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Questione
111
Simulazione e ipocrisia
Ed eccoci a trattare della simulazione e dell'ipocrisia.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la simulazione
sia sempre peccato; 2. Se l'ipocrisia s'identifichi con la simulazione;
3. Se sia il contrario della veracità ; 4. Se sia peccato mortale.
ARTICOLO
1
Se la simulazione sia sempre peccato
SEMBRA che la simulazione non sempre sia peccato.
Infatti:
1. Nel Vangelo si legge che il Signore
"finse di andare più lontano".
E S. Ambrogio afferma che Abramo "usò con i suoi servi
delle parole capziose", quando disse: "Io e il fanciullo arriveremo
fin là, e dopo aver sacrificato torneremo a voi". Ora, fingere e
usare parole capziose è proprio della simulazione. D'altra parte non
si può affermare che in Cristo e in Abramo ci sia stato peccato.
Dunque la simulazione non sempre è peccaminosa.
2. Nessun peccato è utile. Ma a detta di S. Girolamo,
"l'esempio
di Jeu re d'Israele, il quale fingendo di voler adorare gli idoli sterminò
i sacerdoti di Baal, c'insegna che a tempo opportuno si deve
ricorrere a un'utile simulazione". Di Davide poi si racconta che "contraffece
il suo volto dinanzi ad Achis re di Get". Dunque non
tutte le simulazioni sono peccato.
3. Il bene è contrario al male. Perciò se è peccato simulare il bene,
simulare il male è cosa buona.
4. Isaia rivolge ad alcuni questo rimprovero:
"Come Sodoma
hanno proclamato il loro peccato e non l'hanno nascosto". Ma
nascondere il peccato è un atto di simulazione. Perciò talora è
riprovevole non ricorrere alla simulazione. Ma evitare un peccato
non è mai riprovevole. Dunque non sempre la simulazione è peccato.
IN CONTRARIO: Nel commentare un passo di Isaia la Glossa afferma:
"Fra
i due è un peccato più leggero peccare apertamente che simulare
la santità". Ma peccare apertamente è sempre peccato. Quindi anche simulare.
RISPONDO: La virtù della veracità esige che uno si mostri all'esterno
con segni sensibili quale è realmente. Ma segni esterni
non sono soltanto le parole, bensì anche i fatti. Perciò come è
contro la veracità che uno esprima con le parole ciò che non pensa,
cadendo nella menzogna, così è contro la veracità che uno esprima
con segni consistenti in opere o cose, il contrario di quello che è
in se stesso, commettendo un vero e proprio peccato di simulazione.
Quindi la simulazione è una specie di menzogna attuata mediante
il segno dell'azione esteriore. Ora, poco importa che uno menta
con le parole o con altre opere, come sopra abbiamo detto. Dunque,
avendo noi già dimostrato che qualsiasi menzogna è peccaminosa,
ne segue che sia peccato qualsiasi simulazione.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come nota S. Agostino,
"non tutto
ciò che fingiamo è una menzogna; ma quando fingiamo ciò che non
significa niente. Invece quando la nostra finzione (o composizione)
sta a esprimere qualche cosa, non è una menzogna, bensì una figura
della verità". E porta l'esempio delle figure letterarie, nelle quali
si finge qualche cosa, non per asserire che la realtà è in quel modo,
ma la presentiamo come figura di altre cose che intendiamo asserire.
In tal senso il Signore "finse di andare più lontano", perché nel
muoversi fece come uno che avesse voluto andare più lontano, per
esprimere in senso figurato qualche cosa: e cioè che egli era lontano
dalla loro fede, come spiega S. Gregorio; oppure, come spiega
S. Agostino, perché essendo per allontanarsi con l'ascensione in
cielo, in qualche modo sarebbe stato come trattenuto sulla terra
dall'ospitalità. - Anche Abramo si espresse in termini figurati.
S. Ambrogio afferma che Abramo "disse profeticamente ciò che
ignorava. Egli infatti pensava di tornar solo, dopo l'immolazione
del figlio: ma il Signore disse per bocca sua quello che aveva predisposto".
Perciò è evidente che nessuno dei due ricorse alla simulazione.
2. S. Girolamo usa il termine simulazione in senso lato per un
accorgimento qualsiasi. L'alterazione poi che Davide fece del suo
volto aveva un senso figurale, come spiega la Glossa commentando
il titolo del Salmo: "Benedirò il Signore in ogni tempo". - Invece
non è necessario scusare la simulazione di Jeu dal peccato, o dalla
menzogna: trattandosi di un re cattivo che non si allontanò dall'idolatria
di Geroboamo. Tuttavia egli venne lodato e temporalmente ricompensato da Dio,
non per la simulazione, ma per lo zelo col quale distrusse il culto di Baal.
3. Alcuni affermano che nessuno può fingere di esser cattivo,
perché non si può simulare d'esser cattivi con opere buone; se poi
uno compie opere cattive, è cattivo. - Ma questo argomento non persuade.
Perché uno potrebbe simulare di esser cattivo con opere
in se stesse non cattive, ma aventi l'apparenza del male.
Tuttavia anche questa simulazione è cattiva, sia per la menzogna,
sia per lo scandalo. Però, sebbene chi finge così sia cattivo,
tuttavia non diventa cattivo di quella cattiveria che finge di avere.
E poiché la simulazione è riprovevole per se stessa, e non a motivo
di ciò che si vuol fingere, bontà o cattiveria che sia, essa è sempre peccaminosa.
4. Uno mente con le parole quando esprime quello che non è,
non già quando tace quel che è, nei casi in cui è lecito tacere.
Parimenti si ha la simulazione quando uno con fatti e cose esterne
esprime quello che non è, non già se tralascia di esprimere quello
che è. Perciò uno può nascondere il suo peccato senza simulazione.
È così che vanno intese le parole di S. Girolamo: "Il secondo
rimedio dopo il naufragio è nascondere il proprio peccato", perché
gli altri, cioè, non si scandalizzino.
ARTICOLO
2
Se l'ipocrisia s'identifichi con la simulazione
SEMBRA che l'ipocrisia non s'identifichi con la simulazione.
Infatti:
1. La simulazione consiste in una menzogna espressa con i fatti.
Invece l'ipocrisia, stando alle parole evangeliche, può consistere
anche nel mostrare esternamente ciò che uno sente interiormente: "Quando fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te, come
fanno gli ipocriti". Dunque l'ipocrisia non s'identifica con la simulazione.
2. S. Gregorio scrive:
"Ci son di quelli che portano l'abito della
santità, e non raggiungono il merito della perfezione. Non si può
certo credere che costoro siano aggregati al numero degli ipocriti:
poiché altro è peccare di fragilità, altro di malizia". Però quelli
che portano l'abito della santità senza raggiungere il merito della
perfezione sono dei simulatori: poiché l'abito esterno della santità
sta a indicare le opere. Perciò la simulazione non s'identifica con l'ipocrisia.
3. L'ipocrisia si riduce alla sola intenzione; poiché gli ipocriti,
a detta del Signore, "fanno tutte le opere loro per farsi vedere
dalla gente"; e S. Gregorio afferma, che "essi non guardano a
quel che devon fare, ma a come piacere agli uomini in ogni loro azione". La simulazione invece non si limita all'intenzione, ma
si attua nell'azione esterna; infatti commentando quel passo di
Giobbe: "I simulatori e gli astuti provocano l'ira di Dio",
la Glossa spiega che "il simulatore simula una cosa e ne fa un'altra:
elogia la castità e si abbandona alla lussuria; fa ostentazione di
povertà e riempie la borsa". Dunque l'ipocrisia non s'identifica
con la simulazione.
IN CONTRARIO: Scrive S. Isidoro nelle sue Etimologie:
"Ipocrita
è una parola greca che significa simulatore, e si dice di colui che,
essendo interiormente cattivo, si mostra buono davanti agli altri:
infatti υπο significa falso,
e κρισις giudizio".
RISPONDO: Come spiega S. Isidoro nel medesimo libro,
"il termine
ipocrita deriva dall'aspetto di coloro che negli spettacoli si
presentano mascherati, alterando il volto con vari colori, per avvicinarsi
a quello del personaggio che rappresentano, allo scopo
d'ingannare e divertire il popolo, ora sotto le sembianze di un
uomo, ora sotto quelle di una donna". Ecco perché S. Agostino
afferma, che "come gli ipocriti, i simulatori fanno la parte di persone
diverse da loro (infatti chi fa la parte di Agamennone non
è costui, ma finge di esserlo); così chiunque vuol mostrarsi, in
chiesa o nella vita quotidiana, diverso da quello che è, è un'ipocrita:
poiché finge d'esser giusto, senza esserlo". Perciò si deve
concludere che l'ipocrisia è una simulazione: però non una simulazione
qualsiasi, ma la simulazione con la quale uno assume le
vesti di un'altra persona, cioè quando un peccatore fa la parte del giusto.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'atto esterno è fatto naturalmente
per significare l'intenzione di chi lo compie. Perciò quando uno
con le opere buone, che per il loro genere appartengono al servizio
di Dio, non cerca di piacere a Dio, ma agli uomini, simula la retta
intenzione che invece non ha. Ecco perché S. Gregorio afferma,
che "gli ipocriti nelle cose di Dio hanno di mira aspirazioni mondane:
poiché anche nel compimento di cose sante non cercano la
conversione degli uomini, ma il favore umano". Essi quindi simulano
la retta intenzione che non hanno, anche se non arrivano a
simulare azioni rette che non intendono di compiere.
2. Un abito santo, come quello dei religiosi e dei chierici, sta a
indicare lo stato col quale uno si obbliga a una vita di perfezione.
Perciò quando uno prende codesto abito con l'intenzione di mettersi
nello stato di perfezione, se per fragilità non raggiunge lo
scopo, non è un simulatore, o un ipocrita: poiché egli non è tenuto
a render pubblico il suo peccato deponendo l'abito della santità.
Se invece uno prendesse codesto abito per comparire persona
virtuosa, allora sarebbe un finto e un ipocrita.
3. Nella simulazione come nella menzogna dobbiamo distinguere
due cose: il segno e la cosa significata. Ora, nell'ipocrita la cattiva
intenzione è la cosa significata la quale non corrisponde al
segno che la esprime. Invece in ogni simulazione, o menzogna, le
opere e le parole esterne, e qualsiasi altra cosa sensibile, sono
segni o espressioni di essa.
ARTICOLO
3
Se l'ipocrisia si contrapponga alla veracità
SEMBRA che l'ipocrisia non si contrapponga alla veracità.
Infatti:
1. Nella simulazione, o ipocrisia abbiamo il segno e la cosa
significata. Ma in nessuno dei due elementi l'ipocrisia si contrappone
a una virtù speciale; poiché l'ipocrita può simulare tutte le virtù,
e con qualsiasi atto virtuoso, cioè col digiuno, con la
preghiera, con l'elemosina, ecc., come dice il Vangelo. Dunque
l'ipocrisia non si contrappone in modo speciale alla virtù della veracità.
2. Ogni simulazione sembra derivare da un inganno: essa infatti
si contrappone alla semplicità. Ma l'inganno si contrappone alla
prudenza, come sopra abbiamo visto. Dunque l'ipocrisia, che è
una simulazione, non è il contrario della veracità, ma piuttosto
della prudenza, o della semplicità.
3. In morale la specie si desume dal fine. Ma il fine dell'ipocrisia
è l'acquisto di un guadagno, o della vanagloria; infatti a commento
di quel passo di Giobbe: "Qual è la speranza dell'ipocrita,
se non di rapinare con avarizia...?", la Glossa afferma: "L'ipocrita,
che in latino si chiama simulatore, è un rapinatore avaro,
il quale mentre desidera di esser venerato per santo, ruba la
lode dovuta all'altrui condotta". Ora, siccome l'avarizia e la
vanagloria non si contrappongono direttamente alla veracità, così
non si contrappone ad essa neppure la simulazione, o ipocrisia.
IN CONTRARIO: Ogni simulazione è, come abbiamo visto, una menzogna.
Ma la menzogna si contrappone direttamente alla veracità.
Dunque si contrappone così ad essa anche la simulazione o ipocrisia.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo, la contrarietà è l'opposizione
di due cose secondo la forma, dalla quale ricevono la specie.
Perciò la simulazione, o ipocrisia, si può contrapporre a una virtù
in due maniere: direttamente e indirettamente. L'opposizione diretta,
o di contrarietà, va desunta dalla specie stessa dell'atto rispettivo,
che dipende dall'oggetto proprio di esso. Quindi essendo l'ipocrisia,
come si è visto, una simulazione con la quale uno finge
di avere una personalità che non gli appartiene, è logico che direttamente
essa si contrappone alla veracità, "con la quale", a
detta di Aristotele, "uno si mostra qual è nelle opere e nelle parole". - Invece
una opposizione, o contrarietà indiretta dell'ipocrisia
si può desumere da qualsiasi accidente: p. es., da un fine remoto,
o da quanto serve per compiere un atto, oppure da qualsiasi
altra cosa del genere.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'ipocrita nel simulare una virtù
costituisce in essa il suo fine non realmente, come chi intende possederla;
ma solo in apparenza, per sembrare di averla. Ora, da
questo non risulta un'opposizione alla virtù suddetta, ma alla veracità;
volendo costui ingannare gli altri a proposito di una data virtù. - Anche
gli atti virtuosi compiuti in tal modo non sono voluti
direttamente, bensì strumentalmente, cioè come segni di determinate virtù.
In essi quindi non si riscontra una diretta opposizione con le virtù falsificate.
2. Come abbiamo già spiegato, alla prudenza direttamente si
contrappone l'astuzia, che assume il compito di escogitare delle
vie speciose, ma inconsistenti, per raggiungere uno scopo. Ora,
l'astuzia si esercita con l'inganno nelle parole e con la frode nelle
azioni. Inganno e frode che stanno alla semplicità come l'astuzia
sta alla prudenza. Ma inganno e frode sono ordinati principalmente
a ingannare e secondariamente, in certi casi, a danneggiare.
Perciò direttamente alla semplicità spetta fuggire l'inganno. Ecco
perché, come abbiamo già visto, la semplicità s'identifica con la
veracità; ma c'è tra loro una differenza di ragione: poiché questa
virtù si dice veracità in quanto fa concordare i segni, o espressioni
esterne, con le cose significate; e si dice semplicità in quanto non
ha di mira cose diverse: l'una, cioè, secondo l'apparenza esterna,
l'altra interiormente.
3. Il lucro, o la gloria può essere il fine remoto dell'ipocrita
come del bugiardo. Perciò l'ipocrisia non viene specificata da
codesto fine, bensì dal fine prossimo, che è quello di mostrarsi
diverso da quello che uno è. Infatti ci sono alcuni i quali fingono
dati o fatti straordinari, non per altro che per il piacere d'ingannare,
come dice il Filosofo, e come abbiamo già notato a proposito della menzogna.
ARTICOLO
4
Se l'ipocrisia sia sempre peccato mortale
SEMBRA che l'ipocrisia sia sempre peccato mortale.
Infatti:
1. S. Girolamo afferma che
"tra i due è un peccato più leggero
peccare apertamente che simulare la santità". E a commento di
un passo di Giobbe la Glossa afferma, che "la bontà simulata
non è bontà, ma un doppio peccato". A commento poi di quel
passo di Geremia: "L'iniquità della figlia del popolo mio sorpassò
quella del peccato di Sodoma", la medesima Glossa spiega: "Si
piangono qui i peccati di quell'anima che cade nell'ipocrisia, la
cui iniquità è superiore al peccato dei Sodomiti". Ma i peccati dei
Sodomiti erano peccati mortali. Dunque l'ipocrisia è sempre peccato mortale.
2.
S. Gregorio afferma che gli ipocriti peccano di malizia. Ma
questo è peccato gravissimo e contro lo Spirito Santo. Quindi l'ipocrita
pecca sempre mortalmente.
3. Non si merita l'ira del Signore e l'esclusione dalla visione di
Dio che per un peccato mortale. Ma con l'ipocrisia si merita l'ira
di Dio, secondo le parole di Giobbe: "Gli ipocriti e gli astuti provocano
l'ira di Dio". Inoltre l'ipocrita è escluso dalla visione di
Dio, come si legge nel medesimo libro: "In faccia a lui non compare
un ipocrita". Perciò l'ipocrisia è sempre peccato mortale.
IN CONTRARIO: 1. L'ipocrisia, essendo una simulazione, è una menzogna
espressa con i fatti. Ora, non tutte le menzogne di parola
sono peccati mortali. Dunque neppure tutte le ipocrisie.
2. L'intento dell'ipocrita è di apparire virtuoso. Ma questo non
si contrappone alla carità. Perciò di suo l'ipocrisia non è peccato mortale.
3. L'ipocrisia nasce dalla vanagloria, come nota S. Gregorio.
Ma la vanagloria non sempre è peccato mortale. Dunque neppure l'ipocrisia.
RISPONDO: Due sono gli elementi dell'ipocrisia: la mancanza di santità,
e la simulazione di essa. Se quindi denominiamo ipocrita
colui che abbraccia queste due cose con la sua intenzione, cioè la
rinunzia alla santità, e la preoccupazione di apparire santo,
secondo l'uso ordinario della Scrittura, allora è evidente che l'ipocrisia è
peccato mortale. Nessuno infatti viene privato totalmente
della santità che dal peccato mortale.
Se invece denominiamo ipocrita chi tenta di simulare la santità
nella quale non riesce a mantenersi cadendo in peccato mortale:
allora, sebbene il peccato mortale lo privi della santità, tuttavia
non sempre la simulazione stessa è peccato mortale, ma talora
veniale. E ciò dipende dal fine. Se esso è incompatibile con la
carità di Dio o del prossimo, allora l'ipocrisia è peccato mortale:
come quando uno simula la santità per disseminare una falsa dottrina,
o per raggiungere una dignità ecclesiastica di cui è indegno,
oppure per qualsiasi altro bene temporale in cui ha riposto il suo
fine. Se invece il fine perseguito non è incompatibile con la carità,
allora l'ipocrisia è peccato veniale: come quando uno si compiace
della finzione stessa, mostrandosi così "più vano, o stolto, che cattivo", secondo l'espressione di Aristotele. Infatti la stessa
conclusione vale per la menzogna e per l'ipocrisia.
Ma può capitare che uno simuli la perfezione della santità che
non è richiesta per salvarsi. Ebbene tale simulazione non sempre
è peccato mortale, e non sempre è fatta in peccato mortale.
Sono così risolte anche le difficoltà.
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