Il Santo Rosario
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Questione 112

La millanteria

Passiamo ora a parlare della millanteria e dell'ironia, che a detta del Filosofo sono sottospecie della menzogna.
A proposito della millanteria si pongono due quesiti: 1. A quale virtù essa si contrapponga; 2. Se sia peccato mortale.

ARTICOLO 1

Se la millanteria si contrapponga alla veracità

SEMBRA che la millanteria non si contrapponga alla veracità. Infatti:
1. Alla veracità si contrappone la menzogna. Ma talora può esserci millanteria senza menzogna, come quando uno fa ostentazione della propria eccellenza. Il libro di Ester, p. es., racconta che "Assuero fece un grande convito, per far pompa delle ricchezze e della gloria del regno suo, e della grandezza e splendore (iactantia) della sua potenza". Dunque la millanteria non si contrappone alla veracità.
2. La millanteria è posta da S. Gregorio come una delle quattro specie della superbia; e consiste nel vantarsi di avere quello che non si ha. È in tal senso che ne parla Geremia: "La superbia di Moab la conosciamo per fama: è orgogliosissimo. La sua alterigia, l'arroganza, la superbia e la presunzione del suo cuore le conosco io, dice il Signore: conosco la sua millanteria che è sproporzionata alla sua forza". E S. Gregorio afferma che la millanteria nasce dalla vanagloria. Ma superbia e vanagloria si contrappongono alla virtù dell'umiltà. Quindi la millanteria non è il contrario della veracità, bensì dell'umiltà.
3. La millanteria viene causata dalle ricchezze; si legge infatti nella Sapienza: "Che c'è giovata la superbia? E la millanteria delle ricchezze qual pro ci ha fatto?". Ma eccedere nelle ricchezze appartiene al peccato di avarizia, che è il contrario della giustizia, o della liberalità. Dunque la millanteria non si contrappone alla veracità.

IN CONTRARIO: Il Filosofo contrappone la millanteria alla veracità.

RISPONDO: La iattanza, o millanteria consiste propriamente nell'innalzare se stessi con le parole: infatti le cose che un uomo vuol gettare lontano (iactare), le scaglia in alto. Ora, uno innalza propriamente se stesso quando dice di sé cose a lui superiori. E questo può avvenire in due modi. Infatti talora uno dice di se stesso cose che sono superiori a lui, non per quello che egli è, ma per quello che di lui pensano gli uomini. L'Apostolo si rifiutò di fare precisamente questo, scrivendo ai Corinzi: "Me ne astengo, perché nessuno faccia conto di me oltre quello che vede in me e sente da me". Altre volte uno s'innalza sopra se stesso, parlando di sé al di sopra della verità delle cose. E poiché uno va giudicato per quello che è in se stesso, piuttosto che per quello che è nell'opinione altrui, è chiaro che la millanteria in senso proprio si ha quando uno s'innalza al di sopra di quello che è in se stesso, e non quando s'innalza al di sopra di quello che è considerato nell'opinione altrui: sebbene si possa parlare di millanteria in entrambi i casi. Perciò la millanteria propriamente detta si contrappone per eccesso alla veracità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per la millanteria che eccede i limiti dell'altrui opinione.
2. Nel peccato di millanteria si possono considerare due cose. Primo, la specie dell'atto; e da questo lato esso si contrappone alla veracità, come abbiamo detto. - Secondo, la causa di esso, dalla quale deriva ordinariamente, anche se non sempre. E da questo lato la millanteria nasce dalla superbia, come da causa movente e determinante: poiché per il fatto che uno s'innalza interiormente al di sopra di sé con l'arroganza, segue d'ordinario che vanti esteriormente meriti personali superiori; sebbene talora derivi non da arroganza, ma da una certa stoltezza, per il gusto prodotto dall'abitudine. Perciò l'arroganza, con la quale uno s'innalza sopra di sé, è una specie della superbia, essa però non s'identifica con la millanteria, ma ne è la causa più frequente: e per questo motivo S. Gregorio mette addirittura la millanteria tra le specie della superbia. - Il millantatore d'altra parte tende per lo più a conseguire la gloria dalla propria millanteria. Ecco perché S. Gregorio può dire che quest'ultima, come da causa finale, nasce dalla vanagloria.
3. Anche l'opulenza causa la millanteria sotto due aspetti. Primo, quale motivo occasionale; poiché uno può insuperbire delle proprie ricchezze. Ecco perché nei Proverbi le "dovizie" son denominate "superbe". - Secondo, quale causa finale; poiché a detta del Filosofo, alcuni millantano se stessi non solo per la gloria, ma anche per lucro, fingendo quei meriti e quel credito dal quale possono avvantaggiarsi economicamente: fingono, p. es., di esser "medici, oppure sapienti e indovini".

ARTICOLO 2

Se la millanteria sia peccato mortale

SEMBRA che la millanteria sia peccato mortale. Infatti:
1. Si legge nei Proverbi: "Chi s'innalza e si dilata boriosamente attizza le contese". Ma attizzare contese è peccato mortale, poiché si legge nello stesso libro che "Dio detesta coloro che seminano discordie". Dunque la millanteria è peccato mortale.
2. Tutto ciò che è proibito dalla legge di Dio è peccato mortale. Ora, a proposito di quel testo dell'Ecclesiastico: "Non ti esaltare nei tuoi pensieri", la Glossa precisa: "Si proibisce così la millanteria e la superbia". Perciò la millanteria è peccato mortale.
3. La millanteria è una menzogna. Ma non è una menzogna ufficiosa o giocosa. Il che è evidente dal fine di essa. Infatti, come dice il Filosofo, "il millantatore inventa sul proprio conto cose superiori alla realtà", talora "senza scopo", ma spesso per "la gloria e l'onore", oppure per "il denaro". Da ciò è evidente che si tratta di una bugia né giocosa, né ufficiosa. Quindi rimane che si tratterà sempre di una bugia dannosa. Perciò è sempre peccato mortale.

IN CONTRARIO: Come insegna S. Gregorio, la millanteria nasce dalla vanagloria. Ora, la vanagloria non sempre è peccato mortale, ma spesso è veniale; quindi è evitabile solo da chi è molto avanti nella perfezione. "È solo dei più perfetti", scrive S. Gregorio, "cercare nelle proprie opere la gloria del Creatore, senza rallegrarsi egoisticamente delle lodi che se ne ricevono". Dunque la millanteria non sempre è peccato mortale.

RISPONDO: Un peccato è mortale quando, come abbiamo già spiegato, si contrappone alla carità. Ora, la millanteria si può considerare sotto due aspetti. Primo, in se stessa, in quanto è una menzogna. Vista così, essa può essere, secondo i casi, peccato mortale o veniale. È mortale quando uno si vanta di cose che offendono la gloria di Dio, sull'esempio del re di Tiro, al quale così parla Ezechiele: "Il tuo cuore si è levato in alto, e hai detto: Io sono un Dio". Oppure dice cose incompatibili con la carità del prossimo: come quando uno per vantare se stesso copre gli altri di contumelie; sull'esempio del fariseo della parabola evangelica, il quale diceva: "Io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; e nemmeno come questo pubblicano". - Talora invece la millanteria è peccato veniale: quando, cioè, uno si vanta di cose che non sono né contro Dio né contro il prossimo.
Secondo, la millanteria si può considerare nelle sue cause, che sono la superbia, la brama del denaro, o la vanagloria. Vista così, qualora essa derivi da atti di superbia o di vanagloria che son peccati mortali, anche la millanteria è peccato mortale. Altrimenti è veniale. - Quando invece uno ricorre alla millanteria per un guadagno, di suo questo si riduce a un inganno e a un danneggiamento del prossimo. Perciò codesta millanteria ordinariamente è peccato mortale. Ecco perché il Filosofo afferma, che "è più riprovevole chi si vanta per il guadagno, che colui che si vanta per la gloria o per l'onore". Tuttavia non sempre questo è peccato mortale; poiché il lucro può esser tale da non danneggiare gli altri.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi si vanta per attizzare contese pecca mortalmente. Può capitare però che la millanteria sia causa di contese non intenzionalmente, ma senza volerlo. E allora non è peccato mortale.
2. Quel commento parla della millanteria in quanto deriva da un peccato di superbia, che è peccato mortale.
3. Non sempre la millanteria implica una bugia dannosa; ma solo quando, in se stessa o nelle sue cause, è contro la carità di Dio e del prossimo. - Il fatto che uno si vanti per il gusto di vantarsi è una sciocchezza, o "vanità", come dice il Filosofo. Perciò questo si riduce a una bugia giocosa: eccetto quando si preferisse codesta millanteria all'amore di Dio, fino a disprezzare per questo i precetti del Signore; poiché allora si agirebbe contro la carità di Dio, nel quale l'anima nostra deve riporre il suo ultimo fine. - Invece quando uno si vanta per acquistare gloria o denaro, la sua millanteria si riduce a una menzogna ufficiosa: purché si faccia senza danneggiare gli altri; poiché allora si avrebbe una bugia dannosa.