Il Santo Rosario
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Questione 117

La liberalità

Passiamo ora a studiare la liberalità e i vizi contrari, che sono l'avarizia e la prodigalità.
A proposito della liberalità tratteremo sei argomenti: 1. Se la liberalità sia una virtù; 2. Quale ne sia la materia; 3. Il suo atto; 4. Se con essa uno sia più portato a dare che a ricevere; 5. Se la liberalità sia parte (potenziale) della giustizia; 6. Confronto della liberalità con le altre virtù.

ARTICOLO 1

Se la liberalità sia una virtù

SEMBRA che la liberalità non sia una virtù. Infatti:
1. Nessuna virtù è in contrasto con l'inclinazione naturale. Ora, l'inclinazione naturale fa sì che uno tenda a provvedere più a se stesso che agli altri. Invece la liberalità consiste nel fare il contrario: poiché, a detta del Filosofo, "è proprio dell'uomo liberale non guardare a se medesimo, così da serbarsi il meno". Dunque la liberalità non è una virtù.
2. Con le ricchezze l'uomo sostenta la propria vita: e, come Aristotele insegna, le ricchezze servono strumentalmente alla felicità. Perciò, siccome tutte le virtù sono ordinate alla felicità, è evidente che il liberale non è virtuoso, poiché egli "non è portato né a ricevere né a trattenere il denaro, ma a elargirlo".
3. Le virtù sono connesse tra loro. La liberalità invece non è connessa con le altre virtù: infatti ci sono molte persone virtuose che non possono esser liberali, perché non hanno niente da dare; mentre molti di coloro che danno e spendono con liberalità son pieni di vizi. Dunque la liberalità non è una virtù.

IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma che "nel Vangelo abbiamo molti insegnamenti sulla vera liberalità". Ma il Vangelo non insegna che atti di virtù. Quindi la liberalità è una virtù.

RISPONDO: Come dice S. Agostino, "la virtù consiste nell'usar bene le cose di cui potremmo usar male". Ora, noi possiamo usare bene o male non solo le cose che son dentro di noi, come le potenze e le passioni dell'anima, ma anche i beni esterni, cioè le cose di questo mondo concesse a noi per sostentare la vita. Perciò, siccome usar bene di codeste cose spetta alla liberalità, è chiaro che la liberalità è una virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A detta di S. Ambrogio e di S. Basilio, Dio concede ad alcuni una sovrabbondanza di ricchezze, "perché abbiano il merito di dispensarle virtuosamente". Ma a ciascuno basta poco. Ecco perché chi è liberale fa bene a impiegare più sostanze per gli altri che per se stesso. Invece quanto ai beni spirituali, in cui il soccorso principale ciascuno lo può avere solo da se stesso, l'uomo deve sempre pensare prima a se medesimo. - E anche nei beni temporali non è proprio della liberalità attendere a beneficare gli altri fino al punto di dimenticare completamente se stessi. Di qui le parole di S. Ambrogio: "La liberalità che merita approvazione consiste nel non disprezzare i tuoi congiunti, se li sai nel bisogno".
2. La liberalità non consiste nello sperperare le ricchezze, così da non riservarsi quanto occorre per il proprio sostentamento e per compiere gli atti di virtù, che occorrono al raggiungimento della felicità. Ecco perché il Filosofo afferma, che "l'uomo liberale non trascura i propri beni, per poter con essi far fronte ai bisogni altrui". E S. Ambrogio spiega: "Il Signore non vuole che le ricchezze si diano tutte insieme, ma che siano distribuite. A meno che uno non voglia imitare Eliseo, il quale uccise i suoi buoi e sfamò i poveri con tutti i suoi beni, per non essere trattenuto da nessuna cura domestica". Ma questo rientra nello stato di perfezione della vita spirituale, di cui parleremo in seguito. - Tuttavia va ancora ricordato che l'elargizione liberale dei propri beni, in quanto è un atto di virtù, è ordinata anch'essa alla beatitudine.
3. Come nota il Filosofo, coloro che "sperperano molti beni nell'intemperanza" non sono liberali, ma prodighi. Lo stesso si dica di quanti sperperano i loro beni per qualsiasi altro vizio. Di qui le parole di S. Ambrogio: "Se presti soccorso a coloro che insidiano le altrui sostanze, la tua generosità è riprovevole. E neppure è perfetta la liberalità, se tu doni più per millanteria che per misericordia". Perciò coloro che mancano delle altre virtù, anche se spendono molto denaro in opere cattive, non sono liberali.
Del resto niente impedisce che qualcuno, pur dando molto per opere di bene, non abbia ancora l'abito della liberalità: perché questo, come sopra abbiamo notato, avviene per tutte le altre virtù, di cui gli uomini possono compiere certi atti prima di averne l'abito, sebbene in maniera diversa da come li compiono le persone virtuose.
Parimenti, niente impedisce che una persona virtuosa, anche se povera, possa essere liberale. Il Filosofo infatti scrive: "La liberalità dev'essere valutata in base alle sostanze", cioè alla capacità economica di ciascuno; "essa infatti non consiste nella quantità dei beni elargiti, ma nelle disposizioni di chi dona". E S. Ambrogio ammonisce, che "è la disposizione dell'animo a rendere il dono prezioso o vile, e a dar valore alle cose".

ARTICOLO 2

Se la liberalità abbia per materia il denaro

SEMBRA che la liberalità non abbia per materia il denaro. Infatti:
1. Tutte le virtù morali riguardano sempre, o gli atti esterni, o le passioni. Ora, è proprio della giustizia, come insegna Aristotele avere per oggetto gli atti esterni. Perciò la liberalità, essendo una virtù morale, ha per oggetto le passioni e non il denaro.
2. Chi è liberale ha il compito di usar bene ogni tipo di ricchezza. Ma le ricchezze naturali, come insegna il Filosofo, sono più autentiche del denaro, che è ricchezza artificiale. Dunque la liberalità non ha come oggetto principale il denaro.
3. Virtù diverse devono avere una materia diversa: poiché gli abiti si distinguono secondo l'oggetto. Ora, le cose esterne son materia della giustizia distributiva e commutativa. Quindi non sono materia della liberalità.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la liberalità "sembra consistere nel giusto mezzo relativo al denaro".

RISPONDO: Il Filosofo insegna che è proprio dell'uomo liberale essere "generoso nel dare". Infatti la liberalità si chiama anche larghezza: poiché ciò che è largo non trattiene ma espande. E a questo sembra ridursi anche l'etimologia di liberalità: infatti quando uno dà una cosa, in qualche modo la libera dal proprio dominio, e mostra che l'animo suo è libero dall'affetto verso di essa. Ora, le cose che devono passare così da un uomo all'altro sono i beni che si possiedono, indicati col termine denaro. Dunque materia propria della liberalità è il denaro.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già visto, la liberalità non si misura dalla grandezza del dono, ma dall'affetto del donatore. Ora, gli affetti del donatore consistono nella buona disposizione delle passioni dell'amore e della concupiscenza, e conseguentemente del piacere e della tristezza relativamente alle cose elargite. Perciò materia immediata della liberalità sono le passioni interiori: ma il denaro esterno è l'oggetto di queste ultime.
2. Come dice S. Agostino, "tutto ciò che gli uomini possiedono sulla terra, e su cui esercitano un dominio, è denominato pecunia, o denaro: poiché i primitivi non possedevano altro che pecore". E il Filosofo spiega: "Noi chiamiamo denaro tutto ciò che si può valutare in moneta".
3. La giustizia ha il compito di stabilire la perfetta uguaglianza nelle cose esterne; non già quello di moderare le passioni interiori. Perciò il denaro è materia della liberalità e della giustizia, ma in maniera diversa.

ARTICOLO 3

Se servirsi del denaro costituisca l'atto della liberalità

SEMBRA che servirsi del denaro non costituisca l'atto della liberalità. Infatti:
1. Virtù diverse devono avere atti diversi. Ora, servirsi del denaro spetta ad altre virtù: cioè alla giustizia e alla magnificenza. Dunque non è l'atto proprio della liberalità.
2. L'uomo liberale non deve limitarsi a dare, bensì deve anche ricevere e custodire il denaro. Ma l'incetta e la custodia del denaro non rientra nell'uso di esso. Perciò non è giusto affermare che l'uso del denaro è l'atto proprio della liberalità.
3. L'uso del denaro non consiste solo nel donarlo, ma anche nello spenderlo. Ma chi spende ha di mira se stesso, e quindi non fa un atto di liberalità; Seneca infatti dichiara: "Uno non è liberale per il fatto che dona a se medesimo". Dunque non sempre l'uso del denaro appartiene alla liberalità.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive: "L'uso migliore di una cosa può farla chi ne possiede la relativa virtù. Perciò il migliore uso della ricchezza potrà farlo chi ha la virtù relativa al denaro". Ora, è l'uomo liberale a trovarsi in queste condizioni. Dunque il buon uso delle ricchezze è l'atto proprio della liberalità.

RISPONDO: La natura specifica di un atto si desume dall'oggetto, come fu spiegato in precedenza. Ora, oggetto o materia della liberalità, l'abbiamo visto nell'articolo precedente, è il denaro e quanto può essere valutato in denaro. E poiché ogni virtù è in tutto ordinata al proprio oggetto, è chiaro che la liberalità, essendo una virtù, deve avere il proprio atto proporzionato alla ricchezza. Ma il denaro ricade tra i beni utili: poiché tutti i beni esterni sono ordinati al servizio dell'uomo. Dunque l'atto proprio della liberalità è servirsi del denaro, o della ricchezza.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alla liberalità spetta servirsi delle ricchezze in quanto tali: per il fatto che le ricchezze sono materia propria di questa virtù. Invece alla giustizia spetta servirsi delle ricchezze sotto un altro punto di vista, cioè sotto l'aspetto di cose dovute, ossia in quanto i beni esterni sono dovuti ad altri. - Anche alla magnificenza spetta servirsi delle ricchezze, considerandole sotto un aspetto speciale, cioè in quanto mezzi predisposti all'attuazione di grandi imprese. Cosicché la magnificenza, come vedremo, è una specie di coronamento della liberalità.
2. È proprio della persona virtuosa non solo servirsi come si conviene del proprio oggetto, o del proprio strumento, ma anche fare i preparativi per ben servirsene. Al soldato valoroso, p. es., non spetta solo sguainare la spada contro i nemici, ma anche affilarla e conservarla nel fodero. Così spetta alla liberalità non solo servirsi del denaro, ma anche prepararlo e conservarlo per l'uso conveniente.
3. Materia prossima della liberalità, come abbiamo detto, sono le passioni interiori riguardanti il denaro. Perciò il primo compito della liberalità è quello di impedire che un uomo, per l'affetto disordinato al denaro, si astenga dall'usarne come si conviene. Ora, il denaro può essere usato in due modi: primo, a vantaggio di se stessi, mediante atti che si possono ridurre alla compera ossia alla spesa; secondo, a vantaggio di altri, il che si riduce alla donazione. Quindi è compito della liberalità impedire che l'amore delle ricchezze trattenga una persona dalle spese e dalle donazioni che si richiedono. Perciò la liberalità ha per oggetto le donazioni e le spese, come dice il Filosofo. - Le parole di Seneca, poi, si applicano rigorosamente ai donativi. Infatti uno non merita l'appellativo di liberale, per il fatto che dona qualche cosa a se stesso.

ARTICOLO 4

Se l'atto principale della liberalità consista nel dare

SEMBRA che l'atto principale della liberalità non consista nel dare. Infatti:
1. La liberalità, come ogni altra virtù morale, è governata dalla prudenza. Ora la prudenza mira principalmente a conservare le ricchezze: infatti anche il Filosofo riconosce, che "quanti hanno avuto il denaro senza guadagnarselo, ma l'hanno ereditato da altri, lo spendono con maggiore liberalità, perché non hanno sperimentato l'indigenza". Perciò dare non è l'atto principale della liberalità.

2. Nessuno si rattrista di quanto ha desiderato come cosa principale, né se n'astiene. Invece la persona liberale talora si rattrista di ciò che ha dato, e d'altra parte non dà a tutti, come nota il Filosofo. Dunque essa non trova nel dare il suo atto principale.

3. Per compiere ciò che principalmente si ha di mira, si usano tutte le vie possibili. Invece, a detta del Filosofo, chi è liberale "non è portato a chiedere": pur essendo questo un mezzo di ottenere l'occorrente per donare agli altri. Dunque la liberalità non ha nel donare il suo atto principale.

4. L'uomo è più tenuto a provvedere a se stesso che agli altri. Ora, si provvede a se stessi spendendo, mentre donando si provvede agli altri. Perciò chi è liberale è portato più a spendere che a dare.

IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che "è proprio di chi è liberale, esser generoso nel dare".

RISPONDO: È compito specifico della liberalità il buon uso del denaro. Ora, l'uso del denaro consiste nell'emetterlo, o impiegarlo: poiché il suo acquisto più che all'uso somiglia a una generazione, o produzione; mentre la sua custodia, in quanto è ordinata alla facoltà di usarne, somiglia a un abito. Ma l'emissione di una cosa quanto più vuol giungere lontana, tanto deve procedere da una maggiore virtù: com'è evidente nel lancio di cose materiali. Perciò deriva da una maggiore virtù tirar fuori il denaro per darlo ad altri, che per spenderlo a proprio vantaggio. Ora, è proprio della virtù tendere principalmente alle azioni più perfette; poiché "la virtù è una perfezione", come dice Aristotele. Perciò la lode principale della liberalità deriva dal dare.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Certo spetta alla prudenza custodire il denaro, perché non venga rubato, o speso inutilmente. E non si richiede minore prudenza per spenderlo che per conservarlo utilmente: poiché nell'uso di una cosa, il quale somiglia al moto, si devono considerare più dati che nella sua conservazione, la quale somiglia alla quiete. - Quanto a coloro che hanno ereditato il denaro, e che lo spendono con maggiore liberalità, non avendo sperimentato l'indigenza, si deve distinguere: se questo modo di fare deriva solo dall'inesperienza, essi non hanno la virtù della liberalità. Ma talora codesta inesperienza è solo la rimozione di un ostacolo, per cui la liberalità li porta ad agire generosamente con maggiore prontezza. Infatti la paura della povertà, derivante dall'esperienza di essa, talora impedisce a coloro che han guadagnato il proprio denaro, di impiegarlo generosamente. Lo stesso, a detta del Filosofo, fa l'amore col quale essi lo amano come loro creatura.
2. Secondo le spiegazioni date, atto proprio della liberalità è il buon uso del denaro, e quindi anche il donarlo come si conviene. Ora, qualsiasi virtù si rattrista di ciò che è contrario al proprio atto, ed evita quanto può impedirlo. Ma alla buona elargizione del denaro si oppongono due cose: non dare quanto si conviene, e dare ciò che non si conviene. Perciò chi è liberale si rattrista dell'una e dell'altra cosa: ma specialmente della prima, perché più contraria al proprio atto specifico. E quindi proprio per questo egli non dà a tutti: poiché il suo atto ne sarebbe impedito, non avendo più la possibilità di dare a coloro cui si conviene dare.

3. Il dare sta al ricevere come l'agire sta al subire l'azione. Ma il principio dell'attività non s'identifica con quello della passività. Perciò, essendo la liberalità principo del dare, a chi è liberale non appartiene la prontezza nel ricevere, e molto meno nel chiedere. Egli piuttosto predispone secondo le esigenze della liberalità le cose che vuol donare, ossia assicura i frutti di ciò che possiede, curandoli con sollecitudine, per potersene servire con liberalità.
4. A spendere per noi stessi siamo inclini per natura. Quindi a tutto rigore appartiene propriamente alla virtù far sì che uno spenda il suo denaro per gli altri.

ARTICOLO 5

Se la liberalità sia tra le parti (potenziali) della giustizia

SEMBRA che la liberalità non sia tra le parti (potenziali) della giustizia. Infatti:
1. La giustizia ha per oggetto ciò che si deve. Ma più una cosa è dovuta e meno vien data con liberalità. Dunque la liberalità non è parte (potenziale) della giustizia, ma è incompatibile con essa.
2. La giustizia, come abbiamo visto, ha per oggetto degli atti esterni. Invece la liberalità riguarda principalmente l'amore e il desiderio delle ricchezze, che sono delle passioni. Essa quindi appartiene più alla temperanza che alla giustizia.
3. Abbiamo detto qui sopra, che l'atto principale della liberalità è dare come si conviene. Ma dare in questo modo appartiene alla beneficenza e alla misericordia, che si ricollegano alla carità, come sopra abbiamo dimostrato. Dunque la liberalità appartiene più alla carità che alla giustizia.

IN CONTRARIO: "La giustizia", dice S. Ambrogio, "è intimamente connessa con la società umana. Infatti la natura di codesta società implica due parti, o elementi, cioè la giustizia e la beneficenza, che viene anche chiamata liberalità, o generosità". Dunque la liberalità appartiene alla giustizia.

RISPONDO: La liberalità non è una specie della giustizia: perché mentre la giustizia ha il compito di rendere agli altri quanto loro appartiene, la liberalità ha quello di farci offrire del nostro. Essa tuttavia ha due cose in comune con la giustizia. Primo, come la giustizia essa principalmente ha di mira gli altri. Secondo, come la giustizia, essa ha per oggetto i beni esterni: però sotto un altro punto di vista. Ecco perché alcuni considerano la liberalità come parte (potenziale) della giustizia, cioè come virtù annessa.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La liberalità, sebbene non miri a soddisfare, come la giustizia, un debito legale, tuttavia mira a soddisfare un debito morale, imposto dalla virtù del soggetto medesimo, e non da un diritto altrui. Essa quindi conserva solo in minima parte l'aspetto di cosa dovuta.
2. La temperanza ha per oggetto il desiderio dei piaceri corporali. Invece il desiderio del denaro e il piacere di possederlo non appartengono al corpo, ma all'anima. Dunque la liberalità parimenti non appartiene alla temperanza.
3. Il dono del benefico o del misericordioso deriva dai legami d'affetto che essi nutrono verso la persona beneficata. E quindi la loro donazione rientra nella carità o nell'amicizia. Invece il dare della liberalità deriva dai sentimenti che il donatore ha nei riguardi del denaro, cioè dal fatto che non l'agogna e non l'ama. Infatti l'uomo liberale all'occorrenza non dà soltanto a coloro che ama, ma anche a chi non conosce. Perciò la liberalità non appartiene alla carità, ma alla giustizia, la quale ha per oggetto i beni esterni.

ARTICOLO 6

Se la liberalità sia la più grande delle virtù

SEMBRA che la liberalità sia la più grande delle virtù. Infatti:
1. Ogni virtù umana è una certa somiglianza della bontà divina. Ora, la massima somiglianza con Dio, "il quale dà a tutti abbondantemente e non rimprovera", si ottiene mediante la liberalità. Dunque la liberalità è la più grande delle virtù.
2. Secondo S. Agostino, "tra le cose che non sono grandi per quantità, essere più grandi equivale ad essere migliori". Ma la bontà appartiene in grado sommo alla liberalità; poiché, come insegna Dionigi, il bene tende a diffondere se stesso. S. Ambrogio infatti dichiara che "la giustizia custodisce il diritto, la liberalità invece custodisce la bontà". Dunque la liberalità è la più grande delle virtù.
3. Gli uomini meritano onore ed affetto per le loro virtù. Ora, Boezio afferma: "La liberalità specialmente rende illustri". E il Filosofo: "Tra tutte le persone virtuose le più amate sono quelle liberali".

IN CONTRARIO: "La giustizia", dice S. Ambrogio, "risulta più sublime della liberalità, però la liberalità è più gradita". E anche il Filosofo dichiara, che "l'onore più grande si concede ai forti e ai giusti, e dopo di essi ai liberali".

RISPONDO: Ogni virtù tende a un determinato bene. Perciò una virtù è tanto più grande quanto migliore è il bene cui tende. Ora, la liberalità può tendere verso il bene in due modi: Primo, in maniera primaria e diretta; secondo, in maniera indiretta. Ebbene, in maniera primaria ed essenziale essa tende a rendere ordinati gli affetti relativi al possesso e all'uso del denaro. E da questo lato alla liberalità va preferita la temperanza, la quale regola i desideri e i piaceri della carne che appartengono al proprio corpo; nonché la fortezza e la giustizia, le quali sono ordinate al bene comune, una per il tempo di pace, l'altra per il tempo di guerra; a tutte poi vanno preferite le virtù che ordinano l'uomo al bene divino. Infatti il bene divino è superiore a qualsiasi bene umano; e tra i beni umani il bene pubblico è superiore a quello privato; e tra i beni personali il bene del corpo è superiore ai beni esterni. - Secondo, la liberalità può tendere verso il bene indirettamente. E da questo lato la liberalità è ordinata a tutto il bene delle suddette virtù: infatti il non essere attaccato al denaro fa sì che uno con facilità se ne serva sia a vantaggio proprio, che del prossimo, e a onore di Dio. E sotto quest'aspetto la liberalità ha una superiore eccellenza per la sua universalità. - Però siccome ogni cosa va giudicata più secondo i suoi compiti primari e diretti, che secondo il suo influsso indiretto, si deve concludere che la liberalità non è la più grande delle virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il donare di Dio deriva dal fatto che egli ama gli uomini cui offre i suoi doni, e non dal fatto che è distaccato da questi doni. Perciò esso appartiene non alla liberalità, ma piuttosto alla carità, che è la più grande delle virtù.
2. Ogni virtù partecipa la natura della bontà mediante l'atto che emana da essa. Ora gli atti di non poche altre virtù sono più buoni del denaro che promana dalla liberalità.
3. Gli uomini liberali, o generosi, sono amati più degli altri, non di un'amicizia fondata sulla virtù, cioè perché sono migliori, ma di un'amicizia fondata sull'utilità, e cioè perché sono più utili rispetto ai beni materiali, che d'ordinario gli uomini bramano sopra ogni altro bene. E questo spiega anche la loro rinomanza.