Il Santo Rosario
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Questione 87

Il reato, o obbligazione alla pena

Passiamo così a considerare il reato, o obbligazione alla pena. Tratteremo prima del reato in se stesso; e quindi della distinzione tra mortale e veniale, che deriva dal reato.
Sul primo argomento si pongono otto quesiti: 1. Se il reato, o obbligazione alla pena sia effetto del peccato; 2. Se un peccato possa essere punizione di altri peccati; 3. Se un peccato possa rendere l'uomo reo di pena eterna; 4. Se possa renderlo reo di una pena infinita quanto a grandezza; 5. Se tutti i peccati rendano rei di una pena eterna e infinita; 6. Se l'obbligazione alla pena, o reato, possa rimanere dopo il peccato; 7. Se per un peccato siano inflitte tutte le pene; 8. Se uno possa meritare la pena per i peccati altrui.

ARTICOLO 1

Se il reato, o obbligazione alla pena, sia effetto del peccato

SEMBRA che il reato, o obbligazione alla pena, non sia tra gli effetti del peccato. Infatti:
1. Non sembra rientrare fra gli effetti propri di una cosa, ciò che ne deriva solo indirettamente. Ora, l'obbligazione alla pena deriva solo indirettamente dal peccato, essendo estranea all'intenzione del peccatore. Dunque l'obbligazione alla pena, o reato, non è effetto della colpa.
2. Il male non può essere causa di un bene. Ma la pena è un bene, essendo giusta e da Dio. Quindi non è effetto del peccato che è un male.
3. S. Agostino scrive, che "ogni animo disordinato è punizione a se stesso". Ma una punizione non può meritare un'altra punizione: ché altrimenti si andrebbe all'indefinito. Dunque il peccato non causa l'obbligazione a una pena.

IN CONTRARIO: S. Paolo afferma: "Tribolazione e angoscia sopra ogni animo d'uomo che fa il male". Ora, compiere il male è peccato. Perciò il peccato provoca la punizione, indicata coi termini di tribolazione e di angoscia.

RISPONDO: Sia nel mondo fisico che in quello umano si verifica il fatto che chi insorge contro una cosa deve subirne la rivincita. Infatti vediamo nel mondo fisico che le energie contrarie agiscono con più forza quando si incontrano: ecco perché, a detta di Aristotele, "l'acqua riscaldata viene congelata con più forza". Perciò anche fra gli uomini avviene, secondo la naturale inclinazione, che uno tenti di umiliare chi insorge contro di lui. Ora, è evidente che tutte le cose racchiuse in un dato ordine formano come una cosa sola rispetto al principio di esso. Dal che deriva che quanto insorge contro un dato ordine viene represso dall'ordine medesimo, oppure da chi lo presiede. E siccome il peccato è un atto disordinato, è chiaro che chi pecca agisce sempre contro un dato ordine. E ne segue che dall'ordine medesimo deve essere represso. E codesta repressione è la pena.
Perciò in base ai tre ordini, cui è soggetta la volontà umana, un uomo può subire tre tipi di pena. Primo, la natura umana è soggetta all'ordine della propria ragione; secondo, all'ordine di chi governa l'uomo dall'esterno, sia spiritualmente che civilmente, e nella società politica e in quella domestica; terzo, è soggetta all'ordine universale del governo divino. Ora, col peccato ciascuno di questi ordini viene sconvolto: infatti chi pecca agisce contro la ragione, contro la legge umana, e contro la legge divina. Perciò tre sono le pene che incorre: la prima da se medesimo, cioè il rimorso della coscienza; la seconda dagli uomini; la terza da Dio.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La pena segue al peccato in quanto male, cioè sotto l'aspetto di disordine. Perciò, come nell'atto di chi pecca è indiretto (o per accidens) il male, perché preterintenzionale, così è indiretta l'obbligazione alla pena.
2. La pena in se stessa, inflitta da Dio o dagli uomini, può esser giusta: infatti come tale la pena non è effetto diretto del peccato, che si limita a predisporre ad essa. Invece il peccato rende l'uomo reo di pena, e questo è un male: poiché, come nota Dionigi, "non è male essere puniti, ma diventare degni di punizione". Ecco perché tra gli effetti diretti del peccato si mette (non la pena, ma) l'obbligazione alla pena.
3. La punizione accennata dell'animo disordinato è dovuta alla colpa, in quanto sconvolge l'ordine della ragione. Ma l'uomo diviene reo di altre pene, in quanto sconvolge l'ordine della legge divina ed umana.

ARTICOLO 2

Se un peccato possa essere punizione di altri peccati

SEMBRA che un peccato non possa essere punizione di altri peccati. Infatti:
1. Le punizioni, come spiega il Filosofo, sono state introdotte per riportare gli uomini al bene della virtù. Ma il peccato non riporta l'uomo al bene, bensì al suo contrario. Quindi un peccato non può essere punizione di altri peccati.
2. Le pene giuste, a detta di S. Agostino, vengono da Dio. Ora, il peccato non viene da Dio, ed è ingiusto. Dunque un peccato non può esser pena di un altro peccato.
3. È essenziale alla punizione essere contro la volontà. Invece la colpa è volontaria, come abbiamo dimostrato. Dunque una colpa non può essere punizione di altri peccati.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna che certi peccati sono punizioni di altri.

RISPONDO: Parlando (delle proprietà) di un peccato, si può distinguere ciò che è essenziale da ciò che è accidentale. Essenzialmente considerata una colpa non può mai essere punizione di altre colpe. Poiché il peccato è visto nella sua essenza in quanto promana dalla volontà: è così infatti che ha natura di colpa. Invece il concetto stesso di pena implica che essa sia contro volontà, come abbiamo spiegato nella Prima Parte. Perciò è evidente che a rigor di termini, in nessun modo un peccato può essere punizione di un altro peccato.
Invece accidentalmente considerato un peccato può esser pena di altri peccati in tre maniere. Primo, quale removens prohibens (cioè perché toglie l'ostacolo che impediva la colpa). Infatti ci sono delle cause che spingono al peccato, come le passioni, le tentazioni diaboliche, e altre cose del genere; e queste vengono lasciate prive di soccorso da parte della grazia divina, sottratta a causa del peccato. Perciò, essendo la sottrazione della grazia una pena inflitta da Dio, come sopra abbiamo visto, ne segue che per accidens anche il peccato successivo si possa considerare una punizione. In tal senso l'Apostolo scrive: "Perciò Dio li abbandonò alle concupiscenze dei loro cuori", che sono le passioni; cioè nel senso che gli uomini, privi del soccorso della grazia divina, sono vinti dalle passioni. E sotto questo aspetto un peccato può sempre essere punizione di un peccato precedente. - Secondo, a motivo dell'atto in se stesso, che può implicare afflizione: il che avviene, sia negli atti interni, come è evidente per l'ira e l'invidia; sia negli atti esterni, come nel caso di chi si espone a fatiche e a gravi danni per compiere l'atto peccaminoso, secondo l'espressione della Scrittura: "Ci siamo stancati per i sentieri dell'iniquità". - Terzo, a motivo dei suoi effetti; un peccato, cioè, può chiamarsi punizione per gli effetti che lo accompagnano. E in queste due ultime maniere un peccato, non solo è punizione di una colpa precedente, ma anche di se stesso.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il fatto stesso che alcuni sono puniti da Dio, con la permissione di certi loro peccati, è ordinato al bene della virtù. Talora persino al bene di coloro che peccano: quando questi risorgono dal peccato più cauti e più umili. Sempre però a emendazione degli altri, i quali, vedendo il prossimo cadere di peccato in peccato, si trattengono di più da peccare. - Se poi consideriamo la cosa in rapporto agli altri due aspetti di cui abbiamo parlato, è chiaro che la pena è ordinata all'emenda, poiché il tormento della fatica e del danno nel peccato, è fatto apposta per ritrarre l'uomo dalla colpa.
2. La ragione vale se si considera il peccato nella sua essenza.
3. Lo stesso si dica della terza difficoltà.

ARTICOLO 3

Se certi peccati possano meritare una pena eterna

SEMBRA che nessun peccato possa meritare una pena eterna. Infatti:
1. Una pena giusta è adeguata alla colpa: poiché la giustizia è adeguazione. Perciò sta scritto: "In misura rimisurata la punirai, gettandola in esilio". Ora, il peccato è temporaneo. Dunque non può meritare una pena eterna.
2. Secondo Aristotele, "le pene sono delle medicine". Ma nessuna medicina deve essere infinita, essendo ordinata a un fine; "e quanto è ordinato a un fine non è mai infinito", a detta del Filosofo. Perciò nessuna pena deve essere infinita.
3. Nessuno dura a far sempre una cosa, se non ne gode. Ma la scrittura afferma, che "Dio non si allieta della perdizione degli uomini". Dunque non punisce gli uomini con una pena eterna.
4. Niente di ciò che è per accidens può essere infinito. Ma la pena è un per accidens: infatti non è secondo la natura di chi viene punito. Quindi non può durare all'infinito.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "E questi se ne andranno nell'eterno supplizio". E altrove: "Chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ne otterrà perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno".

RISPONDO: Come abbiamo spiegato sopra, un peccato merita una punizione in quanto sconvolge un dato ordine. E finché rimane la causa, rimane anche l'effetto. Quindi finché dura il sovvertimento dell'ordine, deve rimanere l'obbligazione alla pena. Ora, uno può sconvolgere l'ordine in modo riparabile, o in modo irreparabile. Ebbene, irreparabile è la mancanza che ne elimina il principio stesso: invece se ne salva il principio, in virtù di esso le deficenze si possono riparare. Se si corrompe, p. es., il principio visivo, la vista non è più ricuperabile, se non per virtù divina: se invece la vista soffre delle difficoltà, ma ne è salvo il principio, è ancora riparabile per la natura o per l'arte. Ma ogni ordine ha un principio in rapporto al quale le altre cose ne divengono partecipi. Se quindi il peccato distrugge il principio dell'ordine, col quale la volontà umana è sottomessa a Dio, si avrà un disordine di per sé irreparabile, sebbene possa essere riparato dalla virtù di Dio. Ora, il principio di quest'ordine è il fine ultimo, al quale l'uomo aderisce con la carità. Perciò tutti i peccati che ci distaccano da Dio, col distruggere la carità, di per sé importano un'obbligazione alla pena eterna.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Sia nel giudizio divino che in quello umano la pena viene adeguata alla colpa quanto alla durezza; mai però viene adeguata alla colpa quanto alla durata. Infatti l'adulterio, o l'omicidio, commesso forse in un momento, non viene punito con la pena di un momento: ma viene punito talora col carcere perpetuo, o con l'esilio, oppure con la morte. Nella quale ultima non va considerata la durata dell'esecuzione, ma piuttosto la perpetua esclusione dal consorzio dei viventi: e così rappresenta in qualche modo l'eternità della pena inflitta da Dio. Del resto, come insegna S. Gregorio, è giusto che sia punito nell'eternità di Dio, chi osò peccare contro Dio nell'eternità del proprio essere. E si dice che uno ha peccato nell'eternità del proprio essere, non solo per la continuità dell'atto peccaminoso durante tutta la sua vita: ma perché costituendo il proprio fine nel peccato, mostra la volontà di voler peccare eternamente. Perciò S. Gregorio afferma, che "gli iniqui avrebbero voluto vivere senza fine, per poter rimanere senza fine nel peccato".
2. Anche le pene inflitte dalla legge umana non sempre sono medicinali per chi è punito, ma solo per gli altri: quando, p. es., viene impiccato un brigante, non lo si fa per la sua emendazione, ma per gli altri, perché desistano dal delinquere almeno per timore della pena; secondo il detto dei Proverbi: "Se batti l'insolente, anche lo stolto si fa accorto". Così anche le pene eterne dei reprobi inflitte da Dio sono medicinali per coloro che si astengono dai peccati alla considerazione di esse; secondo l'espressione del Salmo: "A quelli che ti temono hai dato un segno, onde sfuggano all'arco; perché sian liberati i tuoi prediletti".
3. Dio non gode delle pene in se stesse; ma si allieta per l'ordine della sua giustizia, che le richiede.
4. La punizione solo indirettamente (per accidens) è ordinata alla natura, ma di per sé è ordinata alla restaurazione dell'ordine leso, e alla giustizia di Dio. Perciò finché dura il disordine deve durare la pena.

ARTICOLO 4

Se il peccato meriti una pena quantitativamente infinita

SEMBRA che il peccato meriti una pena quantitativamente infinita. Infatti:
1. Geremia così pregava: "Castigami, o Signore; ma con equanimità e non con tutto il tuo furore; affinché tu non mi riduca al niente". Ora, l'ira, o il furore di Dio indica metaforicamente la vendetta della giustizia divina: e ridurre al niente è una pena infinita, come è opera di una virtù infinita fare una cosa dal nulla. Dunque secondo la divina vendetta un peccato viene punito con una pena infinita nella sua gravità.
2. La gravità della pena corrisponde alla gravità della colpa; infatti sta scritto: "Secondo la gravezza del peccato sarà la misura della pena". Ma il peccato, che è commesso contro Dio, è infinito: poiché esso è tanto più grave, quanto maggiore è la persona offesa; è peccato più grave, p. es., percuotere il sovrano che percuotere una persona privata. Ora, la grandezza di Dio è infinita. Perciò il peccato commesso contro Dio merita una pena infinita.
3. Una cosa può essere infinita in due maniere: nella sua durata, e nella sua grandezza. Ma la pena è infinita quanto alla durata. Dunque lo è pure nella sua grandezza.

IN CONTRARIO: Stando a codesta tesi le punizioni dei peccati mortali sarebbero tutte uguali: poiché un infinito non può essere maggiore di un altro infinito.

RISPONDO: La pena è proporzionata alla colpa. E nella colpa si devono considerare due aspetti. Il primo è l'aversione dal bene eterno, che è infinito: e da questo lato il peccato è infinito. Il secondo è la conversione, o adesione disordinata al bene transitorio. E da questo lato il peccato è limitato, o finito: sia perché è tale il bene transitorio; sia perché l'adesione stessa è limitata, non potendo essere infinite le azioni della creatura. Perciò dal lato dell'aversione corrisponde al peccato la pena del danno, che è infinita: è infatti la perdita di un bene infinito, cioè di Dio. Invece dal lato della conversione disordinata corrisponde al peccato la pena del senso, che è limitata.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Non si addice alla divina giustizia annientare del tutto il peccatore; essendo ciò incompatibile con l'eternità della pena, che quella richiede, come abbiamo dimostrato nell'articolo precedente. Ma si dice che uno è ridotto al niente, quando viene privato dei beni spirituali, secondo l'espressione paolina: "Se non avessi la carità, non sarei nulla".
2. L'argomento vale, se si considera il peccato dal lato dell'aversione: è così infatti che l'uomo pecca contro Dio.
3. La durata della pena corrisponde alla durata della colpa, non quanto all'atto, bensì quanto alla macchia che esso produce, e che segna la durata dell'obbligazione alla pena. Invece la durezza della pena corrisponde alla gravità della colpa. Ora, una colpa irreparabile di suo ha una durata infinita: perciò merita una pena eterna. Ma dal lato della conversione questa infinità non esiste; perciò da questo lato la colpa non merita una pena infinita nella sua gravità.

ARTICOLO 5

Se tutti i peccati rendano meritevoli di una pena eterna

SEMBRA che tutti i peccati rendano meritevoli di una pena eterna. Infatti:
1. La pena, abbiamo detto, è proporzionata alla colpa. Ma la pena eterna differisce infinitamente da quella temporale. Mentre nessun peccato sembra differire infinitamente dall'altro, essendo ogni colpa un atto umano, che non può mai essere infinito. Perciò, siccome abbiamo già dimostrato che certi peccati meritano la pena eterna, sembra che a nessuno possa corrispondere una pena temporale.
2. Il peccato originale è tra tutti il più piccolo: infatti S. Agostino scrive, che "la pena di coloro che son puniti per il peccato originale è quella più mite". Eppure al peccato originale corrisponde una pena eterna: infatti i bambini morti col peccato originale, senza battesimo, mai vedranno il regno di Dio: il che è evidente dalle parole del Signore: "Se uno non nasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio". Dunque a maggior ragione sarà eterna la pena di tutti gli altri peccati.
3. Un peccato non merita una pena più grave, perché commesso con un altro, avendo ciascun di essi la pena rispettiva stabilita secondo la divina giustizia. Ora, se in un dannato, con altri peccati, si trova un peccato veniale, esso deve subire una pena eterna: poiché all'inferno non può esserci remissione alcuna. Perciò il peccato veniale merita senz'altro una pena eterna. E quindi a nessun peccato può corrispondere una pena temporale.

IN CONTRARIO: S. Gregorio insegna che certe colpe leggere vengono rimesse dopo questa vita. Dunque non tutti i peccati sono puniti con la pena eterna.

RISPONDO: Come sopra abbiamo detto, il peccato causa l'obbligazione alla pena eterna, in quanto turba irreparabilmente l'ordine della divina giustizia, contrastando il principio stesso dell'ordine, che è l'ultimo fine. Ora, è evidente che in alcuni peccati c'è un certo disordine, però rispetto ai mezzi soltanto, senza contrastare con l'ultimo fine, occupandosi di essi più o meno del dovuto, salvo sempre l'ordine all'ultimo fine: come quando uno è troppo attaccato alle cose temporali, ma non fino al punto di voler offendere Dio, facendo però qualche cosa contro i di lui precetti. Perciò codesti peccati non meritano una pena eterna, ma temporale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I peccati non differiscono infinitamente tra loro rispetto alla conversione verso i beni transitori, la quale costituisce la sostanza dell'atto: ma si ha tale differenza rispetto all'aversione. Infatti certi peccati sono commessi per un'aversione, o abbandono del fine ultimo: altri invece per un disordine rispetto ai mezzi. E la differenza tra fine e mezzi è infinita.
2. Al peccato originale corrisponde una pena eterna, non per la sua gravità, ma per la condizione del soggetto, cioè dell'uomo privo della grazia, la quale è il mezzo unico per la remissione della pena.
3. Lo stesso si dica per la terza difficoltà, a proposito del peccato veniale. Infatti l'eternità della pena non è dovuta alla gravità della colpa, ma all'impossibilità di ottenerne la remissione, come abbiamo detto.

ARTICOLO 6

Se l'obbligazione alla pena rimanga dopo il peccato

SEMBRA che l'obbligazione alla pena, o reato, non rimanga dopo il peccato. Infatti:
1. Eliminata la causa, si elimina anche l'effetto. Ma il peccato è causa dell'obbligazione alla pena. Dunque eliminato il peccato, cessa anche codesta obbligazione.
2. Il peccato si elimina col ritorno alla virtù. Ora, a chi è virtuoso non è dovuta la pena, ma piuttosto il premio. Perciò, eliminata la colpa, non rimane l'obbligazione alla pena.
3. Secondo Aristotele, "le pene sono delle medicine". Ma le medicine non si usano più, dopo che uno è guarito da una malattia. Quindi, eliminata la colpa, non rimane obbligo di pena.

IN CONTRARIO: Narra la Scrittura, che "David disse a Natan: Ho peccato contro il Signore. E Natan rispose a David: Anche il Signore ti ha rimesso il peccato; tu non morirai. Tuttavia poiché hai fatto bestemmiare i nemici del Signore a cagione del tuo peccato, il figlio che ti è nato morirà". Dunque uno è punito anche dopo che il peccato è stato rimesso. Quindi l'obbligazione alla pena rimane anche dopo eliminata la colpa.

RISPONDO: Nel peccato si possono considerare due cose: l'atto peccaminoso, e la macchia che ne deriva. Ora, è chiaro che in tutti i peccati attuali, terminato l'atto peccaminoso, rimane il reato. Infatti l'atto peccaminoso rende l'uomo reo e obbligato alla pena, in quanto trasgressore dell'ordine stabilito dalla giustizia divina. E in esso non rientra, se non mediante la soddisfazione della pena, che riporta l'uguaglianza della giustizia; in modo che colui il quale concesse alla propria volontà più del dovuto, agendo contro la legge di Dio, spontaneamente o contro voglia, soffra secondo l'ordine della giustizia divina il contrario di quanto vorrebbe. E questo, cioè il compensare con la pena per ristabilire l'equilibrio della giustizia, si osserva anche nelle ingiurie fatte agli uomini. Perciò è evidente che cessato l'atto del peccato, o dell'ingiuria, rimane ancora l'obbligo della pena.
Ma se parliamo della liberazione dal peccato rispetto alla macchia, è chiaro che quest'ultima si può togliere per il solo fatto che l'anima, col ricongiungersi a Dio, elimina la distanza da lui, la quale aveva portato in essa quella perdita di splendore che è appunto la macchia, come sopra abbiamo visto. Ora, l'uomo si ricongiunge a Dio con la volontà. Quindi non si può togliere da un uomo la macchia del peccato, senza che la sua volontà accetti l'ordine della divina giustizia, o accollandosi spontaneamente una pena in riparazione delle colpe passate, oppure sopportando pazientemente una sofferenza imposta dalla divina giustizia; perché in entrambi i casi la pena ha natura di soddisfazione. Ma la pena soddisfattoria toglie qualche cosa alla nozione di pena. Infatti la pena ha nel suo concetto di essere contraria alla volontà. Invece la pena soddisfattoria, sebbene considerata in astratto sia contraria alla volontà, tuttavia in concreto è volontaria. Perciò è volontaria in senso assoluto: com'è evidente da ciò che si disse a proposito della volontarietà. Si deve dunque concludere che, tolta la macchia della colpa, può rimanere l'obbligazione a una pena soddisfattoria, non già a una vera punizione.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Dopo l'atto peccaminoso, come rimane la macchia, così può rimanere il reato. Ma scomparsa la macchia, il reato (ossia l'obbligazione alla pena) non rimane sotto il medesimo aspetto, come abbiamo visto.
2. A chi è virtuoso non è dovuta una vera punizione, ma può essergli dovuta una pena soddisfattoria: poiché alla virtù spetta anche soddisfare per le offese fatte a Dio, o agli uomini.
3. Tolta la macchia è risanata la piaga del peccato nella volontà. Ma si richiede ancora la pena per guarire le altre potenze dell'anima sconvolte dal peccato, mediante medicine contrarie. Si richiede anche, per ristabilire l'equilibrio della giustizia e per togliere lo scandalo altrui; in modo da edificare con la pena coloro che furono scandalizzati con la colpa; come avvenne nel ricordato esempio di David.

ARTICOLO 7

Se tutte le pene (della vita) siano dovute a una colpa

SEMBRA che non tutte le pene (della vita), siano dovute a una colpa. Infatti:
1. A proposito del cieco nato si legge nel Vangelo: "Né lui né i suoi genitori hanno peccato, perché nascesse cieco". Così vediamo che molti bambini, anche battezzati, soffrono gravi pene: febbri, ossessioni diaboliche, e molte altre calamità del genere. E tuttavia in essi non c'è un peccato, essendo stati battezzati. E anche senza essere battezzati, in essi il peccato non si trova di più che negli altri bambini, i quali invece non soffrono. Perciò non tutte le penalità sono dovute al peccato.
2. Sono ugualmente ingiuste la prosperità degli empi e la punizione degli innocenti. Ora, le due cose capitano di frequente nella vita umana; infatti a proposito degli empi sta scritto: "Ai travagli degli uomini non han parte, né con gli altri uomini son flagellati"; e altrove: "Gli empi vivono, s'innalzano e hanno grandi ricchezze"; e ancora: "Perché stai contemplando quei che commettono iniquità e taci, lasciando l'empio divorare chi è più giusto di lui?". Perciò non tutte le pene sono inflitte per una colpa.
3. Di Cristo si legge, che "non fece mai peccato, e mai sul labbro di lui fu trovato inganno". E tuttavia si dice ancora, che "ha sofferto per noi". Dunque non sempre Dio infligge la pena per una colpa.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Chi mai fu innocente e perì? O quando mai i retti furono distrutti? Al contrario, io ho visto che quei che compiono l'iniquità pel soffio di Dio periscono". E S. Agostino insegna, che "ogni pena è giusta, ed è inflitta per qualche peccato".

RISPONDO: Come abbiamo già detto, la pena può essere di due qualità: vera punizione, e pena soddisfattoria. Quest'ultima è in qualche modo volontaria. E poiché capita che persone non obbligate alla pena formino volontariamente una cosa sola, con quelle che vi sono obbligate, per unione d'amore, può capitare che chi non ha peccato porti talora volontariamente la pena di un altro. Del resto anche negli affari vediamo che alcuni prendono su di sé i debiti di altri. - Se invece si parla della vera punizione come tale, allora questa è sempre connessa con una colpa propria: talora con un peccato attuale, come quando uno è punito da Dio, o dagli uomini per i peccati commessi; talora invece con il peccato originale, sia in maniera diretta, che in maniera derivata. Pena diretta del peccato originale è l'abbandono della natura umana a se stessa, priva del soccorso della giustizia originale. Ma da ciò derivano appunto tutte le penalità che colpiscono gli uomini per il guasto della loro natura.
Si noti però che talora sembra una pena quello che non lo è in senso assoluto. Infatti la pena è una suddivisione del male, come si disse nella Prima Parte. E il male è privazione di bene. Ora, essendo molteplici i beni dell'uomo, cioè beni dell'anima, del corpo, e delle cose esteriori, può capitare che uno soffra la perdita di un bene minore, per crescere in uno superiore. Uno, p. es., può accettare la perdita del danaro per la salute del corpo; oppure la perdita di entrambi per la salvezza dell'anima, e per la gloria di Dio. E allora tale perdita non è per l'uomo un male in senso assoluto, ma solo in senso relativo. Perciò non ha assolutamente parlando natura di pena, ma di medicina: infatti anche i medici somministrano delle medicine amare, per guarire gli infermi. E poiché codesti mali non sono delle vere punizioni, hanno un rapporto causale con la colpa solo in questo senso: che la necessità di curare la natura umana con queste pene medicinali deriva dalla corruzione della natura; che è punizione del peccato originale. Infatti nello stato d'innocenza non sarebbero stati necessari penosi esercizi per progredire nella virtù. Perciò l'aspetto penale di essi è un effetto del peccato originale.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I difetti di nascita, e quelli dei bambini sono effetto e pena del peccato originale, come abbiamo dimostrato sopra. E rimangono anche dopo il battesimo, per le ragioni sopra indicate. E la loro disuguaglianza dipende, come si è detto, dalla diversità della natura lasciata a se stessa. Tuttavia codesti difetti sono ordinati dalla divina provvidenza alla salvezza degli uomini, di quelli che ne soffrono, o di coloro per i quali sono un avvertimento; oppure alla gloria di Dio.
2. I beni temporali e materiali sono dei beni umani, ma piccoli: mentre i beni spirituali sono i grandi beni dell'uomo. Perciò è comprensibile che la divina giustizia dia alle persone virtuose beni spirituali, solo elargendo loro quel tanto di beni temporali che è sufficiente alla virtù. Infatti Dionigi scrive: "Non conviene alla divina giustizia snervare la fortezza dei migliori col dono di cose materiali". Invece agli altri vengono concessi i beni temporali, che però ridondano a loro danno. Infatti nel Salmo si legge: "Perciò li possiede l'orgoglio".
3. Cristo sostenne una pena soddisfattoria per i peccati nostri, non già per i suoi.

ARTICOLO 8

Se uno possa essere punito per i peccati altrui

SEMBRA che uno possa essere punito per i peccati altrui. Infatti:
1. Sta scritto nell'Esodo: "Io sono un Dio geloso, che visito l'iniquità dei padri nei figli, sino alla terza e quarta generazione di quelli che mi odiano". E in S. Matteo: "...affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto sparso sulla terra".
2. La giustizia umana deriva dalla giustizia divina. Ora, secondo la giustizia umana sono puniti i figli per i loro genitori, come, p. es., nei delitti di lesa maestà. Perciò anche secondo la giustizia divina uno può essere punito per i peccati altrui.
3. Né vale rispondere che nel caso il figlio è punito non per il peccato di suo padre, ma per il proprio, in quanto imita quello paterno: poiché questo si potrebbe dire anche degli estranei, puniti da una pena analoga a quella con cui son puniti i peccati da essi imitati. Dunque i figli non sono puniti per i peccati propri, ma per quelli altrui.

IN CONTRARIO: Sta scritto: "Il figlio non porterà l'iniquità del padre".

RISPONDO: Se parliamo di pene soddisfattorie volontariamente accettate, può capitare che uno porti, l'abbiamo detto, la pena di un altro in quanto forma quasi un'unità con lui. - Se invece parliamo di pene inflitte per dei peccati, cioè in quanto sono punizioni, allora ciascuno viene punito per i propri peccati: poiché l'atto del peccato è qualche cosa di personale. - Se poi parliamo di pene medicinali, allora può capitare che uno sia punito per i peccati altrui. Infatti nell'articolo precedente abbiamo detto che la perdita dei beni materiali, e degli stessi beni del corpo può essere una pena medicinale, ordinata alla salvezza dell'anima. Perciò niente impedisce che uno sia colpito con codeste pene, da Dio o dagli uomini, per i peccati di altri: e cioè un figlio per i peccati del padre, un suddito per quelli del suo signore, in quanto costoro sono qualche cosa di essi. Però se il figlio, o il suddito, è partecipe della colpa, codeste penalità sono punizioni per due versi: per chi è punito, e per colui che ha provocato la punizione. Se invece non è partecipe della colpa, allora sono punizioni soltanto per chi ha provocato la punizione: mentre per chi è punito si tratta solo di medicine, purché egli non abbia indirettamente consentito al peccato altrui; infatti queste penalità sono ordinate al bene dell'anima, se sopportate pazientemente.
Invece le pene spirituali non possono essere semplici medicine: poiché il bene dell'anima non può essere ordinato a un bene superiore. Perciò nei beni dell'anima nessuno soffre menomazioni, senza una colpa personale. E quindi, uno non soffre queste menomazioni per altri, come dice S. Agostino: poiché rispetto all'anima il figlio non è qualche cosa del padre. Ecco perché il Signore diceva ad Ezechiele: "Tutte le anime sono mie".

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. I due testi sembrano riferirsi alle pene temporali o corporali, in quanto i figli sono cosa dei loro genitori, e continuatori degli antenati. Oppure, se si riferiscono alle pene spirituali, sottintendono l'imitazione delle colpe: perciò nell'Esodo si parla di «quelli che mi odiano»; e in S. Matteo si dice: "E voi colmate la misura dei vostri padri". - La Scrittura afferma che i peccati dei genitori sono puniti nei figli, perché questi, educati nei peccati dei genitori, sono più portati alla colpa: sia per la familiarità, sia per l'esempio autorevole degli avi. E son degni di maggiore punizione, se, vedendo la pena dei genitori, non si sono corretti. - E aggiunge, "fino alla terza e alla quarta generazione", perché per gli uomini è possibile avere la vita così lunga da vedere la terza e la quarta generazione; ed entro questi limiti i figli possono vedere i peccati dei maggiori per imitarli, e questi possono vedere le pene dei figli per soffrirne.
2. Le pene inflitte dalla legge umana e per i peccati altrui sono materiali e temporali. E sono rimedi, o medicine, contro eventuali colpe successive: e cioè per trattenere quelli che son puniti, o gli altri, da colpe consimili.
3. Si dice che per i peccati altrui sono più puniti i familiari che gli estranei, sia perché la punizione dei familiari ridonda in qualche modo su chi ha peccato, secondo le spiegazioni date, poiché il figlio è cosa del padre. Sia anche perché gli esempi di famiglia, e le loro punizioni, impressionano di più. Perciò quando uno è stato educato nei peccati dei genitori, li asseconda con più forza; e, se non viene intimorito dalle punizioni, è più ostinato; perciò merita una pena più grave.