Il Santo Rosario
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Questione 107

L'ingratitudine

Ed eccoci a esaminare l'ingratitudine.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se l'ingratitudine sia sempre peccato; 2. Se sia un peccato specificamente distinto; 3. Se qualsiasi ingratitudine sia peccato mortale; 4. Se essa meriti la cessazione della beneficenza.

ARTICOLO 1

Se l'ingratitudine sia sempre peccato

SEMBRA che l'ingratitudine non sempre sia peccato. Infatti:
1. Seneca insegna, che "è ingrato chi non ricompensa un beneficio". Ma talora non si può ricompensare un beneficio altro che commettendo un peccato: nel caso, p. es., in cui uno abbia aiutato altri a peccare. Dal momento, quindi, che astenersi dal peccare non è peccato, è chiaro che l'ingratitudine non sempre è peccato.
2. Qualsiasi peccato è in potere di chi pecca: poiché, come nota S. Agostino, "nessuno pecca in ciò che non può evitare". Ma talora non è in potere di un individuo evitare l'ingratitudine: p. es., quando egli non ha niente per ricompensare. E neppure è in nostro potere la dimenticanza: mentre Seneca afferma, che "il più ingrato di tutti è chi dimentica". Perciò l'ingratitudine non sempre è peccato.
3. Non sembra che faccia peccato chi non vuol essere obbligato verso nessuno, stando all'esortazione dell'Apostolo: "Non abbiate debiti verso nessuno". Ora, a dire di Seneca, "chi non vuole aver debiti è un ingrato". Dunque non sempre l'ingratitudine è una colpa.

IN CONTRARIO: S. Paolo enumera l'ingratitudine in mezzo ad altri peccati: "Disobbedienti ai genitori, ingrati, empi".

RISPONDO: Il debito della gratitudine è un debito morale, come sopra abbiamo detto, richiesto dalla virtù: Ma un'azione è peccaminosa per il fatto che è in contrasto con la virtù. Perciò è evidente che qualsiasi ingratitudine è peccato.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La gratitudine suppone un beneficio. Chi invece aiuta a peccare non offre un beneficio ma un danno. Egli quindi non merita riconoscenza, se non per l'eventuale buona fede, in caso d'inganno, cioè perché fu di aiuto a peccare, persuaso di farlo per il bene. Ma allora non si deve ricompensare aiutandolo nella colpa: poiché questo non sarebbe ricompensare il bene, bensì il male, il che è incompatibile con la riconoscenza.
2. L'impossibilità di ricompensare non è mai una scusa per l'ingratitudine, dal momento che a soddisfare il debito della riconoscenza basta, come abbiamo visto, la buona volontà. - La dimenticanza, poi che costituisce l'ingratitudine è quella dovuta a negligenza, non già quella proveniente da un difetto naturale. Infatti, come nota Seneca, "chi si è lasciato vincere dalla dimenticanza dimostra di non aver mai pensato a ricompensare".
3. Il debito della riconoscenza nasce da quello dell'amore, dal quale nessuno deve desiderare di essere assolto. Perciò il sentire questo debito come un peso deriva da una mancanza di amore verso i propri benefattori.

ARTICOLO 2

Se l'ingratitudine sia un peccato specifico

SEMBRA che l'ingratitudine non sia un peccato specifico. Infatti:
1. Tutti quelli che peccano agiscono contro Dio, che è il nostro massimo benefattore. Ma questa è un'ingratitudine. Dunque l'ingratitudine non è un peccato specifico.
2. Nessun peccato specifico può appartenere a più generi di peccati. Invece uno può essere ingrato con peccati di vario genere: denigrando, p. es., il benefattore, derubandolo, oppure commettendo altre colpe contro di lui. Perciò l'ingratitudine non è un peccato specifico.
3. Seneca ha scritto: "È ingrato chi dissimula il beneficio; ingrato chi non lo contraccambia; ingratissimo chi se ne dimentica". Ma questi atti non appartengono a una medesima specie di peccato. Quindi l'ingratitudine non è un peccato specificamente distinto.

IN CONTRARIO: L'ingratitudine si contrappone alla riconoscenza, o gratitudine, che è una virtù specifica. Dunque è un peccato specifico.

RISPONDO: La denominazione opposta a una data virtù viene assunta da quel vizio che è più incompatibile con essa: l'illiberalità (o spilorceria), p. es., è più incompatibile con la liberalità che la prodigalità. Ora, alla virtù della gratitudine si contrappone anche un vizio per eccesso, che consiste nel ricompensare, o persone che non lo meritano, o più presto del dovuto, come sopra abbiamo visto. Ma il vizio per difetto si contrappone maggiormente alla gratitudine: poiché questa virtù tende persino a rendere in sovrappiù, come abbiamo notato sopra. Perciò propriamente l'ingratitudine sta a indicare la mancanza di gratitudine. Ma ogni mancanza o privazione viene specificata in base all'abito opposto: infatti cecità e sordità differiscono come vista e udito. Quindi come è una virtù specifica la riconoscenza, o gratitudine, così è un peccato specifico l'ingratitudine.
Questa però ha diversi gradi secondo l'ordine degli elementi richiesti dalla gratitudine. Il primo di essi è che il beneficato riconosca il beneficio ricevuto; il secondo è il ringraziare a parole; il terzo è il ricompensare a tempo opportuno secondo le proprie capacità. Ora, siccome "l'elemento che è ultimo in ordine di generazione di una cosa è il primo nella sua decomposizione", il primo grado dell'ingratitudine si ha nel non ricompensare il beneficio ricevuto; il secondo nel dissimularlo, non mostrando di averlo ricevuto; il terzo, che è quello più grave, nel non riconoscerlo, o per dimenticanza, o per altri motivi. - E poiché l'affermazione contraria implica la negazione rispettiva, al primo grado d'ingratitudine corrisponde render male per bene; al secondo disprezzare il beneficio; al terzo reputarlo un maleficio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. In ogni peccato c'è una materiale ingratitudine verso Dio, in quanto si compie qualche cosa che può essere materia d'ingratitudine. Ma si ha ingratitudine formale quando si disprezza direttamente un beneficio. E questo è un peccato specifico.
2. Niente impedisce che la ragione formale di un peccato specifico si riscontri materialmente in molti generi di peccati. È in tal senso che si riscontra in peccati di vario genere la ragione formale dell'ingratitudine.
3. Quei tre atti non sono specificamente distinti, ma gradi diversi di un unico peccato specifico.

ARTICOLO 3

Se l'ingratitudine sia sempre peccato mortale

SEMBRA che l'ingratitudine sia sempre peccato mortale. Infatti:
1. La riconoscenza è dovuta soprattutto a Dio. Ma col peccato veniale non si è ingrati verso Dio; altrimenti tutti sarebbero ingrati. Dunque l'ingratitudine non è mai peccato veniale.
2. Abbiamo visto sopra che un peccato è mortale perché si contrappone alla carità. Ora, l'ingratitudine, come abbiamo notato, si contrappone alla carità, dalla quale deriva il debito della gratitudine. Perciò l'ingratitudine è sempre peccato mortale.
3. Seneca ha scritto: "La legge della beneficenza è questa: il benefattore deve subito dimenticare, mentre il beneficato deve sempre ricordarsene". Ma il primo deve dimenticare, a quanto sembra, per non rilevare il peccato del beneficato, qualora mancasse di gratitudine. Questo però non si richiederebbe, se l'ingratitudine fosse un peccato leggero. Dunque l'ingratitudine è sempre peccato mortale.

IN CONTRARIO: A nessuno si deve dare occasione di peccare mortalmente. Ora, Seneca insegna, che "talora bisogna ingannare il beneficato, in modo che egli non sappia da chi ha ricevuto": ma così si offre al beneficato l'occasione di essere ingrato. Perciò l'ingratitudine non sempre è peccato mortale.

RISPONDO: Nell'articolo precedente abbiamo ben chiarito che si può essere ingrati in due maniere. Primo, per semplice omissione: quando uno, p. es., non riconosce interamente o esternamente il beneficio, oppure non contraccambia. E questo non sempre è peccato mortale. Poiché il debito della gratitudine abbraccia anche, come sopra abbiamo notato, un sovrappiù cui non si è strettamente tenuti: e quindi se uno lo tralascia, non fa peccato mortale. Tuttavia si ha un peccato veniale: poiché ciò deriva da una certa negligenza, oppure da una scarsa inclinazione alla virtù. Talora però tale ingratitudine può anche essere peccato mortale: o per il disprezzo del beneficio ricevuto; oppure per il compenso che viene negato, e che è dovuto rigorosamente al benefattore, o in modo assoluto, o in caso di necessità. - Secondo, si può essere ingrati non solo trascurando il debito della riconoscenza, ma rendendo male per bene. Anche in questo caso il peccato può essere mortale, o veniale secondo le azioni che vengono compiute. - Si deve però notare che l'ingratitudine commessa con un peccato mortale ha perfetta natura d'ingratitudine: mentre quella compiuta con un peccato veniale è un'ingratitudine imperfetta.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Col peccato veniale non si è ingrati verso Dio con un'ingratitudine perfetta. Tuttavia la colpa veniale ha un aspetto d'ingratitudine, in quanto sacrifica un atto virtuoso col quale l'uomo deve rendere onore a Dio.
2. L'ingratitudine implicita nel peccato veniale non è contraria, ma estranea alla carità: poiché essa non esclude la carità, bensì un atto della medesima.
3. Lo stesso Seneca spiega: "Sarebbe un errore credere che quando affermiamo per il benefattore il dovere di dimenticare il beneficio, gli si voglia proibire il ricordo di un'azione, e per di più virtuosa. Perciò quando diciamo che non deve ricordarla, vogliamo intendere che non deve fare pubblicità o vantarsene".
4. Chi non sa di essere stato beneficato non cade nell'ingratitudine, se non contraccambia, purché sia disposto a farlo venendolo a sapere. Ma talora è cosa lodevole che il beneficato non lo sappia; sia per evitare la vanagloria, sull'esempio di S. Nicola, il quale per fuggire la lode umana gettò di nascosto denaro dentro una casa; sia perché così compie una carità anche più grande, risparmiando al beneficato la vergogna della sua indigenza.

ARTICOLO 4

Se si debba desistere dal beneficare gli ingrati

SEMBRA che si debba desistere dal beneficare gli ingrati. Infatti:
1. Nella Scrittura si legge: "La speranza dell'ingrato si scioglierà come ghiaccio invernale". Ma la sua speranza non si dissolverebbe, se non meritasse la cessazione della beneficenza. Dunque si deve cessare di far del bene agli ingrati.
2. A nessuno si devono offrire occasioni di peccato. Ora, l'ingrato nel ricevere i benefici prende occasione di peccare d'ingratitudine. Perciò gli va negata la beneficenza.
3. Come dice la Sapienza, "le cose stesse con le quali uno pecca devono servire a tormentarlo". Ora, l'ingrato pecca contro la beneficenza per il bene ricevuto. Dunque deve esserne privato.

IN CONTRARIO: Nel Vangelo si legge, che "l'Altissimo è benigno anche verso gli ingrati e i cattivi". Ma noi dobbiamo essere suoi figli per imitazione, come si dice in quel passo. Perciò non dobbiamo rifiutarci di beneficare gli ingrati.

RISPONDO: A proposito dell'ingratitudine si devono considerare due cose. Primo, ciò che l'ingrato si merita. E da questo lato è certo che costui merita che si cessi di beneficarlo. - Secondo, si deve considerare quello che deve compiere il benefattore. Ebbene, in primo luogo egli non deve esser facile a credere nell'ingratitudine: poiché, come dice Seneca, "spesso chi non ha dato il contraccambio è pieno di gratitudine", non avendo ancora trovato i mezzi, o l'occasione buona per farlo. Secondo, egli deve mirare a render grato chi è ingrato: e se non è riuscito col primo beneficio, può riuscire con quelli successivi. Ma se con la ripetizione dei benefici l'altro aumentasse la sua ingratitudine e divenisse peggiore, allora deve cessare dal beneficarlo.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il testo citato parla (solo) di quello che l'ingrato si merita.
2. Chi fa del bene a un ingrato non offre a lui un'occasione di peccato, ma piuttosto di gratitudine e di amore. E se chi lo riceve ne prende occasione di commettere un'ingratitudine, non va imputato al benefattore.
3. Chi offre un beneficio non deve subito trasformarsi in giustiziere dell'ingratitudine subita, ma in medico pietoso: cioè deve fare in modo da guarire l'ingratitudine moltiplicando i benefici.