|
Questione
108
La vendetta
Passiamo ora a trattare della vendetta.
Sull'argomento esamineremo quattro cose: 1. Se la vendetta sia
lecita; 2. Se sia una virtù specificamente distinta; 3. Il modo di
compiere la vendetta; 4. Contro chi debba essere esercitata.
ARTICOLO
1
Se la vendetta sia lecita
SEMBRA che la
vendetta non sia lecita.
Infatti:
1. Chiunque usurpa un compito di Dio commette peccato.
Ma la vendetta è un compito di Dio, secondo quel testo
del Deuteronomio: "A me la vendetta, penserò io a pagare".
Dunque qualsiasi vendetta è illecita.
2. La persona di cui ci si vendica non è tollerata. Invece i malvagi
devono esser tollerati; poiché nel commentare un passo dei
Cantici la Glossa afferma: "Non è veramente buono chi non è
stato capace di sopportare i malvagi". Dunque di costoro non si
deve far vendetta.
3. La vendetta si compie con dei castighi, i quali causano il timore servile.
Ora, la nuova legge non è legge del timore, ma dell'amore,
come si esprime S. Agostino. Perciò almeno nel nuovo
Testamento la vendetta non è lecita.
4. Si dice che si vendica colui che si rifà delle ingiurie subite.
Ora, neppure al giudice è lecito punire quelli che offendono lui
personalmente, stando alle parole del Crisostomo: "Impariamo dall'esempio
di Cristo a sopportare con magnanimità le ingiurie fatte
a noi, e a non sopportare neppure l'ombra delle ingiurie fatte a Dio".
Dunque la vendetta è illecita.
5. Il peccato di un popolo è più dannoso
del peccato individuale;
nella Scrittura infatti si legge: "Tre cose teme il cuor mio:
la mormorazione della città e l'ammutinamento del popolo".
Ma per il peccato del popolo non è lecito far vendetta; poiché si legge
nel Vangelo: "Lasciateli crescere insieme, affinché non sradichiate
anche il frumento"; e la Glossa spiega che "il popolo, come il
principe, non deve mai essere scomunicato". Dunque è proibita
anche ogni altra vendetta.
IN CONTRARIO: Da Dio non possiamo attendere che cose buone e
lecite. Ma da Dio dobbiamo attendere la vendetta dei nostri nemici;
poiché nel Vangelo si legge: "Dio non farà giustizia ai suoi eletti,
i quali lo invocano giorno e notte?", come per dire: "La farà
certamente". Perciò di suo la vendetta non è cattiva ed illecita.
RISPONDO: La vendetta viene compiuta mediante un castigo inflitto al colpevole.
Perciò nella vendetta si deve considerare quale
sia l'intenzione di chi la compie. Se infatti codesta intenzione mira
principalmente al male del colpevole, per trovarvi la propria soddisfazione,
la vendetta è assolutamente illecita: poiché rallegrarsi del
male altrui è proprio dell'odio, il quale è incompatibile con la carità,
che deve estendersi a tutti. E uno non è scusato per il fatto
che desidera del male a una persona, colpevole di averne procurato
ingiustamente a lui: come non si è autorizzati a odiare chi ci odia.
Infatti uno non può peccare contro altre persone, perché queste
hanno peccato contro di lui. Questo significa farsi vincere dal male,
mentre l'Apostolo ammonisce: "Non lasciarti vincere dal male,
ma vinci nel bene il male". - Se invece l'intenzione di chi aspira
alla vendetta tende principalmente a un bene che esige la punizione
dei colpevoli, p. es., alla loro emenda, o almeno alla repressione
del male per la pubblica quiete, oppure tende alla tutela della
giustizia e all'onore di Dio, allora la vendetta può esser lecita,
purché siano rispettate le altre debite circostanze.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi esercita la vendetta sui malvagi
nei limiti delle proprie facoltà non usurpa i diritti di Dio, ma
si serve dei poteri che ha ricevuto da lui: infatti S. Paolo afferma
che l'autorità civile, p. es., "è ministro di Dio e vindice dell'ira
divina per chi fa il male". Se invece uno esercita la vendetta, senza
rispettare l'ordine costituito da Dio, allora usurpa i diritti di
Dio: e quindi commette peccato.
2. I malvagi son tollerati dai buoni in quanto nei limiti del dovere
ne sopportano le ingiurie personali: ma i buoni non tollerano
le ingiurie commesse contro Dio e il prossimo. Infatti il Crisostomo
afferma: "La pazienza nel sopportare le ingiurie personali è cosa lodevole;
ma sopportare le ingiurie verso Dio è il colmo dell'empietà".
3. La legge evangelica è legge d'amore. Perciò non si deve incutere
timore con i castighi a coloro che compiono il bene per
amore, e che soli propriamente appartengono al Vangelo; ma soltanto
a quelli che non sono portati al bene per amore, e che sebbene
appartengano alla Chiesa, perché accrescono "il numero" dei fedeli,
non ne accrescono "il merito".
4. Le ingiurie personali
talora ricadono su Dio e sulla Chiesa:
e allora si è tenuti a vendicarle. Ciò è evidente nel caso di Elia,
il quale fece discendere il fuoco su coloro che erano venuti a catturarlo.
Eliseo parimenti lanciò la maledizione sui fanciulli che
lo schernivano. E il Papa S. Silvestro scomunicò coloro che l'avevano
mandato in esilio. - Ma in quanto l'ingiuria ricade sulla propria
persona essa dev'esser tollerata con pazienza, se questo può
giovare. Infatti, come spiega S. Agostino, queste norme sulla pazienza
sono da intendersi come predisposizioni d'animo in caso di bisogno.
5. Quando è tutto il popolo che pecca, la vendetta va fatta su
tutto il popolo, come furono sommersi nel mar Rosso gli Egiziani
che perseguitavano i figli d'Israele, e come furono colpiti in blocco
gli abitanti di Sodoma; oppure va colpito un numero rilevante di
persone, come avvenne nel castigo inflitto per l'adorazione del vitello
d'oro. - Invece altre volte, se si spera l'emenda di molti, la severità della vendetta deve colpire pochi esponenti, la cui punizione
incuta timore negli altri: come si legge nel libro dei Numeri,
che il Signore comandò di impiccare i capi per il peccato di tutto il popolo.
Se invece il popolo non ha peccato in blocco ma in parte, quando
i colpevoli possono essere riconosciuti, la vendetta deve esercitarsi
su di essi: se però il castigo è possibile senza pregiudizio per gli
altri. Altrimenti si deve perdonare al popolo a scapito della severità.
Lo stesso si dica per il principe che rappresenta il popolo.
Infatti il suo peccato va tollerato, se non può essere punito senza
scandalo dei sudditi: a meno che non sia tale da nuocere al popolo,
nell'ordine spirituale o temporale, più dello scandalo che potrebbe
nascere dalla punizione.
ARTICOLO
2
Se la vendetta sia una virtù specificamente distinta dalle altre
SEMBRA che la vendetta non sia una virtù specificamente distinta delle altre.
Infatti:
1. Come sono ricompensati i buoni per il bene compiuto, così sono
puniti i cattivi per le loro malvagità. Ma ricompensare le opere
buone non appartiene a una virtù speciale, essendo un atto della
giustizia commutativa. Dunque per lo stesso motivo neppure la vendetta
dev'essere considerata una virtù speciale.
2. Non si deve ricorrere ad una virtù speciale per un atto al
quale l'uomo è già sufficientemente predisposto da altre virtù.
Ma a vendicare il male l'uomo è sufficientemente predisposto dalla virtù
della fortezza e dallo zelo. Perciò la vendetta non deve essere considerata
una virtù specificamente distinta.
3. A ogni virtù specifica si contrappone un vizio specifico.
Ma alla vendetta non sembra che si contrappongano dei vizi specifici.
Dunque essa non è una virtù specifica.
IN CONTRARIO: Cicerone enumera la vendetta tra le parti (potenziali)
della giustizia.
RISPONDO: Come insegna il Filosofo, la predisposizione alla virtù
è in noi innata, sebbene la virtù nella sua perfezione derivi dall'esercizio,
o da altre cause. Perciò è evidente che le virtù ci dispongono
a perseguire nel debito modo le inclinazioni naturali, che sono
di legge naturale. E quindi ad ogni inclinazione naturale corrisponde
una speciale virtù. Ora, esiste una speciale inclinazione
naturale a combattere le cose nocive: infatti anche gli animali son
provvisti dell'irascibile che è una facoltà distinta dal concupiscibile.
Ma l'uomo (onesto) respinge le cose nocive difendendosi dalle
ingiurie, oppure vendicandosi delle ingiurie subite, non con l'intenzione
di nuocere, ma con l'intenzione di eliminare il male. E
questo è precisamente il compito della vendetta: infatti Cicerone
scrive, che "la vendetta ha il compito di respingere o di punire
la violenza, l'ingiuria, e ogni altra mancanza", o ignominia.
Dunque la vendetta è una virtù specificamente distinta.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il saldo del debito legale appartiene
alla giustizia commutativa, e il saldo del debito morale, nato
da un favore particolare, appartiene alla virtù della riconoscenza;
ebbene, allo stesso modo mentre la punizione delle colpe fatta dalla
giustizia pubblica è un atto della giustizia commutativa, quella
che è inflitta per salvaguardare l'immunità di una persona privata,
di cui si vendica l'ingiuria, appartiene alla virtù della vendetta.
2. La fortezza predispone alla vendetta togliendo gli ostacoli,
ossia la paura del pericolo da affrontare. - Lo zelo invece, in quanto
sta a indicare un amore fervente, implica la prima radice della
vendetta, poiché uno vendica le ingiurie fatte a Dio e al prossimo,
perché la carità gliele fa considerare come fatte a sé. Del resto gli
atti di qualsiasi virtù derivano tutti dalla carità; poiché a detta
di S. Gregorio, "le opere buone sono rami secchi, se non derivano
dalla radice della carità".
3. Alla vendetta si contrappongono due vizi. Il primo è per eccesso:
cioè il peccato di crudeltà o di durezza, che nel punire passa
la misura. Il secondo è per difetto, ed è proprio di chi nel punire
è troppo blando. Di qui l'ammonimento dei Proverbi: "Chi risparmia
la verga, odia il proprio figlio". Invece la virtù della vendetta
consiste nel punire, rispettando in tutte le circostanze la debita misura.
ARTICOLO
3
Se la vendetta debba esercitarsi con i castighi in uso presso gli uomini
SEMBRA che la vendetta non debba esercitarsi con i castighi in
uso presso gli uomini.
Infatti:
1. L'uccisione di un uomo è una specie di sradicamento. Ora,
il Signore comanda nel Vangelo di non sradicare la zizzania, che sta
a indicare i malvagi. Dunque non si devono mai uccidere i colpevoli.
2. Tutti quelli che peccano mortalmente son degni, a quanto pare,
della medesima pena. Perciò se alcuni che peccano mortalmente
sono puniti con la morte, tutti i peccatori dovrebbero esser puniti
con la pena di morte. Il che è falso in maniera evidente.
3. Quando uno vien punito pubblicamente, il suo peccato viene
conosciuto. E questo è dannoso per il popolo, il quale dal cattivo
esempio prende occasione di peccare. Dunque non c'è un peccato
per cui si possa infliggere la pena di morte.
IN CONTRARIO: Nella stessa legge di Dio si trova la determinazione
di codeste pene, come sopra abbiamo visto.
RISPONDO: La vendetta in tanto è lecita e virtuosa in quanto tende
a reprimere i malvagi. Ora, chi non ha amore alla virtù viene
trattenuto dal peccare, per il terrore di perdere quei beni che sono
da lui amati più di quelli conseguibili col peccato: altrimenti il timore
non impedirebbe la colpa. Perciò le colpe vanno punite con la
privazione di tutti quei beni che sono più amati dall'uomo, quali
la vita, l'incolumità del corpo, la libertà, i beni esterni, ossia le ricchezze,
la patria e il buon nome. Ecco perché, come riferisce S. Agostino, "Cicerone ha affermato che dalle leggi sono contemplati
otto generi di pene", e cioè: "la morte", che priva della vita;
"la fustigazione" e "la pena del taglione" (ossia
"occhio per occhio"),
che compromette l'incolumità del corpo; "la schiavitù" e "la carcerazione",
che toglie la libertà; "l'esilio" per cui si perde la patria; "il
danno"
che sacrifica le ricchezze; "l'infamia" che toglie il buon nome.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore proibisce di sradicare
la zizzania quando c'è il timore "di sradicare con essa anche il
frumento". Ma in altri casi è possibile sradicare i malvagi con la
morte non solo senza pericolo, ma con grande vantaggio per i buoni.
Perciò in questi casi è applicabile la pena di morte.
2. Tutti coloro che peccano mortalmente sono degni della morte
eterna rispetto alla retribuzione futura, che sarà fatta "secondo
la verità del giudizio di Dio". Ma i castighi della vita presente
sono piuttosto medicinali. E quindi la pena di morte si può infliggere
solo per quei peccati che sono gravemente dannosi per gli altri.
3. Quando la colpa viene conosciuta insieme al suo castigo, pena
di morte o altre privazioni che l'uomo aborrisce, allora la volontà
viene distolta dal peccato: poiché allora la pena atterrisce più di
quanto non attragga l'esempio della colpa.
ARTICOLO
4
Se la vendetta debba esercitarsi anche contro coloro
che involontariamente hanno contratto delle colpe
SEMBRA che la vendetta debba esercitarsi anche contro coloro che
involontariamente hanno contratto una colpa.
Infatti:
1. La volontà di una persona non dipende dalla volontà di un'altra.
Eppure l'una viene punita per l'altra, come si legge nell'Esodo: "Io sono
un Dio geloso, che visito l'iniquità dei padri nei figli sino
alla terza e alla quarta generazione". Infatti per il peccato di Cam
fu maledetto da Dio il suo figliuolo Canaan. E per il peccato di
Giezi la lebbra si trasmise ai suoi posteri. Il sangue di Cristo rese
soggetti al castigo i discendenti di quei Giudei, i quali dissero: "Il
sangue suo ricada su noi e sui nostri figli". E si legge nella Scrittura
che per il peccato di Acar il popolo di Israele fu dato nelle
mani dei nemici. Finalmente per il peccato dei figli di Eli codesto
popolo fu sconfitto dai Filistei. Dunque uno può esser punito, anche
se la sua volontà è estranea alla colpa.
2. Volontaria è l'azione che è in potere di un uomo. Ma talora la
pena viene inflitta per cose che non sono in potere dell'interessato:
p. es., quando per la lebbra contratta uno viene rimosso dall'amministrazione
di una chiesa; e quando per la miseria o malizia dei
cittadini una chiesa perde la cattedra episcopale. Dunque la vendetta
si esercita anche per delle colpe involontarie.
3. L'ignoranza causa involontarietà. Ma talora la vendetta raggiunge
anche chi è nell'ignoranza. Infatti i bambini dei Sodomiti,
sebbene fossero nell'ignoranza invincibile, perirono insieme ai loro genitori,
come si legge nella Scrittura. Parimenti per il peccato di
Datan e di Abiron furono ingoiati anche i loro piccoli. Anzi, per il
peccato degli Amaleciti, Dio comandò di uccidere persino gli animali
bruti privi di ragione. Perciò la vendetta talora va esercitata
anche contro le colpe involontarie.
4. La costrizione è assolutamente incompatibile con la volontarietà.
Ora, chi è costretto per paura a commettere un peccato, non
per questo sfugge il reato che lo lega al castigo. Dunque la vendetta
si esercita anche contro chi non ha peccato volontariamente.
5. Scrive S. Ambrogio, che
"la nave in cui si trovava Giuda era
agitata dalla tempesta: e quindi anche Pietro, che era stabile per i
suoi meriti, veniva turbato dai peccati altrui". Ma Pietro non voleva
certo il peccato di Giuda. Perciò talora è punito anche chi non
vuole la colpa.
IN CONTRARIO: Il castigo è dovuto al peccato. Ma ogni peccato è
volontario, come insegna S. Agostino. Dunque la vendetta deve esercitarsi
solo su coloro che han voluto la colpa.
RISPONDO: La pena, o castigo, può essere considerata sotto due aspetti.
Primo, sotto l'aspetto di punizione. E come tale, la pena è dovuta
solo al peccato: perché con essa viene ristabilita l'uguaglianza
della giustizia, nel senso che colui il quale peccando aveva
troppo assecondato la propria volontà, viene a subire cose contrarie
al proprio volere. Perciò, siccome ogni peccato è volontario,
compreso quello originale, secondo le spiegazioni date, è evidente
che nessuno viene punito in questo senso, se non per atti compiuti
volontariamente.
Secondo, una pena può essere considerata come medicina, non
solo per guarire dai peccati già commessi, ma per preservare dai
peccati futuri, e per spingere al bene. E sotto quest'aspetto uno può
essere castigato anche senza colpa: però non senza una causa. - Si deve
però notare che una medicina non priva mai di un bene maggiore,
per procurarne uno minore: un medico, p. es., non accecherà
mai un occhio per sanare un calcagno; tuttavia egli potrà infliggere
un danno in cose secondarie per soccorrere quelle principali.
E poiché i beni spirituali sono i beni supremi, mentre quelli temporali
sono tanto piccoli; talora uno viene castigato nei beni temporali
senza alcuna colpa, ed è così che Dio infligge molte penalità
della vita presente come prove e umiliazioni: nessuno invece viene
mai punito nei beni spirituali, sia nel tempo presente che nella
vita futura, senza sua colpa; poiché codeste punizioni non sono medicinali,
ma accompagnano la dannazione dell'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Un uomo non viene mai punito
spiritualmente per il peccato di altri: poiché la punizione spirituale
interessa l'anima, secondo la quale ciascuno è "libero di sé".
Invece uno può essere punito per il peccato di altri con una
pena temporale per tre motivi. Primo, perché nell'ordine temporale
un uomo può appartenere a un altro, e quindi viene coinvolto nel
di lui castigo. Tale è la condizione dei figli che fisicamente appartengono
al padre, e degli schiavi che appartengono ai loro padroni. - Secondo,
perché il peccato di una persona può influire sull'altra.
O per imitazione: i figli imitano così i peccati dei genitori, e
gli schiavi quelli dei padroni, peccando con maggiore audacia. Oppure
per un rapporto di meriti: i peccati dei sudditi, p. es., meritano
un prelato iniquo, secondo le parole della Scrittura: "(Dio)
fa regnare il malvagio per i peccati del popolo"; e per il peccato
di David, colpevole del censimento, fu punito tutto il popolo d'Israele,
come narra il Libro dei Re. O, finalmente, per una certa condiscendenza
o tolleranza: i buoni infatti, come nota S. Agostino, talora
sono puniti temporalmente con i cattivi, perché non li rimproverano
dei loro peccati. - Terzo, per raccomandare l'unione dell'umana società,
per cui l'uno deve preoccuparsi dell'altro perché
non cada in peccato; e anche per far detestare la colpa, dal momento
che il castigo di uno ricade su tutti, perché tutti formano un
corpo solo, come dice S. Agostino a proposito del peccato di Acar.
Il fatto poi che il Signore
"visiti l'iniquità dei padri nei figli sino
alla terza e alla quarta generazione", è più un atto di misericordia
che di severità: poiché così facendo egli non ricorre subito alla
vendetta, ma attende che in seguito i posteri si correggano; però
se la malizia di questi ultimi aumenta, è come costretto a punire.
2. Come dice S. Agostino, il giudizio degli uomini deve imitare
quello di Dio nei giudizi evidenti, secondo i quali egli infligge la
dannazione spirituale solo per i peccati personali. Invece il giudizio
umano non può imitare gli occulti giudizi di Dio, secondo i
quali egli punisce temporalmente delle persone senza loro colpa:
poiché l'uomo non può comprenderne i motivi, e sapere quello che
è utile a ciascuno. Perciò nel giudizio umano non si deve mai punire
senza colpa una persona, né con la fustigazione, né con la morte,
né con la mutilazione, né con le percosse.
Invece uno può essere punito, nel giudizio umano, con la perdita
di qualche cosa anche senza sua colpa; però non senza una
causa. E questo può avvenire in tre maniere. Primo, per il fatto
che uno, senza sua colpa, è reso incapace di ritenere o di conseguire
un bene qualsiasi: a causa della lebbra, p. es., uno può essere
rimosso dal governo di una chiesa, e a motivo della bigamia,
o per aver versato del sangue un altro può essere escluso dagli
ordini sacri. - Secondo, perché il bene di cui uno viene privato non
è un bene proprio, ma della collettività: il fatto, p. es., che una
chiesa è sede episcopale è un bene di tutta la città, e non dei
chierici soltanto. - Terzo, perché il bene di una persona può dipendere
da un'altra: nel delitto di lesa maestà, p. es., il figlio
perde l'eredità per la colpa di suo padre.
3. Secondo il giudizio di Dio i bambini sono puniti con le pene
temporali assieme ai genitori, sia perché appartengono ad essi, e
sia perché in loro Dio punisce i genitori. E infine anche perché questo
ridonda a loro bene: perché se dovessero sopravvivere, sarebbero
portati a imitare le colpe dei genitori, e quindi meriterebbero
pene più gravi. - La vendetta poi viene esercitata sugli animali e
sulle altre creature prive di ragione, perché in tal modo ne vengano
puniti i proprietari. E anche per incutere orrore del peccato.
4. La costrizione esercitata dal timore non rende un atto involontario
in senso assoluto, ma un misto di volontario e di involontario,
come abbiamo spiegato sopra.
5. Per il peccato di Giuda furono turbati anche gli altri Apostoli,
come viene turbato un popolo dal peccato di una persona; e questo,
secondo le spiegazioni date, per raccomandare la solidarietà umana.
|