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Questione
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Mutazione delle leggi
Ed eccoci a trattare della mutazione delle leggi.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la legge umana
sia mutevole; 2. Se si debba mutar sempre, quando si trova qualche
cosa di meglio; 3. Se possa essere abolita dalla consuetudine,
e se la consuetudine acquisti vigore di legge; 4. Se l'applicazione
della legge umana possa mutare per la dispensa dei superiori.
ARTICOLO
1
Se la legge umana in qualche modo possa mutare
SEMBRA che la legge umana in nessun modo debba mutare.
Infatti:
1. La legge umana deriva, come abbiamo detto, dalla legge
naturale. Ma la legge naturale rimane immutabile. Dunque deve rimanere
immutabile anche la legge umana.
2. Il Filosofo insegna che la misura deve essere assolutamente
immutabile. Ora, la legge umana, come abbiamo detto, è misura
degli atti umani. Quindi deve rimanere immutabile.
3. È nella natura della legge, come abbiamo visto, esser giusta e
retta. Ma ciò che è retto una volta è retto sempre. Perciò quanto è
legge una volta, deve esserlo sempre.
IN CONTRARIO: S. Agostino afferma:
"Una legge temporale, anche se giusta,
può esser giustamente mutata col tempo".
RISPONDO: La legge umana, abbiamo detto, è un dettame della
ragione fatta per dirigere gli atti umani. Ecco perché ci possono
essere due cause che la rendono mutabile: la prima per parte della
ragione; la seconda per parte degli uomini, di cui la legge regola
gli atti. Per parte della ragione, innanzi tutto, perché è naturale
per la ragione umana risalire gradatamente dalle cose imperfette
a quelle perfette. Vediamo infatti in campo speculativo che i primi
filosofi insegnarono delle dottrine imperfette, che in seguito dai filosofi
successivi furono perfezionate. Così avviene anche in campo
pratico. Coloro che per primi escogitarono qualche cosa di utile
alla società. umana, non potendo da soli considerare ogni cosa, stabilirono
delle norme imperfette manchevoli per molti lati;
ed esse furono poi mutate dai loro posteri, che istituirono per il bene
comune delle leggi manchevoli solo in pochi casi.
Per parte degli uomini, poi, i cui atti sono da essa regolati, la
legge umana può giustamente mutare per il variare delle condizioni
che richiedono per essi cose diverse secondo le diverse situazioni.
S. Agostino si spiega con un esempio: "Se un popolo è
ben educato e serio, e cura con somma diligenza il bene comune, è
giusto che si stabilisca una legge la quale dia a codesto popolo la
facoltà di crearsi i propri magistrati, che ne governino lo stato.
Se invece codesto popolo depravandosi gradatamente, rende venale
il suo suffragio, e affida il governo a uomini infami e scellerati,
giustamente gli vien tolto il potere di conferire le cariche, e riservato
alla discrezione di pochi uomini onesti".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge naturale è una partecipazione
della legge eterna, come si è visto, perciò rimane immutabile:
e ciò si deve all'immutabilità e alla perfezione della ragione
divina che ha costituito la natura. Ma la ragione umana è mutevole e imperfetta.
E quindi le sue leggi sono mutevoli. - Inoltre mentre la legge naturale
abbraccia precetti universali che rimangono sempre identici;
la legge umana positiva abbraccia dei precetti particolari,
in ordine ai diversi casi che possono capitare.
2. La misura deve essere immutabile per quanto è possibile. Ma
trattandosi di realtà mutevoli, non è possibile trovare qualche cosa
che sia del tutto immutabile. Ecco perché la legge umana non può essere
del tutto immutabile.
3. Negli esseri materiali una cosa si dice retta in senso assoluto:
e quindi ciò che è retto, retto rimane. Ma la rettitudine della legge
è relativa al bene comune, al quale non sempre giova una medesima e identica cosa,
come abbiamo detto. Perciò tale rettitudine può evidentemente mutare.
ARTICOLO
2
Se la legge umana si debba mutar sempre, quando si prospetta un miglioramento
SEMBRA che la legge umana si debba mutar sempre, quando si prospetta
un miglioramento. Infatti:
1. Le leggi umane sono inventate dalla ragione umana come le
altre scienze. Ora, nelle altre scienze se si trova qualche cosa di
meglio, si abbandonano le opinioni precedenti. Dunque si deve fare
lo stesso per le leggi umane.
2. Dall'insegnamento del passato possiamo provvedere all'avvenire.
Ma se le leggi umane non mutassero con la scoperta di istituzioni migliori,
ne seguirebbero molti inconvenienti: poiché nelle
antiche leggi troviamo molte cose informi. Perciò ogni qual volta si scopre
qualche cosa di meglio si devono mutare le leggi.
3. Le leggi umane sono stabilite per regolare degli atti particolari.
Ora, delle cose particolari non si può raggiungere una perfetta
cognizione che mediante l'esperienza, la quale, a detta di Aristotele, "ha
bisogno di tempo". Dunque è chiaro che la successione
del tempo può presentare dei miglioramenti da codificare.
IN CONTRARIO: Sta scritto nel Decreto (Graz.):
"È ridicolo ed è una
vergogna davvero abominevole che noi sopportiamo la violazione
delle tradizioni, ricevute anticamente dai nostri padri".
RISPONDO: Abbiamo detto nell'articolo precedente che in tanto è
giusto mutare una legge, in quanto col suo mutamento si contribuisce
al bene comune. Ora, la mutazione stessa della legge implica di
suo una menomazione del bene comune. Poiché la consuetudine
giova molto all'osservanza delle leggi; cosicché le cose che si compiono
contro la consuetudine comune, anche se sono in se stesse
più leggere, sembrano più gravi. Perciò quando si muta una legge
si ha una diminuzione della forza coattiva della legge, col toglierle
il sostegno della consuetudine. Ecco perché la legge umana non si
deve mai cambiare, se per altra via non c'è un compenso proporzionato
per il bene comune, uguale alla sua menomazione. E questo può esserci,
o per il fatto che c'è un'utilità massima ed evidentissima nel nuovo statuto;
oppure perché una stretta necessità lo esige,
o per il fatto che la legge in vigore contiene una manifesta
iniquità, o perché la sua osservanza è molto dannosa. Perciò nel Digesto si legge,
che "nell'istituzione di nuovi statuti deve esserci un'evidente utilità,
per allontanarsi dal diritto che lungamente fu considerato giusto".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle questioni scientifiche tutta
l'efficacia deriva dalla ragione: perciò quando si trova una ragione
migliore, si deve mutare l'opinione sostenuta in precedenza. Ma "le leggi
hanno il massimo vigore dalla consuetudine", come scrive il Filosofo.
E quindi non devono mutarsi facilmente.
2. L'argomento dimostra che le leggi si devono mutare: questo
però non si deve fare per qualsiasi miglioramento, ma per un
grande vantaggio o necessità, secondo le spiegazioni date.
3. Lo stesso si dica per la terza difficoltà.
ARTICOLO
3
Se la consuetudine possa acquistare vigore di legge
SEMBRA che la consuetudine non possa acquistare vigore di legge. Infatti:
1. La legge umana, come abbiamo visto, deriva dalle leggi naturale e divina.
Ma le consuetudini degli uomini non possono cambiare
né la legge naturale né quella divina. Dunque non possono
cambiare neppure la legge umana.
2. L'insieme di molte cose cattive non può produrne una buona.
Ora, chi per primo comincia ad agire contro la legge fa una cattiva azione.
Perciò moltiplicando atti consimili non si produce una
cosa buona. Mentre è cosa buona la legge, che è la regola degli
atti umani. Quindi la legge non può essere sostituita dalla consuetudine,
che verrebbe a ottenere vigore di legge.
3. Istituire le leggi spetta alle persone pubbliche, che hanno il
compito di governare la società: perciò non possono istituirle le
persone private. Ma la consuetudine prende piede con gli atti di persone private.
Dunque essa non può acquistare vigore di legge, così da abrogare le leggi.
IN CONTRARIO: S. Agostino insegna:
"Il costume del popolo e le
istituzioni dei maggiori sono da considerarsi leggi. E come vengono
castigati i trasgressori della legge di Dio, così devono esserlo i violatori
delle consuetudini ecclesiastiche".
RISPONDO: Tutte le leggi emanano dalla ragione e dalla volontà
del legislatore: la legge divina e quella naturale emanano dalla
volontà razionale di Dio; quella umana dalla volontà dell'uomo
regolata dalla ragione. Ora, la ragione e la volontà dell'uomo nell'agire
si manifestano sia con le parole, che con i fatti: poiché
ciascuno mostra di scegliere come un bene quanto egli compie col
suo agire. D'altra parte è chiaro che la legge può essere mutata o
spiegata con la parola, in quanto questa esprime i moti interiori e
i concetti della ragione umana. Perciò anche mediante gli atti, i
quali, specialmente se moltiplicati, creano la consuetudine, una
legge può essere mutata e interpretata, e può essere prodotto qualche
cosa che abbia vigore di legge: questo perché gli atti esterni
così moltiplicati dichiarano in modo efficacissimo i moti interiori
della volontà, e i concetti della ragione. Infatti ciò che viene ripetuto
più volte mostra di derivare da un giudizio deliberato della
ragione. Ecco perché la consuetudine ha vigore di legge, abolisce la legge,
e interpreta la legge.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le leggi naturale e divina derivano,
come abbiamo detto, dalla volontà di Dio. Perciò non possono essere
mutate dalla consuetudine, che deriva dalla volontà umana, ma
soltanto dall'autorità di Dio. Ecco perché nessuna consuetudine
può aver vigore contro la legge divina o la legge naturale; infatti
S. Isidoro ammonisce: "L'uso ceda all'autorità: la legge e la ragione
trionfino delle cattive usanze".
2. Abbiamo già detto che le leggi umane in certi casi sono inadeguate:
perciò talora si può agire trascurando la legge, senza che
l'atto sia cattivo, e cioè in quei casi in cui la legge è inadeguata.
E quando codesti casi si moltiplicano per le mutazioni umane,
allora la consuetudine sta a dimostrare che la legge è ormai inutile:
come lo dimostrerebbe la promulgazione esplicita di una legge contraria.
Se invece rimane ancora il motivo che la rendeva utile,
la consuetudine non prevale sulla legge, bensì la legge sulla consuetudine:
a meno che la legge sia inutile solo perché non è "possibile
secondo le consuetudini del paese", la qual cosa è una delle condizioni
della legge. È difficile infatti togliere le usanze di tutto un popolo.
3. Il popolo in cui si introduce la consuetudine può trovarsi in
due diverse condizioni. Se è un popolo libero, capace di darsi delle
leggi, il consenso comune della massa espresso nell'osservanza di
una consuetudine vale più dell'autorità del principe, il quale ha il
potere di istituire le leggi solo come rappresentante del popolo.
Perciò sebbene le singole persone non abbiano il potere di istituire
le leggi, tuttavia l'intero popolo ha tale potere. - Può darsi invece
che il popolo non abbia la libera facoltà di darsi le leggi, o di mutare
quelle stabilite da un'autorità superiore. Tuttavia anche presso
codesto popolo la consuetudine che prevale può acquistare vigore di legge,
in quanto viene tollerata da coloro che hanno il compito d'imporre
la legge: infatti codesta tolleranza mostra di approvare
l'uso introdotto dalla consuetudine.
ARTICOLO
4
Se chi comanda possa dispensare dalle leggi umane
SEMBRA che chi comanda non possa dispensare dalle leggi umane.
Infatti:
1. A detta di S. Isidoro, la legge è istituita
"per il bene comune".
Ma il bene comune non deve trovare intralci per il bene privato di
una persona: poiché, come scrive il Filosofo, "il bene del popolo
è più divino del bene di un uomo singolo". Perciò non si deve
dispensare nessuno perché agisca contro il bene comune.
2. La Scrittura così parla a coloro che devono governare gli altri:
"Ascoltate
l'umile come il potente, e non guardate alla persona d'alcuno;
perché dev'essere il giudizio di Dio". Ora, concedere a uno quello
che ordinariamente si nega a tutti è un fare accettazione di persone.
Dunque chi governa non può dare codeste dispense,
essendo esse contrarie alla legge di Dio.
3. Perché la legge umana sia retta, deve concordare con la legge
naturale e con la legge divina: altrimenti non sarebbe "in armonia
con la religione", né "a incremento della disciplina", come richiede
ogni legge, a detta di S. Isidoro. Ma nessun uomo può dispensare dalle leggi
divina e naturale. Dunque non può farlo neppure dalla legge umana.
IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma:
"Mi è stato conferito l'incarico di dispensare".
RISPONDO: Il termine dispensare indica propriamente applicazione
di un qualche cosa di comune ai singoli: tanto è vero che l'amministratore
di una famiglia si denomina dispensiere, poiché distribuisce
a ogni persona di famiglia, secondo il peso e la misura,
il lavoro e il sostentamento necessario. Perciò in ogni società si
dice che uno dispensa, per il fatto che stabilisce come va applicato
dai singoli un comune precetto. Ma avviene talora che un precetto,
ordinariamente vantaggioso al bene comune, non sia adatto per
una data persona, o in un caso particolare: o perché impedisce
qualche cosa di meglio, o perché implica un danno, come sopra
abbiamo spiegato. Però sarebbe pericoloso lasciare questa determinazione
al giudizio di ciascuno, salvo, come abbiamo detto, casi di pericoli
sicuri e improvvisi. Perciò chi governa ha l'autorità di dispensare
dalla legge umana in quello che ricade in suo potere,
cioè può concedere di non osservare le prescrizioni della legge
a quelle persone e in quei casi in cui la legge è inadeguata. - Se invece
egli concede tale licenza per un capriccio della sua volontà,
sarà un dispensatore infedele, o imprudente: infedele, se non bada
al bene comune; imprudente, se non bada ai motivi della dispensa.
Ecco perché il Signore si domanda: "Qual è mai il dispensiere fedele
e avveduto che il padrone metterà a capo della sua famiglia?".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dispensa uno dalla legge
comune non si deve far questo a danno del bene comune; ma con l'intenzione
di promuovere codesto bene.
2. Non vi è accettazione di persone, se non si osserva l'uguaglianza
con persone disuguali. Perciò quando le condizioni di una
persona richiedono ragionevolmente un trattamento speciale, non
vi è parzialità, se le si concede una grazia particolare.
3. La legge naturale, essendo ristretta ai precetti più generali in
cui non si ammette l'errore, non può mai essere dispensata. Invece
negli altri precetti, che sono come conclusioni dei precetti generali,
talora l'uomo può dispensare: come quando dispensa dal restituire
un prestito a un traditore della patria, o altre cose del genere. - Rispetto
poi alla legge divina qualsiasi uomo si trova come una
persona privata di fronte alla legge pubblica. Perciò, come dalla
legge umana pubblica non può dispensare che colui dal quale la
legge riceve autorità, o da un suo incaricato; così dai precetti della
legge di Dio non può dispensare che Dio, o una persona da lui
incaricata in maniera speciale.
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