Il Santo Rosario
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Questione 92

Gli effetti della legge

Passiamo ora a considerare gli effetti della legge.
Sull'argomento si pongono due quesiti: 1. Se la legge abbia come effetto di rendere buoni gli uomini; 2. Se, come dice il Digesto, comandare, proibire, permettere e punire siano gli effetti della legge.

ARTICOLO 1

Se la legge abbia l'effetto di rendere buoni gli uomini

SEMBRA che non sia compito della legge rendere buoni gli uomini. Infatti:
1. Gli uomini son buoni in grazia della virtù: poiché, come dice Aristotele, "la virtù rende buono chi la possiede". Ma l'uomo può ricevere la virtù solo da Dio: perché, come abbiamo detto sopra, riportandone la definizione, egli "la produce in noi senza di noi". Dunque la legge non ha il compito di rendere buoni gli uomini.
2. La legge giova all'uomo solo se egli ubbidisce. Ma codesta obbedienza alla legge proviene dall'onestà. E quindi la bontà è prerequisita alla legge. Perciò non è la legge a fare gli uomini onesti.
3. Come abbiamo visto, la legge è ordinata al bene comune. Ora, ci sono alcuni che si comportano onestamente per quanto riguarda il bene comune, e tuttavia non sono onesti nelle faccende private. Dunque non è compito della legge rendere buoni gli uomini.
4. Come nota il Filosofo, certe leggi sono tiranniche. Ora, il tiranno non mira all'onestà dei sudditi, ma solo alla propria utilità. Quindi non spetta alla legge rendere onesti gli uomini.

IN CONTRARIO: Aristotele ha scritto, che "questo è il volere di ogni legislatore, di rendere onesti i cittadini".

RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la legge non è altro che il dettame della ragione in colui che comanda, e che governa dei sudditi. Ora, la virtù di un suddito consiste nel ben sottostare a colui che lo governa: la virtù dell'irascibile e del concupiscibile, p. es., consiste precisamente nella loro sottomissione alla ragione. Allo stesso modo, a detta del Filosofo, "La virtù di qualsiasi suddito sta nell'essere ben sottomesso al suo superiore". Ma qualsiasi legge è fatta per essere osservata da chi vi è soggetto. Perciò è evidente che è compito peculiare della legge di indurre i sudditi alla virtù. E poiché la virtù consiste "nel rendere buono chi la possiede", ne segue che è un effetto diretto della legge render buoni, in senso assoluto, o relativo, coloro ai quali è imposta. Infatti se il legislatore ha di mira il vero bene, cioè il bene comune regolato secondo la divina giustizia, gli uomini con le sue leggi diventano buoni in senso assoluto. Se invece l'intenzione del legislatore non ha di mira il vero bene, ma il proprio bene, utile o dilettevole, contrario alla divina giustizia; allora la legge non rende gli uomini buoni in senso assoluto, ma buoni in senso relativo, cioè buoni per codesto regime. E in codesto senso si trova il bene anche in qualità essenzialmente cattive: così si parla di un buon ladro, nel senso che sa agir bene per i suoi fini.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come già abbiamo visto, ci sono due tipi di virtù: acquisite e infuse. Su entrambe influisce l'abitudine, ma in grado diverso: essa infatti causa le virtù acquisite; mentre predispone alle virtù infuse, conservandole e accrescendole, se uno già le possiede. Ora, siccome la legge vien data per promuovere degli atti umani, nella misura in cui codesti atti contribuiscono alla virtù, la legge rende gli uomini buoni. Perciò il Filosofo scrive, che "i legislatori rendono buoni creando delle abitudini".
2. Non sempre si ubbidisce alla legge con le perfette disposizioni della virtù: ma talora lo si fa per paura della pena; altre volte mossi esclusivamente dal dettame della ragione, che è solo un principio di virtù, come sopra abbiamo notato.
3. La bontà di una parte qualsiasi non si può concepire che in rapporto al tutto: S. Agostino ha scritto, che "deforme è quella parte che non armonizza col tutto". Perciò, essendo ogni uomo parte di uno stato, è impossibile che sia buono, se non contribuisce al bene comune: e d'altra parte il tutto non può constare che di parti tra loro proporzionate. Quindi è impossibile che il bene comune di una città si possa raggiungere, se i cittadini non sono virtuosi, almeno quelli cui spetta governare. Ma per il bene comune è sufficiente che gli altri siano virtuosi fino al punto di ubbidire ai loro governanti. Ecco perché il Filosofo scrive, che "identica è la virtù del principe e dell'uomo onesto; mentre non è identica la virtù di un cittadino qualsiasi e quella di un uomo onesto".
4. Una legge tirannica, essendo difforme dalla ragione, non è legge in senso assoluto, ma è piuttosto una perversione della legge. Tuttavia nella misura in cui è legge, tende a far sì che i cittadini siano buoni. Infatti essa ha natura di legge solo in quanto è il dettame di un governante sui propri sudditi e tende a renderli fedeli alla legge; e ciò equivale a renderli buoni, non già in senso assoluto, ma in rapporto a codesto regime.

ARTICOLO 2

Se siano ben indicati gli atti della legge

NON SEMBRA giusto dire che gli atti della legge sono: "comandare, proibire, permettere e punire". Infatti:
1. Come si esprime il Digesto, "Ogni legge è un precetto generale". Ma precettare e comandare sono la stessa cosa. Dunque gli altri tre atti sono superflui.
2. Nell'articolo precedente abbiamo detto che è effetto della legge indurre i sudditi al bene. Ora, il consiglio, al di sopra del precetto, mira a un bene migliore. Dunque alla legge spetta più consigliare che comandare.
3. Un uomo è spinto al bene, sia dalla punizione, che dal premio. Perciò, se è compito della legge punire, deve esserlo anche premiare.
4. Il legislatore, come abbiamo visto, mira a rendere buoni gli uomini. Ma chi obbedisce alle leggi solo per paura della punizione non è buono: infatti, come scrive S. Agostino, "anche se, per timore servile, che è la paura della pena, uno fa del bene, tuttavia non fa bene nulla". Dunque non sembra che sia compito della legge punire.

IN CONTRARIO: S. Isidoro afferma: "La legge, o permette qualche cosa, p. es.: L'uomo valoroso chieda la ricompensa. O proibisce, p. es.: A nessuno è permesso chiedere di sposare vergini consacrate. O punisce, p. es.: Chi uccide sia messo a morte".

RISPONDO: Come la proposizione è un dettame della ragione sotto forma di enunciato, così la legge è un dettame della ragione sotto forma di precetto. Ora, è proprio della ragione dedurre una cosa da un'altra. Perciò come nelle scienze dimostrative la ragione porta ad accettare delle conclusioni mediante certi principi, così porta ad assecondare il precetto della legge in vista di altre cose.
I precetti della legge, poi, riguardano gli atti umani, di cui la legge è una guida, come abbiamo già detto. E ci sono tre categorie di atti umani. Alcuni, cioè gli atti virtuosi, sono specificamente buoni, come abbiamo visto in precedenza: ad essi corrisponde nella legge l'atto dell'ordinare, o comandare; infatti, a detta di Aristotele, "la legge comanda tutti gli atti delle virtù". Altri, cioè gli atti peccaminosi, sono specificamente cattivi: e la legge li proibisce. Altri, finalmente, sono indifferenti nella loro specie: ed essi la legge ha il compito di permetterli. E si possono considerare indifferenti anche quelli che non sono, né troppo buoni, né troppo cattivi. - L'elemento poi su cui la legge fa forza per essere obbedita è il timore della pena: e in rapporto a questo si dice che la legge ha il compito di punire.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come cessare di compiere il male è in qualche modo un bene, così anche il proibire è in qualche modo un precettare. Ecco perché, prendendo il termine precetto in senso lato, ogni legge può dirsi un precetto.
2. Consigliare non è un compito proprio della legge, ma può appartenere anche a una persona privata, che non ha facoltà di fare le leggi. Cosicché l'Apostolo, nel dare un consiglio scriveva: "Lo dico io, non il Signore". Ecco perché consigliare non è posto tra i compiti della legge.
3. Anche premiare può appartenere a chiunque: mentre punire spetta solo al tutore della legge, che con la sua autorità infligge la pena. Perciò solo la punizione, e non il premio, è elencata tra gli effetti della legge.
4. Per il fatto che uno comincia ad abituarsi, per paura del castigo, ad evitare il male e a compiere il bene, è portato presto o tardi ad agire così con piacere e di propria volontà. E in questo modo la legge, anche col punire, coopera a rendere buoni i sudditi.