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Questione
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La millanteria
Passiamo ora a parlare della millanteria e dell'ironia, che a
detta del Filosofo sono sottospecie della menzogna.
A proposito della millanteria si pongono due quesiti: 1. A quale
virtù essa si contrapponga; 2. Se sia peccato mortale.
ARTICOLO
1
Se la millanteria si contrapponga alla veracità
SEMBRA che la millanteria non si contrapponga alla veracità.
Infatti:
1. Alla veracità si contrappone la menzogna. Ma talora può
esserci millanteria senza menzogna, come quando uno fa ostentazione
della propria eccellenza. Il libro di Ester, p. es., racconta che "Assuero fece un grande convito, per far pompa delle ricchezze
e della gloria del regno suo, e della grandezza e splendore (iactantia)
della sua potenza". Dunque la millanteria non si contrappone alla veracità.
2. La millanteria è posta da S. Gregorio come una delle quattro
specie della superbia; e consiste nel vantarsi di avere quello che
non si ha. È in tal senso che ne parla Geremia: "La superbia di
Moab la conosciamo per fama: è orgogliosissimo. La sua alterigia,
l'arroganza, la superbia e la presunzione del suo cuore le conosco
io, dice il Signore: conosco la sua millanteria che è sproporzionata
alla sua forza". E S. Gregorio afferma che la millanteria
nasce dalla vanagloria. Ma superbia e vanagloria si contrappongono
alla virtù dell'umiltà. Quindi la millanteria non è il contrario
della veracità, bensì dell'umiltà.
3. La millanteria viene causata dalle ricchezze; si legge infatti
nella Sapienza: "Che c'è giovata la superbia? E la millanteria
delle ricchezze qual pro ci ha fatto?". Ma eccedere nelle ricchezze
appartiene al peccato di avarizia, che è il contrario della giustizia,
o della liberalità. Dunque la millanteria non si contrappone alla veracità.
IN CONTRARIO: Il Filosofo contrappone la millanteria alla veracità.
RISPONDO: La iattanza, o millanteria consiste propriamente nell'innalzare
se stessi con le parole: infatti le cose che un uomo vuol gettare lontano (iactare), le scaglia in alto. Ora, uno innalza
propriamente se stesso quando dice di sé cose a lui superiori. E
questo può avvenire in due modi. Infatti talora uno dice di se
stesso cose che sono superiori a lui, non per quello che egli è, ma
per quello che di lui pensano gli uomini. L'Apostolo si rifiutò di
fare precisamente questo, scrivendo ai Corinzi: "Me ne astengo,
perché nessuno faccia conto di me oltre quello che vede in me e
sente da me". Altre volte uno s'innalza sopra se stesso, parlando
di sé al di sopra della verità delle cose. E poiché uno va giudicato
per quello che è in se stesso, piuttosto che per quello che è nell'opinione
altrui, è chiaro che la millanteria in senso proprio si ha
quando uno s'innalza al di sopra di quello che è in se stesso, e
non quando s'innalza al di sopra di quello che è considerato nell'opinione
altrui: sebbene si possa parlare di millanteria in entrambi i casi.
Perciò la millanteria propriamente detta si contrappone
per eccesso alla veracità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per la
millanteria che eccede i limiti dell'altrui opinione.
2. Nel peccato di millanteria si possono considerare due cose.
Primo, la specie dell'atto; e da questo lato esso si contrappone
alla veracità, come abbiamo detto. - Secondo, la causa di esso,
dalla quale deriva ordinariamente, anche se non sempre. E da
questo lato la millanteria nasce dalla superbia, come da causa movente
e determinante: poiché per il fatto che uno s'innalza interiormente
al di sopra di sé con l'arroganza, segue d'ordinario che
vanti esteriormente meriti personali superiori; sebbene talora derivi
non da arroganza, ma da una certa stoltezza, per il gusto
prodotto dall'abitudine. Perciò l'arroganza, con la quale uno
s'innalza sopra di sé, è una specie della superbia, essa però non
s'identifica con la millanteria, ma ne è la causa più frequente: e per
questo motivo S. Gregorio mette addirittura la millanteria tra le
specie della superbia. - Il millantatore d'altra parte tende per lo
più a conseguire la gloria dalla propria millanteria. Ecco perché
S. Gregorio può dire che quest'ultima, come da causa finale, nasce dalla vanagloria.
3. Anche l'opulenza causa la millanteria sotto due aspetti. Primo,
quale motivo occasionale; poiché uno può insuperbire delle proprie
ricchezze. Ecco perché nei Proverbi le "dovizie" son denominate
"superbe". - Secondo, quale causa finale; poiché a detta del Filosofo,
alcuni millantano se stessi non solo per la gloria, ma anche
per lucro, fingendo quei meriti e quel credito dal quale possono avvantaggiarsi
economicamente: fingono, p. es., di esser "medici, oppure sapienti e
indovini".
ARTICOLO
2
Se la millanteria sia peccato mortale
SEMBRA che la millanteria sia peccato mortale. Infatti:
1. Si legge nei Proverbi:
"Chi s'innalza e si dilata boriosamente
attizza le contese". Ma attizzare contese è peccato mortale, poiché
si legge nello stesso libro che "Dio detesta coloro che seminano discordie". Dunque la millanteria è peccato mortale.
2. Tutto ciò che è proibito dalla legge di Dio è peccato mortale.
Ora, a proposito di quel testo dell'Ecclesiastico: "Non ti esaltare
nei tuoi pensieri", la Glossa precisa: "Si proibisce così la millanteria
e la superbia". Perciò la millanteria è peccato mortale.
3. La millanteria è una menzogna. Ma non è una menzogna ufficiosa o giocosa.
Il che è evidente dal fine di essa. Infatti, come
dice il Filosofo, "il millantatore inventa sul proprio conto cose
superiori alla realtà", talora "senza scopo", ma spesso per
"la
gloria e l'onore", oppure per "il denaro". Da ciò è evidente che
si tratta di una bugia né giocosa, né ufficiosa. Quindi rimane che
si tratterà sempre di una bugia dannosa. Perciò è sempre peccato mortale.
IN CONTRARIO: Come insegna S. Gregorio, la millanteria nasce dalla
vanagloria. Ora, la vanagloria non sempre è peccato mortale,
ma spesso è veniale; quindi è evitabile solo da chi è molto avanti nella
perfezione. "È solo dei più perfetti", scrive S. Gregorio,
"cercare
nelle proprie opere la gloria del Creatore, senza rallegrarsi egoisticamente
delle lodi che se ne ricevono". Dunque la millanteria
non sempre è peccato mortale.
RISPONDO: Un peccato è mortale quando, come abbiamo già spiegato,
si contrappone alla carità. Ora, la millanteria si può considerare
sotto due aspetti. Primo, in se stessa, in quanto è una menzogna.
Vista così, essa può essere, secondo i casi, peccato mortale o veniale.
È mortale quando uno si vanta di cose che offendono la
gloria di Dio, sull'esempio del re di Tiro, al quale così parla
Ezechiele: "Il tuo cuore si è levato in alto, e hai detto: Io sono un Dio".
Oppure dice cose incompatibili con la carità del prossimo:
come quando uno per vantare se stesso copre gli altri di contumelie;
sull'esempio del fariseo della parabola evangelica, il quale
diceva: "Io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri;
e nemmeno come questo pubblicano". - Talora invece la millanteria è
peccato veniale: quando, cioè, uno si vanta di cose che
non sono né contro Dio né contro il prossimo.
Secondo, la millanteria si può considerare nelle sue cause,
che sono la superbia, la brama del denaro, o la vanagloria. Vista così,
qualora essa derivi da atti di superbia o di vanagloria che son
peccati mortali, anche la millanteria è peccato mortale.
Altrimenti è veniale. - Quando invece uno ricorre alla millanteria per un
guadagno, di suo questo si riduce a un inganno e a un danneggiamento del prossimo.
Perciò codesta millanteria ordinariamente
è peccato mortale. Ecco perché il Filosofo afferma, che "è più riprovevole
chi si vanta per il guadagno, che colui che si vanta per
la gloria o per l'onore". Tuttavia non sempre questo è peccato
mortale; poiché il lucro può esser tale da non danneggiare gli altri.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi si vanta per attizzare contese
pecca mortalmente. Può capitare però che la millanteria sia causa
di contese non intenzionalmente, ma senza volerlo. E allora non
è peccato mortale.
2. Quel commento parla della millanteria in quanto deriva da
un peccato di superbia, che è peccato mortale.
3. Non sempre la millanteria implica una bugia dannosa; ma
solo quando, in se stessa o nelle sue cause, è contro la carità di
Dio e del prossimo. - Il fatto che uno si vanti per il gusto di vantarsi è
una sciocchezza, o "vanità", come dice il Filosofo. Perciò
questo si riduce a una bugia giocosa: eccetto quando si preferisse
codesta millanteria all'amore di Dio, fino a disprezzare per questo
i precetti del Signore; poiché allora si agirebbe contro la carità
di Dio, nel quale l'anima nostra deve riporre il suo ultimo fine. - Invece
quando uno si vanta per acquistare gloria o denaro, la
sua millanteria si riduce a una menzogna ufficiosa: purché si faccia
senza danneggiare gli altri; poiché allora si avrebbe una bugia dannosa.
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