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Questione
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La prodigalità
Rimane quindi da studiare la prodigalità.
Sull'argomento si pongono tre quesiti: 1. Se la prodigalità sia
il contrario dell'avarizia; 2. Se sia peccato; 3. Se sia un peccato
più grave dell'avarizia.
ARTICOLO
1
Se la prodigalità sia il contrario dell'avarizia
SEMBRA che la prodigalità non sia il contrario dell'avarizia.
Infatti:
1. I contrari non possono trovarsi simultaneamente nel medesimo
soggetto. Ma alcuni sono insieme prodighi e illiberali. Dunque
la prodigalità non è il contrario dell'avarizia.
2. I contrari riguardano sempre una medesima cosa. Ora, l'avarizia
in quanto si contrappone alla liberalità riguarda le passioni
umane relative al denaro. Invece la prodigalità non sembra che
riguardi codeste passioni: essa infatti non è attaccata al denaro,
e ad altre cose del genere. Dunque la prodigalità non si contrappone
all'avarizia.
3. Come sopra abbiamo visto, i peccati ricevono la loro specie
principalmente dal fine. Ora, la prodigalità è sempre ordinata a
un fine illecito, per il quale sperpera gli averi, e specialmente è
ordinata ai piaceri: infatti nel Vangelo si legge che il figliol
prodigo "dissipò le sue sostanze nella lussuria". Perciò sembra che
la prodigalità si contrapponga più alla temperanza e all'insensibilità
che all'avarizia e alla liberalità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo insegna che la prodigalità si contrappone
alla liberalità e alla illiberalità, che noi chiamiamo avarizia.
RISPONDO: In morale l'opposizione dei vizi tra loro e con le virtù
correlative è impostata sull'eccesso e il difetto. Ora, avarizia e
prodigalità si contrappongono come eccesso e difetto, ma in vari modi.
L'avaro infatti eccede nell'attaccamento alle ricchezze, amandole
più del dovuto; il prodigo invece manca, perché ne è meno sollecito
di quanto si deve. Al contrario rispetto agli atti esterni il prodigo
eccede nel dare, e difetta nel ritenere e nell'acquistare; l'avaro
invece difetta nel dare, ed eccede nell'acquistare e nel ritenere.
Perciò è evidente che la prodigalità si contrappone all'avarizia.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che nel medesimo
soggetto si trovino qualità contrarie sotto aspetti diversi, pur
essendo denominato dalla qualità che in esso prevale. Ora, come
nella liberalità, che costituisce il giusto mezzo tra questi due vizi,
l'atto principale è il dare, a cui il prendere e il ritenere sono
subordinati; così l'avarizia e la prodigalità principalmente vanno
considerati in rapporto al dare. Perciò chi eccede nel dare si chiama
prodigo, e chi in ciò scarseggia è chiamato avaro. Ora, può capitare
che uno non dia abbastanza, senza però prendere più del dovuto,
come nota il Filosofo. Parimenti può darsi che uno esageri
nel dare, e quindi sia prodigo, e insieme esageri nel prendere. O
per necessità: e cioè perché esagerando nel dare vengono a mancare
le risorse, e quindi si è costretti a illeciti acquisti, cadendo
nell'avarizia. Oppure per il disordine spirituale: poiché coloro che danno, ma non per il bene, sprezzando la virtù, non si
curano di
prendere in qualsiasi modo. E quindi essi son prodighi e avari,
ma non sotto il medesimo aspetto.
2. La prodigalità riguarda anch'essa la passione del
denaro; ma
essa non pecca per eccesso, bensì per difetto.
3. Il prodigo esagera nel dare, non sempre però per i piaceri, che
sono oggetto dell'intemperanza: ma talora perché è del tutto trascurato
verso le ricchezze, oppure per altri motivi. Ordinariamente
però i prodighi si orientano verso l'intemperanza: sia perché spendendo
a profusione per altre cose, non hanno ritegno a spendere
per i piaceri, ai quali sono portati dalla concupiscenza della carne;
sia perché essi, non gustando il bene della virtù, cercano un compenso
nei piaceri corporali. Ecco perché il Filosofo afferma, che "molti
prodighi diventano intemperanti".
ARTICOLO
2
Se la prodigalità sia peccato
SEMBRA che la prodigalità non sia peccato.
Infatti:
1. L'Apostolo afferma:
"Radice di tutti i mali è la cupidigia".
Ora, essa non può essere radice della prodigalità, che è il suo contrario.
Dunque la prodigalità non è peccato.
2. L'Apostolo inoltre raccomanda a Timoteo:
"Comanda ai ricchi
del secolo di dare, di partecipare". Ma i prodighi fanno
proprio questo in maniera superiore. Perciò la prodigalità non è peccato.
3. È proprio della prodigalità esagerare nel dare e difettare nella
sollecitudine delle ricchezze. Ma questo conviene pienamente ai
perfetti, che adempiono il consiglio del Signore: "Non vi preoccupate
del domani"; "Vendi ciò che hai e donalo ai poveri". Quindi
la prodigalità non è peccato.
IN CONTRARIO: Il Vangelo rimprovera il
figliol prodigo della sua prodigalità.
RISPONDO: Come abbiamo già detto, la prodigalità si contrappone
all'avarizia per eccesso e per difetto. Ora, il giusto mezzo della
virtù viene distrutto sia dall'eccesso che dal difetto. Ma una cosa
è peccato perché distrugge il bene della virtù. Dunque la prodigalità è peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alcuni ritengono che l'Apostolo
non parli della cupidigia in atto, ma di una certa cupidigia allo
stato di abito, ossia della concupiscenza del fomite, da cui derivano
tutti i peccati. - Altri invece pensano che egli parli della cupidigia
in genere in ordine a qualsiasi bene. E allora risulta evidente
che anche la prodigalità nasce dalla cupidigia; infatti il
prodigo brama di conseguire disordinatamente un bene temporale: p. es.,
il prestigio presso gli altri, oppure la soddisfazione di spendere a capriccio.
Ma a ben riflettere dobbiamo concludere che l'Apostolo letteralmente
qui parla della cupidigia delle ricchezze; infatti nel versetto
precedente aveva detto: "Quelli che vogliono arricchire, ecc.".
Egli quindi afferma che l'avarizia è la radice di ogni male; non
perché tutti i mali nascono sempre dall'avarizia; ma perché non
ce n'è uno il quale talora non nasca da essa. Perciò anche la prodigalità
talora nasce dall'avarizia: come quando uno sperpera
prodigalmente dei beni, con l'intenzione di ottenere il favore di
persone da cui spera grandi ricchezze.
2. L'Apostolo esorta i ricchi a dare e a partecipare i loro beni,
ma come si deve. Non è così invece che agiscono i prodighi; poiché,
come dice il Filosofo, "le loro elargizioni non sono buone e
non mirano al bene, né sono come si deve: ma talora arricchiscono
quelli che dovrebbero esser poveri, cioè gli istrioni e gli adulatori,
mentre ai buoni non darebbero nulla".
3. L'esagerazione della prodigalità risulta principalmente, non
dalla quantità di ciò che vien dato, ma dal fatto che non si dà
come si deve. Infatti talora l'uomo liberale dà più del prodigo,
se è necessario. Perciò coloro che danno tutti i loro beni per seguire
Cristo, e per togliere dal proprio animo ogni preoccupazione
delle cose temporali, non sono dei prodighi, ma esercitano la
liberalità nella maniera più perfetta.
ARTICOLO
3
Se la prodigalità sia un peccato più grave dell'avarizia
SEMBRA che la prodigalità sia un peccato più grave dell'avarizia.
Infatti:
1. Con l'avarizia uno danneggia il prossimo, al quale non
comunica i propri beni. Ma con la prodigalità uno danneggia se stesso:
infatti il Filosofo afferma, che "la distruzione delle ricchezze, le
quali danno all'uomo da vivere, è una specie di suicidio". Ora,
chi fa del male a se stesso pecca più gravemente, come si rileva
dalle parole dell'Ecclesiastico: "Chi è cattivo con se stesso, con
chi sarà egli buono?". Dunque la prodigalità è un peccato più
grave dell'avarizia.
2. Il disordine che è accompagnato da una circostanza attenuante
è meno peccaminoso. Ora, il disordine dell'avarizia più volte è
accompagnato da una circostanza attenuante: p. es., nel caso di
coloro che non vogliono né dispensare i loro beni, né prendere la
roba altrui. Invece la prodigalità è accompagnata da una circostanza
aggravante: poiché, a detta del Filosofo, "la prodigalità
noi l'attribuiamo a chi è intemperante". Perciò la prodigalità è
un peccato più grave dell'avarizia.
3. La prudenza è la prima tra le virtù morali, come sopra abbiamo visto.
Ora, la prodigalità è in contrasto con la prudenza
più dell'avarizia: infatti nei Proverbi si legge: "Nella dimora del
giusto c'è un tesoro vistoso, c'è dell'aroma: ma l'uomo imprudente
lo dissiperà"; e il Filosofo insegna, che "è proprio dello
stolto dare a profusione senza niente ricevere". Quindi la
prodigalità è un peccato più grave dell'avarizia.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che il prodigo
"sembra essere
assai migliore dell'avaro".
RISPONDO: In se stessa considerata, la prodigalità è un peccato
meno grave dell'avarizia. E questo per tre motivi. Primo, perché
l'avarizia si allontana maggiormente dalle virtù contrarie. Infatti
alla liberalità è più consono il dare, in cui esagera il prodigo, che
il prendere e il ritenere, in cui esagera l'avaro.
Secondo, perché, come dice Aristotele,
"il prodigo è utile a molti",
cioè alle persone cui dà: "l'avaro invece non è utile a nessuno,
e neppure a se stesso".
Terzo, la prodigalità è più curabile. Sia perché si va verso la
vecchiaia, che è contraria alla prodigalità. Sia perché presto si
giunge all'indigenza, sperperando inutilmente grandi somme: e
allora il prodigo caduto nella miseria non può continuare a scialacquare.
E sia anche perché più facilmente il prodigo si può ricondurre
alla virtù, data la sua affinità con essa. - Invece l'avaro
non è facilmente curabile, per le ragioni indicate
nella questione precedente.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La differenza tra il prodigo e
l'avaro non dipende dal fatto che l'uno pecca contro se stesso e
l'altro contro il prossimo. Infatti il prodigo pecca contro se stesso,
sciupando le proprie sostanze, con le quali deve vivere; ma pecca
anche contro il prossimo, sciupando i beni con i quali dovrebbe provvedere agli altrui bisogni. E questo è particolarmente evidente
nel caso dei chierici, che essendo i dispensatori dei beni della
Chiesa i quali appartengono ai poveri, defraudano questi ultimi
con le loro prodigalità. Parimenti l'avaro pecca contro il prossimo
rifiutando di dare; ma pecca pure contro se stesso col rifiutare
di spendere a sufficienza, meritandosi quelle parole
dell'Ecclesiaste: "Un uomo a cui Dio ha dato le ricchezze..., senza
concedergli la facoltà di fruirne". Tuttavia il prodigo ha questo vantagglo,
che pur facendo del male a se stesso e ad altri, almeno
giova a qualcuno. Invece l'avaro non giova né agli altri, né a se
stesso: perché non osa adoperare i propri beni neppure a suo vantaggio.
2. Quando parliamo dei vizi in astratto dobbiamo giudicarli in
base al loro elemento costitutivo: così consideriamo la prodigalità
quale sperpero eccessivo delle ricchezze, e l'avarizia quale attaccamento
eccessivo verso di esse. Il fatto invece che uno sperpera
il denaro per l'intemperanza già richiama una pluralità di peccati:
perciò codesti prodighi sono da giudicarsi peggiori, come
nota Aristotele. Ma il fatto che un avaro si astenga dal prendere
la roba altrui, sebbene sia lodevole in se stesso, è però riprovevole
per il motivo che lo determina, poiché costui non vuol ricevere
nulla da nessuno, per non essere costretto a dare agli altri.
3. Tutti i vizi sono contro la prudenza, dal momento che tutte
le virtù sono governate da essa. Perciò un vizio, per il fatto che
si contrappone soltanto alla prudenza, è da considerarsi meno grave.
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