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Questione
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L'affabilità, o amicizia
Veniamo ora a trattare dell'amicizia, o affabilità, e dei vizi
opposti che sono l'adulazione e il litigio.
Sull'affabilità si pongono due quesiti: 1. Se essa sia una speciale
virtù; 2. Se sia parte (potenziale) della giustizia.
ARTICOLO
1
Se l'amicizia o affabilità sia una speciale virtù
SEMBRA che l'amicizia, o affabilità non sia una virtù speciale.
Infatti:
1. Il Filosofo scrive che
"amicizia perfetta è quella che si fonda
sulla virtù". Ora, qualsiasi virtù può esser causa di amicizia:
poiché, a detta di Dionigi, "il bene riesce amabile a tutti". Perciò
l'amicizia non è una virtù speciale, ma un corollario di tutte le virtù.
2. Parlando di una persona amabile, il Filosofo dice, che
"essa
senza amore e senza odio sa accettare ogni cosa come si conviene".
Ma il fatto che uno mostri segni di amicizia a coloro che non ama
costituisce una simulazione, incompatibile con la virtù. Perciò
codesta amicizia, o amabilità non è una virtù.
3. Come insegna Aristotele,
"la virtù consiste nel giusto mezzo
determinato da una persona saggia". Ora, nella Scrittura si legge: "Il cuore dei savi è dove sta il lutto, e il cuore degli stolti dove
è l'allegria": perciò è proprio della persona virtuosa astenersi
dai piaceri, come nota lo stesso Aristotele. Ora, l'amicizia di cui
parliamo "di suo desidera di far piacere e rifugge dal rattristare".
Dunque quest'amicizia non è una virtù.
IN CONTRARIO: I precetti della legge hanno di mira gli atti di virtù.
Ebbene, nell'Ecclesiastico si legge: "Mostrati affabile con i poveri".
Perciò l'affabilità, che qui denominiamo amicizia, è una virtù
specificamente distinta.
RISPONDO: Poiché la virtù, come abbiamo detto sopra, è ordinata
al bene, dove si riscontra un bene speciale da compiere, è necessario
che vi sia una speciale virtù. Ora, il bene come abbiamo detto
sopra, è costituito dall'ordine. E d'altra parte l'uomo nella vita
quotidiana dev'essere ordinato come si conviene in rapporto agli
altri, sia negli atti che nelle parole: in modo cioè da trattare tutti
come si deve. Perciò si richiede una speciale virtù che conservi
l'ordine suddetto. E questa virtù è denominata amicizia (amabilità),
o affabilità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo nell'Etica parla di due
tipi di amicizia. La prima consiste principalmente nell'affetto
reciproco. E questa può derivare da qualsiasi virtù. Quanto si riferisce
a codesta amicizia l'abbiamo già esaminato parlando della
carità. - Il secondo tipo di amicizia (o amabilità) si limita solo
a parole e fatti esterni. Essa non ha la perfetta natura dell'amicizia,
ma una somiglianza con essa, in quanto uno si comporta
bene verso le persone con cui tratta.
2. Ciascun uomo per natura è amico di tutti gli uomini con un
amore generico, secondo l'espressione dell'Ecclesiastico: "Ogni
animale ama il proprio simile". Ebbene, i segni di amicizia che
uno mostra esternamente con le parole e con i fatti verso gli estranei
stanno a esprimere codesto amore. Perciò non c'è simulazione.
Infatti egli non mostra i segni di una perfetta amicizia: poiché
verso gli estranei non mostra la medesima familiarità che usa
verso coloro che gli sono uniti da una speciale amicizia.
3. Si dice che il cuore dei savi si trova dov'è la tristezza, non
per procurarla al prossimo; ché anzi l'Apostolo ammonisce: "Se
per via del cibo contristi un tuo fratello, tu non cammini più nella carità"; ma piuttosto per consolare gli afflitti, secondo le parole
dell'Ecclesiastico: "Non mancare di porgere conforto a quei che
piangono, e va' con gli afflitti". - Invece il cuore degli stolti sta
dov'è l'allegria, non per rallegrare gli altri, ma per godere dell'altrui
letizia.
È quindi proprio del sapiente arrecare a coloro con i quali
convive un certo piacere: non un piacere sensuale che ripugna alla virtù,
ma onesto, secondo le parole del Salmista: "Ecco come è
bello e giocondo che dei fratelli abitino insieme". Tuttavia talora,
per un bene da conseguire o per un male da escludere, la persona
virtuosa, come nota il Filosofo, non esita a rattristare coloro con
i quali convive. L'Apostolo infatti così scriveva nella sua seconda
lettera ai Corinzi: "Se anche vi ho rattristato con la prima lettera
non me ne pento... Ora ne godo, non perché voi avete sofferto,
ma perché la vostra sofferenza è servita al pentimento". Perciò
non dobbiamo mostrare, per compiacenza, un volto sorridente a
quelli che sono sulla china del peccato, per non sembrare consenzienti
alle loro colpe, e per non offrire un incoraggiamento a peccare.
Di qui l'ammonizione della Scrittura: "Hai figlie? custodisci
il loro corpo, e non mostrare ad esse (troppo) sorridente il tuo volto".
ARTICOLO
2
Se l'affabilità sia parte (potenziale) della giustizia
SEMBRA che l'affabilità non sia parte (potenziale) della giustizia.
Infatti:
1. La giustizia ha il compito di rendere agli altri quanto loro
si deve. Invece l'amabilità non ha tale compito, ma solo quello
di convivere piacevolmente con gli altri. Dunque l'amabilità non
è parte (potenziale) della giustizia.
2. A detta del Filosofo, questa virtù consiste
"nel regolare le
gioie e le amarezze della convivenza". Ma regolare i piaceri più
grandi è compito della temperanza, come sopra abbiamo visto.
Dunque l'amabilità è piuttosto parte della temperanza che della giustizia.
3. Trattare ugualmente esseri disuguali è contro la giustizia,
stando alle cose già dette. Ora questa virtù, come dice il Filosofo, "tratta del pari gente conosciuta e sconosciuta, familiari ed
estranei".
Perciò questa virtù non è parte (potenziale) della giustizia,
ma piuttosto un abito contrario.
IN CONTRARIO: Macrobio mette l'amicizia tra le parti (potenziali)
della giustizia.
RISPONDO: Questa virtù è parte (potenziale) della giustizia, in
quanto si affianca ad essa come alla rispettiva virtù cardinale.
Essa infatti ha in comune con la giustizia d'essere relativa ad altri.
Ma non adegua la nozione di giustizia, perché il debito cui
si riferisce non è perfetto, come lo è il debito legale che obbliga
verso gli altri in modo che la legge ci costringe; e neppure come
il debito che nasce dall'aver ricevuto un beneficio: ma si limita
a soddisfare un debito di onestà, dovuto più alla persona virtuosa
obbligata a renderlo che a coloro che ne sono l'oggetto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sopra abbiamo detto che l'uomo,
essendo un animale socievole, è moralmente tenuto a manifestare
la verità agli altri, senza di che la società umana non potrebbe
sussistere. Ora, come l'uomo non può vivere in società senza veracità,
così non può vivere senza soddisfazioni: poiché, come dice
il Filosofo, "nessuno può durare a lungo nella tristezza, e senza
soddisfazioni". Perciò per un debito naturale di onestà l'uomo è
tenuto a convivere in modo piacevole con gli altri: a meno che
in certi casi per un motivo di vera utilità non sia necessario contristarli.
2. La temperanza ha il compito di tenere a freno i piaceri sensibili.
Invece questa virtù s'interessa della gioia nel convivere tra
uomini, la quale proviene dalla ragione per il fatto che uno tratta
l'altro come si conviene. E questa gioia non è necessario tenerla a freno,
come se fosse dannosa.
3. Quelle parole del Filosofo non vanno intese nel senso che si
sia tenuti a parlare e a trattare alla stessa maniera con chi si
conosce e con chi non si conosce: poiché, com'egli aggiunge, "non
è giusto curare e contristare allo stesso modo i familiari e gli estranei". Ma egli vuol dire che proporzionalmente si deve trattare
ciascuno nella maniera che si conviene.
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