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Questione
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La liberalità
Passiamo ora a studiare la liberalità e i vizi contrari, che sono
l'avarizia e la prodigalità.
A proposito della liberalità tratteremo sei argomenti: 1. Se la
liberalità sia una virtù; 2. Quale ne sia la materia; 3. Il suo atto;
4. Se con essa uno sia più portato a dare che a ricevere; 5. Se la
liberalità sia parte (potenziale) della giustizia; 6. Confronto della
liberalità con le altre virtù.
ARTICOLO
1
Se la liberalità sia una virtù
SEMBRA che la liberalità non sia una virtù. Infatti:
1. Nessuna
virtù è in contrasto con l'inclinazione naturale. Ora, l'inclinazione
naturale fa sì che uno tenda a provvedere più a se
stesso che agli altri. Invece la liberalità consiste nel fare il contrario:
poiché, a detta del Filosofo, "è proprio dell'uomo liberale non
guardare a se medesimo, così da serbarsi il meno". Dunque la liberalità
non è una virtù.
2. Con le ricchezze l'uomo sostenta la propria vita: e, come Aristotele
insegna, le ricchezze servono strumentalmente alla felicità.
Perciò, siccome tutte le virtù sono ordinate alla felicità, è evidente
che il liberale non è virtuoso, poiché egli "non è portato né a ricevere né
a trattenere il denaro, ma a elargirlo".
3. Le virtù sono connesse tra loro. La liberalità invece non è connessa
con le altre virtù: infatti ci sono molte persone virtuose che
non possono esser liberali, perché non hanno niente da dare; mentre
molti di coloro che danno e spendono con liberalità son pieni di vizi.
Dunque la liberalità non è una virtù.
IN CONTRARIO: S. Ambrogio afferma che
"nel Vangelo abbiamo
molti insegnamenti sulla vera liberalità". Ma il Vangelo non insegna
che atti di virtù. Quindi la liberalità è una virtù.
RISPONDO: Come dice S. Agostino,
"la virtù consiste nell'usar
bene le cose di cui potremmo usar male". Ora, noi possiamo usare
bene o male non solo le cose che son dentro di noi, come le potenze
e le passioni dell'anima, ma anche i beni esterni, cioè le cose di
questo mondo concesse a noi per sostentare la vita. Perciò, siccome
usar bene di codeste cose spetta alla liberalità, è chiaro che
la liberalità è una virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. A detta di S. Ambrogio e di S. Basilio,
Dio concede ad alcuni una sovrabbondanza di ricchezze, "perché
abbiano il merito di dispensarle virtuosamente". Ma a ciascuno
basta poco. Ecco perché chi è liberale fa bene a impiegare più
sostanze per gli altri che per se stesso. Invece quanto ai beni spirituali,
in cui il soccorso principale ciascuno lo può avere solo da se stesso,
l'uomo deve sempre pensare prima a se medesimo. - E anche nei beni
temporali non è proprio della liberalità attendere
a beneficare gli altri fino al punto di dimenticare completamente
se stessi. Di qui le parole di S. Ambrogio: "La liberalità che merita
approvazione consiste nel non disprezzare i tuoi congiunti, se li
sai nel bisogno".
2. La liberalità non consiste nello sperperare le ricchezze, così da
non riservarsi quanto occorre per il proprio sostentamento e per
compiere gli atti di virtù, che occorrono al raggiungimento della
felicità. Ecco perché il Filosofo afferma, che "l'uomo liberale non
trascura i propri beni, per poter con essi far fronte ai bisogni altrui".
E S. Ambrogio spiega: "Il Signore non vuole che le ricchezze
si diano tutte insieme, ma che siano distribuite. A meno che uno
non voglia imitare Eliseo, il quale uccise i suoi buoi e sfamò i
poveri con tutti i suoi beni, per non essere trattenuto da nessuna cura
domestica". Ma questo rientra nello stato di perfezione della vita
spirituale, di cui parleremo in seguito. - Tuttavia va ancora ricordato
che l'elargizione liberale dei propri beni, in quanto è un atto di virtù,
è ordinata anch'essa alla beatitudine.
3. Come nota il Filosofo, coloro che
"sperperano molti beni nell'intemperanza"
non sono liberali, ma prodighi. Lo stesso si dica
di quanti sperperano i loro beni per qualsiasi altro vizio. Di qui
le parole di S. Ambrogio: "Se presti soccorso a coloro che insidiano
le altrui sostanze, la tua generosità è riprovevole. E neppure
è perfetta la liberalità, se tu doni più per millanteria che per misericordia". Perciò coloro che mancano delle altre virtù, anche se
spendono molto denaro in opere cattive, non sono liberali.
Del resto niente impedisce che qualcuno, pur dando molto per
opere di bene, non abbia ancora l'abito della liberalità: perché
questo, come sopra abbiamo notato, avviene per tutte le altre virtù,
di cui gli uomini possono compiere certi atti prima di averne l'abito,
sebbene in maniera diversa da come li compiono le persone virtuose.
Parimenti, niente impedisce che una persona virtuosa, anche se
povera, possa essere liberale. Il Filosofo infatti scrive: "La liberalità
dev'essere valutata in base alle sostanze", cioè alla capacità
economica di ciascuno; "essa infatti non consiste nella quantità
dei beni elargiti, ma nelle disposizioni di chi dona". E S. Ambrogio
ammonisce, che "è la disposizione dell'animo a rendere il dono
prezioso o vile, e a dar valore alle cose".
ARTICOLO
2
Se la liberalità abbia per materia il denaro
SEMBRA che la liberalità non abbia per materia il denaro. Infatti:
1. Tutte
le virtù morali riguardano sempre, o gli atti esterni, o
le passioni. Ora, è proprio della giustizia, come insegna Aristotele
avere per oggetto gli atti esterni. Perciò la liberalità, essendo una
virtù morale, ha per oggetto le passioni e non il denaro.
2. Chi è liberale ha il compito di usar bene ogni tipo di ricchezza.
Ma le ricchezze naturali, come insegna il Filosofo, sono più autentiche
del denaro, che è ricchezza artificiale. Dunque la liberalità
non ha come oggetto principale il denaro.
3. Virtù diverse devono avere una materia diversa: poiché gli
abiti si distinguono secondo l'oggetto. Ora, le cose esterne son
materia della giustizia distributiva e commutativa. Quindi non sono
materia della liberalità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che la liberalità
"sembra consistere
nel giusto mezzo relativo al denaro".
RISPONDO: Il Filosofo insegna che è proprio dell'uomo liberale
essere "generoso nel dare". Infatti la liberalità si chiama anche
larghezza: poiché ciò che è largo non trattiene ma espande. E a
questo sembra ridursi anche l'etimologia di liberalità: infatti quando
uno dà una cosa, in qualche modo la libera dal proprio dominio,
e mostra che l'animo suo è libero dall'affetto verso di essa.
Ora, le cose che devono passare così da un uomo all'altro sono i
beni che si possiedono, indicati col termine denaro. Dunque
materia propria della liberalità è il denaro.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già visto, la liberalità
non si misura dalla grandezza del dono, ma dall'affetto del
donatore. Ora, gli affetti del donatore consistono nella buona disposizione
delle passioni dell'amore e della concupiscenza, e conseguentemente
del piacere e della tristezza relativamente alle cose elargite.
Perciò materia immediata della liberalità sono le passioni interiori:
ma il denaro esterno è l'oggetto di queste ultime.
2. Come dice S. Agostino,
"tutto ciò che gli uomini possiedono
sulla terra, e su cui esercitano un dominio, è denominato pecunia,
o denaro: poiché i primitivi non possedevano altro che pecore".
E il Filosofo spiega: "Noi chiamiamo denaro tutto ciò che si può
valutare in moneta".
3. La giustizia ha il compito di stabilire la perfetta uguaglianza
nelle cose esterne; non già quello di moderare le passioni interiori.
Perciò il denaro è materia della liberalità e della giustizia, ma
in maniera diversa.
ARTICOLO
3
Se servirsi del denaro costituisca l'atto della liberalità
SEMBRA che servirsi del
denaro non costituisca l'atto della
liberalità. Infatti:
1. Virtù diverse devono avere atti diversi.
Ora, servirsi del denaro spetta ad altre virtù:
cioè alla giustizia e alla magnificenza.
Dunque non è l'atto proprio della liberalità.
2. L'uomo liberale non deve limitarsi a dare, bensì deve anche
ricevere e custodire il denaro. Ma l'incetta e la custodia del denaro
non rientra nell'uso di esso. Perciò non è giusto affermare
che l'uso del denaro è l'atto proprio della liberalità.
3. L'uso del denaro non consiste solo nel donarlo, ma anche
nello spenderlo. Ma chi spende ha di mira se stesso, e quindi non
fa un atto di liberalità; Seneca infatti dichiara: "Uno non è
liberale per il fatto che dona a se medesimo". Dunque non sempre
l'uso del denaro appartiene alla liberalità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive:
"L'uso migliore di una cosa
può farla chi ne possiede la relativa virtù. Perciò il migliore uso
della ricchezza potrà farlo chi ha la virtù relativa al denaro".
Ora, è l'uomo liberale a trovarsi in queste condizioni. Dunque il
buon uso delle ricchezze è l'atto proprio della liberalità.
RISPONDO: La natura specifica di un atto si desume dall'oggetto,
come fu spiegato in precedenza. Ora, oggetto o materia della liberalità,
l'abbiamo visto nell'articolo precedente, è il denaro e quanto
può essere valutato in denaro. E poiché ogni virtù è in tutto ordinata
al proprio oggetto, è chiaro che la liberalità, essendo una virtù,
deve avere il proprio atto proporzionato alla ricchezza. Ma
il denaro ricade tra i beni utili: poiché tutti i beni esterni sono
ordinati al servizio dell'uomo. Dunque l'atto proprio della liberalità è
servirsi del denaro, o della ricchezza.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Alla liberalità spetta servirsi delle
ricchezze in quanto tali: per il fatto che le ricchezze sono materia
propria di questa virtù. Invece alla giustizia spetta servirsi delle
ricchezze sotto un altro punto di vista, cioè sotto l'aspetto di cose
dovute, ossia in quanto i beni esterni sono dovuti ad altri. - Anche
alla magnificenza spetta servirsi delle ricchezze, considerandole
sotto un aspetto speciale, cioè in quanto mezzi predisposti
all'attuazione di grandi imprese. Cosicché la magnificenza, come
vedremo, è una specie di coronamento della liberalità.
2. È proprio della persona virtuosa non solo servirsi come si
conviene del proprio oggetto, o del proprio strumento, ma anche
fare i preparativi per ben servirsene. Al soldato valoroso, p. es.,
non spetta solo sguainare la spada contro i nemici, ma anche affilarla
e conservarla nel fodero. Così spetta alla liberalità non solo
servirsi del denaro, ma anche prepararlo e conservarlo per l'uso conveniente.
3. Materia prossima della liberalità, come abbiamo detto, sono
le passioni interiori riguardanti il denaro. Perciò il primo compito
della liberalità è quello di impedire che un uomo, per l'affetto
disordinato al denaro, si astenga dall'usarne come si conviene.
Ora, il denaro può essere usato in due modi: primo, a vantaggio
di se stessi, mediante atti che si possono ridurre alla compera ossia
alla spesa; secondo, a vantaggio di altri, il che si riduce alla donazione.
Quindi è compito della liberalità impedire che l'amore delle
ricchezze trattenga una persona dalle spese e dalle donazioni che
si richiedono. Perciò la liberalità ha per oggetto le donazioni e le
spese, come dice il Filosofo. - Le parole di Seneca, poi, si applicano
rigorosamente ai donativi. Infatti uno non merita l'appellativo
di liberale, per il fatto che dona qualche cosa a se stesso.
ARTICOLO
4
Se l'atto principale della liberalità consista nel dare
SEMBRA che l'atto principale della liberalità non consista nel dare.
Infatti:
1. La liberalità, come ogni altra virtù morale, è governata dalla
prudenza. Ora la prudenza mira principalmente a conservare le
ricchezze: infatti anche il Filosofo riconosce, che "quanti hanno
avuto il denaro senza guadagnarselo, ma l'hanno ereditato da
altri, lo spendono con maggiore liberalità, perché non hanno sperimentato
l'indigenza". Perciò dare non è l'atto principale della liberalità.
2. Nessuno si rattrista di quanto ha desiderato come cosa principale,
né se n'astiene. Invece la persona liberale talora si rattrista
di ciò che ha dato, e d'altra parte non dà a tutti, come nota il Filosofo.
Dunque essa non trova nel dare il suo atto principale.
3. Per compiere ciò che principalmente si ha di mira, si usano
tutte le vie possibili. Invece, a detta del Filosofo, chi è liberale "non è portato a
chiedere": pur essendo questo un mezzo di
ottenere l'occorrente per donare agli altri. Dunque la liberalità
non ha nel donare il suo atto principale.
4. L'uomo è più tenuto a provvedere a se stesso che agli altri.
Ora, si provvede a se stessi spendendo, mentre donando si provvede
agli altri. Perciò chi è liberale è portato più a spendere che a dare.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che
"è proprio di chi è liberale,
esser generoso nel dare".
RISPONDO: È compito specifico
della liberalità il buon uso del
denaro. Ora, l'uso del denaro consiste nell'emetterlo, o impiegarlo:
poiché il suo acquisto più che all'uso somiglia a una generazione,
o produzione; mentre la sua custodia, in quanto è ordinata alla
facoltà di usarne, somiglia a un abito. Ma l'emissione di una cosa
quanto più vuol giungere lontana, tanto deve procedere da una
maggiore virtù: com'è evidente nel lancio di cose materiali. Perciò
deriva da una maggiore virtù tirar fuori il denaro per darlo ad
altri, che per spenderlo a proprio vantaggio. Ora, è proprio della
virtù tendere principalmente alle azioni più perfette; poiché "la
virtù è una perfezione", come dice Aristotele. Perciò la lode principale
della liberalità deriva dal dare.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Certo spetta alla prudenza custodire
il denaro, perché non venga rubato, o speso inutilmente.
E non si richiede minore prudenza per spenderlo che per conservarlo
utilmente: poiché nell'uso di una cosa, il quale somiglia
al moto, si devono considerare più dati che nella sua conservazione,
la quale somiglia alla quiete. - Quanto a coloro che hanno
ereditato il denaro, e che lo spendono con maggiore liberalità,
non avendo sperimentato l'indigenza, si deve distinguere: se
questo modo di fare deriva solo dall'inesperienza, essi non hanno
la virtù della liberalità. Ma talora codesta inesperienza è solo la
rimozione di un ostacolo, per cui la liberalità li porta ad agire
generosamente con maggiore prontezza. Infatti la paura della povertà,
derivante dall'esperienza di essa, talora impedisce a coloro
che han guadagnato il proprio denaro, di impiegarlo generosamente.
Lo stesso, a detta del Filosofo, fa l'amore col quale essi
lo amano come loro creatura.
2. Secondo le spiegazioni date, atto proprio della liberalità è
il buon uso del denaro, e quindi anche il donarlo come si conviene.
Ora, qualsiasi virtù si rattrista di ciò che è contrario al proprio atto,
ed evita quanto può impedirlo. Ma alla buona elargizione
del denaro si oppongono due cose: non dare quanto si conviene,
e dare ciò che non si conviene. Perciò chi è liberale si rattrista
dell'una e dell'altra cosa: ma specialmente della prima, perché più
contraria al proprio atto specifico. E quindi proprio per
questo egli non dà a tutti: poiché il suo atto ne sarebbe impedito,
non avendo più la possibilità di dare a coloro cui si conviene dare.
3. Il dare sta al ricevere come l'agire sta al subire l'azione.
Ma il principio dell'attività non s'identifica con quello della passività.
Perciò, essendo la liberalità principo del dare, a chi è liberale
non appartiene la prontezza nel ricevere, e molto meno nel
chiedere. Egli piuttosto predispone secondo le esigenze della liberalità
le cose che vuol donare, ossia assicura i frutti di ciò che
possiede, curandoli con sollecitudine, per potersene servire con liberalità.
4. A spendere per noi stessi siamo inclini per natura. Quindi
a tutto rigore appartiene propriamente alla virtù far sì che uno
spenda il suo denaro per gli altri.
ARTICOLO
5
Se la liberalità sia tra le parti (potenziali) della giustizia
SEMBRA che la liberalità non sia tra le parti
(potenziali) della giustizia.
Infatti:
1. La giustizia ha per oggetto ciò che si deve. Ma più una cosa
è dovuta e meno vien data con liberalità. Dunque la liberalità
non è parte (potenziale) della giustizia, ma è incompatibile con essa.
2. La giustizia, come abbiamo visto, ha per oggetto degli atti
esterni. Invece la liberalità riguarda principalmente l'amore e il
desiderio delle ricchezze, che sono delle passioni. Essa quindi
appartiene più alla temperanza che alla giustizia.
3. Abbiamo detto qui sopra, che l'atto principale della liberalità
è dare come si conviene. Ma dare in questo modo appartiene alla
beneficenza e alla misericordia, che si ricollegano alla carità, come
sopra abbiamo dimostrato. Dunque la liberalità appartiene più
alla carità che alla giustizia.
IN CONTRARIO:
"La giustizia", dice S. Ambrogio, "è intimamente
connessa con la società umana. Infatti la natura di codesta
società implica due parti, o elementi, cioè la giustizia e la beneficenza,
che viene anche chiamata liberalità, o generosità". Dunque
la liberalità appartiene alla giustizia.
RISPONDO: La liberalità non è una specie della giustizia: perché
mentre la giustizia ha il compito di rendere agli altri quanto loro
appartiene, la liberalità ha quello di farci offrire del nostro. Essa
tuttavia ha due cose in comune con la giustizia. Primo, come la
giustizia essa principalmente ha di mira gli altri. Secondo, come
la giustizia, essa ha per oggetto i beni esterni: però sotto un altro
punto di vista. Ecco perché alcuni considerano la liberalità come
parte (potenziale) della giustizia, cioè come virtù annessa.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La liberalità, sebbene non miri
a soddisfare, come la giustizia, un debito legale, tuttavia mira a
soddisfare un debito morale, imposto dalla virtù del soggetto
medesimo, e non da un diritto altrui. Essa quindi conserva solo in
minima parte l'aspetto di cosa dovuta.
2. La temperanza ha per oggetto il desiderio dei piaceri corporali.
Invece il desiderio del denaro e il piacere di possederlo non
appartengono al corpo, ma all'anima. Dunque la liberalità parimenti
non appartiene alla temperanza.
3. Il dono del benefico o del misericordioso deriva dai legami
d'affetto che essi nutrono verso la persona beneficata. E quindi
la loro donazione rientra nella carità o nell'amicizia. Invece il
dare della liberalità deriva dai sentimenti che il donatore ha nei
riguardi del denaro, cioè dal fatto che non l'agogna e non l'ama.
Infatti l'uomo liberale all'occorrenza non dà soltanto a coloro che
ama, ma anche a chi non conosce. Perciò la liberalità non appartiene
alla carità, ma alla giustizia, la quale ha per oggetto i beni esterni.
ARTICOLO
6
Se la liberalità sia la più grande delle virtù
SEMBRA che la liberalità sia la più grande delle virtù.
Infatti:
1. Ogni virtù umana è una certa somiglianza della bontà divina.
Ora, la massima somiglianza con Dio, "il quale dà a tutti abbondantemente
e non rimprovera", si ottiene mediante la liberalità.
Dunque la liberalità è la più grande delle virtù.
2. Secondo S. Agostino,
"tra le cose che non sono grandi per
quantità, essere più grandi equivale ad essere migliori". Ma la
bontà appartiene in grado sommo alla liberalità; poiché, come
insegna Dionigi, il bene tende a diffondere se stesso. S. Ambrogio
infatti dichiara che "la giustizia custodisce il diritto, la liberalità
invece custodisce la bontà". Dunque la liberalità è la più grande delle virtù.
3. Gli uomini meritano onore ed affetto per le loro virtù. Ora,
Boezio afferma: "La liberalità specialmente rende illustri". E il
Filosofo: "Tra tutte le persone virtuose le più amate sono quelle liberali".
IN CONTRARIO:
"La giustizia", dice S. Ambrogio, "risulta più
sublime della liberalità, però la liberalità è più gradita". E anche
il Filosofo dichiara, che "l'onore più grande si concede ai forti e
ai giusti, e dopo di essi ai liberali".
RISPONDO: Ogni virtù tende a un determinato bene. Perciò una
virtù è tanto più grande quanto migliore è il bene cui tende. Ora,
la liberalità può tendere verso il bene in due modi: Primo, in
maniera primaria e diretta; secondo, in maniera indiretta. Ebbene,
in maniera primaria ed essenziale essa tende a rendere ordinati
gli affetti relativi al possesso e all'uso del denaro. E da
questo lato alla liberalità va preferita la temperanza, la quale
regola i desideri e i piaceri della carne che appartengono al proprio
corpo; nonché la fortezza e la giustizia, le quali sono ordinate
al bene comune, una per il tempo di pace, l'altra per il
tempo di guerra; a tutte poi vanno preferite le virtù che ordinano
l'uomo al bene divino. Infatti il bene divino è superiore a
qualsiasi bene umano; e tra i beni umani il bene pubblico è superiore
a quello privato; e tra i beni personali il bene del corpo
è superiore ai beni esterni. - Secondo, la liberalità può tendere
verso il bene indirettamente. E da questo lato la liberalità è ordinata
a tutto il bene delle suddette virtù: infatti il non essere
attaccato al denaro fa sì che uno con facilità se ne serva sia a
vantaggio proprio, che del prossimo, e a onore di Dio. E sotto
quest'aspetto la liberalità ha una superiore eccellenza per la
sua universalità. - Però siccome ogni cosa va giudicata più
secondo i suoi compiti primari e diretti, che secondo il suo influsso
indiretto, si deve concludere che la liberalità non è la più
grande delle virtù.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il donare di Dio deriva dal fatto
che egli ama gli uomini cui offre i suoi doni, e non dal fatto
che è distaccato da questi doni. Perciò esso appartiene non alla
liberalità, ma piuttosto alla carità, che è la più grande delle virtù.
2. Ogni virtù partecipa la natura della bontà mediante l'atto
che emana da essa. Ora gli atti di non poche altre virtù sono
più buoni del denaro che promana dalla liberalità.
3. Gli uomini liberali, o generosi, sono amati più degli altri,
non di un'amicizia fondata sulla virtù, cioè perché sono migliori,
ma di un'amicizia fondata sull'utilità, e cioè perché sono
più utili rispetto ai beni materiali, che d'ordinario gli uomini
bramano sopra ogni altro bene. E questo spiega anche la loro rinomanza.
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