Il Santo Rosario
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Questione 96

Il potere della legge umana

Passiamo a considerare il potere della legge umana.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se la legge umana debba porsi in termini universali; 2. Se debba reprimere tutti i vizi; 3. Se debba ordinare gli atti di tutte le virtù; 4. Se obblighi in coscienza; 5. Se tutti gli uomini siano soggetti alla legge umana; 6. Se sia lecito, a chi vi è soggetto, agire senza conformarsi alle parole della legge.

ARTICOLO 1

Se la legge umana debba porsi più in termini universali che particolari

SEMBRA che la legge umana non debba porsi in termini universali, ma particolari. Infatti:
1. Il Filosofo insegna, che "l'ordine legale si estende a tutti i casi particolari contemplati dalla legge, e alle sentenze dei giudici", le quali sono anch'esse particolari, perché riguardano atti singoli. Dunque la legge non va posta solo in termini universali, ma anche per i casi particolari.
2. La legge, come abbiamo detto, è fatta per dirigere gli atti umani. Ma gli atti umani son fatti particolari. Quindi le leggi umane non devono porsi in termini universali, ma particolari.
3. La legge è regola e misura degli atti umani, come abbiamo spiegato. Ora, a detta di Aristotele, la misura deve essere certissima. Ma siccome negli atti umani non può esserci nulla di universalmente certo, così da non patire eccezioni nei casi particolari; sembra necessario che le leggi non abbiano una portata universale, bensì particolare.

IN CONTRARIO: Nel Digesto si legge, che "le leggi devono stabilirsi in rapporto a quanto avviene di frequente; non già in rapporto a quanto può capitare in un caso singolo".

RISPONDO: Tutto ciò che esiste quale mezzo ordinato a un fine, dev'essere proporzionato a codesto fine. Ora, la legge ha come fine il bene comune: poiché, come dice S. Isidoro, "la legge non è scritta per una privata utilità, ma per il bene comune dei cittadini". Perciò le leggi devono essere proporzionate al bene comune. Ma il bene comune implica una molteplicità. Dunque la legge deve riferirsi a una pluralità di persone, di attività e di tempi. Infatti la comunità di uno stato consta di molte persone; e il suo bene vien procurato da molti atti; e non viene istituita per durare un po' di tempo, ma per durare tutto il tempo mediante la successione dei cittadini, come nota S. Agostino.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo distingue in tre parti il diritto legale, o diritto positivo. Ci sono infatti delle disposizioni che sono senz'altro in termini universali. Esse sono le leggi ordinarie. E in proposito egli afferma che "è legale quanto all'inizio è indifferente ad essere in una maniera o nell'altra; ma una volta stabilito non è indifferente": p. es., la norma che gli schiavi siano redenti per un dato prezzo. - Ci sono invece altre disposizioni che sono universali sotto un aspetto e particolari sotto un altro. Tali sono i privilegi, che suonano quasi private leggi: poiché riguardano persone determinate, e tuttavia abbracciano una molteplicità di affari. E ad essi accenna Aristotele scrivendo: "ci sono ancora tutte quelle cose che la legge regola nei casi singoli". - Ci sono poi delle disposizioni che si dicono legali, non perché leggi, ma perché applicazioni delle leggi comuni a casi particolari; come sono le sentenze, considerate quali norme giuridiche. Per questo egli accenna alle "sentenze giudiziarie".
2. Ciò che è fatto per dirigere deve regolare una molteplicità di cose: infatti il Filosofo afferma che quanto appartiene a un dato genere è misurato da quell'unica cosa, che è la prima in codesto genere. Infatti se ci fossero tante regole o misure, quante sono le cose misurate o regolate, cesserebbe l'utilità della regola o misura, che consiste nel poter giudicare più cose con una sola. E quindi non avrebbe più scopo la legge, se si limitasse a un unico atto. Infatti per dirigere gli atti singoli ci sono i precetti particolari delle persone prudenti: la legge invece è "un precetto universale", come abbiamo spiegato.
3. Secondo l'espressione di Aristotele, "non si deve pretendere in tutte le cose la medesima certezza". Perciò nelle cose contingenti, quali sono i fenomeni fisici e le cose umane, basta la certezza per cui una cosa è vera nella maggior parte dei casi, sebbene ci siano delle eccezioni.

ARTICOLO 2

Se la legge umana abbia il compito di reprimere tutti i vizi

SEMBRA che la legge umana abbia il compito di reprimere tutti i vizi. Infatti:
1. S. Isidoro insegna, che "le leggi son fatte per reprimere l'audacia col loro timore". Ora, codesta repressione non sarebbe sufficiente, se la legge non colpisse tutto il male. Perciò la legge umana deve reprimere ogni male.
2. Il legislatore tende a rendere virtuosi i cittadini. Ma uno non può essere virtuoso, se non si tiene lontano da tutti i vizi. Dunque la legge umana ha il compito di reprimere tutti i vizi.
3. La legge umana deriva dalla legge naturale, come abbiamo visto nella questione precedente. Ora, tutti i vizi sono in contrasto con la legge naturale. Quindi la legge deve reprimere tutti i vizi.

IN CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "Mi sembra che la legge emanata per governare il popolo permetta a buon diritto queste cose, che la divina provvidenza penserà a punire". Ma la divina provvidenza non punisce che i vizi. Dunque la legge fa bene a permettere dei vizi, senza reprimerli.

RISPONDO: La legge, come abbiamo visto, è stabilita come regola o misura degli atti umani. E la misura deve essere omogenea con quanto ne è misurato, per dirla con Aristotele: infatti cose diverse hanno misure diverse. Quindi le leggi devono essere imposte agli uomini secondo la condizione di essi: poiché, a detta di S. Isidoro, la legge dev'essere "possibile, sia secondo la natura, sia secondo le consuetudini del paese". Ora, la capacità di agire deriva dall'abito o dalla disposizione interiore: poiché la stessa cosa non è ugualmente possibile all'uomo virtuoso e a chi è privo di virtù; come non è ugualmente possibile al bambino e all'uomo maturo. Ecco perché non si fissa una medesima legge per i bambini e per gli adulti: ché ai bambini si permettono delle cose, punite o riprovate dalla legge negli adulti. Allo stesso modo si devono permettere agli uomini imperfetti nella virtù molte cose, che sarebbero intollerabili negli uomini virtuosi.
Ora, la legge umana vien data per la massa, in cui la maggior parte è formata di uomini non perfetti nella virtù. Ecco perché non sono proibiti da codesta legge tutti i vizi da cui i virtuosi si astengono; ma soltanto quelli più gravi, dai quali è possibile ritrarre la massa; e specialmente quelli dannosi per gli altri, senza la cui proibizione non può sussistere l'umana società, quali l'omicidio, il furto e simili.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'audacia si presenta come un'aggressione. Perciò si riferisce specialmente a quei peccati in cui si fa ingiuria al prossimo; e questi sono puniti dalla legge umana, come abbiamo notato.
2. La legge umana intende portare gli uomini alla virtù, però non di colpo, ma gradatamente. Perciò non impone subito a una massa di persone imperfette cose riservate a persone già virtuose, come l'astensione da ogni male. Altrimenti codesta gente imperfetta, nell'incapacità di portare una legge simile, cadrebbe in mali peggiori; si legge infatti nei Proverbi: "Chi soffia troppo il naso ne fa uscire il sangue"; e nel Vangelo si legge che se "il vino nuovo", cioè i precetti della vita perfetta, "si mette negli otri vecchi", ossia negli uomini imperfetti, "gli otri si rompono, e il vino si versa"; vale a dire: i precetti vengono trasgrediti, e gli uomini cadono così in mali peggiori.
3. La legge naturale è una partecipazione in noi della legge eterna: invece la legge umana non raggiunge la perfezione della legge eterna. Infatti S. Agostino afferma: "La legge emanata per governare gli stati concede e lascia impunite molte cose che saranno colpite dalla divina provvidenza. Ma per il fatto che è incapace di far tutto, non si può rimproverare di quel che fa". Perciò la legge umana non può proibire tutto ciò che proibisce la legge naturale.

ARTICOLO 3

Se la legge umana possa comandare gli atti di tutte le virtù

SEMBRA che la legge umana non possa comandare gli atti di tutte le virtù. Infatti:
1. Gli atti di virtù si contrappongono agli atti viziosi. Ora, la legge umana, l'abbiamo visto sopra, non proibisce tutti i vizi. Dunque neppure comanda gli atti di tutte le virtù.
2. Un atto di virtù procede dalla virtù. Ma se la virtù è il fine inteso dalla legge, non può ricadere sotto la legge quanto dalla virtù deriva. Quindi la legge umana non può comandare gli atti di tutte le virtù.
3. La legge, come abbiamo spiegato, è ordinata al bene comune. Ma certi atti di virtù non sono ordinati al bene comune, bensì al bene privato. Perciò la legge non può comandare gli atti di tutte le virtù.

IN CONTRARIO: Il Filosofo scrive, che "la legge comanda di compiere le opere proprie dell'uomo forte, temperante e mansueto; così pure dispone rispetto alle altre virtù e ai vizi, comandando le prime, e proibendo i secondi".

RISPONDO: Abbiamo già visto che le varie specie di virtù si distinguono secondo l'oggetto. Ora, qualsiasi oggetto di virtù può riferirsi sia al bene privato di una persona, che al bene comune della società: uno, p. es., può compiere atti di fortezza, sia per difendere la patria, che per difendere i diritti di un amico. Ora, la legge, come abbiamo detto, è ordinata al bene comune. Perciò non esiste una virtù di cui la legge non possa ordinare gli atti. Tuttavia la legge umana non comanda tutti gli atti di tutte le virtù; ma soltanto quelli che sono ordinabili al bene comune, sia in maniera diretta, come quelli da compiere immediatamente per il bene comune; sia in maniera indiretta, come quando il legislatore dà delle disposizioni atte a favorire la buona educazione, che prepara i cittadini a conservare il bene comune della giustizia e della pace.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge umana non proibisce, con i suoi precetti, tutti gli atti viziosi, come non comanda tutti gli atti virtuosi. Tuttavia come proibisce alcuni atti di ogni singolo vizio, così comanda alcuni atti di ogni singola virtù.
2. Un atto si può attribuire alla virtù in due maniere. Primo, perché compimento di cose virtuose: in questo senso il rispetto dei diritti altrui è atto di giustizia, e il compimento di gesti coraggiosi è atto di fortezza. E in tal senso la legge può comandare degli atti di virtù. - Secondo, un atto può dirsi di virtù, perché uno lo esegue nel modo col quale lo compie chi è virtuoso. Ebbene, codesto atto emana sempre dalla virtù: e non ricade sotto il precetto della legge, ma è il fine inteso dal legislatore.
3. Non esiste una virtù i cui atti non siano ordinabili, direttamente o indirettamente, secondo le spiegazioni già date, al bene comune.

ARTICOLO 4

Se la legge umana obblighi in coscienza

SEMBRA che la legge umana non obblighi in coscienza. Infatti:
1. Un'autorità inferiore non può imporre una legge facendosi forte del giudizio di un'autorità superiore. Ora, l'autorità dell'uomo che sancisce la legge umana è al di sotto dell'autorità divina. Dunque la legge umana non può imporre una legge in rapporto a un giudizio divino, com'è il giudizio della coscienza.
2. Il giudizio della coscienza dipende specialmente dai comandamenti di Dio. Ma talora le leggi umane svuotano i comandamenti di Dio, secondo l'espressione evangelica: "Rendete nullo il comandamento di Dio per la vostra tradizione". Perciò la legge umana non obbliga in coscienza.
3. Spesso le leggi umane possono apportare offesa e danno alle persone, secondo le parole di Isaia: "Guai a coloro che stabiliscono leggi inique, e scrivono scritture ingiuste, opprimendo in giudizio i deboli, violando il diritto dei poveri del mio popolo". Ora, a chiunque è lecito resistere all'oppressione e alla violenza. Quindi le leggi umane non obbligano l'uomo in coscienza.

IN CONTRARIO: S. Pietro così si esprime (esortando all'obbedienza): "È una grazia, se per coscienza uno sopporta molestie, soffrendo ingiustamente".

RISPONDO: Le leggi umane positive, o sono giuste, o sono ingiuste. Se son giuste ricevono la forza di obbligare in coscienza dalla legge eterna da cui derivano, secondo il detto dei Proverbi: "Per me regnano i re e i legislatori decretano il giusto". Ora, le leggi devono esser giuste, sia in rapporto al fine, essendo ordinate al bene comune; sia in rapporto all'autore, non eccedendo il potere di chi le emana; sia in rapporto al loro tenore, imponendo ai sudditi dei pesi in ordine al bene comune secondo una proporzione di uguaglianza. Infatti essendo l'uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto. Infatti anche la natura sacrifica la parte per salvare il tutto. Ecco perché le leggi che ripartiscono gli oneri proporzionalmente sono giuste, obbligano in coscienza, e son leggi legittime.
Invece le leggi possono essere ingiuste in due maniere. Primo, perché in contrasto col bene umano precisato nei tre elementi sopra indicati: sia per il fine, come quando chi comanda impone ai sudditi delle leggi onerose, non per il bene comune, ma piuttosto per la sua cupidigia e per il suo prestigio personale; sia per l'autorità, come quando uno emana una legge superiore ai propri poteri; sia per il tenore di essa, come quando si spartiscono gli oneri in maniera disuguale, anche se vengono ordinati al bene comune. E codeste norme sono piuttosto violenze che leggi: poiché, come si esprime S. Agostino, "non sembra possa esser legge quella che non è giusta". Perciò codeste leggi non obbligano in coscienza: a meno che non si tratti di evitare scandali o turbamenti; nel qual caso l'uomo è tenuto a cedere il proprio diritto, secondo l'ammonimento evangelico: "Con chi ti vuol obbligare a fare un miglio con lui, fanne due; e a chi vuol toglierti la tunica, cedigli anche il mantello".
Secondo, le leggi possono essere ingiuste, perché contrarie al bene divino: come le leggi dei tiranni che portano all'idolatria, o a qualsiasi altra cosa contraria alla legge divina. E tali leggi in nessun modo si possono osservare; poiché sta scritto: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'Apostolo afferma, che "ogni umano potere viene da Dio: perciò chi si oppone all'autorità" in cose che riguardano il suo potere, "resiste all'autorità di Dio". E in tal senso diviene colpevole in coscienza.
2. Codesto argomento parte dalle leggi umane che sono contrarie ai comandamenti di Dio. E fin là non può estendersi il loro potere. Perciò in questi casi non si deve ubbidire alla legge umana.
3. Il terzo argomento parte dalla legge che impone ai sudditi un onere ingiusto: e anche in questo caso il potere concesso da Dio non raggiunge codesta facoltà. Quindi anche in simili casi l'uomo non è tenuto a ubbidire alla legge, se, come abbiamo notato, può disubbidire senza scandalo e senza un danno più grave.

ARTICOLO 5

Se tutti siano soggetti alla legge (umana)

SEMBRA che non tutti siano soggetti alla legge (umana). Infatti:
1. Sono soggetti alla legge coloro soltanto per i quali è fatta. Ora, S. Paolo afferma, che "la legge non è fatta per il giusto". Dunque i giusti non sono soggetti alla legge umana.
2. Il Papa Urbano dichiara: "Non c'è ragione di costringere alla legge pubblica chi è retto da una legge privata". Ora, tutte le persone spirituali, che son figli di Dio, sono rette dalla legge privata dello Spirito Santo, secondo l'espressione paolina: "Quanti son guidati dallo Spirito di Dio, questi son figli di Dio". Quindi non tutti gli uomini sono soggetti alla legge umana.
3. Nel Digesto si dice, che "il principe è esente dalle leggi". Ma chi è esente dalla legge non è ad essa soggetto. Dunque non tutti sono soggetti alla legge.

IN CONTRARIO: L'Apostolo ammonisce: "Ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori". Ora, non può essere sottoposto all'autorità chi non è soggetto alla legge emanata da essa. Perciò tutti gli uomini devono essere soggetti alla legge umana.

RISPONDO: Come abbiamo visto sopra, la legge implica due cose nella sua nozione: primo, è una regola degli atti umani; secondo, ha forza coattiva. Perciò uno può essere soggetto alla legge in due sensi. Primo, quale individuo regolato dalla sua regola. E in questo senso sono soggetti a una legge tutti i sudditi dell'autorità che la emana. Ora, può capitare in due maniere che uno non sia soggetto a una data autorità. Prima di tutto, perché può essere totalmente estraneo al suo dominio. E quindi chi appartiene a un'altra città o a un altro regno non è soggetto alle leggi emanate dalle autorità di una data città o di un dato regno, come è estraneo al loro dominio. In secondo luogo, perché uno è governato da una legge superiore. Se uno, p. es., è soggetto al proconsole, deve stare al suo comando, però non in quelle cose in cui viene comandato direttamente dall'imperatore: infatti in codesto caso non è tenuto al comando del subalterno, essendo governato da un comando superiore. E in questo senso può capitare che uno, pur essendo di suo soggetto a una legge, non sia ad essa tenuto in certe cose, perché guidato da una legge superiore.
Secondo, uno può essere soggetto alla legge come un forzato alla sua catena. E in questo senso non sono soggetti alla legge gli uomini virtuosi e giusti, ma soltanto i malvagi. Infatti ciò che è forzato e violento è contrario alla volontà. Ora, la volontà dei buoni concorda con la legge, dalla quale discorda la volontà dei malvagi. Perciò in questo senso sono soggetti alle leggi non i buoni, ma solo i malvagi.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento è valido per la sottomissione coatta. In codesto senso, infatti, "la legge non è fatta per il giusto": poiché i giusti "sono legge a se stessi", quando "mostrano l'opera della legge scritta nei loro cuori", come si esprime l'Apostolo. Perciò su di essi la legge non ha forza coattiva, come sui cattivi.
2. La legge dello Spirito Santo è superiore a tutte le leggi imposte dall'uomo. Ecco perché le persone spirituali, in quanto sono dirette dallo Spirito Santo, sono esenti dalla legge rispetto alle cose in cui contrasta con la direzione dello Spirito. Tuttavia rientra nella direzione dello Spirito Santo la sottomissione delle persone spirituali alle leggi umane, secondo le parole di S. Pietro: "Siate soggetti per amore di Dio a ogni istituzione umana".
3. Il principe è esente dalla legge rispetto alla forza coattiva di essa: infatti nessuno propriamente può costringere se stesso; e d'altra parte la legge riceve la forza coattiva solo dall'autorità del principe. E si dice che il principe è esente dalla legge, perché nessuno può condannarlo, se agisce contro di essa. La Glossa infatti, commentando l'espressione davidica, "Contro te solo ho peccato", afferma che "il re non ha un uomo che ne giudichi gli atti". - Però rispetto alla forza direttiva della legge, il principe è spontaneamente soggetto alla medesima, come nota il Diritto: "Chiunque determina una norma per gli altri, deve applicarla a se stesso. Dice infatti l'autorità del savio: "Ubbidisci alla legge che tu stesso hai stabilito"". Del resto il Signore stesso rimprovera coloro che "dicono e non fanno" e che "impongono pesanti fardelli sugli altri, ma essi non vogliono smuoverli neanche con un dito". Perciò rispetto al giudizio di Dio il principe non è esente dalla legge nella sua forza direttiva; ma è tenuto a seguirla non costretto, bensì volontariamente. - Il principe è sopra la legge anche nel senso che in caso di necessità può mutarla o dispensarla, secondo le condizioni di luogo e di tempo.

ARTICOLO 6

Se sia lecito ai sudditi agire senza conformarsi alle parole della legge

SEMBRA che non sia lecito ai sudditi agire senza conformarsi alle parole della legge. Infatti:
1. Scrive S. Agostino: "Sebbene gli uomini possano giudicare delle leggi temporali mentre le istituiscono, tuttavia non hanno la facoltà di criticarle quando sono istituite e confermate, ma solo di assecondarle". Ora, se uno trascura il testo della legge, dicendo di voler salvare l'intenzione del legislatore, giudica della legge. Dunque non è lecito a un suddito trasgredire le parole della legge per restar fedele all'intenzione del legislatore.
2. Interpretare le leggi è compito solo di colui che ha il potere di farle. Ma i sudditi non hanno la facoltà di fare le leggi. Quindi essi non possono interpretare l'intenzione del legislatore, ma devono agire sempre secondo le parole della legge.
3. Tutti i sapienti sono capaci di spiegare con la parola le loro intenzioni. Ora, i legislatori devono considerarsi sapienti; poiché la Sapienza afferma: "Per me regnano i re e i legislatori decretano il giusto". Dunque non si deve giudicare l'intenzione del legislatore che in base ai termini della legge.

IN CONTRARIO: S. Ilario afferma: "Il senso delle parole si deve desumere dalle cause che le hanno ispirate; poiché non è la realtà che deve essere subordinata alla parola, ma la parola alla realtà". Perciò si deve guardare più al motivo che ispira il legislatore, che alle parole della legge.

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, tutte le leggi sono ordinate alla comune salvezza degli uomini, e in vista di essa ottengono vigore e natura di legge; invece in quanto se ne allontanano non hanno più forza di obbligare. Ecco perché nel Digesto si legge, che "nessuna norma di diritto, e nessun senso di equità sopporta che si spinga alla severità, con una interpretazione rigorosa, a loro detrimento, quanto fu introdotto salutarmente per l'utilità degli uomini". Ora, spesso capita che quanto ordinariamente è utile osservare alla comune salvezza, in certi casi è sommamente nocivo. Dal momento, quindi, che il legislatore non può contemplare i singoli casi, propone una legge in base a quanto avviene ordinariamente, badando alla comune utilità. Perciò se nasce un caso in cui l'osservanza di tale legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata. Se, p. es., in un assedio viene sancita una legge che ordina la chiusura delle porte della città, si ha una disposizione utile alla comune salvezza nella maggioranza dei casi: ma se capita che i nemici stiano inseguendo dei cittadini capaci di salvare la città, sarebbe sommamente dannoso non aprir (loro) le porte: perciò in codesto caso esse si dovrebbero aprire contro le parole della legge, per salvaguardare l'interesse comune che il legislatore ha di mira.
Si deve però notare che se l'osservanza letterale della legge non presenta un pericolo immediato, da fronteggiare subito, non spetta a chiunque precisare quello che è utile o dannoso alla città; ma spetta solo a coloro che comandano, i quali hanno per codesti casi l'autorità di dispensare. Se invece il pericolo è immediato, e non dà tempo per ricorrere al superiore, la necessità stessa comporta la dispensa: poiché la necessità non ha legge.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Chi in caso di necessità agisce senza conformarsi alle parole della legge non giudica la legge medesima, ma giudica il caso particolare in cui vede che le parole della legge non vanno osservate.
2. Chi sta all'intenzione del legislatore non si arroga senz'altro l'interpretazione della legge; ma solo in quei casi in cui è chiaro, per l'evidenza del danno, che il legislatore aveva un'intenzione diversa. Se infatti sussiste un dubbio, ha il dovere di agire secondo la lettera della legge, o di ricorrere ai superiori.
3. Nessun uomo ha tanta sapienza da poter prevedere tutti i singoli casi: quindi nessuno può esprimere efficacemente con le sue parole quanto si richiede al fine proposto. E anche se il legislatore potesse considerare tutti i casi, non sarebbe opportuno esprimerli, per evitare la confusione: ma dovrebbe emanare la legge in base a quello che capita ordinariamente.