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Questione
118
L'avarizia
Veniamo quindi a trattare dei vizi contrari alla liberalità.
Primo, dell'avarizia; secondo, della prodigalità.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se l'avarizia
sia peccato; 2. Se sia un peccato specifico; 3. A quale virtù
si opponga; 4. Se sia peccato mortale; 5. Se sia il più grave
dei peccati; 6. Se sia un peccato della carne o dello spirito;
7. Se sia un vizio capitale; 8. Quali siano le figlie dell'avarizia.
ARTICOLO
1
Se l'avarizia sia peccato
SEMBRA che l'avarizia non sia peccato. Infatti:
1. Avarizia suona aeris - aviditas (avidità di danaro): perché
consiste nel desiderio del danaro, e cioè del beni esterni. Ma
desiderare i beni esterni non è peccato. Infatti l'uomo li desidera
in forza della sua natura: sia perché essi sono naturalmente
soggetti all'uomo; sia perché servono a conservare la vita umana,
tanto è vero che sono chiamati sostanze dell'uomo. Perciò l'avarizia
non è peccato.
2. Un peccato o è contro Dio, o è contro il prossimo, o è contro
se stessi, come sopra abbiamo visto. Ma propriamente l'avarizia
non è un peccato contro Dio: essa infatti non si contrappone,
né alla religiosità, né alle virtù teologali, che regolano la
condotta dell'uomo verso Dio. E neppure è un peccato contro se
stessi: perché questo è proprio della gola e della lussuria, come
risulta dalle parole dell'Apostolo: "Chi commette fornicazione
fa un peccato contro il proprio corpo". Parimente non è un
peccato contro il prossimo: perché col ritenere i propri beni non si
fa ingiuria a nessuno. Dunque l'avarizia non è un peccato.
3. I difetti che son dovuti alla natura non sono peccati. Ora,
l'avarizia è un fatto che deriva naturalmente dalla vecchiaia e
da qualsiasi altro malanno, come fa notare il Filosofo. Quindi
l'avarizia non è peccato.
IN CONTRARIO: S. Paolo esorta:
"La vostra condotta sia senza
avarizia, contentandovi di ciò che avete".
RISPONDO: In quelle cose la cui bontà consiste nella debita
misura, l'eccesso o il difetto di codesta misura costituisce
necessariamente un male. Ora, per i mezzi che sono ordinati al fine la
bontà consiste in una certa misura: infatti i mezzi devono essere
proporzionati al fine: la medicina, p. es., alla guarigione; come
nota il Filosofo. Ma i beni esterni non sono che beni utili per il
raggiungimento del fine, come abbiamo spiegato sopra. Dunque
la bontà dell'uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura:
e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto
sono necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi
nell'eccedere codesta misura si ha un peccato: e cioè nel volerne
acquistare, o ritenere più del dovuto. E questo costituisce
l'avarizia, la quale viene definita "un amore immoderato di possedere". Perciò è evidente che l'avarizia è peccato.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Per l'uomo è naturale il desiderio
dei beni esterni come di mezzi ordinati al fine. Perciò codesto
desiderio in tanto è onesto, in quanto rientra nella norma
imposta dal conseguimento del fine. Ora, l'avarizia eccede codesta
norma. Quindi è peccato.
2. L'avarizia può essere immoderata in due maniere rispetto
ai beni esterni. Primo, direttamente, cioè nell'acquistarne e nel
conservarne più del dovuto. E da questo lato essa è un peccato
contro il prossimo: poiché nelle ricchezze materiali uno non può
sovrabbondare, senza che un altro rimanga nell'indigenza, perché
i beni temporali non possono essere posseduti simultaneamente
da più persone. - Secondo, l'avarizia può importare una
mancanza di moderazione negli affetti che uno prova per le ricchezze:
e cioè amore, compiacenze o desideri esagerati verso di
esse. E da questo lato l'avarizia è un peccato verso se stessi:
poiché si ha con questo un disordine negli affetti, anche se non
si ha un disordine nel corpo come nei peccati carnali. - Di
conseguenza poi l'avarizia è un peccato contro Dio, come tutti i
peccati mortali: perché con essa per i beni temporali si disprezzano
i beni eterni.
3. Le inclinazioni naturali vanno regolate secondo la ragione,
che nella natura umana occupa il primo posto. Perciò sebbene i
vecchi, per la loro debolezza naturale cerchino con maggiore
avidità il soccorso dei beni esterni, come ogni indigente cerca un
sussidio alla propria indigenza; tuttavia essi non sono scusati dal
peccato, se passano la debita misura della ragione nell'attaccamento
alle ricchezze.
ARTICOLO
2
Se l'avarizia sia un
peccato specifico
SEMBRA che l'avarizia non sia un peccato specifico. Infatti:
1. S. Agostino ha scritto:
"L'avarizia, che in greco si dice
filargiria, non s'intende solo dell'argento o della moneta, ma va
estesa a tutte le cose che sono bramate senza moderazione". Ora,
in ogni peccato si riscontra una brama immoderata di qualche
cosa: poiché il peccato consiste, come abbiamo visto sopra, nell'aderire
a dei beni creati disprezzando il bene increato. Dunque
l'avarizia è un peccato generico.
2. A detta di S. Isidoro, avaro deriva da avidus - aeris, avido
di danaro: infatti in greco l'avarizia è chiamata filargiria, cioè
amore dell'argento. Ma col termine argento, che sta a indicare
il danaro, vengono designati tutti i beni esterni che si possono
valutare in danaro, come sopra abbiamo detto. Perciò l'avarizia
consiste nel desiderio di qualsiasi bene esterno. E quindi è chiaro
che essa è un peccato generico.
3. A commento di quel testo paolino,
"Non avrei conosciuto la concupiscenza...", la Glossa afferma:
"La legge è buona, poiché
col proibire la concupiscenza proibisce qualsiasi peccato". Ma
l'antica legge, a quanto pare, proibisce in modo speciale la concupiscenza
dell'avarizia: "Non desiderare la roba d'altri". Dunque
in codesta concupiscenza è incluso ogni male. Perciò l'avarizia è un
peccato generico.
IN CONTRARIO: S. Paolo scrivendo ai Romani enumera l'avarizia
tra altri peccati specifici: "... ripieni d'ogni ingiustizia,
malvagità, fornicazione, avarizia, ecc.".
RISPONDO: I peccati, come abbiamo visto, ricevono la specie dal
loro oggetto. Ma oggetto del peccato è il bene verso il quale tende
l'appetito disordinato. Quindi dove si riscontra una speciale forma
di bene disordinatamente bramato, là si trova una speciale
forma di peccato. Ora, la struttura del bene utile è diversa da
quella del bene dilettevole. E le ricchezze sono per se stesse dei
beni utili; esse infatti sono bramate perché possono essere usate
dall'uomo. Perciò l'avarizia è un peccato specifico; perché è la
passione disordinata di avere le ricchezze, designate col termine
danaro il quale ne giustifica l'etimologia.
Siccome però il verbo avere, che direttamente si riferisce alle
sostanze di cui siamo padroni in senso pieno, può applicarsi a
molte altre cose, cosicché si dice, come nota Aristotele, che un
uomo ha la salute, la moglie, il vestito, ecc.; anche il termine
avarizia viene esteso talora a qualsiasi appetito disordinato di
avere qualsiasi cosa. S. Gregorio, p. es., afferma, che "non c'è
soltanto l'avarizia del danaro, ma c'è pure quella della scienza
e dell'ambizione, quando si aspira troppo a salire". Ebbene, presa
in questo senso l'avarizia non è un peccato specifico. E in tal senso
la prende S. Agostino nel testo riferito.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1.
È così risolta la prima difficoltà.
2. Tutti i beni esterni a servizio della vita umana sono compresi
nel termine danaro, in quanto hanno l'aspetto di beni utili. Ci sono
però dei beni esterni che si possono conseguire col danaro, come gli
onori, i piaceri, ecc., i quali sono appetibili per altro verso. Perciò
la brama di essi non può dirsi avarizia, in quanto questa è un vizio
speciale.
3. Il testo della
Glossa parla della concupiscenza disordinata di
qualsiasi cosa. Infatti si può intendere facilmente che col proibire
la concupiscenza delle ricchezze, si è voluto proibire la concupiscenza
di quanto si può acquistare con esse.
ARTICOLO
3
Se l'avarizia si contrapponga alla liberalità
SEMBRA che l'avarizia non si contrapponga alla liberalità. Infatti:
1. Il Crisostomo, spiegando quel passo evangelico:
"Beati coloro
che hanno fame e sete della giustizia", afferma che ci sono
due specie di giustizia, una "generale", e l'altra "speciale",
cui si contrappone l'avarizia. L'affermazione si trova anche in
Aristotele. Dunque l'avarizia non si contrappone alla liberalità.
2. Il peccato di avarizia consiste
nel fatto che uno passa la misura
a proposito delle ricchezze. Ma codesta misura viene fissata
dalla giustizia. Quindi l'avarizia si contrappone direttamente alla
giustizia, e non alla liberalità.
3. La liberalità è una virtù che, a detta del Filosofo, tiene il
giusto mezzo tra due vizi contrari. L'avarizia invece, com'egli ritiene,
non ha un vizio contrario che le si opponga. Dunque l'avarizia
non si contrappone alla liberalità.
IN CONTRARIO: Come si legge nell'Ecclesiastico,
"l'avaro non sarà
mai sazio di danaro, e chi agogna le ricchezze non ne ricaverà provento".
Ma essere insaziabili di danaro e amarlo disordinatamente
è l'opposto della liberalità, la quale tiene il giusto mezzo nella
brama delle ricchezze. Dunque l'avarizia si contrappone alla liberalità.
RISPONDO: L'avarizia implica due tipi di disordine rispetto alle
ricchezze. Primo, un diretto disordine nell'acquisto e nella conservazione
di esse: come quando uno acquista il danaro oltre i limiti
del dovuto rubando, o non restituendo. Allora questo vizio si
contrappone alla giustizia. Ed è in tal senso che parla dell'avarizia
quel passo di Ezechiele: "I suoi principi sono come lupi rapaci
pronti a spargere il sangue, a perseguire il guadagno con avarizia".
Secondo, l'avarizia implica un disordine nell'affetto interiore
relativo alle ricchezze: come quando uno ama o desidera troppo il
danaro, e troppo si compiace di esso, anche se non vuol prendere
la roba altrui. E in questo senso l'avarizia si contrappone alla
liberalità, la quale, come abbiamo visto, regola codesto affetto. È così
che dell'avarizia parla S. Paolo scrivendo ai Corinzi: "Preparino
essi questa elargizione in modo che questa sia pronta come offerta
generosa e non come un atto di avarizia"; "cioè rammaricandosi
di aver dato, o dando troppo poco", come spiega la Glossa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Crisostomo e il Filosofo
parlano dell'avarizia presa nel primo senso. Invece l'avarizia nell'altro
senso indicato vien chiamata da Aristotele "illiberalità".
2. La giustizia fissa nelle ricchezze la misura del dare e dell'avere
in rapporto al debito legale: in modo che uno non prenda, o non
ritenga la roba d'altri. Invece la liberalità ne fissa la misura secondo
ragione principalmente in rapporto agli affetti interiori, e
solo indirettamente in rapporto agli atti esterni dell'acquisto, della
conservazione e dell'uso del danaro, in quanto derivano dagli affetti
interiori, non già in base al debito legale, ma al debito morale,
che si fonda sulla regola della ragione.
3. L'avarizia in quanto si contrappone alla giustizia non ha un
vizio contrario: poiché l'avarizia in tal caso consiste nel possedere
più del giusto, al che si contrappone la minorazione del proprio
avere; ma questo non è una colpa, bensì una pena. Invece all'avarizia
quale vizio contrario della liberalità, si contrappone il vizio
della prodigalità.
ARTICOLO 4
Se l'avarizia sia sempre peccato mortale
SEMBRA che l'avarizia sia sempre peccato mortale. Infatti:
1. Nessuno è degno di morte, se non per un peccato mortale.
Ma per l'avarizia si è degni di morte. Infatti l'Apostolo dopo di
aver detto che certi uomini "son pieni di ogni ingiustizia, fornicazione,
avarizia", aggiunge: "Chi fa tali cose è degno di
morte".
Dunque l'avarizia è peccato mortale.
2. L'avarizia come minimo fa
sì che uno conservi con troppo
attaccamento i propri beni. Ma questo è peccato mortale, stando
alle parole di S. Basilio: "È dell'affamato il pane che tu conservi,
è del nudo la tunica che hai riposta, è dell'indigente il danaro che
possiedi. Quante sono le cose che potresti dare, tante sono le ingiustizie
che commetti". Ma commettere delle ingiustizie è peccato
mortale, perché è incompatibile con l'amore del prossimo. Dunque
a maggior ragione è peccato mortale ogni altra avarizia.
3. Non si è accecati spiritualmente che dal peccato mortale, il
quale toglie all'anima la luce della grazia. Ora, secondo il Crisostomo,
l'amore delle ricchezze è la cecità dell'anima. Perciò l'avarizia,
che consiste nella brama delle ricchezze, è peccato mortale.
IN CONTRARIO: A commento di quel testo paolino:
"Se uno su
questo fondamento fabbrica, ecc.", la Glossa afferma che "fabbrica
là sopra legno, fieno e paglia colui il quale pensa alle cose del
mondo, cioè come piacere al mondo". E questo si riduce al peccato
di avarizia. Ma chi fabbrica legno, fieno e paglia non pecca mortalmente,
bensì venialmente: poiché S. Paolo aggiunge che costui "sarà salvo come attraverso il
fuoco". Perciò l'avarizia molte volte
è peccato veniale.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, l'avarizia può intendersi
in due maniere. Primo quale vizio contrario alla giustizia. E in
questo senso essa nel suo genere è peccato mortale: infatti rientra
nell'avarizia così intesa il prendere e il ritenere la roba altrui, atti
che si riducono alla rapina o al furto, e che sono peccati mortali,
come sopra abbiamo visto. Tuttavia un peccato di questo genere
può essere veniale per l'imperfezione dell'atto, come abbiamo spiegato
sopra parlando del furto.
Secondo, l'avarizia può essere intesa come vizio contrario alla liberalità.
E in tal senso implica un amore disordinato delle ricchezze.
Perciò se codesto amore cresce al punto da superare la
carità, cosicché per l'amore delle ricchezze uno non esita ad agire
contro l'amore di Diò e del prossimo, allora l'avarizia è peccato
mortale. Se invece il disordine suddetto non passa codesto limite,
sicché un uomo, pur amando eccessivamente le ricchezze, non le
preferisce all'amore di Dio, al punto di esser disposto a compiere
per esse degli atti contro Dio o contro il prossimo, allora l'avarizia
è peccato veniale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'avarizia viene enumerata tra i
peccati mortali, sotto quell'aspetto per cui è peccato mortale.
2. S. Basilio parla di quei casi in cui si è tenuti a rigore di legge
a distribuire le proprie sostanze ai poveri, o perché il bisogno è
urgente, o perché le ricchezze che si hanno sono superflue.
3. La brama delle ricchezze acceca veramente l'anima quando
toglie la luce della carità, facendo preferire l'amore del danaro
all'amore di Dio.
ARTICOLO 5
Se l'avarizia sia il più grave dei peccati
SEMBRA che l'avarizia sia il più grave dei peccati. Infatti:
1. Nell'Ecclesiastico si legge:
"Non c'è nulla che sia più scellerato
dell'avaro... Non c'è nulla di più iniquo che amare il danaro:
un tal uomo invero vende anche l'anima sua". E Cicerone afferma: "Non c'è
nulla di più meschino e di più vile che amare il danaro". Ma questo è
proprio dell'avarizia. Dunque l'avarizia è il più grave dei peccati.
2. Un peccato tanto è più grave quanto più contrasta con la
carità. Ma l'avarizia contrasta con la carità nel modo più assoluto:
infatti S. Agostino afferma che "la cupidigia è il veleno della carità".
Perciò l'avarizia è il più grave dei peccati.
3. Il fatto di essere incurabile aumenta la gravità del peccato:
infatti i peccati contro lo Spirito Santo, che sono gravissimi, non
possono essere rimessi. Ora, l'avarizia è un peccato incurabile;
poiché a detta del Filosofo, "la vecchiaia e qualsiasi indigenza
rendono illiberali". Dunque l'avarizia è il più grave dei peccati.
4. L'Apostolo scrive, che l'avarizia
"è schiavitù d'idolatria". Ma
l'idolatria va posta tra i peccati più gravi. Quindi anche l'avarizia.
IN CONTRARIO: L'adulterio, come si legge nei Proverbi, è un peccato
più grave del furto. Ora, il furto rientra nell'avarizia. Dunque
l'avarizia non è il più grave dei peccati.
RISPONDO: Ogni peccato, in quanto male, consiste
nella corruzione
o nella privazione di un bene; mentre in quanto atto volontario
consiste nel desiderio di un bene. Perciò la gravità del peccato
si può considerare da due punti di vista. Primo, in rapporto
al bene che il peccato disprezza o distrugge: cosicché più grande
è codesto bene e più grave è il peccato. E sotto quest'aspetto i peccati
più gravi son quelli contro Dio; seguono i peccati contro la
persona del prossimo; e finalmente vengono i peccati contro le cose
esterne destinate all'uso dell'uomo, tra i quali rientra l'avarizia. - Secondo,
la gravità dei peccati si può considerare in rapporto al
bene cui si sottomette l'appetito dell'uomo: più questo bene è inferiore,
più il peccato è deforme; infatti è più vergognoso sottomettersi
a un bene inferiore, che a un bene superiore. Ora, i beni
esterni sono gl'infimi beni dell'uomo: essi infatti sono al di sotto
dei beni del corpo; i quali sono inferiori ai beni dell'anima, che a
loro volta sono superati dal bene divino. E sotto quest'aspetto il
peccato di avarizia, per il quale gli affetti umani sono dominati dai
beni esterni, ha in qualche modo una deformità più grande.
Ma la gravità del peccato va giudicata più dal bene che viene
distrutto, che dal bene cui l'appetito si sottomette; perché la distruzione
o privazione di un bene è l'elemento formale del peccato,
mentre la brama di un bene transitorio ne è l'elemento materiale.
Perciò in senso assoluto si deve concludere che l'avarizia non è
il più grave dei peccati.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quei testi insistono sulla gravità
dell'avarizia quale sottomissione dell'appetito a dei beni inferiori.
Infatti l'Ecclesiastico porta questo motivo: perché l'avaro "vende
l'anima sua", in quanto per il danaro espone la sua anima, ossia
la sua vita, a dei pericoli; e aggiunge: "Perché già da vivo egli
ha gettato via le sue viscere", per guadagnare danaro. Anche Cicerone
riconosce che questo, cioè il sottomettersi al danaro, "è una
meschinità".
2. In quel testo S. Agostino prende la cupidigia in senso più generico,
per l'attaccamento a qualsiasi bene temporale, e non per
l'avarizia. Infatti la cupidigia di qualsiasi bene temporale è un
veleno per la carità: poiché con l'aderire a codesti beni, l'uomo disprezza
il bene divino.
3. Il peccato contro lo Spirito Santo e l'avarizia non sono incurabili
alla stessa maniera. Infatti il peccato contro lo Spirito Santo
è incurabile per il disprezzo che implica; cioè per il fatto che uno
disprezza la misericordia, o la giustizia di Dio, o altri rimedi fatti
per guarire l'uomo dal peccato. Perciò codesta incurabilità determina
una maggiore gravità del peccato. - Invece l'avarizia è incurabile
per la defettibilità dell'uomo, cioè per le miserie cui va
incontro di continuo la natura umana: perché più uno è menomato
più ha bisogno del sussidio dei beni esterni, e quindi cade
più facilmente nell'avarizia. Perciò questa incurabilità non dimostra
che il peccato è più grave; ma che è più forte il pericolo di cadervi.
4. L'avarizia viene paragonata all'idolatria per una certa somiglianza
che ha con essa: poiché, l'avaro, come l'idolatra, si sottomette
alle creature esterne. Però non allo stesso modo: ché
l'idolatra si sottomette a tali creature per offrir loro onori divini:
l'avaro invece si sottomette desiderandole non per il culto, ma per
farne materia d'uso. Perciò non è detto che l'avarizia debba avere
la stessa gravità dell'idolatria.
ARTICOLO 6
Se l'avarizia sia un peccato spirituale
SEMBRA che l'avarizia non sia un peccato spirituale. Infatti:
1. I vizi spirituali hanno per oggetto beni spirituali. Oggetto invece
dell'avarizia sono dei beni materiali, cioè le ricchezze. Dunque
l'avarizia non è un peccato spirituale.
2. Il peccato spirituale è il contrario del peccato carnale. Ma l'avarizia è
un peccato carnale: infatti essa deriva dalla corruzione
della carne, com'è evidente nel caso dei vecchi, i quali per le deficienze
della loro natura carnale cadono nell'avarizia. Perciò
l'avarizia non è un peccato spirituale.
3. È certo carnale un peccato che porta un disordine nel corpo
umano, secondo le parole dell'Apostolo: "Chi commette fornicazione
pecca contro il proprio corpo". Ora, anche l'avarizia tormenta
l'uomo fisicamente: poiché il Crisostomo paragona l'avaro
all'indemoniato (di Gerasa) che era tormentato nel corpo. Quindi
l'avarizia non è un peccato spirituale.
IN CONTRARIO: S. Gregorio enumera l'avarizia tra i vizi spirituali.
RISPONDO: I peccati consistono specialmente negli affetti dell'anima.
Ora, tutti codesti affetti, o passioni, hanno il loro termine o
nel piacere, o nel dolore: come il Filosofo dimostra. Ebbene, di questi
piaceri alcuni sono carnali, altri spirituali. Son detti carnali
quelli che si attuano nei sensi del corpo, come i piaceri gastronomici
e venerei: e son detti spirituali quelli che si attuano nella
sola conoscenza dell'anima. Perciò sono da considerarsi carnali
quei peccati che consistono in piaceri carnali; sono invece spirituali
quelli che consistono in piaceri spirituali, senza godimento
della carne. Tale è appunto l'avarizia: infatti l'avaro gode solo per
il fatto che si considera in possesso della ricchezza. Dunque l'avarizia è
un peccato spirituale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'avarizia nell'oggetto materiale o
corporeo non cerca il piacere del corpo, ma quello dell'anima: cioè
il piacere di possedere la ricchezza. Perciò essa non è un peccato
carnale. - Tuttavia a motivo del suo oggetto, l'avarizia sta di mezzo
tra i peccati del tutto spirituali, che cercano un piacere spirituale
in oggetti spirituali, come fa, p. es., la superbia, che ha di mira
il prestigio personale, e i vizi carnali che cercano un piacere carnale
in oggetti materiali.
2. Il moto è specificato dal termine di arrivo, non da quello di
partenza. Ecco perché un vizio può dirsi carnale per il fatto che
tende a un piacere del corpo, non già perché deriva da una
deficienza della carne.
3. Il Crisostomo paragona l'avaro a un ossesso perché è tormentato
nella carne, ma non come quell'indemoniato, bensì in maniera
inversa: poiché mentre l'indemoniato (di Gerasa) si spogliava,
l'avaro si riveste di ricchezze superflue.
ARTICOLO
7
Se l'avarizia sia un vizio capitale
SEMBRA che l'avarizia non sia un vizio capitale. Infatti:
1. Essa si contrappone alla liberalità, di cui non rispetta il giusto
mezzo, e alla prodigalità che è il vizio contrario. Ma la liberalità
non è tra le virtù principali, e neppure la prodigalità è un
vizio capitale. Perciò neppure l'avarizia può esser considerata un
vizio capitale.
2. Come abbiamo spiegato sopra, sono capitali quei vizi che hanno
per oggetto i fini principali, cui sono subordinati i fini degli altri
vizi. Ma questo non è il caso dell'avarizia: perché le ricchezze non
hanno natura di fine, bensì di mezzi ordinati al fine, come insegna
Aristotele. Dunque l'avarizia non è un vizio capitale.
3. S. Gregorio ha scritto, che
"l'avarizia deriva ora dall'orgoglio
e ora dal timore. Infatti alcuni si abbandonano all'avarizia,
temendo che venga loro a mancare il necessario. Altri invece allungano
la brama verso la roba altrui per il fatto che vogliono apparire
più potenti". Perciò l'avarizia invece di essere un vizio capitale
rispetto ad altri vizi, deriva piuttosto da essi.
IN CONTRARIO: S. Gregorio mette l'avarizia tra i vizi capitali.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, un vizio è detto capitale
per la sua priorità su altri vizi in ordine al fine; il quale per
la sua particolare appetibilità spinge l'uomo a compiere molti atti
buoni o cattivi. Ora, il fine più appetibile è la beatitudine, o felicità,
che è il fine ultimo della vita umana, come sopra abbiamo dimostrato.
Perciò più una cosa partecipa le condizioni della felicità,
più è appetibile. Ebbene, una delle condizioni della felicità è di
soddisfare pienamente: altrimenti essa non potrebbe quietare l'appetito
quale ultimo fine. Ora, sembra che non ci sia nulla che
possa promettere questa soddisfazione piena più delle ricchezze,
come nota Boezio. Il Filosofo ne dà la ragione col dire, che "il
danaro ci serve di garanzia per ottenere qualsiasi cosa"; e nell'Ecclesiaste
si legge, che "tutto ubbidisce al danaro". Dunque l'avarizia,
che consiste nella brama del danaro, è un vizio capitale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La virtù si attua secondo la ragione,
il vizio invece secondo l'inclinazione dell'appetito sensitivo.
Ora, la ragione e l'appetito sensitivo non hanno in comune un
identico oggetto principale di riferimento. E quindi non è detto
che un vizio capitale corrisponda a unà virtù principale, o cardinale.
Perciò, sebbene la liberalità non sia una virtù cardinale,
perché non ha per oggetto uno dei beni principali della ragione;
tuttavia l'avarizia è un vizio principale, perché ha di mira il danaro
che gode di una certa preminenza tra gli altri beni sensibili,
per i motivi indicati. - Invece la prodigalità non è ordinata a un
fine appetibile in maniera preminente, ma deriva piuttosto da una
mancanza di criterio. Sicché il Filosofo può dire che il prodigo è
più vano, o sciocco, che cattivo.
2. Il danaro è finalisticamente ordinato ad altre cose; ma in
quanto può servire ad acquistare tutti i beni sensibili, contiene
virtualmente in qualche modo ogni altra cosa. E quindi ha una
certa somiglianza con la felicità, come abbiamo spiegato.
3. Niente impedisce che un vizio capitale, secondo le spiegazioni
date in precedenza, possa nascere da altri, purché esso dia origine
ordinariamente ad altri vizi.
ARTICOLO
8
Se le figlie dell'avarizia siano quelle che si dicono
SEMBRA che le figlie dell'avarizia non siano quelle che si dicono,
cioè: "il tradimento, la frode, la bugia, gli spergiuri, l'inquietudine,
le violenze, e la durezza del cuore". Infatti:
1. Abbiamo detto che l'avarizia si contrappone alla liberalità. Ora
invece il tradimento, la frode e la bugia si contrappongono alla prudenza,
gli spergiuri alla religione; l'inquietudine alla speranza,
o alla carità, che si quieta nella persona amata; le violenze si
contrappongono alla giustizia; la durezza alla misericordia. Perciò
codesti vizi non hanno nessun legame con l'avarizia.
2. Tradimento, frode e bugia sembrano ridursi alla stessa cosa,
cioè all'inganno del prossimo. Dunque non devono essere enumerati
come tre figlie distinte dell'avarizia.
3. S. Isidoro enumera nove figlie dell'avarizia:
"menzogna,
frode, furto, spergiuro, brama di illeciti guadagni, false testimonianze,
violenze, inumanità, rapacità". Quindi l'elenco ricordato non era
esauriente.
4. Il Filosofo accenna a più specie di vizi appartenenti all'avarizia,
da lui denominata illiberalità, ricordando "i tirchi, i taccagni,
i ciministi", "coloro che compiono opere illiberali, gli
sfruttatori delle meretrici, gli usurai, i giocatori d'azzardo, i violatori
dei sepolcri, i briganti". Perciò l'elenco indicato è insufficiente.
5. I tiranni son quelli che infliggono ai loro sudditi le violenze
più gravi. Ora, il Filosofo afferma, che "i tiranni che devastano le
città e depredano i templi non li chiamiamo illiberali", cioè avari.
Dunque la violenza non può considerarsi una figlia dell'avarizia.
IN CONTRARIO: S. Gregorio assegna all'avarizia le figlie sopra indicate.
RISPONDO: Son chiamati figlie dell'avarizia i vizi che da essa
derivano, specialmente sotto l'aspetto della causalità finale. Ed
essendo l'avarizia l'amore eccessivo delle ricchezze, va notato che
l'eccesso può capitare in due modi. Primo, nel ritenerle troppo. E allora
dall'avarizia nasce la durezza di cuore; poiché il cuore dell'avaro
non s'intenerisce con la misericordia, così da soccorrere i
poveri con le sue ricchezze. - Secondo, è proprio dell'avarizia
eccedere nel prendere. E sotto quest'aspetto il vizio può esser considerato in due fasi distinte. Prima di tutto in quanto è nell'affetto.
E allora dall'avarizia nasce l'inquietudine, poiché suscita
nell'uomo la preoccupazione e le premure eccessive: infatti, come
dice l'Ecclesiaste, "l'avaro non sarà mai sazio di danaro". - In secondo
luogo si può considerare l'avarizia nell'effetto. E allora
essa nell'acquistare la roba altrui talora usa la forza, e abbiamo
la violenza; altre volte usa l'inganno. Se questo si fa mediante
la parola, si avrà la bugia, nelle semplici asserzioni; e lo spergiuro
quando a conferma si aggiunge il giuramento. Se poi l'inganno si
fa con i fatti, allora se si tratta di cose avremo la frode; se di
persone, avremo il tradimento, come è evidente nel caso di Giuda,
il quale fu spinto dall'avarizia a tradire Cristo.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non è necessario che le figlie di un
peccato capitale appartengano al genere di quest'ultimo: poiché
al fine di un dato vizio possono essere indirizzati anche peccati di
altro genere. Infatti una cosa sono le figlie e un'altra le specie di
un peccato.
2. Quei tre peccati si distinguono nel modo che abbiamo detto.
3. Le nove figlie ricordate da S. Isidoro si riducono alle sette
sopra indicate. Infatti la menzogna e la falsa testimonianza sono
incluse nella bugia: poiché la falsa testimonianza non è che una
specificazione della frode, e quindi è inclusa in essa. La brama di
illeciti guadagni rientra nell'inquietudine. Invece la rapacità non
è che una specie della violenza. L'inumanità, poi, s'identifica con
la durezza di cuore.
4. I vizi ricordati da Aristotele non sono figlie, bensì specie della
illiberalità, o avarizia. Infatti uno può dirsi illiberale, o avaro per
il fatto che è restio a dare: se dà poco vien detto tirchio; se non dà
niente taccagno; e se dà con grande difficoltà vien detto ciminista, ossia venditore di cimino, perché fa tanto sforzo per cose
da nulla. - Altre volte si dice che uno è illiberale, o avaro perché
eccede nel prendere. E questo può avvenire in due modi. Primo,
perché uno fa dei guadagni turpi: o con l'esercizio di mestieri vili
e da schiavi mediante opere illiberali; o col guadagnare mediante
atti peccaminosi, cioè col meretricio, e con altre azioni del genere;
oppure perché, come fanno gli usurai, uno arricchisce con prestazioni
che si dovrebbero concedere gratuitamente; ovvero perché "per
guadagnare una piccolezza si affrontano gravi fatiche". - Secondo
perché si arricchisce agendo contro la giustizia: facendo violenza
ai vivi, come i briganti; oppure "spogliando i morti"; o
rovinando gli amici come fanno i giocatori d'azzardo.
5. L'illiberalità come la liberalità riguarda ricchezze di modeste
proporzioni. Perciò i tiranni, i quali con la violenza s'impossessano
di valori ingenti, non debbono dirsi illiberali, ma ingiusti.
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