Il Santo Rosario
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Questione 122

I precetti relativi alla giustizia

Passiamo a trattare dei precetti relativi alla giustizia.
Sul tema indicato parleremo di sei argomenti: 1. Se i precetti del decalogo appartengano alla giustizia; 2. Il primo precetto del decalogo; 3. Il secondo; 4. Il terzo; 5. Il quarto; 6. Gli altri sei comandamenti.

ARTICOLO 1

Se i precetti del decalogo appartengano alla giustizia

SEMBRA che i precetti del decalogo non appartengano alla giustizia. Infatti:
1. "Il legislatore", dice Aristotele, "ha l'intenzione di rendere virtuosi i cittadini": e quindi "la legge comanda gli atti di qualsiasi virtù". Ma i precetti del decalogo sono i primi principi di tutta la legge divina. Dunque i precetti del decalogo non appartengono soltanto alla giustizia.
2. Alla giustizia appartengono specialmente i precetti giudiziari, che si contraddistinguono da quelli morali, come sopra abbiamo visto. Ma i comandamenti del decalogo sono precetti morali, e lo abbiamo dimostrato. Quindi i precetti del decalogo non appartengono alla giustizia.
3. La legge nel dare dei precetti relativi agli atti della giustizia, deve tener presente in modo particolare il bene comune: e quindi deve dare le norme riguardanti le cariche pubbliche, e altre prescrizioni del genere. Invece nel decalogo non si parla affatto di questo. Dunque i precetti del decalogo non appartengono particolarmente alla giustizia.
4. I precetti del decalogo sono distinti in due tavole in base ai due amori di Dio e del prossimo, i quali appartengono alla virtù della carità. Perciò i precetti del decalogo appartengono più alla carità che alla giustizia.

IN CONTRARIO: La giustizia è l'unica virtù che regola i nostri rapporti con gli altri. Ora, tutti i precetti del decalogo hanno codesto compito. Dunque tutti codesti precetti appartengono alla giustizia.

RISPONDO: I precetti del decalogo sono i primi precetti della legge, che la ragione naturale accetta immediatamente perché evidentissimi. Ma la nozione di dovere, che si richiede per il precetto, si riscontra nella maniera più evidente nella giustizia, che ha di mira un'altra persona: perché nei doveri verso se stessi a prima vista può sembrare che l'uomo sia padrone di sé, e che gli sia lecito fare quel che vuole. Invece nei doveri che abbiamo verso gli altri appare evidente che si è obbligati a rendere ciò che è loro dovuto. Perciò i precetti del decalogo devono appartenere alla giustizia. Infatti i primi tre comandamenti riguardano gli atti della virtù di religione, che è la più importante tra le parti (potenziali) della giustizia; il quarto riguarda gli atti della pietà, che è al secondo posto tra le parti suddette; e gli altri sei interessano gli atti della giustizia ordinaria, che regola i rapporti tra gli uguali.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge tende a rendere virtuosi tutti gli uomini, ma con un certo ordine; cioè imponendo loro prima di tutto quei precetti dei quali è più evidente l'obbligatorietà, come abbiamo già detto.
2. I precetti giudiziari, o legali, sono determinazioni dei precetti morali in ordine al prossimo; come i precetti cerimoniali sono determinazioni dei precetti morali in ordine a Dio. Perciò né gli uni né gli altri entrano nel decalogo. Tuttavia essi sono determinazioni dei precetti del decalogo. E in tal senso appartengono anch'essi alla giustizia.
3. Le norme relative al bene comune vanno applicate diversamente secondo la diversità degli uomini. Quindi esse non andavano poste tra i precetti del decalogo, ma tra i precetti giudiziari, o legali.
4. I precetti del decalogo appartengono alla carità in quanto in essa hanno il loro fine, secondo le parole di S. Paolo: "Il fine del precetto è la carità". Ma appartengono alla giustizia, in quanto riguardano immediatamente atti di giustizia.

ARTICOLO 2

Se il primo precetto del decalogo sia ben formulato

SEMBRA che il primo precetto del decalogo non sia ben formulato. Infatti:
1. L'uomo è più obbligato verso Dio che verso il padre terreno, secondo l'espressione di S. Paolo: "Quanto più dovremo sottometterci al Padre degli spiriti, per avere la vita?". Ora, il precetto relativo alla pietà, con la quale si onora il proprio padre, è formulato in un modo affermativo: "Onora il padre e la madre". Perciò a maggior ragione doveva essere affermativo il primo precetto della religione con la quale si onora Dio: specialmente se pensiamo che l'affermazione è per natura prima della negazione.
2. Il primo precetto del decalogo riguarda, come si è detto, la religione. Ma la religione, essendo un'unica virtù, ha un unico atto. Invece col primo precetto vengono proibiti tre atti: "Non avrai dei stranieri al mio cospetto; Non ti farai scultura alcuna; Non le adorerai, né presterai ad esse un culto". Perciò il primo precetto non è ben formulato.
3. S. Agostino insegna che col primo precetto viene proibito il vizio della superstizione. Ma oltre l'idolatria, come sopra abbiamo visto, ci sono tante altre cattive superstizioni. Dunque non basta proibire soltanto l'idolatria.

IN CONTRARIO: È sufficiente l'autorità della Scrittura.

RISPONDO: La legge ha il compito di rendere buoni gli uomini. Perciò i suoi precetti vanno ordinati secondo l'ordine genetico, cioè seguendo il processo della bontà umana. Ora l'ordine genetico esige due cose. Primo, la formazione primordiale dell'elemento più importante: nella generazione dell'animale, p. es., prima di tutto viene formato il cuore, e nella costruzione di una casa prima vanno gettate le fondamenta. Ora, nella bontà dell'anima l'elemento primordiale è la bontà o rettitudine della volontà, di cui uno deve servirsi per raggiungere qualsiasi altro tipo di bontà. Ma la rettitudine di una volontà dipende dal suo oggetto, cioè dal fine. Perciò nell'educare l'uomo alla virtù mediante la legge, prima di tutto era necessario gettare le fondamenta della virtù di religione, che stabilisce i doverosi rapporti dell'uomo con Dio, ultimo fine della volontà umana.
Secondo, l'ordine genetico esige che innanzi tutto vengano eliminati gli ostacoli contrari al bene: l'agricoltore, p. es., prima ripulisce il campo e poi getta la semente, secondo l'esortazione di Geremia: "Dissodatevi una novale e non seminate sopra le spine". Perciò quanto alla virtù di religione l'uomo in primo luogo doveva essere guidato a toglierne gli ostacoli. Ma il primo ostacolo in questo campo è l'adesione a una falsa divinità, secondo l'espressione evangelica: "Non potete servire Dio e mammona". Ecco perché col primo precetto della legge viene proibito il culto dei falsi dei.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Anche sulla religione vien dato un precetto affermativo: "Ricordati di santificare il giorno del sabato". Ma prima bisognava porre dei precetti negativi, per eliminarne gli impedimenti. Infatti sebbene l'affermazione sia per natura prima della negazione, tuttavia in ordine genetico, secondo le spiegazioni date, è prima la negazione con la quale vengono eliminati gli ostacoli. Specialmente poi trattandosi delle cose di Dio, nelle quali, come afferma Dionigi, le negazioni vanno preferite alle affermazioni, data la nostra insufficienza.
2. Il culto dei falsi dei si presentava sotto due forme. Alcuni adoravano come dei delle creature, senza ricorrere a immagini: infatti Varrone narra che gli antichi Romani venerarono a lungo gli dei senza far uso dei simulacri. Tale culto viene proibito con quel primo comando: "Non avrai dei stranieri". - Altri invece veneravano i falsi dei nelle loro immagini. Ecco perché fu necessario proibire e la fabbricazione di tali immagini, con quelle parole: "Non ti farai scultura alcuna"; e il culto verso di esse: "Non presterai loro un culto, ecc.".
3. Tutte le altre superstizioni derivano da un patto tacito o espresso col demonio. Perciò esse rientrano tutte sotto quella proibizione: "Non avrai dei stranieri".

ARTICOLO 3

Se il secondo precetto del decalogo sia ben formulato

SEMBRA che il secondo precetto del decalogo non sia ben formulato. Infatti:
1. Il precetto dell'Esodo, "Non userai invano il nome del tuo Dio", così viene spiegato dalla Glossa: "Non credere che il Figlio di Dio sia una creatura"; e quindi con esso si probisce un errore contro la fede. E la formula del Deuteronomio viene spiegata in quest'altro senso: "Non userai invano il nome del tuo Dio, attribuendolo al legno e alla pietra"; cioè si vuol proibire una falsa professione di fede, che è un atto d'incredulità come l'errore. Ma l'incredulità è prima della superstizione; come la fede è prima della virtù di religione. Quindi questo precetto doveva precedere il primo, il quale proibisce la superstizione.
2. Il nome di Dio può essere usato per tanti scopi: per lodarlo, per far miracoli, e in generale per tutto ciò che noi facciamo, secondo l'esortazione di S. Paolo: "Qualunque cosa facciate, o con parole o con opere, tutto fate nel nome del Signore". Dunque il precetto che proibisce di usare il nome di Dio invano è più universale di quello che proibisce la superstizione. E quindi doveva precederlo.
3. La Glossa ci dà questa spiegazione del precetto, "Non userai il nome del tuo Dio invano": "cioè per niente". Perciò con esso si proibisce il giuramento inutile, ossia fatto senza giudizio. Ma è molto più grave il giuramento falso, cui manca la verità; e quello ingiusto, cui manca la giustizia. Dunque eran questi specialmente che il secondo precetto doveva proibire.
4. La bestemmia, e tutti gli altri peccati che si commettono oltraggiando Dio con le parole o con i fatti, sono più gravi dello spergiuro. Dunque il secondo precetto avrebbe dovuto proibire piuttosto la bestemmia e gli altri peccati.
5. I nomi di Dio sono molti. Perciò non bisognava dire indeterminatamente: "Non usare il nome del tuo Dio".

IN CONTRARIO: È sufficiente l'autorità della Scrittura.

RISPONDO: Nel formare una persona alla virtù, prima di gettare in essa i fondamenti della vera religione, bisogna rimuoverne gli ostacoli contrari. Ora, un atto può essere contrario alla religione in due maniere. Primo, per eccesso: quando cioè si prestano atti di culto abusivi ad altre divinità; e questo è proprio della superstizione. Secondo, per difetto, cioè per mancanza di rispetto: il che avviene quando si disprezza Dio; e questo costituisce, come abbiamo già visto, il vizio dell'irreligiosità. Ora, la superstizione è di ostacolo alla religione impedendo di accettare il culto di Dio. Chi infatti è dedito a un culto illecito non può accettare simultaneamente il culto a Dio dovuto; come si accenna in quel testo di Isaia: "Quando il letto è troppo angusto l'uno o l'altro cascherà, quando è corta la coperta tutti e due non coprirà". L'irreligiosità invece è di ostacolo alla virtù di religione, perché impedisce di onorare Dio dopo di averlo accettato. Ma l'accettazione di Dio con il culto che merita viene prima del rispetto verso di lui. Perciò il precetto che proibisce la superstizione deve precedere il secondo il quale proibisce lo spergiuro, che è un atto d'irreligiosità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le interpretazioni riportate danno un senso mistico. Ma l'interpretazione letterale suona così: "Non usare il nome del tuo Dio invano: cioè non giurare per cose da nulla".
2. Questo precetto non proibisce qualsiasi uso del nome di Dio, ma propriamente proibisce di usarlo nel giuramento per confermare una affermazione: perché quest'uso è quello più frequente tra gli uomini. Però indirettamente sono proibiti da esso tutti gli usi sconvenienti del nome di Dio. Così si spiegano anche le interpretazioni mistiche di cui abbiamo parlato.
3. Si può dire che "giura per niente" chi giura per cose che non sono con falsi giuramenti, i quali sono per eccellenza degli spergiuri, come sopra abbiamo notato. Infatti quando si giura il falso il giuramento è vano per se stesso, non avendo la verità come base. Invece quando si giura senza giudizio, ossia per leggerezza, se si giura il vero, il giuramento non è vano per se stesso, ma per chi lo pronunzia.
4. Come quando si istruisce una persona in una data scienza, prima si danno dei principi generali, così nel formare l'uomo alla virtù la legge con i suoi primi precetti, che son quelli del decalogo, ha proibito o comandato le cose che capitano più di frequente nel corso della vita umana. Ecco perché tra i precetti del decalogo c'è la proibizione dello spergiuro, che capita più spesso della bestemmia, in cui si cade più di rado.
5. Al nome di Dio si deve rispetto per la realtà che esprime, la quale è unica: non già per i vocaboli che possono essere molteplici. Ecco perché viene usato il singolare: "Non usare il nome del tuo Dio invano"; infatti identico è lo spergiuro qualunque sia il nome di Dio col quale viene commesso.

ARTICOLO 4

Se sia ben formulato il terzo precetto del decalogo

SEMBRA che il terzo precetto del decalogo, sulla santificazione del sabato, non sia ben formulato. Infatti:
1. Inteso spiritualmente questo comandamento abbraccia tutto per la sua universalità; S. Ambrogio, p. es., commentando quel passo evangelico, "Il capo della sinagoga indignato perché l'aveva guarita di sabato, ecc.", afferma: "La legge in giorno di sabato non proibisce di guarire, ma di compiere opere servili, cioè dei peccati". Se poi lo prendiamo in senso letterale questo precetto è cerimoniale, come appare da quelle parole dell'Esodo: "Abbiate cura d'osservare il mio sabato; perché è il segnale posto fra me e la vostra discendenza". Invece i precetti del decalogo sono di per sé spirituali e morali. Perciò non era giusto elencare il terzo comandamento tra i precetti del decalogo.
2. I precetti cerimoniali dell'antica legge abbracciano, come sopra abbiamo visto, cose sacre, sacrifici, sacramenti e osservanze. Ora, tra le cose sacre non c'erano soltanto i giorni sacri, ma anche i luoghi e i vasi sacri. Inoltre c'erano molti altri giorni sacri oltre il sabato. Dunque non era giusto ricordare la sola osservanza del sabato, trascurando tutti gli altri precetti cerimoniali.
3. Chiunque trasgredisce un precetto del decalogo commette peccato. Invece nell'antico Testamento alcuni trasgredivano l'osservanza del sabato, senza far peccato: p. es., chi l'ottavo giorno circoncideva un bambino, e i sacerdoti che lavoravano nel tempio. Inoltre si legge di Elia, che "raggiunse il monte di Dio, l'Oreb, in quaranta giorni", e quindi camminando anche di sabato. Parimente nel portare l'arca del Signore per sette giorni intorno a Gerico i sacerdoti devono averlo fatto anche il sabato. E nel Vangelo si legge: "Ognuno di voi non scioglie di sabato il suo bue o l'asino per condurli a bere?". Perciò non era bene mettere questo comandamento nel decalogo.
4. I precetti del decalogo vanno osservati anche nella nuova legge. Ma in questa il terzo comandamento non viene osservato né il giorno stesso del sabato, né la domenica, nella quale si può cuocere il cibo, viaggiare, pescare e fare molte altre cose del genere. Dunque il precetto relativo all'osservanza del sabato non è ben formulato.

IN CONTRARIO: Basta l'autorità della Scrittura.

RISPONDO: Eliminati, secondo le spiegazioni date, gli ostacoli della vera religione mediante il primo e il secondo comandamento, era giusto presentarne un terzo, per radicare l'uomo stabilmente in essa. Ora, la virtù di religione ha il compito di prestare a Dio un culto. Ma come nella Sacra Scrittura ci vengono trasmessi gli insegnamenti sotto immagini di cose materiali, così il culto esterno viene prestato a Dio mediante segni sensibili. E poiché l'uomo è guidato al culto interiore, che consiste nella devozione e nella preghiera, principalmente dall'impulso interiore dello Spirito Santo, il comandamento della legge doveva riguardare il culto esterno mediante qualche cosa di sensibile. E poiché i precetti del decalogo sono come i principi primi e universali della legge, nel terzo comandamento viene comandato il culto esterno di Dio accennando al beneficio che tutti ci riguarda, cioè mediante il riferimento all'opera della creazione del mondo, dalla quale Dio si riposò il settimo giorno. A ricordo, o in segno di ciò viene comandato di "santificare" il settimo giorno, deputandolo alle cose di Dio. Ecco perché nell'Esodo, dopo aver ricordato il precetto della santificazione del sabato, se ne dà la ragione seguente: poiché "in sei giorni Dio fece il cielo e la terra, e nel settimo si riposò".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il precetto della santificazione del sabato letteralmente è insieme morale e cerimoniale. È un precetto morale nel senso che l'uomo deve destinare un dato tempo della sua vita alle cose divine. Infatti l'inclinazione naturale porta l'uomo a destinare a ogni cosa necessaria un dato tempo: così egli fa per il vitto, per il sonno, e per altre cose del genere. Perciò l'uomo secondo il dettame della ragione naturale deve destinare del tempo anche al ristoro spirituale; saziando di Dio la propria anima. Ecco quindi che la destinazione di un dato tempo per attendere alle cose divine costituisce un precetto morale. - Ma la determinazione di un giorno particolare, quale ricordo della creazione del mondo, fa di questo comandamento un precetto cerimoniale. Esso è cerimoniale anche nel suo significato allegorico, che è quello di prefigurare il riposo di Cristo nel sepolcro, che avvenne nel settimo giorno. Lo stesso si dica per il significato morale, indicando così la cessazione di ogni atto peccaminoso e il riposo dell'anima in Dio: e sotto quest'aspetto si riduce a un precetto generale, o universale. Il terzo precetto è cerimoniale anche nel suo significato anagogico, cioè in quanto prefigura il riposo della fruizione di Dio nella patria celeste.
Perciò il precetto della santificazione del sabato è posto tra i comandamenti del decalogo quale precetto morale: non già come precetto cerimoniale.

2. Le altre cerimonie dell'antica legge stanno a indicare particolari opere di Dio. Invece l'osservanza del sabato vuol indicare il beneficio più universale, cioè la creazione dell'universo. Dunque esso andava posto, a preferenza di ogni altra osservanza, tra i precetti generali del decalogo.
3. Nell'osservanza del sabato dobbiamo distinguere due obblighi. Il primo, che ne costituisce il fine, è che l'uomo attenda alle cose di Dio. Ciò viene indicato da quelle parole: "Ricordati di santificare il giorno del sabato"; infatti la legge considera santo tutto ciò che è deputato al culto di Dio. - Il secondo obbligo è la cessazione del lavoro: "Il settimo giorno è del Signore Dio tuo, in esso non farai alcun lavoro". Ma di che lavoro si parli risulta dalle parole del Levitico: "Non farete in esso alcun lavoro servile".
Ora, un lavoro si denomina servile da servitù, o schiavitù. Ebbene, ci sono tre tipi di schiavitù. La prima consiste nell'essere schiavi del peccato, secondo l'espressione evangelica: "Chi fa il peccato è schiavo del peccato". In questo senso sono servili tutti gli atti peccaminosi. - La seconda consiste nell'essere schiavo degli altri uomini. L'uomo però non è mai schiavo di un altro per la sua anima, ma solo per il corpo, come sopra abbiamo notato. Perciò in questo senso si dicono servili quei lavori nei quali un uomo è a servizio di un altro. - Il terzo tipo di servitù è il servizio di Dio. E in questo senso può considerarsi servile ogni atto di latria che è servizio di Dio.
Ora, se per lavoro s'intende quest'ultimo, esso certo non viene proibito in giorno di sabato; perché sarebbe contro il fine di questa osservanza. Infatti l'uomo in giorno di sabato si astiene dagli altri lavori, per attendere alle opere attinenti al servizio di Dio. Ecco allora giustificate quelle parole evangeliche: "Un uomo viene circonciso in giorno di sabato e non è violata la legge di Mosè". E quelle altre: "Nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato", cioè lavorano fisicamente, "senza commettere peccato". Per lo stesso motivo non trasgredivano il precetto dell'osservanza del sabato i sacerdoti che portavano l'arca. Parimente non è contro codesta osservanza nessun atto di ordine spirituale, p. es., l'insegnamento fatto a voce o per iscritto. "I fabbri e gli altri artigiani", dice la Glossa, "non devono lavorare in giorno di sabato. Invece il lettore e il maestro della legge divina non cessano la loro opera, e tuttavia non violano il sabato; come i sacerdoti i quali violavano il sabato nel tempio, senza commettere peccato".
Ci sono invece altre opere servili, che sono tali nel primo o nel secondo senso, e queste sono incompatibili con l'osservanza del sabato, perché impediscono all'uomo di applicarsi alle cose di Dio. E poiché l'uomo viene distolto dalle cose divine più dal peccato che da un lavoro materiale; viola maggiormente il precetto chi in giorno di festa commette un peccato che colui il quale compie un lavoro fisico di per sé lecito. Di qui le parole di S. Agostino: "In giorno di sabato un Giudeo farebbe meglio a compiere un lavoro utile nel suo campo, che a partecipare in teatro a una sedizione. E le loro donne farebbero meglio a filar la lana in codesto giorno, che a dedicarsi tutto il giorno a danze lascive durante il novilunio". - Però chi pecca venialmente in giorno di sabato non agisce contro questo precetto: perché il peccato veniale non esclude la santità.
Invece i lavori materiali che non riguardano il culto di Dio sono servili, se propriamente riguardano gli schiavi: se invece sono comuni agli schiavi e agli uomini liberi non sono servili. Ora chiunque, schiavo o libero che sia, è tenuto a provvedere il necessario per sé e per il prossimo: prima di tutto quando si tratta della vita del corpo, in base all'esortazione dei Proverbi: "Libera coloro che son condotti alla morte"; in secondo luogo per evitare la rovina dei beni, conforme al comando del Deuteronomio: "Se vedrai il bove o la pecora del tuo fratello errare smarriti, non tirerai di lungo, ma li ricondurrai al tuo fratello". Perciò non viola il sabato il lavoro che si compie per non compromettere la salute del corpo: infatti non è contro detta osservanza mangiare, o compiere altre cose del genere per conservare la salute del corpo. Ecco perché i Maccabei non violarono il sabato combattendo per difesa in detto giorno. Così non lo violò Elia fuggendo di sabato dalle mani di Iezabele. Per lo stesso motivo il Signore giustificò i suoi discepoli, i quali raccoglievano le spighe in giorno di sabato, per la necessità in cui si trovavano. - Parimente non è contro l'osservanza del sabato il lavoro materiale, ordinato alla salute corporale degli altri. Di qui la replica del Signore (contro i Farisei): "Perché vi sdegnate contro di me, perché di sabato ho guarito tutto intero un uomo?". - Così non viola il sabato un lavoro materiale, che è ordinato ad evitare un danno imminente ai beni esterni. Di qui le parole del Signore: "Chi è tra voi che avendo una pecora, la quale cada in un pozzo in giorno di sabato, non la prende e non la tira fuori?".
4. Nel nuovo Testamento l'osservanza della domenica è succeduta a quella del sabato non in forza della legge antica, ma per un precetto della Chiesa e per la consuetudine del popolo cristiano. Ma questa osservanza non ha più il valore figurale che aveva in antico l'osservanza del sabato. Perciò la proibizione di lavorare in giorno di domenica non è così stretta come lo era per il sabato, essendo permessi dei lavori che allora non erano tollerati: p. es., cucinare i cibi, e altre cose del genere. E anche in certi lavori proibiti nella nuova legge si dispensa per necessità più facilmente che nella vecchia alleanza: perché la figura costituisce come tale un'affermazione della verità, che non si può menomare neppure di poco; invece i lavori considerati per se stessi possono variare secondo le condizioni di luogo e di tempo.

ARTICOLO 5

Se sia ben formulato il quarto precetto

SEMBRA che il quarto precetto, il quale dice di onorare i genitori, non sia ben formulato. Infatti:
1. Questo precetto appartiene alla pietà. Ora, come è parte della giustizia la pietà, lo è pure l'osservanza, la gratitudine e le altre virtù di cui abbiamo parlato. Dunque non era necessario dare un precetto speciale per la pietà, trascurando le altre virtù.

2. La pietà non onora soltanto i genitori, ma anche la patria e gli altri "consanguinei, e i benemeriti verso la patria", come sopra abbiamo visto. Perciò in questo precetto non è a proposito l'esclusivo richiamo a onorare il padre e la madre.
3. Ai genitori non si deve solo riverenza d'onore, ma anche sostentamento. Dunque il comando di onorare i genitori non è sufficiente.
4. Più volte capita che chi onora i genitori muoia presto; mentre quelli che non li onorano vivano a lungo. Perciò non era conveniente aggiungere al precetto quella promessa: "Acciò tu viva lungamente sulla terra".

IN CONTRARIO: È sufficiente l'autorità della Scrittura.

RISPONDO: I precetti del decalogo sono ordinati all'amore di Dio e del prossimo. Ora, il prossimo verso il quale siamo più obbligati sono i genitori. Perciò immediatamente dopo i precetti che regolano i nostri rapporti con Dio viene il precetto che regola i nostri doveri verso i genitori, i quali sono la causa particolare della nostra esistenza, come Dio è la causa universale di tutti gli esseri. Cosicché il quarto precetto ha una certa affinità con quelli della prima tavola.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo notato sopra, la pietà è ordinata a soddisfare gli obblighi verso i genitori, obblighi che son comuni a tutti gli uomini. Perciò tra i precetti del decalogo, i quali son comuni, o universali, deve trovare posto un comandamento relativo alla pietà a preferenza delle altre parti della giustizia, che riguardano doveri particolari.
2. I doveri verso i genitori precedono quelli verso la patria e i consanguinei: poiché a noi appartengono e i consanguinei e la patria per il fatto che siamo nati dai nostri genitori. Ecco perché i precetti del decalogo, essendo i principi primi della legge, regolano i rapporti dell'uomo verso i genitori piuttosto che verso la patria e i consanguinei. - Tuttavia in questo precetto che comanda di onorare i genitori sono implicitamente comandati tutti i doveri verso le altre persone cui siamo particolarmente obbligati, come nel principale analogato sono impliciti i termini secondari.
3. Di suo ai genitori si deve onore e rispetto. Ma si deve loro anche il sostentamento e ogni altro aiuto per qualche cosa di accidentale: cioè in quanto si trovano nell'indigenza, o per altre circostanze del genere, come sopra abbiamo spiegato. E siccome gli elementi essenziali precedono quelli accidentali, era giusto che tra i primi precetti della legge, vale a dire nel decalogo, fosse comandato in modo speciale di onorare i genitori. Ma in questo dovere, che è il principale, sono implicitamente comandati e il sostentamento e tutti gli altri doveri verso i genitori.
4. A chi onora i genitori è promessa la longevità non solo nella vita futura ma anche nella vita presente, secondo la dichiarazione dell'Apostolo: "La pietà è utile a tutto, avendo promessa di vita, sì della vita presente, sì della futura". Ed è giusto. Poiché chi è grato di un beneficio merita in qualche modo che codesto beneficio gli venga conservato: mentre per l'ingratitudine uno merita di perderlo. Ora, dopo che a Dio, noi dobbiamo il beneficio della vita ai genitori. E quindi chi onora i genitori, come grato del beneficio, merita la conservazione della vita: mentre chi non li onora merita di perderla, perché ingrato. - Siccome però i beni e i mali presenti non costituiscono, come si è detto, un merito e un demerito, se non in quanto sono ordinati al premio della vita futura; talora, secondo l'occulto giudizio di Dio, il quale mira specialmente a codesto premio futuro, alcuni, che pure sono riconoscenti verso i genitori, hanno una vita breve; mentre altri che sono ingrati verso di loro hanno una lunga vita.

ARTICOLO 6

Se siano ben formulati gli altri sei precetti del decalogo

SEMBRA che gli altri sei precetti del decalogo non siano ben formulati. Infatti:
1. Per salvarsi non basta non far del male al prossimo, ma è necessario compiere dei doveri verso di esso, secondo l'ammonizione di S. Paolo: "Date a tutti ciò che è loro dovuto". Invece negli ultimi sei comandamenti viene proibito soltanto di far del male al prossimo. Dunque tali precetti non sono ben formulati.
2. Nei suddetti comandamenti vengono proibiti l'omicidio, l'adulterio, il furto e la falsa testimonianza, Ma ci sono molti altri danni che si possono arrecare al prossimo, com'è evidente da quanto sopra abbiamo detto. Perciò codesti comandamenti non sono ben formulati.
3. Il desiderio può indicare due cose: primo, un atto della volontà, come in quel testo della Sapienza: "Il desiderio della sapienza conduce al regno eterno"; secondo, un atto della sensualità, come in quel passo di S. Giacomo: "Donde tra voi guerre e liti? Non forse dai vostri desideri che militano nelle vostre membra?". Ora, dai precetti del decalogo non può esser proibita la concupiscenza, o desiderio della sensualità; perché allora i primi moti della sensualità sarebbero peccati mortali, essendo contrari ai precetti del decalogo. Parimente non può esser così proibito il desiderio della volontà: perché questo è incluso in ogni peccato. Dunque non era giusto inserire nel decalogo due precetti che proibiscono di desiderare.
4. L'omicidio è un peccato più grave dell'adulterio e del furto. Ebbene nel decalogo non c'è un comandamento che proibisca di desiderare un omicidio. Perciò non era giusto inserirvi dei precetti che proibiscono di desiderare il furto e l'adulterio.

IN CONTRARIO: Basta l'autorità della Scrittura.

RISPONDO: Mediante le parti (potenziali) della giustizia si rende ciò che si deve a delle persone determinate, verso le quali si hanno degli obblighi speciali; invece mediante la giustizia propriamente detta si rende ciò che si deve comunemente a tutti. Perciò dopo i tre precetti relativi alla religione, con la quale compiamo i nostri doveri verso Dio; e dopo il quarto, relativo alla pietà, per cui si rende ciò che si deve ai genitori, e implicitamente a tutte le persone cui siamo particolarmente obbligati, era necessario ordinare gli altri comandamenti che riguardano la giustizia propriamente detta, la quale rende ciò che si deve indistintamente a tutti.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un uomo ha il dovere comune e universale di non nuocere a nessuno. Ecco perché i precetti negativi, che proibiscono i danni che si potrebbero fare al prossimo, erano da porsi nel decalogo, trattandosi di doveri universali. Invece le prestazioni da fare a vantaggio del prossimo sono diverse secondo le persone. Perciò nel decalogo non dovevano essere inseriti dei precetti affermativi.
2. Tutti gli altri danni che si possono infliggere al prossimo sono riducibili a quelli proibiti da questi comandamenti. Infatti tutti i danni personali possono dirsi inclusi nell'omicidio, che è il principale. I danni che colpiscono i congiunti, specialmente con atti di libidine, sono proibiti assieme all'adulterio. I danni alle cose son tutti proibiti assieme al furto. E quelli relativi all'uso della parola, come la maldicenza, la maledizione, ecc., sono inclusi nella proibizione della falsa testimonianza, la quale più direttamente viola la giustizia.

3. I comandamenti che proibiscono i desideri, o concupiscenze, non intendono proibire i moti primi della concupiscenza, che rimangono nell'ambito della sensualità. Ma proibiscono direttamente il consenso della volontà che ha di mira l'opera esterna, o la compiacenza.
4. Di suo l'omicidio non è desiderabile, ma è piuttosto ributtante: poiché non ha in se stesso un aspetto di bontà. Invece l'adulterio ha l'aspetto di bene dilettevole. E il furto ha quello di bene utile. Ora, il bene di per sé è desiderabile. Perciò bisognava proibire con speciali precetti i desideri del furto e dell'adulterio: e non il desiderio dell'omicidio.