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Questione
91
Le divisioni della legge
Passiamo ora a esaminare le divisioni della legge.
Sull'argomento si pongono sei quesiti: 1. Se vi sia una legge
eterna; 2. Se esista una legge naturale; 3. Se vi sia una legge umana;
4. Se esista una legge divina; 5. Se la legge divina sia una soltanto;
6. Se esista una legge del peccato.
ARTICOLO
1
Se vi sia una legge eterna
SEMBRA che non vi sia una legge eterna.
Infatti:
1. Qualsiasi legge viene imposta a qualcuno. Ma non esiste
dall'eternità un soggetto cui imporre una legge: poiché dall'eternità
esiste Dio solo. Dunque nessuna legge può essere eterna.
2. La promulgazione è essenziale alla legge. Ma la promulgazione
non poteva esserci dall'eternità; poiché non esisteva nessuno cui
promulgarla. Quindi nessuna legge può essere eterna.
3. La legge implica un ordine al fine. Ora, niente di ciò che è
eterno viene ordinato al fine: poiché il solo ultimo fine è eterno.
Perciò non è eterna nessuna legge.
IN CONTRARIO: Scrive S. Agostino:
"La legge, che si denomina ragione suprema,
a chiunque comprenda non può non apparire immutabile ed eterna".
RISPONDO: Come abbiamo già visto, la legge non è che il dettame
della ragione pratica esistente nel principe che governa una società,
o comunità perfetta. Ora, una volta dimostrato, come abbiamo
fatto noi nella Prima Parte, che il mondo è retto dalla divina
provvidenza, è chiaro che tutta la comunità dell'universo è governata
dalla ragione divina. Perciò il piano stesso col quale Dio,
come principe dell'universo, governa le cose ha natura di legge.
E poiché la mente divina non concepisce niente nel tempo, essendo
il suo pensiero eterno, come insegna la Scrittura; codesta legge
dev'essere eterna.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Le cose che non esistono in se stesse
esistono presso Dio, perché preconosciute e preordinate da
lui, secondo l'espressione dell'Apostolo: "Chiama le cose che non
sono come se fossero". Perciò la concezione eterna della legge divina
si presenta come legge eterna, in quanto è ordinata da Dio
al governo di quelle cose che egli già conosce.
2. La promulgazione avviene a parole e per iscritto; e in tutti e
due i modi la legge eterna ha la sua promulgazione da parte di
Dio che la promulga: infatti la Parola (il Verbo) di Dio è eterna,
così pure è eterna la scrittura del libro della vita. Invece la
promulgazione non può essere eterna per parte della creatura che deve
leggerla o ascoltarla.
3. La legge implica un ordine al fine in maniera attiva, cioè in
quanto essa serve a ordinare qualche cosa al suo fine; non già in
maniera passiva, vale a dire nel senso che essa stessa sia ordinata
a un fine. Ciò avviene solo per accidens in quei legislatori che
hanno il loro fine fuori di se stessi, al quale devono ordinare le
loro stesse leggi. Dio stesso, invece, è il fine del suo governare,
e la sua legge non è altro che lui stesso. Perciò la legge eterna non
è ordinata a un altro fine.
ARTICOLO
2
Se vi sia in noi una legge naturale
SEMBRA che non vi sia in noi una legge naturale.
Infatti:
1. L'uomo viene governato dalla legge eterna: poiché, come
S. Agostino insegna, "è la legge eterna a stabilire con giustizia che
tutte le cose siano nel massimo ordine". Ora, la natura come non
manca del necessario, così non abbonda nel superfluo. Perciò non
esiste nell'uomo una legge naturale.
2. La legge ordina gli atti umani al loro fine, come abbiamo
detto. Ora, l'ordine degli atti umani al fine non deriva dalla natura,
come avviene nelle creature prive di ragione, le quali agiscono
per il fine guidate dal solo appetito naturale: l'uomo invece
agisce per un fine mediante la ragione e la volontà.
Dunque nell'uomo non c'è una legge naturale.
3. Quanto più uno è libero, tanto meno è soggetto alla legge. Ora,
l'uomo è più libero di tutti gli animali, in forza del libero arbitrio,
che gli animali non hanno. Perciò, non essendo gli altri animali
soggetti a una legge naturale, non deve esservi soggetto neppure l'uomo.
IN CONTRARIO: A proposito di quel testo paolino,
"Quando i gentili
che non han legge, fanno per natura le cose della legge", la
Glossa spiega: "Sebbene non abbiano la legge scritta, hanno però
la legge naturale, mediante la quale ognuno intende e sa qual è
il bene e qual è il male".
RISPONDO: Essendo la legge, come abbiamo detto, una regola o
misura, in due modi può trovarsi in un soggetto: primo, come in
un principio regolante e misurante; secondo, come in una cosa regolata
e misurata, poiché quest'ultima viene regolata e misurata
in quanto partecipa della regola o misura. Ora, poiché tutte le
cose soggette alla divina provvidenza sono regolate e misurate,
come abbiamo visto, dalla legge eterna; è chiaro che tutte partecipano
più o meno della legge eterna, perché dal suo influsso ricevono
un'inclinazione ai propri atti e ai propri fini. Ebbene, tra
tutti gli altri esseri la creatura ragionevole è soggetta in maniera
più eccellente alla divina provvidenza, perché ne partecipa col
provvedere a se stessa e ad altri. Perciò in essa si ha una partecipazione
della ragione eterna, da cui deriva una inclinazione naturale
verso l'atto e il fine dovuto. E codesta partecipazione della
legge eterna nella creatura ragionevole si denomina legge naturale.
Ecco perché il Salmista, dopo aver detto: "Sacrificate sacrifici di
giustizia", quasi per rispondere al quesito di chi cerca le opere
della giustizia, "Molti dicono: chi ci farà vedere il bene?", così
risponde: "Qual sigillo è impressa su noi la luce del tuo volto, o
Signore"; come per dire che la luce della ragione naturale, che
ci permette di discernere il male e il bene, altro non è in noi che
un'impronta della luce divina. Perciò è evidente che la legge naturale
altro non è che la partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'argomento sarebbe giusto, se la
legge naturale fosse qualche cosa di diverso dalla legge eterna.
Essa invece, come abbiamo visto, non è che una sua partecipazione.
2. Tutti gli atti della ragione e della volontà derivano in noi,
come abbiamo detto, secondo natura: infatti ogni raziocinio deriva
dai primi principi noti per natura, e ogni appetito riguardante i
mezzi deriva dall'appetito naturale dell'ultimo fine. Ecco perché
anche il primo orientamento dei nostri atti verso il fine avviene
mediante la legge naturale.
3. Anche gli animali privi di ragione partecipano a loro modo
la legge eterna, come le creature ragionevoli. Siccome, però, le
creature ragionevoli la partecipano mediante l'intelletto e la ragione,
codesta partecipazione si chiama legge in senso proprio.
Infatti la legge, come sopra abbiamo detto, appartiene alla ragione. Invece le
creature irrazionali non ne partecipano mediante la ragione: perciò nel loro caso
non si può parlare di legge, se non in senso metaforico.
ARTICOLO
3
Se esista una legge umana
SEMBRA che non esista una legge umana.
Infatti:
1. La legge naturale, come abbiamo visto, è una partecipazione
della legge eterna. Ma, a detta di S. Agostino, in forza della legge
eterna "tutte le cose sono massimamente ordinate". Dunque basta
la legge naturale per mettere ordine in tutte le cose umane.
Quindi non è necessario che vi sia una legge umana.
2. Abbiamo detto che la legge ha funzione di misura. Ma la ragione
umana non è misura delle cose, ché piuttosto è vero il contrario,
come nota Aristotele. Perciò dalla ragione umana non può derivare nessuna legge.
3. La misura dev'essere certissima, a detta di Aristotele. Ora, i
suggerimenti della ragione umana sulle azioni da compiere sono
incerti, come nota la Scrittura: "Timidi sono i ragionamenti dei
mortali e incerti i nostri divisamenti". Dunque dalla ragione umana
non può derivare nessuna legge.
IN CONTRARIO: S. Agostino distingue due leggi, l'una eterna e
l'altra temporale, che egli fa coincidere con quella umana.
RISPONDO: Come abbiamo già spiegato, la legge è un dettame
della ragione pratica. Ora, nella ragione pratica e in quella speculativa
si riscontrano procedimenti analoghi: infatti l'una e l'altra,
come abbiamo visto, partendo da alcuni principi arrivano a delle
conclusioni. Perciò, stando a codesta analogia, come in campo speculativo
dai primi principi indimostrabili, naturalmente conosciuti,
si producono in noi le conclusioni delle varie scienze, di cui non
abbiamo una conoscenza innata; così è necessario che la ragione
umana, dai precetti della legge naturale, come da principi universali
e indimostrabili, arrivi a disporre delle cose in maniera più
particolareggiata. E codeste particolari disposizioni, elaborate dalla
ragione umana, si chiamano leggi umane, se si riscontrano le
altre condizioni richieste per la nozione di legge, secondo le spiegazioni
date nella questione precedente. Cicerone infatti ha scritto,
che "la prima origine del diritto è opera della natura; quindi certe
disposizioni, per il giudizio favorevole della ragione, passano in
consuetudine; e finalmente codeste cose, che la natura aveva promosso
e la consuetudine confermato, furono sancite dal timore e
dalla santità delle leggi".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La ragione umana non è in grado
di partecipare pienamente il dettame della mente divina, ma solo a suo modo
e imperfettamente. Perciò come in campo speculativo c'è in noi
una conoscenza di certi principi universali, mediante
una partecipazione naturale della divina sapienza, ma non la
scienza peculiare di qualsiasi verità, come si trova nella sapienza
di Dio; così anche in campo pratico l'uomo è partecipe naturalmente
della legge eterna secondo certi principi universali, ma non
secondo le direttive particolari dei singoli atti, che tuttavia sono
contenute nella legge eterna. Perciò è necessario che la legge
umana passi a stabilire particolari decreti di legge.
2. La ragione umana di per sé non è regola o misura delle cose:
però in essa sono innati certi principi che sono regole, o misure
generali delle azioni che l'uomo deve compiere, e di cui la ragione
naturale è regola e misura, sebbene non lo sia delle cose naturali.
3. La ragione pratica ha per oggetto solo le azioni da compiere,
che sono singolari e contingenti: non già le cose necessarie, oggetto
della ragione speculativa. Perciò le leggi umane non possono avere
l'infallibilità che hanno le conclusioni delle scienze speculative. E
neppure è necessario che ogni misura sia del tutto infallibile e
certa, ma basta lo sia secondo che il suo genere comporta.
ARTICOLO
4
Se era necessaria l'esistenza di una legge divina (positiva)
SEMBRA che non fosse necessaria l'esistenza di una legge divina (positiva).
Infatti:
1. La legge naturale, come abbiamo detto, è una partecipazione
umana della legge eterna. Ma la legge eterna, come abbiamo visto,
è legge divina. Quindi non è necessario che, oltre la legge naturale
e le leggi umane che ne derivano, vi sia anche un'altra legge divina.
2. Sta scritto, che
"Dio lasciò l'uomo in mano del suo consiglio".
Ora, sopra abbiamo visto che il consiglio è un atto della ragione.
Dunque l'uomo è stato affidato al governo della propria ragione.
Ma il dettame della ragione umana forma, come abbiamo detto, la
legge umana. Quindi non occorre che l'uomo sia governato da una legge divina.
3. La natura umana è meglio provvista delle creature prive di
ragione. Ora, codeste creature non hanno una legge divina, distinta
dalla loro innata inclinazione naturale. Molto meno, quindi, dovrà
avere una legge divina la creatura ragionevole.
IN CONTRARIO: Davide chiede a Dio espressamente l'imposizione di
una legge: "Signore, imponimi una legge nella via dei tuoi statuti".
RISPONDO: Per l'orientamento della nostra vita era necessaria, oltre la legge
naturale e quella umana, una legge divina (positiva).
E questo per quattro motivi. Primo, perché l'uomo mediante la
legge viene guidato nei suoi atti in ordine all'ultimo fine. Se egli
infatti fosse ordinato solo ad un fine che non supera la capacità
delle facoltà umane, non sarebbe necessario che avesse un orientamento
d'ordine razionale superiore alla legge naturale e alla legge
umana positiva che ne consegue. Ma essendo l'uomo ordinato al
fine della beatitudine eterna, la quale sorpassa, come abbiamo visto
sopra, le capacità naturali dell'uomo; era necessario che egli fosse
diretto al suo fine, al di sopra della legge naturale ed umana, da
una legge data espressamente da Dio.
Secondo, perché a proposito degli atti umani ci sono troppe diversità
di valutazione, data l'incertezza dell'umano giudizio, specialmente
riguardo ai fatti contingenti e particolari. Perciò, affinché
l'uomo potesse sapere senza alcun dubbio quello che deve fare, o evitare, era necessario che nei suoi atti fosse guidato da una
legge rivelata da Dio, in cui non può esserci errore.
Terzo, perché l'uomo si limita a legiferare su quello che può
giudicare. Ora, l'uomo non può giudicare degli atti interni, che
sono nascosti, ma solo di quelli esterni e visibili. E tuttavia la perfezione
della virtù richiede che l'uomo sia retto negli uni e negli altri.
Quindi la legge umana non poteva reprimere, o comandare
efficacemente gli atti interiori, ma per questo era necessario l'intervento
della legge divina.
Quarto, come nota S. Agostino, la legge umana non è capace di
punire e di proibire tutte le azioni malvagie: poiché se volesse colpirle tutte,
verrebbero eliminati molti beni e sarebbe compromesso
il bene comune, necessario all'umano consorzio. Perciò, affinché
nessuna colpa rimanesse impunita, era necessario l'intervento della
legge divina, che proibisce tutti i peccati.
Codesti quattro motivi sono accennati in una frase dei Salmi:
"La legge
del Signore è senza macchia", cioè non ammette nessuna bruttura di peccato;
"rifà
le anime", poiché regola non soltanto gli atti esterni,
ma anche quelli interni; "la testimonianza del Signore è sicura",
per la certezza della verità e della rettitudine; "dà la sapienza
ai semplici", in quanto ordina l'uomo al fine soprannaturale e divino.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La legge eterna viene partecipata
dalla legge naturale secondo la capacità della natura umana. Ma
l'uomo ha bisogno di essere guidato in maniera più alta all'ultimo
fine soprannaturale. Ecco perché si ha una legge divina positiva,
mediante la quale la legge eterna viene partecipata in un grado più alto.
2. Il consiglio è una ricerca: e difatti deve muovere da alcuni principi.
Ma, per le ragioni addotte, non basta basarsi sui principi posti in noi
dalla natura, che sono i precetti della legge naturale;
è necessario invece ricorrere ad altri principi, e cioè ai precetti
della legge divina.
3. Le creature irragionevoli non sono ordinate a un fine superiore
alle loro capacità naturali. Perciò il paragone non regge.
ARTICOLO
5
Se la legge divina sia una soltanto
SEMBRA che la legge divina sia una soltanto.
Infatti:
1. In uno stesso regno e sotto un unico re non vi è che una sola
legge. Ma Dio è un re unico per tutto il genere umano; secondo
l'espressione del Salmo: "Re di tutta la terra è Dio".
Dunque la legge divina è una sola.
2. Ogni legge è ordinata al fine che il legislatore intende far conseguire
a coloro che vi sono soggetti. Ora, il fine che Dio intende
raggiungere in tutti gli uomini è identico: "Egli vuole", come dice S. Paolo,
"che
tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità".
Quindi la legge divina è unica.
3. La legge divina sembra più vicina alla legge eterna, la quale
è unica, della legge naturale; poiché la rivelazione della grazia
è più alta della conoscenza naturale. Ma la legge naturale è unica
per tutti gli uomini. Molto più, quindi, deve essere unica la legge divina.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive:
"Mutato il sacerdozio, di necessità
avviene anche il mutamento della legge". Ma il sacerdozio,
come egli dice, è duplice: il sacerdozio levitico e il sacerdozio
di Cristo. Perciò è duplice anche la legge divina: legge antica, e legge nuova.
RISPONDO: Come abbiamo detto nella Prima Parte, il numero ha
la sua causa nella distinzione. Ora due cose si possono distinguere
tra loro in due modi. Primo, come cose di specie diversa: cioè
come il cavallo e il bue. Secondo, come due entità, perfetta ed imperfetta,
della medesima specie: cioè come il bambino e l'uomo adulto.
Ebbene, la legge divina si distingue in legge antica e legge nuova
in questo secondo modo. Ecco perché l'Apostolo paragona
lo stato dell'antica legge allo stato del bambino sottoposto al pedagogo;
mentre paragona lo stato della nuova legge alla condizione dell'uomo adulto,
non più soggetto al pedagogo.
E in queste due leggi la perfezione e l'imperfezione si rilevano in base a tre
caratteristiche della legge, di cui abbiamo già parlato.
Primo, la legge ha il compito di ordinare al bene comune.
Ora, questo può essere di due specie. Può essere sensibile e terreno:
e a codesto bene ordinava direttamente la legge antica; infatti nel
prologo di essa il popolo viene invitato al regno dei Cananei. Può
essere invece un bene spirituale e celeste: e a questo vuole indirizzare
la nuova legge. Infatti il Cristo all'inizio della sua predicazione
invitava al regno dei cieli, dicendo: "Fate penitenza, perché il regno dei
cieli è vicino". Perciò S. Agostino insegna, che "nell'antico Testamento troviamo promesse di cose temporali, e
per questo esso si chiama antico: mentre al nuovo Testamento
appartiene la promessa della vita eterna".
Secondo, alla legge spetta dirigere gli atti umani secondo l'ordine
della giustizia. E anche in questo abbiamo la superiorità della
legge nuova sulla legge antica, in quanto essa ordina gli atti interiori
dell'animo, secondo il detto evangelico: "Se la vostra giustizia
non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei non
entrerete nel regno dei cieli". Perciò si dice, che "la legge antica
trattiene la mano, la nuova invece l'animo umano".
Terzo, la legge ha il compito di indurre gli uomini all'osservanza
delle cose prescritte. Ora, la legge antica ricorreva per questo al timore
delle pene; la legge nuova si serve dell'amore, che viene
infuso nei nostri cuori mediante la grazia di Cristo conferita nella
legge nuova, mentre in quella antica era prefigurata soltanto. Ecco
perché S. Agostino può affermare, che "la differenza tra la Legge
e il Vangelo è tutta qui: nel divario che passa tra il timore e l'amore".
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come un padre di famiglia dà comandi
diversi ai bambini e agli adulti nella sua casa; così quell'unico
re che è Dio ha dato nel suo unico regno, ad uomini ancora
imperfetti, una legge differente da quella più perfetta, data a coloro
che erano stati già guidati da quella a una maggiore comprensione
delle cose divine.
2. La salvezza degli uomini non poteva compiersi che per mezzo
del Cristo, secondo l'espressione degli Atti: "Non vi è altro nome
dato agli uomini nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati".
Perciò la legge che porta tutti perfettamente a salvezza non poteva
esser data, altro che dopo la venuta di Cristo. Prima invece
bisognava dare a quel popolo dal quale egli doveva nascere, una
legge limitata ai rudimenti della giustizia che ne preparasse la venuta.
3. La legge naturale guida l'uomo secondo certi precetti generali,
comuni sia ai perfetti che ai meno perfetti: perciò è unica per tutti.
Invece la legge divina guida l'uomo anche in certe cose particolari,
in cui è diverso l'atteggiamento dei perfetti e degli imperfetti.
Ecco perché erano necessarie due leggi divine, secondo le spiegazioni date.
ARTICOLO
6
Se esista una legge del fomite
SEMBRA che non esista una legge del
fomite. Infatti:
1. S. Isidoro insegna, che
"la legge è stabilita dalla ragione".
Ora, il fomite non viene stabilito dalla ragione, ma è piuttosto un
allontanamento da essa. Quindi il fomite non ha natura di legge.
2. Essendo ogni legge obbligatoria, chi non l'osserva è un trasgressore.
Il fomite invece non rende trasgressore chi non lo segue,
ma piuttosto chi lo segue. Perciò il fomite non ha natura di legge.
3. Come sopra abbiamo detto, la legge è ordinata al bene comune.
Ora, il fomite non inclina al bene comune, ma piuttosto al
bene privato. Dunque il fomite non ha natura di legge.
IN CONTRARIO: L'Apostolo insegna:
"Vedo un'altra legge nelle
mie membra, che fa guerra alla legge della mia mente".
RISPONDO: Abbiamo già detto che la legge si trova essenzialmente
nel principio regolante e misurante, e per partecipazione nel soggetto
regolato e misurato; cosicché ogni inclinazione o predisposizione
che si riscontra nelle cose soggette alla legge, per partecipazione
si può chiamare legge, secondo le spiegazioni date. Ora,
in codeste cose soggette alla legge il legislatore può causare due
tipi d'inclinazione. Primo, inclinando direttamente i suoi sudditi
a qualche cosa; talora muovendo i diversi soggetti ad atti diversi:
e in tal senso si può dire che è diversa la legge dei soldati da
quella dei mercanti. Secondo, indirettamente, cioè per il fatto che
il legislatore destituisce un suddito dalla sua dignità, avviene che
costui passi a un ordine diverso, e quasi a una nuova legge: se
un soldato, p. es., viene espulso dall'esercito, passa alla legge del
contadino, o del mercante.
Ebbene, sotto l'influsso di Dio legislatore le diverse creature
hanno le loro diverse inclinazioni naturali, cosicché quanto è legge
per l'una è contro la legge per l'altra: per il cane, p. es., è legge
in qualche modo essere rabbioso, mentre ciò sarebbe contro la legge
per la pecora, o per altri animali mansueti. Ora, è legge per l'uomo,
derivante per ordine di Dio dalla propria costituzione, agire secondo ragione.
E codesta legge era così valida nello stato primitivo,
da non poter capitare all'uomo nulla di estraneo, o di contrario alla ragione.
Ma quando egli si allontanò da Dio, cadde sotto gli impulsi della sensualità;
e più uno si allontana dalla ragione, più subisce in particolare
codesto stato di cose, così da somigliare
in qualche modo alle bestie, che si lasciano condurre
dagli impulsi della sensualità secondo le parole del Salmo: "L'uomo
essendo in onore, non ha senno: si mette alla pari dei giumenti irragionevoli
e diviene simile ad essi".
Ecco quindi che l'inclinazione stessa della sensualità, cioè il fomite,
negli altri animali ha espressamente natura di legge, per
codesta diretta inclinazione, sempre però nel modo in cui si può
parlare di legge per essi. Invece per gli uomini non ha per questo
natura di legge, che è piuttosto una deviazione dalla legge della
ragione. Ma per il fatto che l'uomo viene destituito dalla giustizia
originale e dal vigore della ragione dalla divina giustizia, l'impeto
della sensualità che lo trascina ha natura di legge, quale penalità
derivante dalla legge divina, che lo destituisce dalla sua dignità.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La conclusione è giusta, se si considera
il fomite in se stesso, cioè come inclinazione al male. Poiché
esso, come abbiamo detto, non ha natura di legge in codesto senso,
ma solo in quanto dipende dalla giustizia della legge divina: come
se si dicesse che si è permesso a un nobile, per sua colpa, di ridursi
a compiere opere servili.
2. La difficoltà parte dal fatto che la legge è una specie di norma,
o di misura: e quindi chi si scosta dalla legge diviene un trasgressore.
Ma il fomite, come abbiamo visto, non è legge in codesto senso,
bensì secondo una certa analogia.
3. L'argomento è valido se si considera nel
fomite l'inclinazione
soggettiva, non così se si considera la sua origine. Tuttavia l'inclinazione
della sensualità che si riscontra negli animali è ordinata
al bene comune, cioè alla conservazione della natura, o nella specie,
o negli individui. Lo stesso si dica per l'uomo, quando la sensualità è
sottoposta alla ragione. Ma essa si denomina fomite in quanto esce
dall'ordine della ragione.
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