel suo atto per averne un
aiuto; ma perché si serve dell'appetito sensitivo come di uno strumento,
come si serve delle membra del corpo. E non c'è niente di
strano, se lo strumento è più imperfetto dell'agente principale, cioè
se il martello è più imperfetto del fabbro. - Seneca, si sa, era uno
Stoico, e indirizza espressamente le parole riferite contro Aristotele.
3. La fortezza avendo, come abbiamo visto, due atti, cioè resistere
e aggredire, non si serve dell'ira nel resistere, poiché codesto
atto è compiuto direttamente dalla ragione; ma nell'aggredire. E
in tale atto la ragione si serve più dell'ira che delle altre passioni,
poiché è proprio dell'ira scagliarsi contro ciò che rattrista, e quindi
nell'aggredire coopera direttamente con la fortezza. Invece la
passione della tristezza, o dolore, di suo soccombe sotto il male, e
solo indirettamente aiuta ad aggredire: o in quanto il dolore, come
sopra dicemmo, è causa dell'ira; oppure perché uno si espone al
pericolo per liberarsi dal dolore. Parimenti, anche la concupiscenza
di per sé tende al bene dilettevole (cioè al piacere), che di suo è
incompatibile con l'affrontare i pericoli: ma talora indirettamente
coopera ad affrontarli, in quanto uno preferisce esporsi al pericolo
che rinunziare al piacere. Di qui le parole del Filosofo, il quale
nota che tra tutti gli atti di fortezza derivanti dalle passioni, "il
più naturale è l'ira: e se la fortezza che ne deriva è deliberata e
ordinata al debito fine, diventa vera virtù".
ARTICOLO
11
Se la fortezza sia una virtù cardinale
SEMBRA che la fortezza non sia una virtù cardinale.
Infatti:
1. Come abbiamo già notato, l'ira ha la più grande affinità con
la fortezza. Ma l'ira non è tra le passioni principali: e neppure
l'audacia che è un elemento della fortezza. Dunque neppure la fortezza
deve esser posta fra le virtù cardinali.
2. La virtù è ordinata al bene. Invece la fortezza direttamente
non è ordinata al bene, ma piuttosto al male, cioè ad affrontare
pericoli e disagi, come dice Cicerone. Perciò la fortezza non è una
virtù cardinale.
3. Una virtù cardinale deve interessarsi di cose intorno alle quali
s'impernia principalmente la vita umana; come l'uscio s'impernia
attorno al suo cardine. Ora, la fortezza ha per oggetto i pericoli
di morte, che raramente capitano nella vita umana. Perciò la fortezza
non può considerarsi virtù cardinale, o principale.
IN CONTRARIO: S. Gregorio, S. Ambrogio e S. Agostino enumerano
la fortezza tra le quattro virtù cardinali, o principali.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, virtù principali o cardinali
sono quelle che in modo primario possiedono una qualità comune
a tutte le virtù. Ora, tra le altre condizioni della virtù c'è quella
di agire con fermezza, come nota Aristotele. Ebbene, la fortezza
riveste più di ogni altra virtù questa qualità. Infatti più grave è
la spinta a cadere o a indietreggiare, più uno è lodato della sua
fermezza. Ora, ad abbandonare ciò che è conforme alla ragione
l'uomo può essere spinto, o dal bene che piace, o dal male che affligge;
ma il dolore fisico è più violento del piacere. Dice infatti
S. Agostino: "Non c'è nessuno che non fugge il dolore più di quanto
non cerchi il piacere: poiché talora vediamo che la paura della
sferza distoglie anche bestie ferocissime dai più grandi piaceri".
Ma tra i dolori e i pericoli i più temuti sono quelli che portano alla
morte, contro i quali l'uomo forte resiste. Dunque la fortezza è una
virtù cardinale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ira e l'audacia non cooperano
all'atto della fortezza che è il sopportare, nel quale specialmente si
sperimenta la sua fermezza. Ma è proprio con tale atto che il forte
tiene a freno il timore, il quale è una delle passioni principali,
come sopra abbiamo dimostrato.
2. La virtù ha di mira il bene conforme alla ragione, da difendere
contro gli assalti del male. Ora, la fortezza ha di mira i mali di
ordine fisico come cose contrarie da affrontare; mentre ha di mira
come fine da conservare il bene di ordine razionale.
3. Sebbene i pericoli di morte incombano raramente, tuttavia le
occasioni sono frequenti: poiché per la giustizia che uno persegue,
e per le altre opere buone che uno compie, (facilmente) va incontro
a mortali inimicizie.
ARTICOLO
12
Se la fortezza sia la più eccelsa delle virtù
SEMBRA che la fortezza sia la più eccelsa delle virtù.
Infatti:
1. S. Ambrogio lo afferma:
"La fortezza è in qualche modo
superiore alle altre".
2. La virtù ha per oggetto il difficile e il bene. Ma la fortezza ha
per oggetto le cose più difficili. Dunque è la virtù più eccellente.
3. La persona umana è superiore alle proprie virtù. Ora, la fortezza
riguarda la persona umana, che uno espone al pericolo di
morte per il bene della virtù: invece la giustizia e le altre virtù
morali hanno per oggetto dei beni esterni. Perciò la fortezza è la
prima tra le virtù morali.
IN CONTRARIO: 1. Cicerone afferma:
"La virtù ha il suo massimo
splendore nella giustizia, dalla quale l'uomo da bene riceve la sua
denominazione".
2. Il Filosofo ha scritto:
"Le virtù più utili agli altri sono
necessariamente quelle più grandi". Ora, la liberalità è più utile della
fortezza. Dunque è superiore.
RISPONDO: Come dice S. Agostino,
"tra cose che non sono grandi
per estensione, essere più grande significa esser migliore".
Perciò una virtù è maggiore di un'altra in quanto migliore di essa.
Ora, il bene umano è in conformità con la ragione, come afferma
Dionigi. E codesto bene appartiene essenzialmente alla prudenza,
che è una perfezione della ragione. La giustizia invece ha il
compito di attuarlo: poiché spetta ad essa imporre l'ordine della
ragione in tutte le azioni umane. Le altre virtù hanno il compito di
conservare codesto bene, moderando le passioni, perché non
distolgano l'uomo dal bene della ragione. E tra queste ultime la
fortezza occupa il primo posto: perché il timore dei pericoli di
morte è la passione più efficace nel distogliere l'uomo dal bene di
ordine razionale. Dopo viene la temperanza: poiché anche i
piaceri del tatto ostacolano più di ogni altro piacere il bene della
ragione. - Ora, avere essenzialmente una qualità è più che produrla;
e produrla è più che conservarla eliminandone gli ostacoli. Perciò
tra le virtù cardinali la prima è la prudenza; la seconda la
giustizia; terza la fortezza; quarta la temperanza. E al seguito di esse
tutte le altre virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. S. Ambrogio riconosce una superiorità
alla fortezza, per la sua maggiore utilità rispetto alle altre
virtù: cioè perché utile sia in pace che in guerra. Ciò si rileva
dalle sue stesse parole: "Ora tratteremo della fortezza: che essendo
in qualche modo superiore alle altre, si esercita in pace e in guerra".
2. La virtù consiste più nel bene che nel difficile. Perciò la grandezza
della virtù è da misurarsi più dalla bontà che dalla difficoltà.
3. Uno non deve esporre la propria persona ai pericoli di morte,
se non per custodire la giustizia. Perciò la lode della fortezza
dipende in qualche modo dalla giustizia. Ecco perché S. Ambrogio afferma,
che "la fortezza senza la giustizia è materia d'iniquità: infatti
più essa è forte e più è pronta ad opprimere i deboli".
4. Il quarto argomento lo concediamo.
5. La liberalità è utile per certi benefici particolari. Ma la fortezza
ha un'utilità generale in quanto difende tutto l'ordine della
giustizia. Ecco perché il Filosofo afferma, che "i giusti e i forti
sono quelli più amati, poiché sono i più utili in pace e in guerra".
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