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Questione
109
La veracità
Ed eccoci a considerare la veracità e i vizi contrari.
Sulla veracità si pongono quattro quesiti: 1. Se la veracità sia
una virtù; 2. Se sia una virtù specificamente distinta; 3. Se sia
parte (potenziale) della giustizia; 4. Se inclini più a diminuire (che
a esagerare).
ARTICOLO
1
Se la verità, o veracità sia una virtù
SEMBRA che la verità, o veracità non sia una virtù.
Infatti:
1. La prima di tutte le virtù è la fede, il cui oggetto è la verità.
Ora, siccome l'oggetto è anteriore all'abito e all'atto correlativi; è
chiaro che la verità non è una virtù, ma qualche cosa che è anteriore alla virtù.
2. Come dice il Filosofo, è compito della verità, o veracità far
sì che uno "dica di se stesso quello che è, né di più né di
meno".
Ma questo non sempre è cosa lodevole: non è lodevole dirne bene,
poiché i Proverbi ammoniscono: "Ti lodi un altro, non la tua bocca"; e non è lodevole dirne male, poiché Isaia rivolge ad alcuni
questo rimprovero: "Come Sodoma hanno proclamato il loro
peccato e non l'hanno celato". Dunque la veracità non è una virtù.
3. Una virtù può essere teologale, intellettuale, o morale. Ma
la verità, o veracità non è una virtù teologale, non avendo Dio per
oggetto, bensì le cose temporali; infatti Cicerone ha scritto che "la verità ha il compito di dire le cose come sono, furono o
saranno".
Parimenti non è una delle virtù intellettuali; ma è il fine
di esse. E neppure è una virtù morale: poiché non consiste nel
giusto mezzo tra un eccesso e un difetto; infatti più uno dice il vero
meglio è. Perciò la verità, o veracità non è una virtù.
IN CONTRARIO: Il Filosofo enumera la verità, o veracità tra le
altre virtù.
RISPONDO: Il termine verità può avere due accezioni. Primo, è
verità quella cosa per cui un oggetto si dice vero. E in questo
senso la verità non è una virtù, bensì oggetto o fine della virtù.
E neppure è un abito, che è il genere prossimo della virtù, ma è una
certa uguaglianza o adeguazione tra l'intellezione, o l'espressione
e la cosa conosciuta o espressa, oppure tra la cosa e l'esemplare
da cui dipende, come spiegammo nella Prima Parte. - Secondo, è
verità quella disposizione per cui uno dice il vero, così da meritare
il titolo di verace. E tale verità, o veracità non può essere che
una virtù: poiché dire il vero è un atto buono; e la virtù ha
precisamente il compito di "render buono chi la possiede e l'opera che
egli compie".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il primo argomento vale per la
verità presa nella prima accezione.
2. Dichiarare le cose proprie in quanto ciò costituisce una manifestazione
della verità è specificamente un bene. Ma non basta a
farne un atto di virtù: poiché per questo si richiede che l'atto sia
vestito delle debite circostanze, privo delle quali è vizioso.
Per questo è riprovevole lodare se stessi, senza i debiti motivi.
Così pure è riprovevole che uno parli apertamente dei propri peccati,
come per vantarsene, oppure che ne parli senza nessuna utilità.
3. Chi dice il vero proferisce dei segni conformi alla realtà: cioè
parole, gesti, oppure qualsiasi altra manifestazione esterna. Ma di
codeste cose esterne si occupano solo le virtù morali, che hanno il
compito di regolare l'uso delle membra esterne, il quale dipende
dalla volontà. Perciò la verità, o veracità non è una virtù teologale,
bensì morale.
E consiste nel giusto mezzo tra l'eccesso e il difetto in due maniere:
in rapporto all'oggetto, e in rapporto all'atto. In rapporto
all'oggetto, poiché il vero implica nella sua nozione una certa adeguazione,
o uguaglianza. E ciò che è uguale sta in mezzo tra il più
e il meno. Perciò per il fatto che uno dice il vero di se stesso, sta
nel giusto mezzo tra chi esagera e chi dice di meno. - La veracità
inoltre sta nel giusto mezzo in rapporto all'atto, poiché dice il vero
quando e come è opportuno. Invece si ha l'eccesso in chi dice le sue
cose quando non occorre; e si ha il difetto in chi le nasconde quando
bisognerebbe manifestarle.
ARTICOLO
2
Se la veracità sia una virtù specificamente distinta
SEMBRA che la veracità non sia una virtù specificamente distinta.
Infatti:
1. Il vero e il bene coincidono e si equivalgono. Ma la bontà non
è una virtù speciale, ché anzi qualsiasi virtù è buona, poiché "rende
buono chi la possiede". Dunque la veracità, o verità non è una
virtù speciale.
2. L'atto della veracità di cui parliamo è la manifestazione di
cose riguardanti la persona che lo emette. Ma questo è proprio di
qualsiasi virtù: infatti qualsiasi abito virtuoso viene manifestato
dall'atto rispettivo. Perciò la veracità non è una virtù specificamente distinta.
3.
"La verità della vita" equivale a vivere nella rettitudine,
secondo l'espressione della Scrittura: "Ricorda, te ne prego, come
io ho camminato dinanzi a te nella verità e con cuore perfetto".
Ma si vive rettamente nell'esercizio di qualsiasi virtù, com'è evidente
dalla definizione sopra ricordata. Dunque la verità, o veracità
non è una virtù specifica.
4. La veracità sembra identificarsi con la semplicità: poiché l'una
e l'altra si contrappongono alla finzione. Ora, la semplicità non è
una virtù speciale, "rettificando essa l'intenzione", il che si richiede
in tutte le virtù. Perciò la veracità non è una virtù speciale.
IN CONTRARIO: Aristotele la enumera tra le altre virtù.
RISPONDO: La virtù ha il compito di
"render buone le azioni umane". Perciò là dove nell'agire umano si riscontra un aspetto
specifico di bontà, è necessario che l'uomo vi sia orientato e disposto
da una speciale virtù. E poiché il bene, a detta di S. Agostino,
ha tra i suoi costitutivi l'ordine, è necessario rilevare da ogni
determinato ordine uno specifico aspetto di bene. Ora, uno speciale
ordine si ha nel fatto che il nostro atteggiamento esterno,
le parole e le azioni corrispondono debitamente come segni alle cose
significate. E a questo l'uomo viene predisposto dalla virtù della
veracità. Perciò è evidente che la veracità è una virtù specificamente distinta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il vero e il bene coincidono e si
equivalgono quanto al soggetto concreto: poiché ogni vero è un
bene e ogni bene è un vero. Ma per la loro formalità si eccedono
a vicenda. L'intelletto e la volontà (per portare un esempio affine)
si includono a vicenda: l'intelletto infatti conosce la volontà e
molte altre cose; e la volontà vuole le cose che appartengono all'intelletto,
e insieme molte altre cose. Perciò il vero, nella sua formalità,
cioè come perfezione dell'intelletto, è un bene particolare,
essendo un determinato appetibile. Parimenti il bene nella sua formalità,
in quanto fine cui tende la volontà è un determinato vero,
essendo un particolare intelligibile. Per il fatto, dunque, che la
virtù implica la qualifica di bontà, può essere benissimo che la
veracità sia una speciale virtù, come il vero è uno speciale bene.
Invece non può essere che sia una speciale virtù la bontà, essendo
quest'ultima una nozione generica che include la virtù.
2. Gli abiti delle virtù e dei vizi vengono specificati dall'oggetto
direttamente perseguito, e non dagli elementi accidentali, o preterintenzionali.
Ora, manifestare con sincerità le proprie cose appartiene
direttamente ed espressamente alla virtù della veracità: mentre
alle altre virtù può appartenere in modo indiretto. Infatti l'uomo
forte mira ad agire coraggiosamente: che poi, agendo in tal
modo, manifesti il coraggio che possiede, è solo una conseguenza
della sua intenzione principale.
3. La verità della vita è la verità in senso oggettivo, non già la
verità in senso soggettivo per cui una persona si dice verace. Ora,
la vita può dirsi vera, come qualsiasi altra cosa, per il fatto che
si adegua alla sua norma, o misura, cioè alla legge divina, conformandosi
alla quale ottiene la sua rettitudine. E tale verità, o rettitudine è
un elemento comune a qualsiasi virtù.
4. La semplicità si contrappone alla doppiezza, che consiste nel
mostrarsi esternamente diversi da quello che si è interiormente.
Quindi la semplicità si riduce alla veracità. Essa rettifica l'intenzione
non già direttamente, perché questo è compito di qualsiasi
virtù, ma escludendo la doppiezza, che porta a manifestare un'intenzione
e a perseguirne un'altra.
ARTICOLO
3
Se la veracità sia tra le parti (potenziali) della giustizia
SEMBRA che la veracità non sia tra le parti (potenziali) della giustizia.
Infatti:
1. È proprio della giustizia rendere ad altri ciò che si deve. Ma
per il fatto che uno dice la verità non sembra che renda ad altri
ciò che deve, come avviene nelle altre virtù annesse alla giustizia.
Dunque la veracità non è tra le parti della giustizia.
2. La veracità, o verità appartiene all'intelletto. La giustizia
invece risiede nella volontà, come abbiamo visto sopra. Perciò la
veracità non è parte (potenziale) della giustizia.
3. Secondo S. Girolamo ci sono tre tipi di verità:
"la verità della vita", "la verità della
giustizia", e "la verità della dottrina".
Ma nessuna di esse è tra le parti della giustizia. Infatti la verità
della vita, l'abbiamo già visto, abbraccia tutte le virtù. La verità
della giustizia s'identifica con la giustizia, e quindi non è parte di
essa. E la verità della dottrina appartiene piuttosto alle virtù
intellettive. Dunque in nessun modo la verità, o veracità è parte
(potenziale) della giustizia.
IN CONTRARIO: Cicerone enumera la verità, o veracità tra le parti della giustizia.
RISPONDO: Come abbiamo già detto sopra, una virtù è annessa
alla giustizia come virtù secondaria, per il fatto che in parte somiglia
alla giustizia; e in parte si scosta dalla perfetta natura di
essa. Ora, la virtù della veracità somiglia alla giustizia sotto due
aspetti. Primo, in quanto dice rapporto ad altri. Infatti l'atto di
manifestare, che è proprio della veracità, è rivolto ad altri: poiché
con essa uno manifesta agli altri le cose che lo riguardano. - Secondo,
in quanto la giustizia stabilisce una certa adeguazione tra
una cosa e un'altra. E questo si riscontra anche nella veracità;
con essa infatti si adeguano le espressioni ai fatti e alle cose che
ci riguardano.
Invece la veracità si discosta dalla giustizia sotto l'aspetto del
debito. Infatti questa virtù non soddisfa a un debito legale, come
la giustizia: ma piuttosto a un debito morale, poiché un uomo deve
la manifestazione della verità a un altro solo per un'esigenza dell'onestà,
o della virtù. Ecco perché la veracità è parte della giustizia,
cui è annessa come virtù secondaria alla virtù principale.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Essendo l'uomo un animale fatto
per vivere in società, per natura un uomo deve all'altro ciò che è
indispensabile per la conservazione della società umana. Ora, gli
uomini non potrebbero convivere senza credersi reciprocamente,
dicendo l'uno la verità all'altro. Dunque anche la virtù della veracità
a suo modo ha di mira un debito.
2. Per la conoscenza la verità appartiene all'intelletto. Ma è con
la volontà che l'uomo usa dei suoi abiti e delle sue membra per
esprimere i segni adatti a manifestare la verità. Ecco perché
codesta manifestazione è un atto della volontà.
3. La verità, o veracità di cui ora parliamo, differisce, come
abbiamo detto, dalla verità della vita.
La verità poi della giustizia si può intendere in due modi. Primo,
nel senso che la giustizia è una certa rettitudine regolata secondo
le norme della legge divina. E allora la verità della giustizia differisce
dalla verità della vita, poiché quest'ultima verità ha il compito
di far sì che uno viva rettamente in se stesso; mentre la verità
della giustizia porta l'individuo a osservare la rettitudine legale
nei giudizi relativi ad altre persone. E in questo caso la verità
della giustizia, come la verità della vita, non rientra nella verità,
o veracità, di cui ora parliamo. - Secondo, la verità della giustizia
si può intendere nel senso che uno per giustizia manifesta la verità:
p. es., quando confessa il vero, o rende una testimonianza verace
in giudizio. Ebbene, questa verità è un atto particolare della giustizia.
Ma non appartiene direttamente alla verità, o veracità di
cui ora parliamo: poiché in codeste dichiarazioni veritiere una
persona intende principalmente di rendere a un'altra quanto le spetta.
Ecco perché il Filosofo, nel parlare della veracità, si esprime in
questi termini: "Noi non parliamo qui della veridicità delle confessioni,
né di tutto quello che riguarda la giustizia o l'ingiustizia".
Finalmente la verità della dottrina consiste nel manifestare verità
di scienza. Perciò neppure questa appartiene alla virtù di cui
parliamo: ma soltanto la verità con la quale "uno si mostra in atti
e in parole così com'è e non altrimenti, e non dice di se stesso né
di più né di meno". - Tuttavia siccome le nozioni di scienza, in
quanto sono conosciute da noi, riguardano noi e ci appartengono,
da questo lato la verità della dottrina può rientrare in questa virtù
della veracità, come qualsiasi altra verità che uno conosce e manifesta
con le parole o con le azioni.
ARTICOLO
4
Se la virtù della veracità inclini piuttosto a diminuire
SEMBRA che la virtù della veracità non inclini piuttosto
a diminuire (che a esagerare).
Infatti:
1. Come s'incorre la falsità esagerando, così s'incorre
diminuendo: dire, p. es., che quattro cose son cinque, non è più falso del
dire che son tre. Ora, a detta del Filosofo, "ogni falsità è male
ed è da fuggirsi". Dunque la virtù della veracità non inclina più
a diminuire che a esagerare.
2. Che una virtù inclini maggiormente verso l'uno degli estremi
opposti dipende dal fatto che il giusto mezzo di essa è più vicino
all'uno che all'altro: è in tal modo, p. es., che la fortezza è più
vicina all'audacia che alla timidezza. Ma il giusto mezzo della
veracità, o verità, non può essere più vicino a un estremo che al suo
opposto; perché, consistendo la verità in un'adeguazione, il suo
giusto mezzo si riduce a punto indivisibile. Perciò non è vero che la
veracità inclina piuttosto a diminuire.
3. Chi sminuisce si allontana dalla verità negandola, chi invece
esagera aggiunge ad essa qualche cosa. Ma è più incompatibile
con la verità il negarla che l'aggiungervi qualche cosa: poiché una
verità non coesiste con la negazione della verità, mentre può coesistere
con delle aggiunte. Dunque la veracità deve inclinare più a
esagerare che a diminuire.
IN CONTRARIO: Il Filosofo afferma che con questa virtù l'uomo
"propende
piuttosto ad attenuare la verità".
RISPONDO: La propensione a sminuire la verità può prodursi in
due maniere. Primo, mediante l'affermazione: quando uno, p. es.,
nel suo dire non manifesta tutto il bene che è in lui, cioè il sapere,
la santità, ecc. E questo si può fare senza pregiudizio della verità:
poiché nel più c'è anche il meno. Ed è in tal senso che la veracità
inclina piuttosto a diminuire. Questo infatti, come dice il Filosofo, "sembra più prudente, perché le esagerazioni sono insopportabili".
Sicché coloro che esagerano i propri meriti sono insopportabili agli
altri, sui quali sembrano voler sovrastare: invece quelli che dicono
meno di quel che valgono sono graditi, per la loro condiscendenza
e modestia nei riguardi del prossimo. Così si spiegano le parole di
S. Paolo: "Se volessi vantarmi, non sarei stolto, perché direi il
vero. Ma mi astengo, perché nessuno faccia conto di me oltre quello
che vede in me e sente da me".
Secondo, uno può inclinare alla diminuzione
mediante la negazione:
cioè negando di essere quello che è. E questo esula dalla
virtù della veracità: poiché così s'incorre nella falsità. - Tuttavia
anche questo è meno ripugnante alla virtù: non in rapporto alla
veracità come tale, ma alla prudenza che va salvaguardata in tutte
le virtù. Infatti alla prudenza ripugna di più presumere di avere
quello che non si ha, essendo ciò più pericoloso e insopportabile
agli altri, piuttosto che pensare, o dire di non avere quel che si ha.
Sono così risolte anche le difficoltà.
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