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Questione
104
L'obbedienza
Passiamo quindi a parlare dell'obbedienza.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se un uomo sia tenuto
a ubbidire a un altro uomo; 2. Se l'obbedienza sia una speciale virtù;
3. Confronto di essa con le altre virtù; 4. Se a Dio si debba
ubbidire in tutto; 5. Se i sudditi sian tenuti a ubbidire in tutto ai
loro superiori; 6. Se i fedeli siano tenuti a ubbidire alle autorità civili.
ARTICOLO
1
Se un uomo sia tenuto a ubbidire a un altro
SEMBRA che un uomo non sia tenuto a ubbidire a un altro.
Infatti:
1. Non si può far nulla contro ciò che Dio ha istituito. Ora, per
istituzione divina l'uomo deve essere governato dalla propria deliberazione,
secondo le parole della Scrittura: "Dio da principio creò
l'uomo e lo lasciò in mano della sua deliberazione". Dunque un
uomo non è tenuto a ubbidire a un altro uomo.
2. Se uno fosse tenuto a ubbidire, dovrebbe tenere la volontà di
chi comanda come regola del proprio agire. Ma soltanto la volontà
di Dio, che è sempre retta, costituisce la regola dell'agire umano.
Perciò l'uomo è tenuto a ubbidire soltanto a Dio.
3. I servizi tanto più sono graditi quanto più sono spontanei. Ma
ciò che uno compie perché dovuto non è spontaneo. Quindi se uno
fosse tenuto a ubbidire ad altri nel compiere opere buone, per ciò
stesso le opere imposte dall'obbedienza diventerebbero meno gradite.
Dunque non si è tenuti a ubbidire a un altro uomo.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Ubbidite ai vostri superiori e siate
loro sottomessi".
RISPONDO: Come le attività degli esseri fisici derivano dalle loro
capacità naturali, così le azioni umane derivano dalla volontà dell'uomo.
Ora, per gli esseri fisici si esige che i corpi inferiori siano
mossi alle loro attività dai corpi superiori, in forza della virtù
naturale più efficace che Dio loro concede. Perciò anche nell'attività
umana è necessario che i superiori con la loro volontà muovano gli
inferiori, in forza dell'autorità che Dio ha loro conferito. E questo
muovere mediante la ragione e la volontà è comandare. Quindi,
come l'ordine naturale istituito da Dio esige che tra gli esseri fisici
ci sia subordinazione all'influsso degli esseri superiori, così la vita
umana esige, per disposizione del diritto naturale e divino, che
gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dio ha lasciato l'uomo nelle mani
della propria deliberazione, non perché gli sia lecito fare quello che
vuole; ma perché a compiere il da farsi egli non viene costretto da
una necessità naturale, come le creature prive di ragione, bensì
viene guidato da una libera scelta scaturita dalla propria deliberazione.
E quindi, come codesta deliberazione lo porta a fare le
altre cose, così lo porta anche a ubbidire ai propri superiori;
infatti, a dire di S. Gregorio, "quando ci sottomettiamo umilmente
all'ordine di un altro, nel nostro cuore vinciamo noi stessi".
2. La volontà di Dio è la prima norma che deve regolare tutte
le volontà create; ma ad essa ciascuna si avvicina di più o di meno,
secondo l'ordine stabilito da Dio. Ecco perché la volontà di un
uomo che comanda può essere come una norma secondaria del
volere di chi è tenuto a ubbidire.
3. Una cosa può essere spontanea in due maniere. Primo, per
l'azione stessa compiuta; cioè nel senso che uno non è obbligato
a farla. Secondo, per parte di chi la compie: nel senso che uno
la compie con volontà libera. Orbene, un atto è virtuoso, lodevole
e meritorio specialmente in quanto deriva dalla volontà. Perciò, pur essendo doveroso ubbidire, tuttavia se si ubbidisce con prontezza
di volontà, non per questo viene diminuito il merito: specialmente
ciò non avviene presso Dio, il quale non vede soltanto le azioni esterne,
ma anche l'interno volere.
ARTICOLO
2
Se l'obbedienza sia una virtù specificamente distinta
SEMBRA che l'obbedienza non sia una virtù specificamente distinta.
Infatti:
1. L'obbedienza si contrappone alla disobbedienza. Ma la
disobbedienza è un peccato generico: infatti S. Ambrogio ha scritto che
il peccato è "una disobbedienza alla legge di Dio". Perciò l'obbedienza
non è una virtù specifica, ma generica.
2. Una virtù specifica o è teologale, o è una virtù morale. Ora,
l'obbedienza non è una virtù teologale: poiché non si riduce né alla fede,
né alla speranza, né alla carità. E neppure è una virtù morale:
poiché non consiste nel giusto mezzo fra il troppo poco e il
superfluo; infatti più uno è obbediente più merita lode. Dunque
l'obbedienza non è una speciale virtù.
3. S. Gregorio afferma che
"l'obbedienza tanto più è meritoria e
lodevole, quanto meno uno ci mette del suo". Invece qualsiasi virtù
specifica tanto più viene lodata quanto più uno ci mette del suo:
poiché per la virtù si richiede volizione ed elezione, come nota Aristotele.
Perciò l'obbedienza non è una virtù specificamente distinta.
4. Le virtù si distinguono tra loro
specificamente in base all'oggetto.
Ma oggetto dell'obbedienza è il comando dei superiori: i quali
possono essere molto diversi, secondo le diversità del loro grado.
Dunque l'obbedienza è una virtù generica, che abbraccia molte virtù specifiche.
IN CONTRARIO: L'obbedienza, come abbiamo detto, è elencata da alcuni
tra le parti della giustizia.
RISPONDO: Per ogni opera buona che ha un motivo specifico di
lode va determinata una speciale virtù: infatti è proprio della virtù "render
buona l'opera" che si compie. Ma ubbidire ai superiori
è un dovere, come abbiamo visto, stabilito dall'ordine che Dio ha
posto nelle cose; e quindi è un bene, poiché il bene consiste, a detta
di S. Agostino, "nel modo o misura, nella specie e nell'ordine".
Ora, questo atto riceve un motivo speciale di lode da un oggetto
specifico. Infatti mentre gli inferiori sono tenuti a rendere più cose
ai loro superiori, tra le altre c'è quest'obbligo speciale, che son
tenuti a ubbidire ai loro comandi. Dunque l'obbedienza è una
speciale virtù: e il suo oggetto specifico è il comando tacito o espresso.
Poiché la volontà del superiore, comunque venga conosciuta, è
un tacito precetto: e l'obbedienza è tanto più pronta, quanto più
previene il comando espresso, una volta conosciuta la volontà del superiore.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Niente impedisce che in un identico
oggetto materiale si riscontrino due aspetti specifici cui si riferiscono
due specifiche virtù: un soldato, p. es., nel difendere un castello
del suo re compie un atto di fortezza perché rischia il bene proprio
affrontando pericoli di morte, e fa un atto di giustizia rendendo
al suo sovrano il doveroso servizio. Perciò l'aspetto o formalità
del comando, che è oggetto dell'obbedienza, può riscontrarsi
in atti di tutte le virtù: ma non si riscontra in qualsiasi atto di
virtù, poiché non tutti codesti atti sono di precetto, come sopra
abbiamo notato. Parimenti talora sono oggetto di comando cose
indifferenti, che non appartengono a nessuna virtù: com'è evidente
nelle azioni che son cattive solo perché proibite.
Perciò se prendiamo l'obbedienza in senso rigoroso, in quanto ha
di mira il precetto o comando come tale, allora si tratta di una virtù
specifica, e anche la disobbedienza correlativa è un peccato specifico.
Si richiede allora, per l'obbedienza, che uno compia un atto
di giustizia o di altra virtù, volendo adempiere così un comando: e
per la disobbedienza si richiede che uno abbia l'intenzione attuale
di trasgredirlo. - Se invece si prende il termine obbedienza in senso
lato per l'esecuzione di un atto qualsiasi che può essere comandato,
o quello di disobbedienza per l'omissione di esso con un'intenzione
qualsiasi; allora l'obbedienza è virtù generica, e la disobbedienza
è un peccato generico.
2. L'obbedienza non è una virtù teologale. Essa infatti non ha
per oggetto Dio, ma il comando di qualunque superiore, sia espresso
che interpretativo, cioè, anche la semplice parola del superiore
che ne indichi la volontà, al quale l'obbediente prontamente ubbidisce,
secondo l'esortazione paolina: "Ubbidiscano a una parola". - Essa è
una virtù morale, essendo tra le parti della giustizia:
e consiste nel giusto mezzo tra il troppo poco e il superfluo.
Ma qui il
superfluo non si misura dalla quantità, bensì da altre
circostanze: e cioè dal fatto che uno ubbidisce o a chi non deve,
oppure in cose inammissibili, come abbiamo detto sopra parlando
della religione. - Si potrebbe però anche rispondere che la condizione
della giustizia, in cui il superfiuo si riscontra in colui che
possiede la roba d'altri, e la menomazione in chi non riceve quanto
gli è dovuto, si ripete anche per l'obbedienza, il cui giusto mezzo
sta tra il superfluo di chi nega al superiore il debito dell'obbedienza,
perché esagera nel compiere la propria volontà, e la menomazione
di cui soffre il superiore al quale non si ubbidisce.
Sotto quest'aspetto l'obbedienza, come la giustizia di cui abbiamo
già parlato, non consiste nel giusto mezzo tra due cose cattive.
3. L'obbedienza, come
ogni altra virtù, deve avere la volontà
pronta verso l'oggetto suo proprio, non già verso quanto è con esso
incompatibile. Ora, oggetto proprio dell'obbedienza è il precetto,
che promana dalla volontà di un altro. Quindi l'obbedienza rende
pronta la volontà di un uomo a compiere la volontà altrui, cioè di
chi comanda. Ma se quanto gli si comanda è a lui per se stesso
gradito a prescindere dal comando, come avviene nelle cose piacevoli,
allora egli vi tende di propria volontà, e non sembra che
adempia il comando, ma che lo faccia di proprio arbitrio. Invece
quando le cose comandate in nessun modo son volute direttamente,
ma di suo ripugnano alla propria volontà, come avviene nelle cose
difficili, allora è ben chiaro che esse si adempiono solo per il comando
ricevuto. Ecco perché S. Gregorio afferma, che "l'obbedienza
la quale mette qualche cosa di suo nelle azioni piacevoli
è nulla, oppure è minima", poiché la propria volontà non sembra
tendere a soddisfare il precetto, bensì a conseguire ciò che vuole; "invece
nelle cose avverse e difficili essa è più grande", poiché
la volontà tende unicamente a eseguire il comando.
Questo però vale per quello che
appare all'esterno. Ma nel
giudizio di Dio, scrutatore di cuori, può capitare che anche l'obbedienza
nelle cose piacevoli, pur avendo qualche cosa di proprio,
non sia per questo meno lodevole: e cioè se la volontà propria di
chi ubbidisce non tenda con meno devozione a eseguire il comando.
4. Di suo la riverenza, o rispetto ha di mira direttamente la persona
del superiore: e quindi secondo i vari gradi di superiorità
presenta una varietà di specie. L'obbedienza invece ha di mira il
precetto del superiore: e quindi è sempre di una stessa natura.
Però, siccome l'obbedienza è dovuta al comando per il rispetto che
merita la persona, è evidente che essa è sempre della medesima
specie, pur derivando da cause specificamente diverse.
ARTICOLO
3
Se l'obbedienza sia la più grande delle virtù
SEMBRA che l'obbedienza sia la più grande delle virtù.
Infatti:
1. Nella Scrittura si legge:
"L'obbedienza vale assai più
delle vittime". Ma l'offerta delle vittime appartiene alla religione
che è la prima tra le virtù morali, come sopra abbiamo detto. Dunque
l'obbedienza è la prima tra tutte le virtù.
2. S. Gregorio insegna, che
"l'obbedienza è la sola virtù che
semina nell'animo le altre virtù, e ve le custodisce". Ma la causa
è superiore all'effetto. Perciò l'obbedienza è superiore a ogni altra virtù.
3. Lo stesso S. Gregorio ha scritto, che
"per obbedienza mai si
deve far del male, però talora per obbedienza si deve tralasciare
il bene che si sta facendo". Ma un bene non si può lasciare che
per un bene maggiore. Dunque l'obbedienza, per cui si tralasciano
gli atti buoni delle altre virtù, è superiore ad esse.
IN CONTRARIO: L'obbedienza è lodevole in quanto procede dalla carità;
poiché, a detta di S. Gregorio, "l'obbedienza non va osservata
per timore servile, ma per un trasporto di carità: non per
timore del castigo, ma per amore della giustizia". Perciò la carità
è una virtù superiore all'obbedienza.
RISPONDO: Come il peccato consiste nel fatto che l'uomo aderisce
a dei beni corruttibili, disprezzando Dio, così il merito dell'atto
virtuoso consiste al contrario nel fatto che egli aderisce a
Dio, disprezzando i beni creati. Ora, il fine è sempre superiore ai
mezzi fatti per raggiungerlo. Perciò se i beni creati vengono disprezzati
per aderire a Dio, la virtù merita più lode nell'atto in
cui aderisce a Dio, che in quello in cui disprezza i beni terreni.
Ecco quindi che le virtù con le quali direttamente si aderisce a
Dio, ossia le virtù teologali, sono superiori a quelle morali, che
hanno il compito di disprezzare qualche bene terreno per aderire a Dio.
E tra le virtù morali una è superiore all'altra nella misura in
cui, per aderire a Dio, si disprezza un bene più grande. Ora, tre
sono i generi di bene che l'uomo può disprezzare per Dio: all'infimo
grado ci sono i beni esterni; in quello intermedio i beni del
corpo; e in quello più alto i beni dell'anima, tra i quali occupa
il primo posto, in qualche modo, la volontà; cioè in quanto con
la volontà l'uomo fa uso di tutti gli altri beni. Perciò di suo è
più lodevole l'obbedienza la quale sacrifica a Dio la propria volontà,
che le altre virtù morali, con cui si sacrificano a Dio altri
beni. Ecco perché S. Gregorio afferma che "giustamente l'obbedienza
vien preferita alle vittime; poiché con le vittime si uccide
la carne altrui, mentre con l'obbedienza si uccide la propria volontà".
Del resto tutte le altre opere di bene in tanto sono meritorie
presso Dio, in quanto si ubbidisce ai divini voleri. Infatti anche
se uno subisse il martirio, o distribuisse tutti i suoi beni ai poveri,
se non ordinasse tutto questo al compimento della volontà di Dio,
che direttamente appartiene all'obbedienza, i suoi atti non potrebbero
essere meritori: allo stesso modo che se fossero compiuti senza
la carità, la quale è inconcepibile senza l'obbedienza. Poiché sta
scritto: "Chi dice di conoscere Dio e non osserva i suoi comandamenti è
bugiardo; invece chi osserva la sua parola, in lui
la carità di Dio è veramente perfetta". Ecco perché si dice
che l'amicizia fa "volere o non volere le medesime cose".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'obbedienza nasce dal rispetto, il
quale offre ai superiori prestazioni e onore. E sotto quest'aspetto
essa rientra in molte virtù: sebbene considerata in se stessa, in
quanto ha di mira il comando come tale, sia una virtù specifica.
Perciò in quanto deriva dal rispetto verso le autorità rientra in
qualche modo nell'osservanza. In quanto deriva dal rispetto verso
i genitori rientra nella pietà. E in quanto deriva dal rispetto verso
Dio ricade nella religione: e precisamente nella devozione, che è
l'atto principale di tale virtù. Ecco perché è cosa più lodevole
ubbidire a Dio che offrire sacrifici. - Anche perché, come dice
S. Gregorio, "nel sacrificio viene uccisa la carne altrui, mentre
con l'obbedienza si uccide la propria volontà".
Tuttavia nel caso particolare, di cui
parlava Samuele, sarebbe
stato semplicemente meglio che Saul avesse ubbidito a Dio,
piuttosto che sacrificare i pingui animali degli Amaleciti contro il
comando di Dio.
2. Nell'obbedienza rientrano tutti gli atti di virtù in quanto sono
comandati. Perciò in quanto gli atti di tutte le virtù agiscono in
maniera causale o dispositiva alla produzione e alla conservazione
di esse, si può dire che l'obbedienza semina e custodisce tutte le virtù.
Non ne segue però che l'obbedienza sia in modo assoluto la
virtù principale, e questo per due motivi. Primo, perché sebbene
un atto virtuoso possa sempre essere oggetto di un comando, tuttavia
uno può compierlo senza badare al comando. E quindi se
ci sono delle virtù il cui oggetto è per natura anteriore al precetto,
codeste virtù sono per natura superiori all'obbedienza: tale è il
caso della fede che ci fa conoscere la sublimità della rivelazione
divina, da cui deriva ad essa il potere di comandare. - Secondo,
perché l'infusione della grazia e delle virtù può precedere, anche
cronologicamente, qualsiasi atto di virtù. Perciò l'obbedienza non
è la prima delle virtù, né in ordine di natura, né in ordine di tempo.
3. Il bene è di due specie. C'è un bene che si è tenuti a compiere
per necessità: come amare Dio e altre azioni del genere. E codesto
bene in nessun modo si deve tralasciare. - C'è poi un bene cui
non si è tenuti per necessità. E questo bene talora uno è tenuto
a tralasciarlo per obbedienza, essendo tenuto ad essa per necessità:
poiché nessuno deve compiere un bene commettendo una colpa.
Tuttavia, come dice lo stesso S. Gregorio, "chi proibisce ai sudditi
un bene qualsiasi, deve permetterne molti altri, per non uccidere
alla radice l'animo di chi deve ubbidire, rendendolo rigorosamente
digiuno di ogni bene". Ecco allora che con l'obbedienza e con le
altre opere buone si può compensare la privazione di un bene.
ARTICOLO
4
Se a Dio si debba ubbidire in tutto
SEMBRA che a Dio non si debba ubbidire in tutto.
Infatti:
1. Nel Vangelo si legge che il Signore diede questo comando
ai due ciechi guariti: "Badate che nessuno lo venga a sapere.
Ma quelli usciti di là diffusero la notizia per tutta la contrada".
E tuttavia essi non vengono rimproverati. Perciò è chiaro che non in
tutto siamo tenuti a ubbidire a Dio.
2. Nessuno può esser tenuto a compiere delle cose contrarie
alla virtù. Ma Dio ha dato dei comandi contrari alla virtù: come
quando comandò ad Abramo di uccidere il figlio innocente; e
quando impose agli Ebrei di rubare la roba degli Egiziani, cose
che son contrarie alla giustizia; o quando ad Osea impose di
prendere per moglie un'adultera, il che è contro la castità.
Perciò a Dio non si deve ubbidire in tutto.
3. Chi ubbidisce a Dio uniforma la propria volontà a quella di
Dio anche nelle cose volute. Ora, noi non siamo tenuti, come sopra
abbiamo detto, a uniformare la nostra volontà a quella di Dio in
tutte le cose da essa volute. Dunque non si è tenuti a ubbidire a
Dio in tutte le cose.
IN CONTRARIO: Nell'Esodo si legge:
"Tutto quello che il Signore
ha detto l'eseguiremo, e gli saremo obbedienti".
RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, chi ubbidisce viene mosso
dal comando del superiore, come gli esseri fisici, o materiali son
mossi dai loro motori. Dio però, come è il primo motore di tutte le
cose materiali, è anche il primo motore di tutte le volontà, come
abbiamo dimostrato in precedenza. Perciò come tutti gli esseri materiali
sottostanno per naturale necessità alla mozione divina, così
per una necessità (morale, o) di giustizia tutte le volontà son
tenute a ubbidire al comando di Dio.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Signore disse ai due ciechi di
tener nascosto il miracolo, non con l'intenzione di obbligarli con
un comando divino; bensì, come spiega S. Gregorio, "per dare un
esempio ai suoi seguaci: affinché desiderino anch'essi di nascondere
le loro virtù; e tuttavia siano di esempio agli altri per la manifestazione
di esse, fatta loro malgrado".
2. Dio, come non compie nulla contro natura, poiché, a detta
della Glossa, "la natura di ogni cosa consiste nel fatto che Dio
opera in essa", tuttavia compie alcune cose contro il corso
ordinario della natura; così egli non può comandare nulla contro la
virtù, poiché la virtù e la rettitudine della volontà umana consiste
principalmente nel conformarsi ai voleri di Dio e nell'eseguire i
suoi comandi, sebbene siano contrari alla norma ordinaria della
virtù. Ecco perché il comando fatto ad Abramo di uccidere il figlio
innocente non era contro la giustizia: poiché Dio è la causa della
vita e della morte. - Parimenti non era contro la giustizia l'ordine
dato agli ebrei di prendere la roba degli egiziani: poiché tutte le
cose appartengono a Dio, ed egli può darle a chi vuole. - Finalmente
non era contro la castità il comando dato ad Osea di prendere
una sposa adultera: perché Dio è egli stesso l'ordinatore della
generazione umana, e quindi il modo di usar le donne è precisamente
quello che Dio ha stabilito. - È chiaro, quindi, che nell'ubbidire
a Dio, o nel volergli ubbidire, costoro non fecero peccato.
3. Sebbene non si sia tenuti sempre a volere le cose che Dio vuole
(o dispone), tuttavia siamo tenuti a voler sempre quanto Dio vuole
che noi vogliamo. E questo lo conosciamo specialmente dai precetti
di Dio. Perciò siamo tenuti a ubbidire a tutti i comandi divini.
ARTICOLO
5
Se i sudditi sian tenuti a ubbidire in tutto ai loro superiori
SEMBRA che i sudditi sian tenuti a ubbidire in tutto ai loro superiori.
Infatti:
1. L'Apostolo così scrive ai Colossesi:
"Figli, siate
obbedienti ai genitori in tutto". E continua poco dopo: "Servi, ubbidite
in tutto a quelli che secondo la carne sono vostri padroni".
Quindi per gli stessi motivi anche gli altri sudditi devono ubbidire
in tutto ai loro superiori.
2. I superiori sono gli intermediari tra Dio e i sudditi, secondo
quelle parole di Mosè: "Io fui in quel tempo rappresentante vostro
e intermediario fra il Signore e voi, per riferirvi le sue parole".
Ora, da un estremo non si raggiunge l'estremo opposto, se non
attraverso le cose intermedie. Perciò i comandi dei superiori sono
da ritenersi come comandi di Dio. Infatti S. Paolo ai Galati
scriveva: "Mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù";
e ai Tessalonicesi: "Avete accolto la parola di Dio da noi udita,
e l'avete accettata non come parola di uomini, ma, com'è davvero,
quale parola di Dio". Perciò un uomo com'è tenuto a ubbidire a
Dio in tutto, così è tenuto a farlo anche verso i superiori.
3. Nella loro professione i religiosi accettano l'obbedienza come
accettano la castità e la povertà. Ma il religioso è tenuto a osservare
la castità e la povertà in tutto. Dunque è tenuto anche a ubbidire in tutto.
IN CONTRARIO: Sta scritto:
"Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini".
Ma talora i comandi dei superiori sono contro Dio.
Dunque non in tutto si deve ubbidire ai superiori.
RISPONDO: Secondo le spiegazioni date, chi ubbidisce vien mosso
da chi comanda con una certa necessità (morale o) di giustizia,
come gli esseri fisici, o materiali sono mossi dal loro motore con
una necessità naturale. Ora, due sono le ragioni per cui un essere
materiale può non subire la mozione del suo motore. Primo, per
l'ostacolo posto dalla virtù superiore di un'altra causa movente:
il legno, p. es., non viene bruciato dal fuoco se trova l'ostacolo
della forza superiore dell'acqua. Secondo, da una mancanza di
disposizione da parte del soggetto in rapporto alla mozione della
causa agente. Poiché sebbene il soggetto sia disposto all'influsso
di essa per certe cose, non lo è in tutto e per tutto: l'umido, p. es.,
talora è disposto all'azione del calore flno ad esserne riscaldato,
ma non fino all'essiccazione e alla consunzione.
Parimenti, due sono i motivi per cui un suddito può non esser
tenuto a ubbidire in tutto al proprio superiore. Primo, per il
comando di un'autorità più grande. Nel commentare, infatti, quel
detto dell'Apostolo: "Coloro che resistono si tirano addosso la condanna",
la Glossa commenta: "Se l'amministratore comanda una cosa,
dovrai forse farla, se comanda contro gli ordini del proconsole?
E se lo stesso proconsole ti comanda una cosa, mentre l'imperatore
ne comanda un'altra, c'è forse da dubitare che bisogna ubbidire
a quest'ultimo senza badare al primo? Perciò se l'imperatore
comanda una cosa, e Dio comanda il contrario, si deve
ubbidire a Dio senza badare all'imperatore".
Secondo, un suddito non è tenuto a ubbidire al superiore, se
questi gli comanda cose nelle quali non è a lui sottoposto. Seneca
infatti afferma: "Sbaglia chi pensa che il dominio sullo schiavo
abbracci tutto l'uomo. La sua parte più nobile ne è eccettuata. Ai
padroni sono sottoposti e assegnati i corpi: ma l'anima è libera".
Perciò nelle cose riguardanti i moti interiori della volontà non
siamo tenuti a ubbidire agli uomini, ma soltanto a Dio.
Siamo tenuti invece a ubbidire agli uomini negli atti esterni
da eseguirsi col corpo. Tuttavia anche in questi atti, quando
incidono sulla natura del corpo, come il sostentamento, o la generazione
della prole, un uomo non è tenuto a ubbidire ad altri uomini,
ma a Dio soltanto, poiché quanto alla natura tutti gli uomini sono
uguali. Perciò gli schiavi non son tenuti a ubbidire ai padroni,
né i figli ai genitori, quando si tratta di contrarre il matrimonio,
o di custodire la verginità, o di altre cose del genere. - Ma un
suddito è tenuto a ubbidire nelle cose riguardanti la disposizione
degli atti e delle cose umane, secondo l'autorità specifica di chi
comanda: il soldato p. es., è tenuto a ubbidire al capo dell'esercito
nelle cose relative alla guerra; lo schiavo, o servo, è obbligato a
sottostare al padrone nell'esercizio delle sue mansioni; un figlio
deve ubbidire al padre nelle cose riguardanti la condotta e la cura
della casa; e così via.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'espressione dell'Apostolo,
"in tutto", va intesa per le cose che rientrano nei diritti del padre,
o del padrone.
2. A Dio l'uomo è soggetto in modo assoluto e in tutte le cose,
sia interne che esterne: ecco perché è tenuto a ubbidirgli in tutto.
Ma i sudditi non sono soggetti in tutto ai loro superiori, bensì in
alcune cose determinate. E solo in rapporto a queste essi sono
intermediari tra Dio e i sudditi. Invece per tutte le altre cose sono
sottoposti a Dio, il quale li guida con la legge naturale, o con quella scritta.
3. I religiosi professano obbedienza per quel che riguarda la
vita regolare, in cui sono soggetti ai loro superiori. Perciò essi son
tenuti a ubbidire soltanto nelle cose che possono riguardare codesta vita.
E questa obbedienza è sufficiente per salvarsi. Se poi
essi vogliono ubbidire anche in altre cose, questo contribuisce a
una maggiore perfezione: purché non si tratti di cose contro Dio,
o contro la regola; poiché tale obbedienza sarebbe illecita.
Si possono così distinguere tre tipi di obbedienza: la prima,
sufficiente per salvarsi, si ferma a ubbidire nelle cose d'obbligo;
la seconda, perfetta, ubbidisce in tutte le cose lecite;
la terza, disordinata, ubbidisce anche nelle cose illecite.
ARTICOLO
6
Se i cristiani sian tenuti a ubbidire alle autorità civili
SEMBRA che i cristiani non sian tenuti a ubbidire alle autorità civili.
Infatti:
1. A proposito di quel testo evangelico:
"Dunque i figli ne
sono esenti", la Glossa commenta: "Se in qualsiasi regno i figli del re
che lo governa sono esenti, è chiaro che i figli di quel Re cui sono
soggetti tutti i regni devono essere esenti e liberi in qualsiasi regno". Ma i cristiani mediante la fede di Cristo son diventati
figli di Dio, secondo le parole di S. Giovanni: "A quelli che
credono nel suo nome ha dato il potere di diventare figli di Dio".
Essi, dunque, non son tenuti a ubbidire alle autorità civili.
2. S. Paolo afferma:
"Voi siete morti alla legge per il corpo di Cristo"; e parla della legge divina dell'antico Testamento. Ora, la
legge umana, che sottomette gli uomini ai poteri civili, è inferiore
alla legge divina del vecchio Testamento. Perciò a maggior ragione
coloro che son diventati membra del corpo di Cristo sono stati
liberati dalla legge per cui erano sottoposti ai principi secolari.
3. Gli uomini non son tenuti a ubbidire ai briganti che li opprimono
con la violenza. Ma S. Agostino si domanda: "Se viene a
mancare la giustizia, che cosa sono i regni se non dei grandi latrocini?". E siccome il potere dei principi secolari per lo più viene
esercitato nell'ingiustizia, oppure ha avuto origine da ingiuste
usurpazioni, è chiaro che i cristiani non son tenuti a ubbidire a
codesti principi.
IN CONTRARIO: S. Paolo raccomanda a Tito:
"Rammenta loro che
siano soggetti ai principi e alle autorità"; e S. Pietro ammonisce: "Siate
soggetti per amore del Signore a ogni istituzione umana:
tanto al re, che è sopra tutti; quanto ai governatori, che ne sono i
rappresentanti".
RISPONDO: La fede di Cristo è principio
e causa di (ogni) giustizia,
secondo le parole di S. Paolo: "La giustizia di Dio deriva
dalla fede in Gesù Cristo". Perciò la fede di Cristo non elimina
l'ordine della giustizia, ma piuttosto lo rende stabile. Ora, l'ordine
della giustizia esige che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori:
altrimenti la convivenza umana non potrebbe sussistere.
Dunque i fedeli per la loro fede in Cristo non vengono dispensati
dall'obbedienza alle autorità civili.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come abbiamo già detto, la sottomissione
di un uomo a un altro riguarda il corpo soltanto, non l'anima,
la quale rimane libera. Ora nella vita presente la grazia
di Cristo ci libera dalle miserie dell'anima, ma non da quelle del corpo,
com'è evidente dall'esperienza dell'Apostolo, il quale dice
di se stesso, che "con la mente era servo della legge di Dio, ma
con la carne lo era della legge del peccato". Perciò coloro che
diventano con la grazia figli di Dio son liberi o esenti dalla servitù
spirituale del peccato: ma non dalla servitù del corpo, per cui son
tenuti a sottostare ai padroni di questo mondo, come nota la
Glossa a commento di quel testo paolino: "Quanti sono sotto il
giogo schiavi, ecc.".
2. L'antica legge era figura del nuovo Testamento: perciò essa
doveva cessare alla venuta della realtà. Ma della legge umana, che
prescrive la sottomissione di un uomo a un altro, non si può dire
altrettanto. - Inoltre anche in forza della legge divina un uomo
è tenuto a ubbidire ad altri uomini.
3. Si è tenuti a ubbidire ai principi secolari per quanto lo esige
l'ordine della giustizia. Perciò se essi non hanno un potere legittimo,
ma usurpato, oppure se comandano cose ingiuste, i sudditi
non son tenuti a ubbidire, se non per accidens, ossia per evitare
scandali o pericoli.
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