Il Santo Rosario
back

Questione 97

Mutazione delle leggi

Ed eccoci a trattare della mutazione delle leggi.
Sull'argomento si pongono quattro quesiti: 1. Se la legge umana sia mutevole; 2. Se si debba mutar sempre, quando si trova qualche cosa di meglio; 3. Se possa essere abolita dalla consuetudine, e se la consuetudine acquisti vigore di legge; 4. Se l'applicazione della legge umana possa mutare per la dispensa dei superiori.

ARTICOLO 1

Se la legge umana in qualche modo possa mutare

SEMBRA che la legge umana in nessun modo debba mutare. Infatti:
1. La legge umana deriva, come abbiamo detto, dalla legge naturale. Ma la legge naturale rimane immutabile. Dunque deve rimanere immutabile anche la legge umana.
2. Il Filosofo insegna che la misura deve essere assolutamente immutabile. Ora, la legge umana, come abbiamo detto, è misura degli atti umani. Quindi deve rimanere immutabile.
3. È nella natura della legge, come abbiamo visto, esser giusta e retta. Ma ciò che è retto una volta è retto sempre. Perciò quanto è legge una volta, deve esserlo sempre.

IN CONTRARIO: S. Agostino afferma: "Una legge temporale, anche se giusta, può esser giustamente mutata col tempo".

RISPONDO: La legge umana, abbiamo detto, è un dettame della ragione fatta per dirigere gli atti umani. Ecco perché ci possono essere due cause che la rendono mutabile: la prima per parte della ragione; la seconda per parte degli uomini, di cui la legge regola gli atti. Per parte della ragione, innanzi tutto, perché è naturale per la ragione umana risalire gradatamente dalle cose imperfette a quelle perfette. Vediamo infatti in campo speculativo che i primi filosofi insegnarono delle dottrine imperfette, che in seguito dai filosofi successivi furono perfezionate. Così avviene anche in campo pratico. Coloro che per primi escogitarono qualche cosa di utile alla società. umana, non potendo da soli considerare ogni cosa, stabilirono delle norme imperfette manchevoli per molti lati; ed esse furono poi mutate dai loro posteri, che istituirono per il bene comune delle leggi manchevoli solo in pochi casi.
Per parte degli uomini, poi, i cui atti sono da essa regolati, la legge umana può giustamente mutare per il variare delle condizioni che richiedono per essi cose diverse secondo le diverse situazioni. S. Agostino si spiega con un esempio: "Se un popolo è ben educato e serio, e cura con somma diligenza il bene comune, è giusto che si stabilisca una legge la quale dia a codesto popolo la facoltà di crearsi i propri magistrati, che ne governino lo stato. Se invece codesto popolo depravandosi gradatamente, rende venale il suo suffragio, e affida il governo a uomini infami e scellerati, giustamente gli vien tolto il potere di conferire le cariche, e riservato alla discrezione di pochi uomini onesti".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge naturale è una partecipazione della legge eterna, come si è visto, perciò rimane immutabile: e ciò si deve all'immutabilità e alla perfezione della ragione divina che ha costituito la natura. Ma la ragione umana è mutevole e imperfetta. E quindi le sue leggi sono mutevoli. - Inoltre mentre la legge naturale abbraccia precetti universali che rimangono sempre identici; la legge umana positiva abbraccia dei precetti particolari, in ordine ai diversi casi che possono capitare.
2. La misura deve essere immutabile per quanto è possibile. Ma trattandosi di realtà mutevoli, non è possibile trovare qualche cosa che sia del tutto immutabile. Ecco perché la legge umana non può essere del tutto immutabile.
3. Negli esseri materiali una cosa si dice retta in senso assoluto: e quindi ciò che è retto, retto rimane. Ma la rettitudine della legge è relativa al bene comune, al quale non sempre giova una medesima e identica cosa, come abbiamo detto. Perciò tale rettitudine può evidentemente mutare.

ARTICOLO 2

Se la legge umana si debba mutar sempre, quando si prospetta un miglioramento

SEMBRA che la legge umana si debba mutar sempre, quando si prospetta un miglioramento. Infatti:
1. Le leggi umane sono inventate dalla ragione umana come le altre scienze. Ora, nelle altre scienze se si trova qualche cosa di meglio, si abbandonano le opinioni precedenti. Dunque si deve fare lo stesso per le leggi umane.
2. Dall'insegnamento del passato possiamo provvedere all'avvenire. Ma se le leggi umane non mutassero con la scoperta di istituzioni migliori, ne seguirebbero molti inconvenienti: poiché nelle antiche leggi troviamo molte cose informi. Perciò ogni qual volta si scopre qualche cosa di meglio si devono mutare le leggi.
3. Le leggi umane sono stabilite per regolare degli atti particolari. Ora, delle cose particolari non si può raggiungere una perfetta cognizione che mediante l'esperienza, la quale, a detta di Aristotele, "ha bisogno di tempo". Dunque è chiaro che la successione del tempo può presentare dei miglioramenti da codificare.

IN CONTRARIO: Sta scritto nel Decreto (Graz.): "È ridicolo ed è una vergogna davvero abominevole che noi sopportiamo la violazione delle tradizioni, ricevute anticamente dai nostri padri".

RISPONDO: Abbiamo detto nell'articolo precedente che in tanto è giusto mutare una legge, in quanto col suo mutamento si contribuisce al bene comune. Ora, la mutazione stessa della legge implica di suo una menomazione del bene comune. Poiché la consuetudine giova molto all'osservanza delle leggi; cosicché le cose che si compiono contro la consuetudine comune, anche se sono in se stesse più leggere, sembrano più gravi. Perciò quando si muta una legge si ha una diminuzione della forza coattiva della legge, col toglierle il sostegno della consuetudine. Ecco perché la legge umana non si deve mai cambiare, se per altra via non c'è un compenso proporzionato per il bene comune, uguale alla sua menomazione. E questo può esserci, o per il fatto che c'è un'utilità massima ed evidentissima nel nuovo statuto; oppure perché una stretta necessità lo esige, o per il fatto che la legge in vigore contiene una manifesta iniquità, o perché la sua osservanza è molto dannosa. Perciò nel Digesto si legge, che "nell'istituzione di nuovi statuti deve esserci un'evidente utilità, per allontanarsi dal diritto che lungamente fu considerato giusto".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Nelle questioni scientifiche tutta l'efficacia deriva dalla ragione: perciò quando si trova una ragione migliore, si deve mutare l'opinione sostenuta in precedenza. Ma "le leggi hanno il massimo vigore dalla consuetudine", come scrive il Filosofo. E quindi non devono mutarsi facilmente.
2. L'argomento dimostra che le leggi si devono mutare: questo però non si deve fare per qualsiasi miglioramento, ma per un grande vantaggio o necessità, secondo le spiegazioni date.
3. Lo stesso si dica per la terza difficoltà.

ARTICOLO 3

Se la consuetudine possa acquistare vigore di legge

SEMBRA che la consuetudine non possa acquistare vigore di legge. Infatti:

1. La legge umana, come abbiamo visto, deriva dalle leggi naturale e divina. Ma le consuetudini degli uomini non possono cambiare né la legge naturale né quella divina. Dunque non possono cambiare neppure la legge umana.
2. L'insieme di molte cose cattive non può produrne una buona. Ora, chi per primo comincia ad agire contro la legge fa una cattiva azione. Perciò moltiplicando atti consimili non si produce una cosa buona. Mentre è cosa buona la legge, che è la regola degli atti umani. Quindi la legge non può essere sostituita dalla consuetudine, che verrebbe a ottenere vigore di legge.
3. Istituire le leggi spetta alle persone pubbliche, che hanno il compito di governare la società: perciò non possono istituirle le persone private. Ma la consuetudine prende piede con gli atti di persone private. Dunque essa non può acquistare vigore di legge, così da abrogare le leggi.

IN CONTRARIO: S. Agostino insegna: "Il costume del popolo e le istituzioni dei maggiori sono da considerarsi leggi. E come vengono castigati i trasgressori della legge di Dio, così devono esserlo i violatori delle consuetudini ecclesiastiche".

RISPONDO: Tutte le leggi emanano dalla ragione e dalla volontà del legislatore: la legge divina e quella naturale emanano dalla volontà razionale di Dio; quella umana dalla volontà dell'uomo regolata dalla ragione. Ora, la ragione e la volontà dell'uomo nell'agire si manifestano sia con le parole, che con i fatti: poiché ciascuno mostra di scegliere come un bene quanto egli compie col suo agire. D'altra parte è chiaro che la legge può essere mutata o spiegata con la parola, in quanto questa esprime i moti interiori e i concetti della ragione umana. Perciò anche mediante gli atti, i quali, specialmente se moltiplicati, creano la consuetudine, una legge può essere mutata e interpretata, e può essere prodotto qualche cosa che abbia vigore di legge: questo perché gli atti esterni così moltiplicati dichiarano in modo efficacissimo i moti interiori della volontà, e i concetti della ragione. Infatti ciò che viene ripetuto più volte mostra di derivare da un giudizio deliberato della ragione. Ecco perché la consuetudine ha vigore di legge, abolisce la legge, e interpreta la legge.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le leggi naturale e divina derivano, come abbiamo detto, dalla volontà di Dio. Perciò non possono essere mutate dalla consuetudine, che deriva dalla volontà umana, ma soltanto dall'autorità di Dio. Ecco perché nessuna consuetudine può aver vigore contro la legge divina o la legge naturale; infatti S. Isidoro ammonisce: "L'uso ceda all'autorità: la legge e la ragione trionfino delle cattive usanze".
2. Abbiamo già detto che le leggi umane in certi casi sono inadeguate: perciò talora si può agire trascurando la legge, senza che l'atto sia cattivo, e cioè in quei casi in cui la legge è inadeguata. E quando codesti casi si moltiplicano per le mutazioni umane, allora la consuetudine sta a dimostrare che la legge è ormai inutile: come lo dimostrerebbe la promulgazione esplicita di una legge contraria. Se invece rimane ancora il motivo che la rendeva utile, la consuetudine non prevale sulla legge, bensì la legge sulla consuetudine: a meno che la legge sia inutile solo perché non è "possibile secondo le consuetudini del paese", la qual cosa è una delle condizioni della legge. È difficile infatti togliere le usanze di tutto un popolo.
3. Il popolo in cui si introduce la consuetudine può trovarsi in due diverse condizioni. Se è un popolo libero, capace di darsi delle leggi, il consenso comune della massa espresso nell'osservanza di una consuetudine vale più dell'autorità del principe, il quale ha il potere di istituire le leggi solo come rappresentante del popolo. Perciò sebbene le singole persone non abbiano il potere di istituire le leggi, tuttavia l'intero popolo ha tale potere. - Può darsi invece che il popolo non abbia la libera facoltà di darsi le leggi, o di mutare quelle stabilite da un'autorità superiore. Tuttavia anche presso codesto popolo la consuetudine che prevale può acquistare vigore di legge, in quanto viene tollerata da coloro che hanno il compito d'imporre la legge: infatti codesta tolleranza mostra di approvare l'uso introdotto dalla consuetudine.

ARTICOLO 4

Se chi comanda possa dispensare dalle leggi umane

SEMBRA che chi comanda non possa dispensare dalle leggi umane. Infatti:
1. A detta di S. Isidoro, la legge è istituita "per il bene comune". Ma il bene comune non deve trovare intralci per il bene privato di una persona: poiché, come scrive il Filosofo, "il bene del popolo è più divino del bene di un uomo singolo". Perciò non si deve dispensare nessuno perché agisca contro il bene comune.
2. La Scrittura così parla a coloro che devono governare gli altri: "Ascoltate l'umile come il potente, e non guardate alla persona d'alcuno; perché dev'essere il giudizio di Dio". Ora, concedere a uno quello che ordinariamente si nega a tutti è un fare accettazione di persone. Dunque chi governa non può dare codeste dispense, essendo esse contrarie alla legge di Dio.
3. Perché la legge umana sia retta, deve concordare con la legge naturale e con la legge divina: altrimenti non sarebbe "in armonia con la religione", né "a incremento della disciplina", come richiede ogni legge, a detta di S. Isidoro. Ma nessun uomo può dispensare dalle leggi divina e naturale. Dunque non può farlo neppure dalla legge umana.

IN CONTRARIO: L'Apostolo afferma: "Mi è stato conferito l'incarico di dispensare".

RISPONDO: Il termine dispensare indica propriamente applicazione di un qualche cosa di comune ai singoli: tanto è vero che l'amministratore di una famiglia si denomina dispensiere, poiché distribuisce a ogni persona di famiglia, secondo il peso e la misura, il lavoro e il sostentamento necessario. Perciò in ogni società si dice che uno dispensa, per il fatto che stabilisce come va applicato dai singoli un comune precetto. Ma avviene talora che un precetto, ordinariamente vantaggioso al bene comune, non sia adatto per una data persona, o in un caso particolare: o perché impedisce qualche cosa di meglio, o perché implica un danno, come sopra abbiamo spiegato. Però sarebbe pericoloso lasciare questa determinazione al giudizio di ciascuno, salvo, come abbiamo detto, casi di pericoli sicuri e improvvisi. Perciò chi governa ha l'autorità di dispensare dalla legge umana in quello che ricade in suo potere, cioè può concedere di non osservare le prescrizioni della legge a quelle persone e in quei casi in cui la legge è inadeguata. - Se invece egli concede tale licenza per un capriccio della sua volontà, sarà un dispensatore infedele, o imprudente: infedele, se non bada al bene comune; imprudente, se non bada ai motivi della dispensa. Ecco perché il Signore si domanda: "Qual è mai il dispensiere fedele e avveduto che il padrone metterà a capo della sua famiglia?".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quando si dispensa uno dalla legge comune non si deve far questo a danno del bene comune; ma con l'intenzione di promuovere codesto bene.
2. Non vi è accettazione di persone, se non si osserva l'uguaglianza con persone disuguali. Perciò quando le condizioni di una persona richiedono ragionevolmente un trattamento speciale, non vi è parzialità, se le si concede una grazia particolare.
3. La legge naturale, essendo ristretta ai precetti più generali in cui non si ammette l'errore, non può mai essere dispensata. Invece negli altri precetti, che sono come conclusioni dei precetti generali, talora l'uomo può dispensare: come quando dispensa dal restituire un prestito a un traditore della patria, o altre cose del genere. - Rispetto poi alla legge divina qualsiasi uomo si trova come una persona privata di fronte alla legge pubblica. Perciò, come dalla legge umana pubblica non può dispensare che colui dal quale la legge riceve autorità, o da un suo incaricato; così dai precetti della legge di Dio non può dispensare che Dio, o una persona da lui incaricata in maniera speciale.